Nel Grande diedro della Tognazza, il mio primo chiodo

La via del Gran diedro è stata aperta nel 1962 da Dell’Antonio e Marcon (altri scrivono 1974: chi ha la data precisa, può scriverla nei commenti e la/o ringrazierò moltissimo!), ed è il primo itinerario chiodato qui.

Già da lontano lo scorgi in quella parete che ci ha ospitato la scorsa settimana per salire la bella via Jolly Roger.

Da sotto, però, la scenografia è un quadro metafisico: De Chirico al mio posto in questo momento sarebbe invidioso di questa artista che è la natura, la migliore di tutti i tempi, quella che ha ispirato i grandi creativi e continua a farlo, imitabile da tutti per restare inimitabile all’infinito.

Arrivati all’attacco ci sistemiamo l’attrezzatura addosso. Nel frattempo mi sento osservata: sì, l’alta lastra in porfido, piatta e liscia come una tavola, solcata da fessure che formano quelle che saranno le nostre prese e i nostri appigli.

Che dire? Partiamo! Inizia Federico.

Scegliamo di scalare in alternata: i primi tre tiri sono poco protetti ma con gradi non difficili.

Il quarto è l’inizio del mio percorso sul diedro: non so se l’angolo è di 90°, ma la sua perfezione mi impressiona. Per qualche metro sembra andare tutto per il verso giusto: mani e piedi nella fessura e in contrapposizione sull’altra parete sembrano seguire le direttive della mia mente, ma poi si stancano, non abituate a questo tipo di arrampicata e al porfido. La difficoltà è crescente e arrivo alla sosta aiutandomi con qualche rinvio.

La sosta è scomodissima: mi appendo, appoggio il fianco sinistro alla parete, sistemo la corda sopra la coscia e… il mio compagno di cordata arriva brontolando “ma come ti metti in sosta?”.

Come me la sono sentita. Che ci vuoi fare, pian piano imparerò.

Il quinto tiro, sulla placca, arriva fino al 7b. Per fortuna lo tira Fede. Penso. E mi perdo tra i miei conti. Poco dopo devia a sinistra e si ferma alla sosta intermedia. Tra i miei conti penso ‘ma il tiro non è di 40 metri?’. Di nuovo mi perdo nella mia concentrazione sull’arrampicata e quando arrivo in sosta e Federico mi passa il materiale, mi dico ‘bene, ora c’è il tiro di settimo e poi c’è quello duro che per fortuna tira Fede’. Sì, hai letto bene, quel ‘per fortuna’ è una ripetizione. Ho perso i conti. Ma convinta del mio tiro di settimo, parto.

È un’agonia, ma riesco a salire aiutandomi con i rinvii e il cliff, che sto imparando a usare come si deve (a mali estremi…). Ma a un certo punto: il nulla. Troppo dura la fessura, dove ciuffi d’erba dipingono con il loro verde la parete soleggiata, troppo… no, niente. Troppo dura, stop. E lo spit? Pure quello: troppo, alto!

Che fare? Calarmi? Non senza averle provate tutte. Il mio compagno di cordata da sotto mi urla “ricorda che hai anche i chiodi!”. Provo con una staffa, ma niente. Prendo un chiodo dall’imbrago, recupero il martello dietro e ci provo. Vedo una fessura di qualche millimetro che corre parallela a quella più larga. Anche da lì esce qualche filo d’erba dunque, senza fare i conti, ragiono: se c’è un minimo di terra, non è poi così impenetrabile, il mio chiodo ci passa. Appesa, pianto all’altezza del mio caschetto il chiodo e martello fino a che pare tenere.

“Ancora!”, sento urlare da sotto. Con tutta la rabbia repressa della settimana, batto fintanto che sono sicura possa tenermi. Ci aggancio un rinvio per sollevarmi, piede sul cordino che mi fa da staffa e… o va o volo. Finalmente arrivo allo spit successivo.

Il mio primo chiodo ha tenuto, il volo è rimandato.

Ma non è finita. Questa azione l’ho ripetuta per tre volte lungo il tiro e mi sono detta ‘sono peggiorata tantissimo: tutto questo casino in un tiro di settimo’.
Quando Fede arriva in sosta, come sempre tanto serio che pare arrabbiato, tutto tace. Penso ‘ora c’è il tiro con i passi di 7a e 7b: anche se tira lui, con settimi così io non ce la faccio nemmeno da seconda’.

“Dai, ultimi due tiri e siamo fuori!”.
“Ma come?!”.
“Sì, sei sopravvissuta al tiro chiave, brava!”.

Eccoli i conti sbagliati. Ho fatto un bel casino. Per fortuna solo con pensieri ingarbugliati. La sosta intermedia mi ha fregato!

Fatico a chiudere la bocca dalla sorpresa. Ho lottato, non ho ceduto (sia chiaro, quelli forti ora stanno ridendo, ma per me anche questa è un’impresa), stiamo per uscire da una delle più scenografiche linee che abbia mai salito.

Nel penultimo tiro il traverso è un percorso tra i massi esposti sopra la mia testa e il liscio vuoto sotto i miei piedi. Parecchi metri mi separano da terra eppure la paura dell’altezza nemmeno mi sfiora. Devo salire, non scendere.

L’ultimo tiro di V+ me lo salgo tranquillamente da seconda, portando con me il dolore alle dita dei piedi e la soddisfazione di aver scalato un gran bel diedro!

All’uscita il panorama è il solito: una favola. Ma il sorriso è ancora più marcato sui nostri volti. È stata una sfida con noi stessi, una promessa mantenuta di portarmi a salire questa via, una salita sofferta, ma che resterà nella storia della mia vita.


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5 responses to “Nel Grande diedro della Tognazza, il mio primo chiodo”

  1. A breve ci saranno anche un articolo che ti riguarda! 😉

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  2. Però non è granito eh… Si parla di porfido/riolite!

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