Einstein sul Monte Casale

“Il tempo è relativo, il suo unico valore è dato da ciò che noi facciamo mentre sta passando.” A. Einstein

Ho voluto iniziare con questa frase per introdurre una via che io e Paolo abbiamo salito in alternata in una bella giornata settembrina, con quella brezza leggera che che ti rinfresca mentre sali e il sole, dietro una sottile velatura di nuvole, ti accompagna per quasi tutto il viaggio.

Parcheggiamo l’auto proprio sotto il maestoso monte Casale. Io guardo subito la cima e il mio compagno di cordata mi fa abbassare subito la testa sull’avancorpo Croz del Pin, un’altura che al cospetto di queste enormi pareti sembra un nulla, ma poi lungo la via tutto cambia, perché non vedi mai la cima e questo viaggio sembra non finire mai. Già all’attacco questa illusione ottica si fa notare: mi fa sorridere e partire con il piede giusto.

Giunti all’attacco parte Paolo: lungo la larga fessura è facile incastrarsi per un gigante con uno zaino ingombrante, quindi me lo lascia a metà tiro appeso alla pianta e prosegue con l’unica protezione di un cordino legato al tronco.

Salgo io, recupero tutto e arriviamo al secondo tiro dove su tre chiodi ne trovo uno, ma non importa, due friend e l’altro chiodo mi bastano per percorrere gli altri 40 metri fino alla sosta.

Molto bella la placca di roccia compatta del terzo tiro, su alcuni tratti appoggiata e delicata nei passi di sesto grado. I sei chiodi di protezione sono ben sufficienti anche se devono bastare per 55 metri circa.

Il quarto tiro è un diedro erboso dove chi vuole può proteggersi a un ancoraggio della ferrata. Ah sì, non ho specificato prima che questa via è purtroppo attraversata dalla ferrata Che Guevara, nata dopo l’apertura della via. Ah, non ti ho nemmeno scritto che questo bell’itinerario è stato aperto da Giuliano Stenghel e F. Sartori nel 1982. Ma proseguiamo.

Il quinto tiro di 25 metri non ha chiodi ed è di V+, ma non è difficile percorrerlo e chi vuole può integrare con protezioni veloci.

Il problema è mio e arriva al sesto tiro, di VI+ e VI con in tutto tre chiodi, tutti nel primo tratto di placca leggermente strapiombante sopra la sosta. È una sfida tra me e l’equilibrio che non ho, ma con un po’ di tifo supero il passo con una soddisfazione che mi accompagna per tutta la via. Anche la parte sopra del tiro non è da sottovalutare, ma è integrabile in qualche punto e con un po’ di logica riesco a trovare la soluzione ai diversi problemi che mi si presentano davanti.

Arrivo alla sosta e osservo il tiro successivo… ‘Per fortuna non tocca a me’, penso. È il tiro chiave della via, con un passo di VI+ iniziale e un tratto in azzero (ci si aiuta con cordone). Non so se qualcuno è riuscito a passare, ma la roccia gialla è marcia, le tacchette minuscole sembrano sbriciolarsi da un momento all’altro e anche il passo sopra per raggiungere il chiodo dal cordone (è un tratto brevissimo, ma non si può azzerare) non è semplice, perché la roccia continua a non essere affidabile. Bravo Paolo!

Un’altra pecca (insieme al panorama imbruttito dall’immensa cava) sono i tratti erbosi all’interno del bosco, ma per fortuna sono brevi. Procediamo in conserva fin sotto all’ottavo tiro. Salire il diedro, un po’ unto, non è banale, ma per fortuna è solo un V+ e, nonostante il tratto su roccia breve e all’interno del boschetto, l’arrampicata è delicata e divertente. La seconda parte del tiro è su roccia friabile (mi sembrava strano non trovare tratti così su una via aperta dal grande Stenghel, un asso anche su roccia friabile), ma la facile arrampicata mi permette di arrivare in breve alla sosta, con la dovuta attenzione a non muovere i diversi detriti e i blocchi instabili.

A salire il nono tocca a Paolo: la parete è una placca lavorata fantastica, incisa da una fessura che nella seconda parte si allarga fino alla sosta. Quando tocca a me salire questo tiro, che da sotto mi sembra davvero entusiasmante, sono felice e parto carica. Già a un quarto del tiro ringrazio per la seconda volta che è salito Paolo: i piedi sono spesso appoggiati in spalmo o, quando possibile, all’interno della fessura, che è molto difficile da salire in dülfer, talvolta impossibile. Ogni metro che percorro ringrazio di non essere scivolata e mi ricordo di respirare quando davvero non ne posso più. 

