Marco Ambrosi mi ha contattato mostrandomi con orgoglio un articolo apparso sul Corriere di Brescia. Parla di una nuova via sportiva sulle Alpi Retiche, precisamente… Anzi, io mi fermo qui e i dettagli li lascio raccontare a uno degli apritori. Buona lettura!

Mi chiamo Marco, ho 37 anni, sono un valsabbino doc, orgogliosamente della Val Sabbia, e vado in montagna.
Chi ti ha portato in montagna?
È una bella domanda. Mio papà sono quarant’anni che va in montagna e ha sempre fatto tante salite molto difficili, anche in solitaria. Lui ha sempre visto la montagna come avventura, ricerca della felicità dentro se stessi. E ha ragione: devi fare le cose che ti piacciono, non per gli altri o per stare con gli altri. Vai in montagna per ritrovare te stesso e ti metti alla prova, sei tu il tuo limite.
Questa per me è una legge inderogabile, perché in montagna capisci veramente chi sei. La montagna ti fa capire che livello hai, ma anche tante altre cose, perché ognuno è diverso. C’è chi vuole andare in montagna per il silenzio, chi vuole camminare, svagarsi con gli amici; c’è chi va ad affrontare delle vie di arrampicata, di misto, di ghiaccio, chi va a correre perché ha bisogno di sfogarsi. C’è chi va a pregare per i propri parenti o amici persi. Ognuno ha dentro di sé qualcosa che lo porta ad avvicinarsi alla montagna.
Io a 25 anni ho avuto una grandissima scottatura per via di una ragazza e mio papà, che in quel periodo mi vedeva un po’ giù, mi disse “vieni che ti porto in montagna”. Me lo ricordo come se fosse ieri: siamo andati a fare una semplice ferratina e da lì è cominciato tutto.
Come si chiama il papà?
Fiore.
Fin da quando sono nato, tutta la gente che correva, faceva sport o conosceva mio papà mi ha sempre etichettato come il Fiorellino. Per me è come se fosse sempre con me: mi faccio chiamare il Fiorellino quando vado in giro, perché ci tengo particolarmente.
Come hai iniziato ad aprire vie?
Sempre collegandomi a mio papà, ho un obiettivo nei prossimi anni: voglio mettere le soste a tutti gli itinerari che ha aperto mio papà nella zona dove abito.
Mi manca l’esperienza, la capacità di mettere le soste e le protezioni nei punti giusti. Mi sto affiancando a una persona che si chiama Paolo Amadio, scrittore, alpinista ed esploratore. Ha aperto centinaia di vie con altre persone nell’Adamello ed è responsabile di un sito fatto molto bene, Adamello Human Touch, AHT.
Un anno che volevo andare a ripetere una via di Paolo in Val Miller, in Valcamonica. Ero preoccupato perché il grado era un po’ elevato per il mio livello, ma sono andato comunque, ho conosciuto il tracciatore e mi ha proposto di fare qualcosa insieme, di andare ad aprire una via molto facile in aprire una via molto facile in Val San Valentino, zona Trento.
Siamo stati via due giorni, da soli io e lui: la via è di 5b e l’abbiamo chiamata Immagina. Quel giorno continuavo a dire a me stesso e a Paolo “ma pensa alla gente che si immagina il paradiso, pensa alla gente che si immagina la perfezione di passare un momento bello”. Continuavamo a ripetere la parola ‘immagina’ e abbiamo deciso di chiamarla così.
Da lì ho capito molte cose: quando vai a chiodare una via d’arrampicata ti si apre un pianeta. Torni all’asilo, alle elementari, alle medie, perché non sai fare niente, devi imparare tutto quello che puoi.
Questo autunno, poche settimane fa, in due o tre giorni abbiamo affrontato un nuovo progetto in un luogo a cui sono molto legato, perché è il terreno di caccia di mio papà. È la valle di Stabio.
Mi sono detto: “se posso lasciare un’impronta nelle mie zone, fatta da me, mi riempirebbe d’orgoglio”. Anche perché proprio dietro quella montagna dove è stata aperta Zucchero e Cannella c’è una parete su cui mio papà ha affrontato diverse salite invernali in solitaria.
Mi sono lanciato in questa esperienza ed è stato molto bello. Ti senti vivo, incredibilmente vivo, ed è una cosa che probabilmente la montagna ti dà. È per quello che la gente dovrebbe andare in montagna, ma soprattutto starci: capisci chi sei davvero, che cosa puoi fare, tiri fuori quei superpoteri che tanta gente, secondo me, cerca. Soltanto stando lassù, non per forza arrampicando, ma anche stando nell’ambiente.
Io credo molto nell’evasione, nell’uscire dall’ordinario ed entrare nello straordinario: crearsi linee nuove, fare giri nuovi, esplorare, essere un po’ un avventuriero di se stesso. La montagna ti permette tutto questo.
Mi racconti un po’ della zona, delle persone che la frequentano e degli alpinisti che hai conosciuto?
La Valle di Stabio è una valle minore rispetto a quelle più famose. È frequentata soprattutto da cacciatori e malgari. È una cosa molto bella da una parte, ma mi dispiace anche un po’, perché è una valle così bella, pianeggiante, lunga e profonda, dove ci sono queste montagne, di non grande levatura, ma con vene di marmo saccaroide nelle pareti che, quando arriva il sole, specialmente dalla seconda metà della giornata, diventano rosso fuoco.
La Corna Bianca diventa rossa, quindi tu scali o ti cali dalla parete sul rosso. È veramente bello. È popolata soprattutto da animali e, se posso dirlo con molto orgoglio, quella è la valle delle aquile: negli ultimi tre o quattro anni è diventata una zona di nidificazione.
Le coppie si sono riprodotte lì e insegnano agli aquilotti a girare. Ti passano molto vicino, a pochi metri di distanza: è impressionante.
È frequentata anche da gente che, nelle varie stagioni dell’anno, va a camminare sulle cime vicine, al di fuori di questa valle. La cima su cui abbiamo aperto la via è praticamente alla fine della valle e hai quasi due ore e mezza di camminata in questo pianoro. Gli escursionisti vanno sulle cime più importanti, proprio sul confine, come cima Laione, Cima Cornone del Blumone, Monte Frerone.
A parte i locali dei due o tre paesi vicini, è una valle poco conosciuta. È ideale per il campeggio, perché è comoda. Puoi arrivare in macchina con i permessi, ma andare in bicicletta è bellissimo.
La valle è molto bella se uno cerca il silenzio, la solitudine.



