Il rumore dei passi è frenetico: lui è in testa lungo il tragitto e gli alberi sembrano indietreggiare durante il suo cammino. Avanza svelto e il tintinnio dei moschettoni è attutito da cordoni e cordini mentre le foglie e i rami secchi sotto i suoi piedi scrosciano, si rompono, volano rimbalzati dall’aria spostata mentre lui, deciso, segna il percorso di avvicinamento.
D’un tratto il tragitto devia a sinistra: esce dal sentiero e giù, si dirige verso un canalone lungo un’estrema disceso, fino a raggiungere un primo appianarsi del terreno, la parte sommitale di una parete da percorrere in calata negli abissi di Riofreddo.
Le soste sono potenziate da un pezzo del suo cordone che con il coltellino, compagno di viaggio da sempre, taglia inesorabilmente lasciando così una parte di sé in quello che già è l’inizio della via.
Sicuro di sé procede imperterrito verso la fine della terza calata, alla ricerca dell’attacco di una via che nel nome racchiude un presagio: Invasioni beriche.

Lui è Tranquillo Balasso, attore della mia interpretazione dell’avvicinamento alla via Invasioni beriche, aperta da Diego Dellai e Marco Toldo nel luglio del 2018. È probabile che il nome della via nasca da un precedente itinerario aperto nel 2007 dal vicentino Diego Campi, Break point (la seconda parte della via Invasioni Beriche è in comune con questa).

Gente da Vicenza che arriva nella Val d’Astico ad aprire vie? Un’”invasione” che ormai possiamo dare per certa, soprattutto con Tranquillo, che in questa splendida valle ha aperto parecchio vie.
Ma torniamo a noi: oggi sono qui con Tranquillo Balasso, appunto, e Federico Stefani, il capocordata un po’ burbero, ma che in fatto di montagna possiamo dire che qualcosa ne sa. E quindi sorvoliamo sulle sopracciglia inarcate e portiamoci a casa un’altra bella via dei ragazzi dei Quattro Gatti, instancabili esploratori anche nelle Piccole Dolomiti.

I primi tre tiri sono i più avvincenti, con roccia ottima, uno strapiombo iniziale per cominciare con il risveglio dei sensi, placche d’equilibrio instabile sul secondo tiro con passo chiave per passare un piccolo tetto, e una bellissima fessura interrotta da un tetto da schivare a destra, senza sconti.

La seconda parte della via è in comune con Break Point di Diego Campi.

In sosta con Tranquillo si parla di piante, storia dell’alpinismo, aneddoti, nomi delle montagne che si ammirano dalla parete, la musica dei chiodi che se piantati su roccia buona compongono una melodia.

Quanto c’è da imparare. Quanto c’è da crescere. E quanto c’è dentro le persone, che puoi conoscere soltanto quando sei tu stesso a volerlo.
Non è solo la montagna: gran parte di ciò che puoi capire è nel rapporto che si instaura tra chi sale e chi resta, e viceversa. Sì, hai tra le mani la vita di chi sta all’altro capo della corda, ma non è solo questo. Insomma, se guardi le cime e le vallate che ti stanno di fronte, pensi davvero che, al di là, non ce ne siano altre solo perché non riesci a vederle?

L’espressione degli occhi, un sorriso, la complicità, la sfida, il dare coraggio, il motivare, il tendere una mano per aiutare o anche solo per appoggiarla sulla spalla… questo legame che unisce non ha un nome, non lo trovi nel vocabolario, ma lo puoi solo capire se ci sei dentro.
L’esperienza si costruisce: una parte si tramanda, tutto il resto dipende da noi.
Marsupio ai fianchi, corda in spalla, una sistemata veloce ai capelli argento e si ritorna, a passo svelto accompagnati dal solito tintinnio dei moschettoni attutito dai soli cordini, perché il cordone a pezzi è stato lasciato alle soste delle calate, lì, a testimoniare un altro passaggio berico.
Prendiamola dunque con filosofia, ma secondo me le invasioni non sono ancora finite.


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