Banale scrivere di aver compiuto l’Incompiuta, vero? Bene, allora proverò a dire la mia senza frasi fatte.
Un giorno Enrico mi ha chiesto se mi sarebbe piaciuto salire la Via Incompiuta sul Colodri e io gli ho detto entusiasta “certo!”.
Partiamo da qualche mese fa. Anche per me questa classica della Valle del Sarca era un progetto, ma per il suo stile alpinistico e il grado obbligatorio ci ho sempre pensato due volte prima di programmarla. Nulla di pionieristico: il grado obbligatorio è VI+ ed è ben proteggibile nonostante i chiodi in via siano davvero pochi, ma chi me ne ha parlato ha sottolineato un’affermazione, “guarda che non è banale”.
Può fermarmi una frase così?! Ehm, sì: è necessario avere un compagno di cordata di cui fidarsi, avere almeno un po’ di esperienza con le protezioni veloci e testa per provare a tirare qualche tiro.

Ebbene, quando Enrico me l’ha proposta, ho visto nei suoi occhi quell’incredibile voglia di realizzare un sogno e poi, puntiglioso e bravo com’è, si è conquistato la mia fiducia. Poco in forma, a digiuno di vie da un po’, ma con una fame di avventura cresciuta in questi ultimi mesi, ho detto di sì.
Il mio primo dilemma è stato: perché Incompiuta? Ho provato a chiederlo via mail a… sì, proprio a lui! E questa è la sua risposta.
Cara Martina, complimenti per la ripetizione. La via è molto soddisfacente con tutte le fessure. Il nome é stato scelto per il motivo dei tanti tentativi. Nel centro, dove la via incrocia la via Katia, Giuliano Stenghel ha giá fatto questo diedro nero, ma dopo è stata lasciata questa variante. La linea sopra nel diedro é stata incompiuta. Anche sotto, nel terzo tiro, c’era un tentativo non completo.
Buone arrampicate anche per il futuro,
Heinz Grill
In prevalenza su diedri e fessure, l’arrampicata è atletica, spesso di forza e di equilibrio. La linea è davvero logica, anche se gli incroci con altre vie (ovunque, non solo qui) non mi entusiasmano, ma siamo sinceri: ormai trovare uno spazio libero in qualche bella parete è come vincere alla lotteria, concordi?
La roccia è splendida. Spesso gli appoggi per i piedi sono tanto piccoli da farti pregare di non volare proprio in quel punto, con sotto un friend che sì, l’ho posizionato bene, ma andiamo, è pur sempre veloce come protezione!
Qualche tratto capita sia bagnato (come oggi), ma è protetto o almeno proteggibile. Altri passi sono obbligati e non banali.
Mauro Loss, nella guida Arco Pareti – Volume 1 di Diego Filippi, scrive: “è una via di deciso stampo alpinistico: bella, interessante e intrigante. Fessure, diedri e alla fine placche caratterizzano questa via mai banale, da non sottovalutare, dove è indispensabile sapersi proteggere con stopper e friend. Una via completa, di sicuro ingaggio che garantisce soddisfazione e appagamento.”















Come dicevo prima, ho letto diverse relazioni presenti nel web e provo a dare una mia opinione.
Chi ha un grado inferiore al 6a certamente faticherebbe a salire, anche da secondo di cordata (il grado obbligatorio è VI+), ma l’esperienza alpinistica la maggior parte delle volte fa miracoli, quindi…
I friend sono molto utili: anche se raddoppiare un’intera serie forse è un po’ eccessivo, sicuramente una coppia di 0,5, 0,75 e 1 non è peso superfluo.
Il martello è sempre consigliabile in una via alpinistica, anche se qui non l’abbiamo usato.
I gradi corretti li ritrovo nella relazione dei Sassbaloss. Quella di OrmeVerticale, pur essendo un gran bel sito di riferimento per le vie che ho salito, mi sembra un po’ troppo azzardata a ribasso.
Le soste sono tutte ottime, attrezzate con anelli di cordata.
Oggi noi siamo usciti in cinque ore (soprattutto perché ho quasi raddoppiato il tempo nel primo tiro a causa delle mani ghiacciate), ma si sa, i tempi sono molto soggettivi e dipendono da diversi parametri.
Insomma: ora che sono qui seduta a mettermi le scarpe, con le corde ancora legate all’imbrago ma a cinque minuti dalla croce sulla cima del Colodri, posso dire che… hei, non riesco a smettere di sorridere!

Ma osservando il mio compagno di cordata smarrito nei suoi pensieri, percepisco un’atmosfera particolare su questa roccia pallida e davanti al panorama di Arco con il suo castello.

C’è qualcosa di incomprensibile che teniamo nascosto dentro di noi, qualcosa che non vogliamo ammettere o di cui conosciamo l’esistenza ma non il motivo. Quando concludi una via, spesso ti trovi nella situazione in cui si innescano strani meccanismi, quelli della riflessione e dell’introspezione: d’improvviso ti guardi dentro come non fai di solito e invece di goderti la soddisfazione della via e il sorriso che hai sulla faccia, pensi ai dubbi che ti pongono di fronte l’esistenza e l’esperienza.
Alcuni momenti della via, in cui ho avuto qualche secondo di tempo per pensare ‘ok, adesso volo e mi faccio male’ oppure quando ero concentrata su come superare dei passaggi, sono stati catartici, perché hanno interrotto i miei pensieri, la mia routine mentale. Ma poi, finita la via, si torna nella realtà, o quantomeno in ciò che la nostra immaginazione ci proietta davanti sul mondo. È difficile ammettere di aver sbagliato, a percepire o a scegliere; è difficile farsi spazio nel presente, quando si ha un passato e un futuro ingombrante; ma è anche affascinante la consapevolezza di avere ancora molte opportunità nella vita.
Dunque è meglio che mi programmi un altro itinerario?
P.S.
Lo ammetto, ho faticato a tirare quando è stato il mio turno, ma la soddisfazione quando siamo usciti dalla via è stata per entrambi appagante.
Innanzitutto complimenti a Enrico che l’ha liberata. A me do una pacca sulla spalla per non essere volata ed essermi anch’io portata a casa la via.


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