Le vie vicine si trovano sempre nel sito ATHT, ma avete altri progetti?
Stiamo già aprendo una via nuova che si chiama Minas Tirith, proprio a fianco di Zucchero e Cannella. L’abbiamo cominciata cinque giorni fa, ma abbiamo smesso perché ha nevicato e le temperature cominciano a essere veramente fredde. Pensiamo di aprire almeno sette o otto vie nella zona, perché è uno spettacolo.
Per di più è comodo stare lì a dormire, perchè il terreno lo permette alla base e c’è una malga vicina, a dieci minuti. Non è zona di frane, la roccia è molto sana.
C’è una scelta nello stile di apertura delle vie nella zona?
Le vie sono tutte aperte a spit inox, con le soste attrezzate.
Quando avete aperto Zucchero e Cannella, qual era il progetto?
Abbiamo pensato a una linea logica, facile, anche perché il concetto è far sì che le vie che apriamo vengano ripetute: non devono essere abbandonate. Le vie hanno la targhetta, le soste sono state attrezzate su tre punti per ospitare anche due cordate, le protezioni sono fix inox…
C’erano delle vie già esistenti nella zona?
No, tutto nuovo: esplorazione. Non sapevamo cosa andavamo a toccare, che roccia avremmo trovato, non ne avevamo la minima idea. Abbiamo visto questa piramide bianca e mai avremmo pensato che fosse marmo saccaroide. Sembra quasi la gettata di un verniciatore, di un muratore con la calce. Ha un’aderenza mostruosa.
Come mai l’avete chiamata Zucchero e Cannella?
Il tipo di roccia alterna placche di straordinaria compattezza butterate da solidissimi estrusioni di quarzo grigio-azzurro o di
grossularia marrone (la cannella) a zone dove la roccia è friabile (lo zucchero).

Sei molto legato al luogo, te ne sei innamorato. Si sente da come ne parli. Come vedi il futuro? Ancora tranquillo, isolato, selvaggio? Le vie a spit attraggono molte persone: hai paura che il turismo montano di adesso possa rovinare un po’ il romanticismo del posto?
No, assolutamente. Sembra curioso, ma quella valle, secondo me, è come un angolo di paradiso. È una valle di passaggio e ti assicuro che il 99% delle persone che passano nella valle accanto, super frequentata estate e inverno, non la conosce neanche. È una valle sconosciuta, proprio per malgari e cacciatori.
Mi piacerebbe molto che vie così diverse e caratteristiche non venissero abbandonate.
Mi immagino le persone che vanno a ripetere una via così, che aprono la bocca e dicono “caspita, ma che posto!”. Scalare su una parete che diventa rossa col sole, magari affrontarla a certe ore della giornata, col tramonto d’estate… A me è capitata la fortuna di vedere le aquile al tramonto, di scendere a orari comodi e poter dormire lì a pochi metri: questo permette di abbandonarsi alla montagna.
Da provare, insomma.
Paolo Amadio non ha mai visto una roccia così in tutti i suoi quarant’anni di esperienza nell’Adamello.
È unica, si può dire?
Certo.




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