Pelmo d’Oro 2015, alpinista e scalatore sportivo, un ragazzo dello zoo di Erto: la sua esperienza sulla roccia è conosciuta e riconosciuta da tutti. Maurizio ‘Icio’ Dall’Omo è stato un bocia ed è cresciuto, nella vita e a livello arrampicatorio, raggiungendo grandi soddisfazioni, in alpinismo e in falesia. Dal Cadore Maurizio ha risposto ad alcune mie domande e anche lui ha aperto le porte alla riflessione, oltre che ad altre domande. Ma forse queste è giusto che non abbiano una risposta. La vita, come l’arrampicata, è una continua ricerca.

Partiamo dall’alpinismo, una delle fasi della tua carriera arrampicatoria. Chi te l’ha fatto amare?
Tu pensa: eravamo in discoteca e un amico con cui andavo a ballare mi ha proposto “domani vieni a scalare?”, e lì è nato tutto. Ero il più fifone della compagnia. Da piccolo il mio incubo era il vuoto. Poi in questo vuoto pian piano mi sono inoltrato: ho compreso le paure irrazionali e quelle razionali, ho vinto quella razionale e mi sono appassionato alla montagna e alla scalata. Tutto qua, è la sintesi.
La tua prima via qual è stata?
Abitavamo a Pieve di Cadore quindi le prime vie sono state in Falzarego, Col dei Bos, Tofane, Tre Cime di Lavaredo… tutte le vie classiche.
C’è una specie di percorso che fai in montagna e noi abbiamo iniziato con quelle un po’ più abbordabili. Si comincia da secondo, assicurando le persone più anziane di te, e poi pian piano si va da primi.
Com’era vissuto ai tuoi tempi l’alpinismo rispetto a oggi, qual era l’approccio?
In certe cose non è cambiato niente, soltanto il materiale.
Lo spirito penso sia sempre quello, ma le difficoltà erano un po’ diverse.
Io ho iniziato ad arrampicare con gli scarponi e poi sono arrivato alle scarpette.
Falesia e montagna erano sempre due parallele che correvano insieme, perché la falesia è nata ai nostri tempi per allenarsi e andare in montagna, poi è diventata fine a sé stessa.
Sono cambiati un po’ i nomi e i gradi, ma le cose si facevano allora come si fanno adesso.

Quando hai salito le prime vie, su cosa ti basavi per prepararti?
Io ho avuto la fortuna di aver trovato le persone giuste al momento giusto.
C’è un arrampicatore molto noto da noi qui in Cadore, si chiama Piero Valmassoi, ed è stato lui che mi ha fatto fare il salto di qualità.
Con Manolo era già stato in Verdon e aveva salito un sacco di vie, dove c’erano gli spit. È anche grazie a lui che ho scoperto gli spit, il nuovo mondo dell’arrampicata.
Così ho abbandonato gli scarponi e ho messo le scarpette.

