Proviamo a scavare nel profondo della mente umana, fino a raggiungere quelle sensazioni che a volte, in modo conscio o inconscio, proviamo quando siamo soli e ci ritroviamo a pensare. Voglio leggerti una parte dell’articolo “Riflessioni” di Gian Piero Motti, uscito nella rivista mensile del CAI nel giugno 1971.
“‘«E tu, Gian Piero, cosa fai? Non frequenti più Lettere?». «No, – rispondevo – non mi dava nulla; vado in montagna e scrivo, cerco di arrangiarmi nell’ambito della montagna».
«Ah, ho capito, – aggiungeva con un sorriso sarcastico – la montagna…».
Pezzo di cretino, cosa ne sai tu della montagna, cosa ne sai tu della mia vita, delle mie idee? Certo, tu ti senti a posto, ti senti sicuro, hai raggiunto una posizione, hai il futuro spianato; ma sei proprio sicuro di essere felice, hai tu provato una sola delle sensazioni che io ho provato?
No, non avevo sbagliato tutto, in montagna realizzavo me stesso. Altrimenti mi sarei sentito alienato, spersonalizzato. Ma fino a quando avrei potuto vivere così? La luce della candela si faceva sempre più fioca, gli amici ascoltavano in silenzio. Lo sapevo, un giorno sarei stato solo davanti a questa grande incognita che è la vita, e non sarebbero serviti a nulla tutti i miei sogni, i miei ideali.
[…]
Mi venne allora in mente Livanos.
Certo un giorno dovrà finire la fase dell’azione intensa, un giorno forse non si avrà più nemmeno la forza per salire a un rifugio e le montagne dovremo guardarle dal basso. Ma ci salverà il loro ricordo. Forse però, aggiungeva Livanos, è facile parlare così, quando ancora attendono pareti fredde e lontane che faranno dono del loro silenzio, della loro luce e del loro cielo.”
L’Alpinismo allora è una passione o una malattia?
Spesso me lo sono chiesto e tuttora lo faccio. Quando pratichi un’attività, qualunque essa sia, che ti si infila nella mente e nelle viscere e non ti lascia andare, ti inebria con la sua aria pura e con il suo irresistibile fascino, arrivi al punto, prima o poi, che te lo chiedi. È una passione o sta diventando una malattia, un’ossessione?
“[…] Sì, anch’io avrei dovuto dedicare tutto me stesso all’alpinismo tralasciando gli altri interessi.
Dimenticare l’amore per il bello, per la musica e la poesia, l’amore per l’arte in senso lato, l’affermazione di se stessi nella vita di ogni giorno, le amicizie profonde estranee all’ambiente alpinistico, con cui condurre discussioni interminabili su tutto e su tutti.
L’importante è allenarsi, sempre e di continuo, non perdere una giornata, avere il culto del proprio fisico e della propria forma, soffrire se non si riesce a mantenere questo splendido stato di cose. E se sopraggiunge una malattia o anche solo un malessere leggero, allora è la crisi, la nevrosi. Perché ciò che conta è arrampicare sempre al limite delle possibilità, ciò che vale è la difficoltà pura, il tecnicismo, la ricerca esasperata del ‘sempre più difficile’.
Trascinato da questo delirio, non ti accorgi che i tuoi occhi non vedono più, che non percepisci più il mutare delle stagioni, che non senti più le cose come un tempo. Sei null’altro che un professionista; per te l’alpinismo è un lavoro. E così non ti accorgi che a uno a uno stai perdendo tutti gli amici, quelli che ti conoscono bene a fondo, che a volte hanno cercato di farti capire che stai sbagliando, e forse anche tu lo hai capito e lo sai bene, ma consciamente o inconsciamente ti rifiuti di accettare il peso di una realtà faticosa.”
da I falliti, di Gian Piero Motti, rivista mensile del CAI settembre 1972
Ricordo che l’articolo da cui è tratto questo brano me lo consigliò Marco Toldo durante una conversazione sull’arrampicata paragonata, come spesso si fa, a una droga.
Potremmo scrivere un trattato sulle tante risposte alla domanda ‘perché arrampichiamo?’, ma dopo un po’ di tempo che si pratica questa attività(spesso è dopo qualche anno), iniziamo tutti, chi più chi meno, a ragionare sui fattori che ci spingono a volerne sempre di più, a non riuscire a farne a meno, a stare male se non riusciamo a toccare la roccia in un pomeriggio soleggiato con la temperatura giusta per provare un tiro.
