Arrampicata libera e arrampicata artificiale: le due facce di un’evoluzione

Sto leggendo La storia dell’alpinismo di Gian Piero Motti (scrittore e alpinista torinese, accademico del CAI) e voglio condividere con te alcune sue parole e riflessioni relative a uno dei più importanti e dibattuti temi: l’evoluzione dell’arrampicata e i concetti di libera e artificiale.

Gian Piero Motti

Sono arrivata al paragrafo dedicato a Paul Preuss, uno tra i più famosi alpinisti con 1200 ascensioni tra cui 300 in solitaria e 150 prime salite assolute. Ma la fama dello scalatore austriaco è data soprattutto dal suo credo, dal suo pensiero, dal suo essere un purista e un convinto sostenitore dell’arrampicata libera.

Non voglio qui giudicare, e tantomeno potrei farlo io, ma semplicemente farti leggere alcuni passi tratti da questo meraviglioso libro.

Torniamo a Preuss. Motti scrive

“Preuss fu sempre contrario a ogni intervento artificiale durante l’arrampicata, corda compresa: infatti egli si legava con un nodo particolare, che si sarebbe disciolto in caso di caduta. Quando arrampicava in cordata, usava la corda solo per assicurare i compagni di cordata e non per la sua sicurezza.”

Paul Preuss

Difensore dell’arrampicata libera, Paul Preuss formulò addirittura sei principi fondamentali, che sempre rispettò nella sua carriera alpinistica.

  1. “Non bisogna essere soltanto all’altezza delle difficoltà che si affrontano, ma bisogna essere nettamente superiori a esse.
  2. La misura delle difficoltà che uno scalatore può con sicurezza affrontare in discesa senza l’uso della corda e con animo tranquillo deve rappresentare il limite massimo delle difficoltà che egli può affrontare in salita.
  3. L’impiego dei mezzi artificiali è giustificato soltanto in caso di pericolo.
  4. Il chiodo da roccia è una riserva per casi di necessità, ma non deve essere il fondamento di una particolare tecnica.
  5. La corda può essere una facilitazione, ma non il mezzo indispensabile per effettuare una salita.
  6. Su tutto deve dominare il principio della sicurezza, ma non l’assicurazione forzatamente ottenuta con mezzi artificiali in condizioni di evidente pericolo, bensì quell’assicurazione preventiva che per ogni alpinista si basa sul giusto apprezzamento delle proprie forze.”

Sia mai imporre qualsivoglia a un alpinista: sarebbe come rinnegare il suo essere e il suo stile di vita, fondato sulla piena libertà, fisica e di spirito. 

Ecco perché chi utilizza per la salita mezzi artificiali non è assolutamente da giudicare: il modo di fare alpinismo si è evoluto, pochi o tanti nelle vie alpinistiche i chiodi sono presenti e la maggior parte delle soste attrezzate. Sono rare ormai le vie che non presentano protezioni e pochi sono gli alpinisti che come Preuss seguono la corrente di pensiero sopra accennata. Al momento…

Già nel primo dopoguerra si è visto come l’utilizzo di mezzi di protezione, prima primitivi e poi sempre più sofisticati (come attrezzature e abbigliamento), è servito a superare limiti che l’uomo non avrebbe mai potuto superare (si intende, nelle condizioni che caratterizzano ogni periodo) senza i chiodi, ad esempio.

Che l’arrampicata artificiale provochi sensazioni inequivocabilmente affascinanti, è noto a tutti. Motti però sottolinea una particolare differenza e cioè quella tra salire una via che lui definisce come una “scala di chiodi piantati da altri” e una via nuova, verso l’ignoto “quando il capocordata deve fare un vero e proprio studio delle fessure da seguire, dove la scelta di ogni chiodo comporta esperienza, astuzia, ingegno e intelligenza, dove esistono tutte quelle incognite di passaggio e impossibilità di ritirata che sono presenti anche nell’arrampicata libera”.
Ma anche qui Motti sottolinea un’eccezione, quella del chiodo a pressione, che permette di passare ovunque, togliendo quel fascino dell’ignoto sopra accennato.

La ripetizione di una via riserva comunque il fattore atletico, senza dimenticare l’orgoglio di salire un itinerario il cui autore è stato un alpinista di grande valore, ricordandone il lavoro, l’arte, il coraggio o qualunque cosa sia.

L’evoluzione dell’alpinismo non è solo nell’attrezzatura e nelle tante opportunità che negli anni si sono create: evoluzione è anche “conquista dell’impossibile”, ma come? L’autore scrive che l’impossibile era tornare alle idee di Preuss, all’arrampicata libera, dopo un periodo di un utilizzo quasi smodato di mezzi artificiali, ma ricordiamoci che il libro di Motti è degli anni ’70.

“Negli anni in cui Motti scriveva sembrava davvero che l’evoluzione dell’alpinismo marciasse verso l’arrampicata libera pulita propugnata da Paul Preuss, ma poi, con l’avvento dell’arrampicata sportiva e la diffusione degli spit anche in montagna, i mezzi artificiali che erano usciti dalla porta sono rientrati dalla finestra”
Enrico Camanni, che ha curato l’aggiornamento al libro.

