I miei progetti in montagna potrei ben convertirli in sogni nel cassetto. Mi lascio trasportare da racconti e scritti, da una una storia dell’alpinismo che mi affascina a tal punto da voler tornare indietro nel tempo. Ma vivo nel 2024 e quindi non mi resta che, fin dove arrivano le mie capacità, ripercorrere alcune delle vie dei grandi alpinisti di quei racconti. Qualche itinerario l’ho salito (come il meraviglioso Spigolo Comici aperto da uno dei miei eroi), molti altri vorrei provarci. Oggi ho l’opportunità di salire una via aperta da un altro personaggio, grande alpinista veneto, tra i protagonisti degli anni ’80, ma poco conosciuto perché di scritti ne ha lasciati ben pochi, anzi, probabilmente nessuno (sono stati gli altri a scrivere di lui): sto parlando di Lorenzo Massarotto.
“Dolomiti: dopo le eccezionali ripetizioni solitarie del romano Pierluigi Bini, che chiudono gli anni Settanta e aprono una nuova prospettiva, il veneto Massarotto si colloca come il più singolare interprete del nuovo decennio: schivo, misterioso, refrattario a ogni spettacolarizzazione e a ogni compromesso, si attiene a un’etica rigorosamente tradizionale ed è l’erede simbolico di Enzo Cozzolino. La sua attività non è assolutamente quantificabile in poche parole, anche perché tetragona a ogni divulgazione. Tra le righe, in un alone di leggenda, emergono imprese fuori dal tempo, come la prima solitaria invernale del diedro Philipp-Flamm alla Punta Tissi portata a termine in tre giorni e mezzo nel dicembre 1988.”
Da La storia dell’alpinismo, di Gian Piero Motti.

E me ne sono accorta. Una via di Massarotto volevo assolutamente salirla, ma ho scelto una delle più facili con gradi fino al V+ su 6 tiri lungo 235 metri. In questa linea, aperta da Lorenzo Massarotto e Leopoldo Roman il 3 luglio 1983, in origine c’erano solo tre chiodi, oggi forse ce ne sono due in più. Alcune clessidre offrono la possibilità di inserire dei cordini, altri 3 o quattro sono già presenti.
Sbagli, torti, senz’altro ne avrà fatti, ma rimane il capo indiscusso dei “cani sciolti” che hanno dato tanto all’alpinismo ricevendo in cambio pressoché un tubo.
Luca Visentini
“L’arrampicata è sempre in placca, mai estrema ma mai banale per via delle pochissime protezioni presenti e la difficoltà di potersi proteggere a dovere per lunghi tratti. Probabilmente, tra gli itinerari del Dente sotto il VI grado, è quello meno ripetuto.” Dal sito Sassbaloss.

Insomma, azzerare di certo non si può, ma il grado ci permette di salire facilmente.
Non so cosa sia che mi spinga in montagna da solo. Né perché mi vengano certe idee, che fino a quando non sono realizzate mi fanno sentire come uno a cui manca qualcosa. Mi fanno sentire incompleto. Ma mi mancherà sempre qualcosa. Non so se magari sia quel sottile piacere, o quella distensione psichica, quell’adagiarsi rilassato e rilassante della mente sui ricordi dei momenti di tensione, di paura, d’incertezza, ad avere creato in me uno stato di dipendenza. Forse è proprio un inesauribile bisogno di avventura, di avventura totale. Ed era da tempo che la volevo, che la cercavo.
L. Massarotto
Certo è meglio non pensare che se mi scivolasse un piede o si staccasse un appiglio potrei volare anche 20-25 metri, ma questa è un’altra storia. Anzi, è la storia più bella: la soddisfazione di uscire da una via, seppur facile, in questo stile alpinistico, per me è di molto superiore che provare una via sportiva ben più difficile. Ma tutto è soggettivo, ovviamente.
“[…] il fortissimo Lorenzo Massarotto di Villa di Conte (Padova), il più degno e fecondo continuatore della severa tradizione classica, firma ben quattro vie nuove soltanto sulla Nord dell’Agner: nel 1987, con Giovanni Rebeschini, l’immensa parete gli riserva difficoltà fino al settimo grado su uno sviluppo di quasi 1700 metri. Per Massarotto è implicita la negazione del chiodo a espansione, ma la sua etica va oltre: «per il mio alpinismo uso metodi pionieristici, cioè mi rifaccio al sistema secondo il quale uomini come Rebitsch, Vinatzer, Soldà, Carlesso e Cassin affrontavano le grandi pareti. Loro non avevano dadi, friend e ricetrasmittenti. E quando io dico che in una mia via ho usato soltanto quattro chiodi, non intendo dire che ho usato quattro chiodi, dieci dadi e tre stopper.