Voglio chiederti un’altra cosa legata all’alpinismo: il tuo rapporto con il rischio e con la morte.
Qui è un dramma. Si può cadere anche nella retorica, però… è difficile da spiegare: me lo sono chiesto anch’io.
Se ami la montagna, è come un’attrazione fatale: attratto da questa vinci un po’ le paure, gli indugi. Sentirmi così libero non l’ho mai provato in nessun altro luogo. La libertà, quella tra cielo e terra.
Quindi è anche la libertà che ti spinge a rischiare davvero tanto.
Sai quello che può succedere.
Io sono appassionato di scienza antroposofica (l’antroposofia è una dottrina filosofica e spirituale fondata all’inizio del XX secolo dal pensatore austriaco Rudolf Steiner, definita dai suoi sostenitori come ‘scienza dello spirito’, ndr) e grazie a questo do sempre un senso a tutto.
L’alpinismo e l’arrampicata sono come un viaggio introspettivo: vinci le tue tenebre e scopri la libertà.
E poi c’è questa sensazione che è stupenda, penso una delle sensazioni più belle: la chiamiamo infinito presente. Ad esempio quando stai aprendo una via e sei talmente concentrato che non esiste più spazio-tempo, ti fidi completamente di te stesso, del tuo intuito.
Ci sono dei momenti che sono talmente belli che poi diventi dipendente da questi, hai capito?
Certo. Ma una curiosità: la morte è percepita semplicemente come danno collaterale, oppure è il fatto di rischiare così tanto a darti questo senso di libertà?
Non è tanto il rischio… Ti faccio un paragone un po’ stupido: hai presente la bottiglia di vino?
Sì.
Se il vino è buono, non ti interessa il grado alcolico. So che è un po’ semplificata come spiegazione.
Ci sta. Sei stato chiarissimo.
E poi sai che esiste la fatalità: ognuno ha il suo karma.
Una cosa che ho imparato dai vecchi, che forse i giovani con la tecnologia di oggi hanno un po’ perso, è la percezione del pericolo.
Si diceva che la percezione precede la ragione: è come un dono. Noi guardavamo la natura, sentivamo anche l’atmosfera che c’era nell’aria, e lì nasceva la percezione.
Dicevamo “oh, calmi ragazzi, perché quella montagna mangia!”. Ma non è che la montagna ti mangi: senti nell’aria che c’è qualcosa che non va. E molto spesso quando non ascolti la percezione, il tuo istinto, ti fai male. Quando lo ascolti, ti va bene.
Abbiamo perso quella percezione che avevano i vecchi alpinisti, anche se non tutti, per fortuna.
Io credo che ogni cosa accada perché deve accadere.
Ma c’è altro…
Quando ami veramente qualcosa, sei disposto a dare tutto te stesso: una cosa che nella vita è difficile da fare.
Spesso questo è un rischio, perché sai che puoi ‘bruciarti’ parecchio.
Vedi, allora amare vuol dire mostrarsi vulnerabile, essere senza difese. E questo succede nei rapporti, ma anche in montagna.
È facile a dirsi, però non è così scontato.
Se posso chiedertelo, durante la tua esperienza arrampicatoria hai perso degli amici?
Sì, amici in montagna ne ho persi tanti.
Come hai gestito questi avvenimenti?
Sai, una fatalità non puoi prevederla. Ad esempio esci di casa, attraversi il marciapiede e una macchina ti investe. Non puoi prevedere tutto.
E inoltre tu sai che la montagna è un ambiente con le sue regole. Lì non hai le difese e la sicurezza che hai nella vita di tutti i giorni.
La montagna è un territorio dove sei vulnerabile, come qualsiasi essere vivente in quel contesto: valanghe, temporali, fulmini, una scarica di sassi. E più la frequenti, più sei soggetto al rischio.
Sono quelle le fatalità che entrano in gioco. Non è che uno ha voluto rischiare al massimo ed è caduto. Gli incidenti che sono successi finora, sono avvenuti per queste fatalità, almeno la maggior parte.
Ne sei consapevole, però quando accade, è sempre comunque un duro colpo.
Eh, per forza. Però, nonostante questo, la voglia di vivere quella libertà c’è.
E poi quando ami qualcuno, accetti anche i suoi difetti, no?
Certo. Ma è la montagna che ha i difetti o siamo noi che li abbiamo?
Noi siamo parassiti per la natura.
Però se tu hai un atteggiamento umano, se hai un animo pulito, la montagna ti rispecchia.
Grazie Maurizio per queste parole. Passiamo a un altro argomento: com’è stato il tuo primo incontro con gli spit?
Eh, gli spit… Io sono stato tra i primi a piantarli su da noi.
Quando si andava in montagna anni fa, si preferivano fessure, diedri, tratti di roccia che era possibile proteggere con i chiodi. Le placche erano un problema, i muri verticali dove non entrano i chiodi.
Lo spit ha aperto un orizzonte. Ma è come il vino: se ne bevi troppo, ti ubriachi. Ciò che importa è che l’utilizzo degli spit rientri in un’etica.
Devi pensare che noi siamo cresciuti nell’arrampicata, anche a livello tecnico, con persone che arrampicavano in artificiale.
Aver trovato le vie in artificiale ha permesso a noi di salire in libera e ci ha aperto un orizzonte nuovo. Probabilmente se non ci fosse stato l’artificiale, saremmo rimasti 50 anni indietro.
Ogni disciplina ha una sua evoluzione: è l’eccesso che rovina tutto. Se le cose sono fatte bene, con un po’ di etica, è meglio.
C’è stata subito intesa tra te e Manolo?
Manolo a quei tempi era veramente un fenomeno, ma era anche un tipo particolare.
Ti sei mai ritrovato a discutere, non solo con Manolo, anche con altri tuoi colleghi, magari proprio sullo spit, sulle protezioni, ad esempio?
Ti rispondo con un esempio: adesso c’è un ritorno del trad, però abbiamo per anni utilizzato spit e siamo cresciuti grazie agli spit, giusto?
Sì.
Ritornare al trad e denigrare lo spit è come aver usufruito di una carta vincente e poi nasconderla. La maggior parte di noi li ha utilizzati per allenarsi ed evolversi.
Certo è che tornare al trad in una società come quella di oggi, dove ci sono tanti atleti e molti arrampicatori a cui importa il grado, il numero, con il trad li manderesti a morire!
Chi ha il coraggio di affrontare una via come negli anni ’80, dove si metteva una protezione ogni 5-10 metri o più?