Ma torniamo agli anni di Motti, perché oggi le imprese impossibili che i nostri grandi alpinisti affrontano sono ben note, ma sono quei tempi il fulcro. Perché? Se ci pensiamo bene, quanto succede oggi, con gli straordinari mezzi e capacità degli attuali alpinisti, è il risultato di quanto è già stato fatto in precedenza. In sintesi: è possibile superare qualcosa solo quando questo è già stato fatto. Giusto?

Negli anni di Motti l’impossibile torna con le idee di Preuss perché si fa largo la storia americana, più precisamente nella California della Yosemite Valley, dove “una somma di fattori fa di una salita su una grande muraglia granitica e calcarea una sorta di viaggio nel subconscio, una specie di via per auto conoscersi, che riporta alla mente le esperienze delle discipline orientali e delle religioni esoteriche”. 

Ma parliamo di un’ambiente che incontra acquazzoni solo di rado (oltretutto benvenuti) e non di quello delle nostre Alpi, dove le condizioni meteorologiche sono ben diverse.

“Se la salita in Yosemite dura più e più giorni e rappresenta un tentativo, più o meno riuscito, di uscire dal tempo e dallo spazio, con un’azione ritmica e rallentata che assume il significato di vita in parete e di scoperta di un altro cosmo interno ed esterno a se stessi, la grande corsa alpina è perfettamente inserita nel tempo e nello spazio ed è quindi una lotta serrata contro gli elementi naturali piuttosto che un tentativo di entrata in perfetta armonia sincronica con essi.”
Motti

Ma allora l’arrampicata libera e l’arrampicata artificiale sono destinate a rimanere due protagoniste di correnti di pensiero opposte?

Be’ non sarà un breve articolo a rispondere, né tanto meno un’autrice come me. Ce lo dice oggi la realtà: l’insieme di avventure e imprese, di esperienze e tentativi, di uomini e donne che pur sapendo di rischiare la vita sono pronti a raggiungere e superare i limiti, per motivi di cui la maggior parte sono ancora sconosciuti.

Dunque è la storia, che siamo anche noi oggi, a raccontarci di un’evoluzione che non si è ancora fermata, ma che continua a darci infiniti spunti su cui riflettere, immaginare, sognare e… inserire nei nostri progetti.

In quegli anni Motti scriveva anche

“in sostanza l’uso e l’abuso dei mezzi artificiali, come ogni evento storico apparentemente inutile, è stato utile: ci ha insegnato a privarci dei mezzi artificiali per scoprire (o meglio riscoprire) la grande avventura dell’arrampicata libera pulita e ci ha insegnato pure il sistema corretto per trovare la stessa avventura con quegli stessi mezzi artificiali a cui rinunceremo o dovremmo rinunciare per la riscoperta della libera”.

E concludo. Prima con un pezzo dell’articolo di Reinhold Messner apparso nel numero di ottobre 1968 dell’allora Rivista Mensile del CAI e che raccolgo dal sito di Alessandro Gogna, gognablog. Parliamo degli anni ’60. Oggi si salgono dirette e direttissime anche senza chiodi a pressione e di imprese fenomenali a gradi elevati se ne fanno, da parte di grandi alpinisti, ma vorrei ti concentrassi sulla riflessione, sul ragionamento, sulla denuncia, sulla volontà di non perdere di vista la ‘purezza’ in favore dei traguardi da comunicare, il ‘salgo a ogni costo’ a discapito del ‘lo voglio fare perché sono in grado di farlo’ o del ‘ci riproverò’. *

[…] Il chiodo a espansione è divenuto una cosa ovvia: lo si tiene sempre a portata di mano, per l’eventualità che non si riesca a passare con i mezzi ordinari. L’arrampicatore di oggi non vuole precludersi la via della ritirata, e si porta appresso il coraggio nel sacco, in forma di ferramenta. Le pareti non vengono più vinte in arrampicata, bensì umiliate con un lavoro manuale e metodico, una lunghezza di corda dopo l’altra, e quel che non si fa oggi si farà domani. Le vie di arrampicata libera sono pericolose, perciò ci si cautela piantando chiodi. La volontà non fa più assegnamento sulla capacità, ma sugli attrezzi e sul lungo tempo disponibile. Non è più il coraggio, bensì la tecnica il fattore decisivo; l’ascensione può durare giorni e giorni, i chiodi si contano a centinaia. Il ripiegare diventa disonorevole, poiché ormai tutti sanno che con i chiodi a espansione e con la costanza si viene a capo di tutto, anche della più repulsiva ‘direttissima’.
Un tempo, la storia dell’alpinismo si scriveva sulle muraglie di roccia con la penna simbolica dell’ardimento; oggi, si scrive con i chiodi. Mutano i tempi, e con essi le concezioni e i valori. L’assicurazione strumentale ha preso il posto della sicurezza interiore, la bravura di una cordata si valuta in base al numero dei bivacchi, mentre il coraggio di chi arrampica ancora in ‘libera’ viene squalificato come manifestazione di incoscienza.
Chi ha intorbidato la pura fonte dell’alpinismo?
[…]
«Hai già fatto la direttissima? E la superdirettissima? No?». Questo è il criterio con cui si misura oggi il valore alpinistico. E allora il giovane va, si arrabatta lungo la scala di chiodi e poi chiede al prossimo venuto: «Hai già fatto la direttissima?».
Chi non sta al gioco viene deriso se osa pronunciarsi contro l’opinione corrente. La generazione del filo a piombo si è ormai affermata, e senza tanti riguardi ha ucciso l’impossibile. Chi non vi si oppone si rende complice dell’assassinio, e quando poi gli alpinisti apriranno gli occhi e si accorgeranno di quel che è venuto loro a mancare, sarà troppo tardi: l’impossibile, e con esso l’ardimento, sarà sepolto, marcito e dimenticato per sempre.
[…]
Calza gli scarponi e parti. Se hai un compagno, porta con te la corda e un paio di chiodi per i punti di sosta, ma nulla di più. Io sono già in cammino, preparato a tutto: anche a tornare indietro, nel caso che io m’incontri con l’impossibile. Non ucciderò il drago; ma se qualcuno vorrà venire con me, proseguiremo assieme verso la vetta, sulle vie che ci sarà dato di percorrere senza macchiarci d’assassinio.