Sì, forse esagero un po’, ma come per il sesto tiro, non mi aspettavo di trovare un VI+ così. 

“C’è un paradosso che spiega l’impossibilità dell’onnipotenza, che può essere formulato in questo modo: se Dio è onnipotente, può creare una pietra che sia così pesante da non poter essere sollevata nemmeno da Lui. Se Dio non riesce ad alzare la pietra, significa che non è onnipotente. Se ci riesce, non è comunque onnipotente, perché non è stato capace di creare una pietra da non poter essere sollevata nemmeno da Lui.” A. Einstein

L’ultimo tiro è semplice e ci porta all’uscita soddisfatti e divertiti.

Le soste della via sono da attrezzare su piante o già in sede con due o tre chiodi, ma sono tutte comodissime. La roccia lungo la via è per la maggior parte da buona a ottima. L’avvicinamento di 15 minuti è semplice, il ritorno lungo un tratto della ferrata è di circa un’ora in cui è meglio non abbassare la guardia.

La via mi è piaciuta molto, ma per divertirsi la consiglio solo a chi è abituato alle poche protezioni e scala bene anche sul VI grado.

Non conosco il motivo del nome della via, ma quando scoprì la teoria della relatività, Einstein sosteneva che “nessun oggetto dell’universo poteva rappresentare un sistema di riferimento assoluto e universale fisso rispetto al resto dello spazio. Inoltre, qualsiasi corpo poteva essere considerato un buon sistema di riferimento per lo studio delle leggi sul moto dei corpi. […] Per due osservatori in moto relativo uno rispetto all’altro a velocità costante valgono le stesse leggi della natura. […] Come conseguenza dell’impossibilità di definire un moto assoluto, Einstein ha messo in dubbio la possibilità di definire un tempo e una massa assoluti.”

Se non ne capisci l’attinenza con la via, probabilmente i motivi sono due:

  • non c’entra proprio nulla,
  • il bello è la libera interpretazione.

A te la scelta!

A proposito del Monte Casale, voglio allegare un breve testo di Arrigo Pisoni tratto dall’articolo Daino, amore mio… di Alessandro Gogna.

“Grande, maestoso, imponente, è il gigante buono che spunta davanti a casa mia a guardia della Valle dei Laghi, ora promossa ‘Valle della luce’ dal nostro nuovo concittadino Marco Furlani, enfant prodige, Accademico e Guida Alpina del CAI.

È un blocco di roccia, un’unica paretona, alta 1,5 e larga 2,5 Km. Da Pietramurata a Sarche.

‘Daino’”’ lo chiamiamo noi locali che, secondo Aldo Gorfer, in lingua celtica significa ‘grande roccia’; geograficamente è il ‘Monte Casale’.

Il gigante allarga le sue potenti braccia, fatte da una catena di altre montagne, rocce, spuntoni, pareti e falese. Quella di destra verso sud: la Bena, le Pareti Zebrate, il monte Brento e giù fino alla Cima d’Oro sopra Riva. Il braccio di sinistra verso nord: Dain Piccol, Monte GazzaPaganella, per perdersi per i monti della Valle di Non.

Il suo elegante abito è un’enorme tavolozza di colori: uno sfondo cenerino azzurro decorato da strani disegni e dai colori più variegati.

Qualche macchia verde e nera testimoniano la presenza di una stentata vegetazione di erbe ed arbusti abbarbicati a quelle rocce. Delle strisce verticali biancastre sono i segni del passaggio di sassi e ghiaia trascinati a valle, formando, nei secoli, alla base del Dain enormi conoidi di ghiaia, che noi chiamiamo ‘Salagoni’, ora attaccate dagli escavatori per la preziosa ghiaia.

Placche lisce, nicchie, crepacci, canaloni, formano un favoloso gioco di luci e ombre che per i nostri vecchi contadini erano preziose meridiane, orologi che segnavano l’ora esatta delle loro fatiche.

Da bambino (ma anche oggi) mi incantavo a fantasticare su quelle figure surreali disegnate da Madrenatura, vedendo in esse fantastici personaggi.”


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