Intendo dire che ho usato quattro chiodi e basta» (La Rivista del CAI, 1985). Questi, secondo l’alpinista veneto, sono gli unici presupposti per l’evoluzione e ancora una volta puristi e «artificialisti» dissentono sul concetto di progresso in alpinismo.”
Da La storia dell’alpinismo, di Gian Piero Motti.
Siamo sulle Pale di San Martino: arrivati al parcheggio di Malga Canali prendiamo il sentiero su falso piano che ci conduce al Rifugio Treviso in mezzo al bosco. Sbucano le vette delle montagne tra gli alberi e a circa metà strada già si fa notare bene la parete che dobbiamo raggiungere: il Dente del Rifugio, parte ovest.




Arrivati al Treviso dopo una quarantina di minuti di camminata, appoggiamo lo zaino, prendiamo fiato e subito ripartiamo lungo il sentiero che conduce alla forcella delle mughe, appena fuori dal bosco svoltiamo a sinistra lungo una traccia che ci porta in pochi metri all’attacco della via Massarotto. Il sentiero dal Treviso è in salita, ma per fortuna è breve e dopo circa una ventina di minuti (forse di più, colpa mia, lo ammetto!) arriviamo all’attacco della fessura Franceschini, in comune con la nostra.

È ben visibile questa bella fessura e la via dev’essere molto divertente, ma il nostro obiettivo è un altro. Quindi partiamo.
I primi due tiri sul terzo grado li saliamo facilmente senza protezioni.
Superato lo zoccolo arriva il divertimento: parte Paolo sul tiro di V, V+. 40 metri con qualche clessidra con cordone: la placca non è difficile, ma andare fuori strada può capitare, perché la parete presenta diverse opportunità, e trovarsi vari metri scoperti non è mai una bella sensazione. Arrivato alla sosta, lo vedo al lavoro per alcuni minuti. Con una voce un po’ strana mi dice di partire. Arrivo alla sosta e lo vedo rannicchiato su una stretta cengetta (Paolo è oltre 1 metro e 80), appeso a un cordino legato a uno piccolo sperone, a un friend incastrato per miracolo nell’unico posto disponibile e a due chiodi che… be’, meglio non scivolare.







Devo partire io sul tiro di V e IV+. Nulla di difficile, ma il peso psicologico di non dover cadere con il rischio trascinare con me il mio compagno di cordata, aggiunge qualche grado al superamento a destra dello strapiombino. Il falso rinvio lo attacco a un friend a destra della sosta e parto. Gli appigli ci sono, ma il leggero strapiombo complica le cose. Provo diverse posizioni e infine trattenendo il respiro supero il passaggio. Sai una cosa? Avessi potuto, lì avrei azzerato, perché la paura di cadere era ai massimi livelli di sopportazione.
La placca di 45 metri con un chiodo e un cordino l’ho superata aggiungendo due protezioni veloci e arrivo alla sosta in comune con la via CAI di Cittadella, che si incrocia con il nostro itinerario (non voglio polemizzare, ma se avessero lasciato quel tratto di parete libero per la via Massarotto, sarebbe stato molto meglio).
Il quinto tiro continua lungo la bella placca lavorata fino al terrazzino dove si sosta.

Parto per il facile tiro finale e attrezzo la sosta sugli spuntoni in cima al Dente: che meraviglia questa volta essere sì sopra una cima, ma anche essere circondati dalle maestose montagne, come la Pala del Rifugio che ho di fronte: la sensazione di essere minuscola, qui, è ancora più evidente.
Scendiamo lungo lo stretto sentierino a strapiombo (qui confesso che mi è sembrato peggio di una via sprotetta) fino a raggiungere il monolite, il Gendarme, che grazie a non so quale legge della fisica è lì, sopra un piedistallo, a fare la guardia.


Aggiriamo il monolite e attrezziamo le calate: tre di venti metri, fino al sentiero che ci conduce dove attacca la via e poi giù verso il rifugio Treviso.


E così un altro sogno è uscito dal cassetto ed è diventato realtà: salire la via di un grande alpinista che di imprese ne ha compiute, ma con il suo particolare e silenzioso modo di affrontare le salite.
Perché anche questo ci insegna la montagna: avere a che fare solo con noi stessi, le nostre fragilità e le grandi capacità che ognuno ha e magari non sa di avere. Comprendere il silenzio, praticarlo e condividerlo con l’assoluto.
Ho sempre rinunciato a salire quando non ero perfettamente in forma. Soprattutto quando si trattava di prime salite. Per sopperire alle mancanze a volte di allenamento, a volte psicologiche, avrei dovuto stravolgere la parete con una chiodatura eccessiva.
Preferisco aspettare il momento in cui raggiungo il feeling necessario e la salita diventa una cosa naturale, un vero viaggio sulla parete e nell’anima.
L. Massarotto


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