È trascorso molto tempo, ma forse qualcosa di Preuss sta tornando anche oggi. Tu che ne dici?

[continua…]

Libro di Gian Piero Motti, La storia dell’alpinsimo

*Mi sembra doveroso pubblicare anche una parte del testo scritto da Riccardo Cassin sulle direttissime.

[…] Un itinerario veramente logico e bello nasce quando lo scalatore sfrutta la morfologia (struttura, articolazione) della parete, trasformandola in armonia per mezzo dell’arrampicamento. Le generazioni di ieri e di oggi sono giunte troppo tardi per potersi ancora inserire in questo genere di competizione. Pur essendo di forte tempra, non hanno più occasione di conquistare pareti rimaste completamente vergini. È un’evoluzione che si palesa in ogni campo competitivo. Nell’ambito dell’alpinismo, la nostra gioventù, se vuol emergere, deve necessariamente aprire, con tutti mezzi artificiali a sua disposizione, nuovi itinerari attraverso pareti già conquistate precedentemente, cercando la difficoltà per se stessa.

Ma forse è errato voler dare un giudizio di carattere generale sulle direttissime perché, in ultima analisi, occorre tener conto delle condizioni e dei presupposti coi quali ci si dà all’arrampicamento. È di importanza decisiva il fatto che una cordata proceda affidandosi unicamente alle proprie risorse o che invece mantenga un collegamento permanente, a mezzo di corde, col mondo esterno. In generale si intende “direttissima” un “itinerario elaborato”, le cui difficoltà risultano poi minori per coloro che lo ripetono. Ma, dalle sue origini, l’alpinismo è in costante evoluzione, almeno per ciò che riguarda i mezzi tecnici. Per questo, così come lo furono i “fabbri dilettanti” degli anni 1930/40, anche le direttissime saranno sempre oggetto di accese polemiche.
In definitiva, si aggiunge a questa considerazione: chi vuol aver voce in capitolo nel consesso alpinistico, deve acquisire questo privilegio col superamento di direttissime che richiedono prestazioni ai limiti delle umane possibilità.
Accetto pienamente e senza riserve queste imprese, senza quindi sminuirne il valore con pregiudizi, patriottismo locale o polemiche di sorta. Penso che ogni direttissima, anche se corre nelle vicinanze di un altro itinerario, debba essere validamente riconosciuta, senza alcuna obiezione inerente i mezzi impiegati. Ciò che è determinante è l’ambizione, la volontà all’auto-affermazione e al graduale perfezionamento interno, tutte qualità essenziali dell’alpinista.
È un non-senso voler criticare le direttissime soltanto perché sono state aperte grazie all’impiego di mezzi artificiali. I mezzi artificiali si sono ormai affermati ausili indispensabili. E da ultimo, nei loro giudizi, i critici non dovrebbero basare I loro giudizio sulla sola esperienza pratica. Dovrebbero altresì manifestare comprensione e tolleranza nei confronti della gioventù — e questo è spesso cosa veramente difficile.


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3 responses to “Arrampicata libera e arrampicata artificiale: le due facce di un’evoluzione”

  1. […] vi chiedesse un libro per capire meglio cos’è l’alpinismo?Sicuramente uno dei classici è La storia dell’alpinismo di Gian Piero Motti, un libro che racconta, seppur con molti dettagli, il riassunto di una lunga […]

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  2. […] tu come Preuss o Royal Robbins*, tanto per fare due esempi, ti sei scritto delle regole oppure non ne hai?Bisogna […]

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  3. […] punto di vista intellettuale sicuramente Gian Piero Motti, Giancarlo Grassi e Alessandro Gogna erano le mie figure di riferimento, perché hanno scritto […]

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