Qualche minuto dopo Arco, arrivando da Rovereto, ci sono pareti straordinarie che non avevo mai visto. C’è un altro mondo, dove la roccia si erge verticale, somigliante a quella delle zone più selvagge delle Dolomiti, ma siamo a pochi metri di quota.
Passiamo Pietramurata, il monte Casale con le sue splendide vie, arriviamo a Sarche e subito dopo aver parcheggiato l’auto in una stradina davanti a un rudere, torniamo sulla statale a piedi, imbocchiamo una stradina che ci porta al fiume e lo attraversiamo, in bilico su un ponte composto da cavi in acciaio. Troppo alto per me il cavo in alto: passo un cordino, lo lego al moschettone e mi trascino un piede dopo l’altro passando alla riva opposta. Qui ci incamminiamo qualche metro fino alla parete.

Il posto mi ricorda un canyon americano, selvaggio e ventoso. Il silenzio è interrotto dalle auto e dalle moto che sfrecciano sui tornanti della strada lì vicino, altrimenti il posto sarebbe stato un vero sogno. Mi immagino un tempo come fosse il silenzio percepito dagli scalatori. Sopra di me la maestosa parete del Limarò rivela il diedro che siamo venuti qui per salire e sfidare: il Diedro Maestri.
La via è stata aperta da Baldessari e Maestri nel 1957 e solo leggendo la relazione me ne sono innamorata. L’ho proposta e mi è stato fatto un regalo: una risposta affermativa!
Ogni lunghezza (tranne la seconda) è in diedro, ma ogni tiro ha una sua personalità, il suo stile e la sua difficoltà. L’arrampicata è atletica, ci vuole spesso più forza che equilibrio, e in alcuni punti molta testa.

Alcune relazioni scrivono semplicemente ‘passo in A0’, altre gradano i passaggi di VII, più o meno. Certo è che nemmeno il V e il VI grado sono mai banali qui. I passi chiave sono ben protetti (ma il VI grado è sempre obbligatorio), altri tratti sono da proteggere: è pur sempre un itinerario R3/III.
[Qui trovi lo schizzo della via, invece qui riporto l’ottima relazione dei sassbaloss]


Anche su questa salita ho ritrovato quell’atmosfera surreale che ho provato sulla Soldà alla Torre di Babele, sullo Spigolo Giallo di Comici, sul Diedro Martini e in altre vie: l’avventura della scalata, la necessità di sfidare sé stessi e la natura, l’inguaribile voglia di dimostrare che nulla è impossibile.
Partire lungo questo itinerario è solo un assaggio di quello che poi sarà. Ne ero consapevole, ma qualcosa qui sento che andrà oltre le mie aspettative.
Ad esempio lungo il diedro obliquo sulla quarta lunghezza, che prosegue anche nella quinta, interrotto da una scomoda sosta, ma resa sicura da due spit.
Devi aspettarti sì un diedro, ma composto a sinistra da una parete verticale di roccia somigliante a tanti parallelepipedi di diverse dimensioni incastrati l’uno con l’altro, insieme ad altre pietre di diverse forme che danno alla superficie un aspetto frastagliato.

Questa parete sovrasta quella opposta (formando il diedro), che sale quasi appoggiata completamente liscia, se non con qualche piccolo incavo per farci stare la punta della scarpetta. Lo ammetto senza alcun problema: da prima, anche se la lunghezza è protetta bene nel passo più duro, la paura di cadere lungo quella parete liscia e porosa mi fa desistere nel passare in libera.


Nell’ottavo tiro, anche questo stupendo, salgo lungo il diedro aiutandomi con la fessura che a poco a poco si allarga. Questa volta la parete liscia e porosa, sempre alla mia destra, mi guarda in faccia verticale e accoglie il mio piede destro in spalmo. Accetto la sfida, fino a un punto in cui devo superare un camino strapiombante. Non riesco a posizionarmi nel modo giusto, quindi preferisco azzerare. Ma mica facile neanche questo, eh!
Il nono tiro parte sotto il camino a imbuto, da dove si esce sulla destra. La placconata liscia non aiuta e muoversi in bilico per uscire non è assolutamente semplice.