Da dove nasceva il coraggio di quelle persone?
Intanto devi rapportare il coraggio con il vissuto di allora: quel metodo era normale a quei tempi. Come è stato normale che i primi spit venissero piantati lontani: il primo era alto perché le protezioni venivano poste dove capitava, dove potevi metterle. Non c’era una regola di metri: potevi salire anche un tiro di 20 metri senza mettere protezioni.
In montagna la vivi così, accetti quello che c’è. E i primi tiri in falesia erano nati per allenarsi per la montagna: accettavi quel contesto naturale.
Non è che fossimo più coraggiosi, c’era quello e basta.
E pensa a quelli che andavano con la corda di canapa e avevano quattro chiodi. Tutte le vie classiche non erano mai zeppe di chiodi.
Diciamo che ci si adattava, insomma.
Ti adatti all’epoca. Magari fra 50 anni quello che stiamo dicendo adesso sono solo stupidaggini.
Icio Dall’Omo, diciottenne, arrivava dal Cadore in autostop, con le tasche vuote ma pieno di passione; scalava spesso scalzo, aprendo vie come Pip Crash e Mani di Clown; andava ben oltre il 6c, ma al tempo nessuno lo sapeva…
Io giungevo da Belluno in motorino, studente liceale con scarsi mezzi. Con chiodi e martello non avevo certo la dimestichezza di Mauro e Icio: li ho aiutati a piantare i primi spit “a mano”, ma con l’arrivo del primo trapano acquistato da Corona ho preferito lasciarli fare, mentre l’attrezzatura dall’alto si andava affermando.
Sandro Neri per Up-climbing
Per quanto riguarda l’apertura delle falesie: hai dei principi, una tua filosofia?
Ai miei tempi le falesie le abbiamo chiodate per noi, per allenarci, mica per farci andare tutti. Se sali le vie degli anni ’80, che non vengono quasi neanche più ripetute, hanno gli spit lontani.
A mio parere lo spit non deve essere né troppo vicino né troppo lontano.
Se è troppo vicino, diventa come una palestra indoor e inquinante. Io la chiamo ‘neopsicospitcompulsiva’.
Quindi una volta gli spit erano lontani perché ci si allenava per la montagna…
Era il modus operandi di allora. Non si conoscevano altre realtà, altrimenti si saliva in artificiale.
Qual è il tuo rapporto con la sicurezza? Cosa ne pensi dell’apertura delle falesie di oggi e della necessità di mettere tutto in sicurezza?
Le falesie non sono una palestra indoor.
Quando affronti l’arrampicata, è a tuo rischio e pericolo: non devi omologare tutto perché devono scalare tutti!
Se uno apre con i chiodi e gli spit lontani, ti adegui, altrimenti te ne stai a casa o scegli un’altra via. Non ci deve essere nessuna regola. Altrimenti l’avventura dove va a finire?
E come sarà in futuro?
Sono un po’ deluso. Ci sono dei ragazzi in gamba, che portano avanti l’evoluzione. Ma c’è anche una massa con questa ‘neopsicospitcompulsiva’ che va in montagna senza informarsi. Passano sopra alle vecchie vie e ci spittano sopra.
Io ogni anno perdo una o due vie perché la gente le sormonta con gli spit, le incrocia, fa casini…
Con l’aumento della frequentazione della montagna, ci vorrebbe più rispetto per ciò che già esiste!
Nella video-intervista con Paolo Munari, Paolo diceva che oggi, rispetto a prima, pare si sia un po’ persa la ricerca della qualità delle linee in favore della ricerca del grado. Cos’è cambiato dall’epoca dei ragazzi dello Zoo di Erto a oggi?
Quando tu spitti una via, le dai una logica: deve essere bella e per essere bella la difficoltà è obbligata. Non è che puoi chiodare dove un metro più in là è più facile. La via deve avere la difficoltà obbligata, senza scappatoie.
Quest’estate ho vissuto un po’ di giorni con Adam Ondra e poi sono arrivati altri scalatori tra cui anche la Rogora, e vedendo il loro entusiasmo ho detto “caspita, siamo tornati ai vecchi tempi!”. C’era un’atmosfera bellissima.

