Via Dibona al Falzarego: una classica forse un po’ troppo alla moda

È tra le righe che trovo ispirazione per le vie che salgo e vorrei salire? 

Anche e soprattutto, direi. Tra le righe della storia dell’alpinismo: in quegli spazi bianchi, formati dai binari di parole che scorrono sulle pagine, crescono i miei pensieri e le mie ambizioni, talvolta troppo alte, e allora torno alle mie vette più basse, ma non meno entusiasmanti e affascinanti.

Qualche giorno fa il mio sguardo si è soffermato su un nome: Angelo Dibona, guida cortinese (1879-1956). Le mie parole sarebbero superflue, quindi riporto quelle di Motti

“colui che veramente seppe alzare ancor di più i livelli fino a portarli alla soglia del limite della libera arrampicata senza mezzi artificiali, Angelo Dibona, unanimemente riconosciuto come uno dei più grandi alpinisti che siano mai esistiti, il primo che seppe dar dimostrazione di completezza assoluta, realizzando imprese di prim’ordine sia sulle Dolomiti che nelle Alpi Occidentali. Dibona era un vero e proprio fuoriclasse, un artista dell’arrampicata su roccia. Un giorno gli fu chiesto quanti chiodi aveva adoperato ed egli rispose: «Oh, pressapoco quindici!». L’interlocutore gli chiese allora se quei pochi chiodi fossero stati usati durante una sola ascensione, ma Dibona candidamente rispose: «Oh, no, in tutto!».
Dunque Dibona è sinonimo di arrampicata libera.”

E chissà cosa direbbe se fosse qui oggi a salire le sue vie…

Già, perché ieri siamo stati alla Torre Grande di Falzarego per scalare una classica della zona, la via Dibona. Ma a parte le cinque cordate in fila (ne avevamo due davanti, però il rallentamento non ha comunque vanificato la bellezza della salita), si notano immediatamente gli anelli cementati (anche nel tratto chiave per un eventuale azzero) e gli spit alle soste.

Certo le due realtà si collegano: in una via così tanto ripetuta in una delle zone più belle e frequentate delle Dolomiti è meglio che le soste siano rinforzate, dato che spesso ci si può trovare in tanti.

Anche se l’intervento dell’artificialità è evidente e un po’ triste, se pensiamo alla storicità di questa via e allo stile di Dibona, è impossibile non riflettere sull’enorme potenziale di questo alpinista, che ha salito una via che arriva a superare il V grado in arrampicata libera: certo, semplice per noi oggi, ma parliamo degli anni trenta. 

Nelle sue tantissime salite, Angelo Dibona superò anche tratti di quinto superiore senza ausilio di mezzi artificiali, dunque le sue indiscutibili capacità devono essere ricordate come parte di una grande storia.

Scrive ancora Motti

“dobbiamo mettere a fuoco l’importanza di Dibona e ciò che egli seppe esprimere nella storia dell’alpinismo: purezza di stile nella realizzazione, completezza su ogni terreno alpino, coraggio di affrontare pareti al tempo giudicate insuperabili.”

Salire questa via, aperta da Angelo Dibona, Ignazio Dibona e De Stefani il 3 settembre 1934, nonostante un po’ di confusione e l’aggiunta di mezzi artificiali (si può aprire un lungo dibattito, ma non è questa l’occasione), è stato divertente e la mia soddisfazione è stata alle stelle, soprattutto nella seconda parte della via, dove l’arrampicata è continua e alcuni tratti non sono per miente banali. 

Finalmente ho salito una via di Dibona, ho messo le mie mani sulla roccia che decenni fa ha toccato anche lui, nel mio immaginario quaderno degli appunti un’altra classica è stata spuntata e un altro storico alpinista conosciuto più da vicino.

Certo, una domanda mi è apparsa nella mente: la moda della scalata sulle vie classiche è puro fascino per la storicità o è semplice ‘andare sul facile’?

Ma è inutile parlare di statistiche, giusto? Meglio soffermarsi sulla bellezza.

E la prestazione? Dimenticata. Ha lasciato uno spazio a ciò che per me ha molto più significato: come tutto è cominciato.


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One response to “Via Dibona al Falzarego: una classica forse un po’ troppo alla moda”

  1. […] via attacca qualche metro dopo la via Dibona, che abbiamo già salito e che ho trovato molto interessante, anche per la qualità della […]

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