Nel decimo tiro la relazione dice di evitare gli ultimi metri del diedro lungo l’ampia fessura senza chiodi e difficile (se non impossibile) da proteggere, e obliquare a destra sulla rampa terrosa fino alla sosta.
Io, dimenticandomi di questo particolare e osservando la bella linea lungo il diedro, proseguo il tiro lungo la fessura. Vero, non è proteggibile, ma evitarla per sostituirla con il tratto su terra ed erba, sarebbe proprio un peccato!
Il dodicesimo tiro lo affronto spavaldamente. ‘È più facile di grado’, mi dico, ma su 35 metri c’è solo un chiodo e qualche pianta la trovo solo nei metri finali. Nel mezzo del tiro è richiesta un’arrampicata davvero atletica lungo la fessura e un rest lo devo fare, non tanto per il fisco, ma per la testa.
L’ambiente appare quasi dolomitico, anche se arriviamo a soli 600 metri di altezza. La roccia su alcuni tratti non è delle migliori, in altri è perfetta. L’arrampicata richiede forza, determinazione e una buona dose di carica, mentale e fisica. Gli apritori sono stati autori eccelsi, che hanno saputo esaltare questa linea già praticamente perfetta. Che dire, se non ‘grazie’.
Ma chi è Cesare Maestri? Riporto qui alcuni brani tratti dall’intervista a Cesare Maestri di Stefano Ardito (grazie a Sabrina Rigon per avermela inviata!).

“Maestri è stato uno straordinario alpinista. Ha aperto decine di vie nuove, ha salito e disceso le vie più difficili da solo, ha affrontato polemiche e bufere, ha condotto sulle crode centinaia di clienti.
Testimoniano della sua classe le solitarie della Solleder al Civetta, della Detassis alla Brenta Alta, della Soldà alla Marmolada, della Comici al Salame. Simbolo del suo temperamento è la discesa solitaria lungo la via delle Guide al Crozzon, compiuta nel 1956 dopo che una commissione del Cai gli aveva negato il titolo di istruttore nazionale honoris causa, richiedendogli di seguire l’iter normale. Cesare sceglie per l’impresa il momento in cui istruttori e allievi sono riuniti al Brentei. […]
Oggi le sue solitarie sembrano straordinariamente moderne, mentre le vie a chiodi a pressione paiono dei relitti della Preistoria. Ma lei passava dalle une alle altre…
«Per me non c’era contraddizione. Io vedevo una roccia e pensavo ad andar su, non mi ponevo il problema dei mezzi. Se si faceva in libera bene, se bisognava forare, amen. Mi considero un capostipite dell’artificiale, me ne vanto, non vedo contraddizione con le mie arrampicate in libera». […]
Cosa vorrebbe fare se fosse un giovane alpinista di oggi?
«In questo momento nell’alpinismo non c’è più spazio per imprese, ma solo per exploit. Se fossi giovane probabilmente farei lo skyrunner».”

E poi non posso fare a meno di citare il testo riportato dai Sassbaloss proprio su questo diedro, tratto dal libro di Maestri “Arrampicare è il mio mestiere”.
“Il Dain. Questa parete, perché montagna non si può chiamare, si alza sopra il lago di Toblino. Sul versante est di questo contrafforte, Bruno Detassis aprì nel 1933 un difficile itinerario di sesto grado (la via Canna d’Organo n.d.r.). La parete sud del Dain guarda i tornanti del Limarò e nasce dal greto del torrente Sarca alzandosi per 400 metri. Quattrocento metri di strapiombi, di tetti, di zone d’erba. Una parete da molti giudicata impossibile. La conosco già, in parte, attraverso due miei precedenti tentativi. Il primo, andato a monte per le cattive condizioni atmosferiche, con il sestogradista Settimo Bonvecchio, il secondo con il fiorentino Paolo Melucci, istruttore nazionale del CAI. Anche la seconda volta il tentativo è rimasto tale. Due sono state le cause del ritorno: tre denti strappati per un volo di otto metri e la perdita del sacco contenente viveri e materiale. Anche senza l’incidente dello zaino, non avremmo potuto continuare per il dolore che mi torturava e m’impediva di masticare; per tenermi un po’ in forza ero costretto a trangugiare qualche boccone già masticato da Paolo.
Le pareti del Dain terminano nel bosco; questo porta a un pianoro sul quale si trova il piccolo paese di Ranzo.
Io per primo capisco che questa salita non ha nessuna importanza alpinistica e che si riduce a una esibizione puramente acrobatica. La cosa però non m’interessa. È una parete giudicata impossibile e non mi piace rinunciare alla base dei giudizi che vogliono essere verità assolute. Al mondo la parola impossibile non esiste e voglio dimostrarlo cominciando dal Dain.”


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