Come mai secondo te? Cos’ha Erto di speciale?
Non è Erto, è la gente che la frequenta che dà il valore aggiunto! Lo spirito che avevamo noi come con Gerhard, un clima di allegria dove tutti tifavano per tutti. Invece la massa spesso porta le note stonate della società: l’invidia, il vantarsi, il padroneggiare… quando in questa vita ‘oggi sei bravo e domani non sei più nessuno’.

Tornando all’alpinismo: cos’è l’avventura per te?
Io amo scalare, la montagna è la mia passione. Non so quanto lei mi abbia stregato. Sei quasi più vittima che protagonista.
Avevamo una frase che ci dicevamo sempre prima di partire: “andiamo, vediamo dove passiamo, tanto andiamo e semmai torniamo”.
Oppure una frase per dire che non dovevamo dimostrare niente a nessuno: “veccio, vado ma mi cago addosso!”. È un modo per dire: ho paura, ma vado comunque.
Qual è la tua filosofia nell’apertura delle vie?
Ho le mie regole: se ad esempio vado in artificiale, dichiaro che l’ho fatto. Se apro a spit dal basso in uno stato di grazia con protezioni lontane, sono felice di ciò che ho fatto. Comunque cerco sempre di sfruttare la natura più che posso.
Ora però non ho più voglia di aprire vie a spit dal basso: sono claudicante per un incidente e mi accontento di farmi anche qualche via a chiodi, dadi e friend: mi basta giocare e divertirmi.
L’onestà intellettuale esiste in alpinismo?
Dipende dal carattere della persona.
Se uno si diverte a pompare le cose, lo farà per tutta la vita.
Da noi a Auronzo dicono che “se un musso si veste da cavallo da corsa, resta un musso”.
Ho guardato la puntata su Rosa Spinosa di DoloMitiche, una tua via. Mi è piaciuta la frase in cui dici che l’accettazione del volo è stata una rivoluzione. Me la spieghi?
Quando scalavo su alte difficoltà, specialmente a Erto, vivevo la psicosi della paura della caduta. Inconsciamente la paura ti rende contratto, riduci la respirazione, sei teso e non sei libero, è come avere i paraocchi. Quando l’ho capito, mi sono buttato, ho fatto due o tre voli e vinta la paura mi sono sentito libero e sciolto.
Il gioco diventa bellissimo perché così ti lasci andare.
Piero mi diceva sempre “proteggiti quando vedi che puoi farlo, altrimenti guarda avanti e vai”, con già il concetto che potevi volare per superare il limite. Altrimenti come fai a crescere se scali sempre con il freno a mano tirato? Se ti poni sempre limiti, non vai avanti.
L’80% delle nostre vie le abbiamo salite a vista. E se facevamo un passo in artificiale o ci appendevamo, lo dichiaravamo.
Però in montagna sei da solo, quindi conta la sincerità.
Hai il compagno che ti vede! E poi se uno va in libera e non ci sono chiodi, vieni sgamato subito se voli, anche se non sei visibile al tuo compagno di cordata.
Torniamo a Erto. Perché il nome “i ragazzi dello Zoo di Erto”?
È più semplice di quanto sembri.
Primi anni ’80: scalavamo d’inverno a petto nudo al sole facendo qualche volo. Si è fermata un’auto, è sceso uno e ha gridato “voi siete matti, siete come i ragazzi dello Zoo di Berlino! Siete i ragazzi dello Zoo di Erto!”. E da lì è nato tutto.