Tema banale e assai frequentato dalle menti di questi strani individui che sono gli arrampicatori. Ma una sensazione mi è nata nelle mani e nella mente quando ho riletto questo articolo a distanza di circa tre anni: non siamo unici. Non siamo unici a provare determinate emozioni, a sentirci in condizioni che pensiamo siano eccezionali, solo nostre.
Ma soprattutto oggi sento queste parole come una terapia più forte per alleviare quello stato d’animo che comprende l’ossessione, l’astinenza, la gelosia, l’affanno, talvolta anche l’invidia, l’arroganza, la presunzione…
Nessuno è immune e non mi interessa di essere tacciata come saccente. Chiunque, al proprio livello, abbia provato l’arrampicata, soprattutto l’alpinismo, e se ne sia innamorato è vittima di un vortice che non si esaurisce da sé, se non siamo noi a voler uscirne.
“[…] Ed eccoli allora portare a giustificazione del loro fallimento l’incomprensione altrui, la banalità e il qualunquismo della gente, la superiorità di chi pratica l’alpinismo, la diversa sensibilità di chi ama la montagna. In realtà vi sono uomini sensibilissimi amanti della natura anche al di fuori del territorio alpinistico, vi sono uomini che cercano e trovano altrove l’avventura e che sanno comprendere; ma, purtroppo, nell’alpinismo troppi sono i falliti e troppi i condizionati.
Non sempre, per fortuna, è così. Sovente ho incontrato ragazzi sereni ed equilibrati; ma molto più sovente l’uomo alpinista mi ha profondamente deluso per la sua ristretta visione delle cose, per la sua voluta ignoranza e per il disprezzo dei comuni mortali.
Chi invece la pensa diversamente chi ha il complesso da prima donna e a tutti i costi si arrabatta per essere il primo, chi vive per la grande impresa e la difficoltà, forse farà per un po’ grandi cose, ma poi giungerà alla triste conclusione di chi, a trent’anni, svuotato ed esaurito, ha dovuto dire addio.”
Da I falliti
Forse il titolo non è corretto: l’alpinismo è passione, ma anche malattia. Come chi è convinto che dallo psicologo vadano solo i matti, anche in questo caso siamo certi che tutto sia normale, che il nostro arrovellarci sui temi che riguardano la montagna, i gradi, le linee, l’artificialità o la libera sia frutto di un comportamento sano ed equilibrato, che naturalmente evolve in chi pratica questa attività. Viviamo per la montagna, ma forse ci scordiamo di un’altra vita, la nostra.
Non voglio dire che l’arrampicata e l’alpinismo non facciano parte della nostra esistenza, una parte integrante e importante, ma penso che a volte ci dimentichiamo che, appunto, è solo una parte.
Non siamo senza palle, non ci manca il coraggio, non siamo arrendevoli, limitati o apatici: se a volte scostiamo lo sguardo dalla parete, ammettiamo i nostri limiti, rinunciamo a imprese, questo significa avere semplicemente la forza di vivere l’altra parte di noi, senza competizione o un inutile orgoglio.
“Rivedo tanti volti, tanti nomi, per i quali oggi non posso provare che una profonda tristezza. Perché ho conosciuto molti ragazzi e molti uomini che avevano trovato nell’alpinismo il compenso al loro fallimento nella vita di ogni giorno. Uomini che si erano dati e che si danno caparbiamente alla montagna con l’illusione di trovare un’affermazione che li ripaghi di tutte le frustrazioni, le delusioni e le amarezze della vita. Alcuni si illudono di essere qualcuno, credono di essere importanti, solo perché nell’alpinismo hanno raggiunto i vertici. Ma se tu trasporti gli stessi individui in un altro ambiente, se li inserisci in un differente contesto sociale, allora li vedi incapaci di sostenere un dialogo qualsiasi, spauriti e intimiditi, incapaci di intrecciare relazioni umane. […] purtroppo nell’alpinismo troppi sono i falliti e troppi i condizionati.”
Da I falliti
Si può non essere d’accordo e non si deve generalizzare, ma ci tenevo a condividere con te uno spunto per riflettere.
Buona vita!

“Poter rileggere I falliti fa provare la soddisfazione di toccare con mano uno dei testi sacri del nostro alpinismo. Pochi titoli ricorrenti che vengono tramandati dalle nuove pubblicazioni e dalla tradizione orale, dati per noti come nozioni fondamentali di dominio pubblico, ma in realtà conosciuti solo dai sacerdoti della cultura alpinistica e venerati di riflesso dalla massa dei credenti e praticanti.”
Pietro Crivellaro


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