Chi ricordi di quei tempi con affetto, ammirazione?
Ce ne sono molti. Gerhard Hörhager, Luca Zardini ‘Canon’, Hans Kammerlander, Heinz Mariacher, Scott Franklin, Mario Roversi, Robertino Bassi, Rolando Larcher, Wolfgang Güllich, Stefan Glowacz, Yūji Hirayama, Adam Ondra… E poi Mario Roversi, uno scalatore che mi ha colpito moltissimo.
Ma forse il periodo più bello è stato con Gerhard. Lui portava un’allegria contagiosa. Non importava quanto fossi forte: una pacca sulla spalla, una birra e si rendeva il doppio, così.
Tutti mi hanno dato uno spunto per crescere.

Sogni di gloria chi l’ha chiodata?
L’ha chiodata Mauro Corona e l’ha liberata Gerhard. È stato uno dei tiri più duri aperti in Italia. Io lì ci ho rimesso un ginocchio.
[Per conoscere tutta la storia di questo tiro, attendi la prossima intervista!]
Quanto contava l’amicizia?
L’amicizia è importantissima. In un ambiente dove lo spazio in cima è piccolo e tutti vogliono un pezzo, con l’amicizia superi tutto. E se sono tornato a casa da certe scalate è stato grazie all’amicizia, alla sinergia e al rispetto reciproco.
Sai, quando trovi qualcosa e qualcuno che ti dà serenità, che ti fa stare bene, con cui condividi i momenti, tu rendi il doppio.
Per me le persone con cui mi sono legato resteranno sempre importanti.
Ci sono altri valori che hanno caratterizzato un po’ il vostro periodo, magari anche il modo in cui arrampicavate?
C’è una cosa che ho notato: tutti la pensavamo in modo diverso. C’era chi come me si avvicinava al ‘mistico’, altri erano più realisti, pratici… ognuno la pensava a modo suo, però in quel contesto eravamo tutti legati, indipendentemente da pensieri politici, filosofici o religiosi. Lì si scalava e basta.

Avete creato uno stile di arrampicata?
Non lo so se abbiamo creato uno stile, ma sicuramente se l’abbiamo fatto è stato questo: stare tutto il giorno in falesia.
Ecco, quello era lo stile (ride, ndr).
Al di fuori delle gare, l’arrampicata sportiva ha delle regole secondo te?
A mio parere sono le solite: on sight, flash, rotpunkt… Magari non scavare appigli su vie già aperte, anche questo è importante.
Ci sono delle regole non scritte, ma ci sono.
Cosa ne pensi delle prese scavate?
Siamo stati tra i primi a usarle per sfruttare la roccia, ma sempre con moderazione. Se si rompe una presa o c’è un tratto liscio di 40 metri, o incolli o sistemi. L’importante è non scavare tutto. Se lo si fa, lo si fa con moderazione e con una logica.
Magari si rompe un appiglietto e lo si ripristina: anche quello è bricolage! Esistono moltissime vie dove ci sono resinati o scavati.
Rinvii già posti sulla via o salire con i rinvii all’imbrago?
Noi a Erto quando salivamo dovevamo portarci i rinvii all’imbrago, posizionarli e poi quando scendevamo, toglievamo tutto.
Ma su un tiro di 8c di 50 metri, come fai a posizionare 25 rinvii mentre lo sali?
Ormai con quello che si fa oggi non si può tornare indietro, altrimenti togliamo anche le scarpette allora. È arrampicata sportiva: le gare come le fai oggi? Con i rinvii su, giusto?
Sì.
Il 90% dei tiri sono stati spittati pensandoli con i rinvii su: se oggi chiodi uno strapiombo, lo fai considerando che ci sono già i rinvii. Una volta spittavamo considerando il fatto di poter posizionare il rinvio che avevamo all’imbrago.

Quindi lo spittaggio va considerato sulla base dell’età delle falesie?
Secondo me è tempo perso fare la morale su queste cose.
Non so chi vorrebbe tornare indietro, oggi.
Con chi hai iniziato a chiodare a Erto?
Da solo, con i primi spit a mano e il tassellatore.
Con la mentalità da alpinista vedevo sempre dove era più logico salire. Non cercavo troppo le difficoltà. Poi con l’esperienza si cresce e ho capito che è inutile portare la mentalità alpinistica delle vie dal basso in falesia. E sono passato alla chiodatura dall’alto, perché in falesia ci metti meno tempo e posizioni meglio il materiale.
Renato Casarotto ha portato nella falesia di Lumignano e non solo questa modalità dall’alto che ha imparato in Gran Bretagna.
Sai, negli anni ’80 ho scalato anche con Renato Casarotto: abbiamo aperto vie sull’Antelao, sulle Marmarole e su altre montagne.
Com’era Renato?
Io ero un bocia.
Ci siamo conosciuti per merito di un amico. Lui mi pare fosse appena tornato dalla spedizione con Messner e Gogna, segnata dalle polemiche. Ricordo che un giorno mi ha preso da parte e mi ha detto che gli ho fatto ritornare la voglia di scalare.
Abbiamo salito insieme i primi VII qui nel bellunese, sempre in libera.
Lui era tornato dagli Stati Uniti con i friend, che io non avevo mai visto, e gli skyhook. Con questi abbiamo salito una via, ma quando ci siamo resi conto che con lo skyhook potevi, non barare, ma comunque spingerti oltre, ci siamo detti “no, questi qua non li usiamo”.
Andavamo a salire le vie classiche in libera per valutare i gradi, io andavo a ripetere le sue linee e lui le mie. E in questi esperimenti era compreso il volo: con Renato qualcuno ne ho fatto.
Appartenevamo a generazioni diverse, però: lui scalava spesso in modo tradizionale, io invece cercavo la libera a tutti i costi.
Maurizio, ultime domande! Cos’è per te arrampicare? Così, di getto.
Adesso che sono claudicante… diciamo che è una donna che amo ancora, anche se l’amante è diventato vecchio (ride, ndr).
L’alpinismo secondo te è una cosa seria?
A 66 anni la vivo come una cosa intima. È un confronto tra me e la montagna: lei è uno specchio immobile che ti fa vedere chi sei, nel bene e nel male, ti mostra quanto sei disposto a fare quando ami qualcosa o qualcuno, e ti fa capire se sei vittima delle tue paure.
Io in montagna ho vinto i miei incubi: da piccolo avevo paura del vuoto e così è stato per molti anni, quindi ho sempre pensato che non fosse il mio destino la scalata.
E poi, invece…
Quando smetterai, se mai succederà, cosa ti mancherà di più?
Sto già cercando di smettere per via del piede infortunato.
Però l’altro giorno sono andato ad Arrampicarnia e abbiamo acceso musica anni ’80, da bravo topo da discoteca che ero una volta, e ci siamo messi a ballare come matti. È arrivato Rolando dicendomi “tu non me la racconti giusta con questo piede!”.
Il dolore al piede però davvero non mi dà tregua. Da un mese continuavo a dire che non avrei più arrampicato, poi Sandro Neri mi ha portato in una grotta con diversi tiri in strapiombo, la falesia Braulins, e mi sono ripreso (ride, ndr). Sandro è la dimostrazione in carne e ossa della resilienza, è un guerriero.
Io non ho più quell’attrazione fatale che avevo prima. Mi sento appagato come amante.
Mi mancherà il gesto dello scalare. Nella lingua italiana non esistono i termini esatti per definire certi piaceri così profondi. Capisci?
Tu hai il moroso?
No.
Ma ce l’avrai avuto. E se qualcuno ti chiedesse perché l’hai lasciato, magari lo sai dire a parole, ma alla domanda ‘perché l’hai amato’, è difficile rispondere!
Non lo puoi spiegare. Come l’amore per la montagna e per l’arrampicata.
Grazie Icio, è stato un vero piacere.
Pagherai una birra al Pino solitario per questa intervista se vieni su!
[Ringrazio Paolo Munari per il contatto]



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