Scatenati sul granito nella Golden age dell’alpinismo californiano

Puoi chiamarli ribelli, folli, scatenati, rivoluzionari, visionari, fatti e strafatti… mai e poi mai riuscirai a imprigionarli in un elenco di aggettivi. Sono stati uomini e donne che la libertà non la cercavano, l’avevano già trovata.

Che sia dentro o fuori di te, prima o poi la senti quella libertà, e quando succede, nessuno può fermarti: vorrai continuare a viverla, a qualsiasi costo.

Siamo nella Yosemite Valley, nella Sierra californiana, e parliamo dell’era d’oro dell’alpinismo di questa zona, precisamente a partire dalla fine degli anni ’50. Avvenne infatti nel 1958 la prima salita del Capitan lungo la via del Nose, realizzata da un gruppo guidato da Warren Harding.

Già dopo la seconda guerra mondiale però ci furono le prime imprese che affrontarono le grandi pareti della valle. Protagonista indiscusso di questa prima fase fu lo svizzero John Salathé, il primo arrampicatore che salì le pareti del Sentinel Rock, dell’Half Dome e della Lost Arrow.
Lo seguirono scalatori come Allen Steck e Mark Powell.

Il periodo d’oro dell’alpinismo californiano iniziò con due grandi personaggi e i loro nomi sono Royal Robbins e Warren Harding, il primo che difese il purismo nell’arrampicata e il secondo che fece ampio uso di mezzi artificiali e chiodi a espansione. Accanto a loro è doveroso nominare Chuck Pratt, Yvon Chouinard, Ed Cooper, Jim Baldwin, Steve Roper, Layton Kor, Tom Frost, T.M. Herbert, Don Lauria, Denis Hennek e molti altri.

Ma chi sono e soprattutto cos’hanno fatto questi alpinisti per aver lasciato la loro stella sulla Walk of Fame della Yosemite Valley?

George Anderson: nel 1875 fu il primo a scalare l’Half Dome. “I suoi stivali con la suola di cuoio erano troppo scivolosi per salire la ripida lastra di granito di 400 piedi sul fianco orientale. Ha provato a salire con i calzini, senza successo. Ha spalmato della pece di pino sui mocassini, ma neanche questo ha funzionato. Poi ebbe un’idea e rivolse l’attenzione ai suoi attrezzi per la costruzione di strade: un trapano a stella e un pesante martello pneumatico singolo. Legandosi a una corda, praticò un piccolo foro di 15 centimetri di profondità nel muro, poi inserì un perno, arricciò le dita dei piedi nudi sull’estremità, si rialzò con cautela in equilibrio e iniziò a martellare il foro successivo. Una salita lenta e una lunga discesa alla fine della giornata.” [da un racconto di Doug Robinson nell’articolo di Outside The 25 Greatest Moments in Yosemite Climbing History]

fonte: undiscovered-yosemite.com

John Muir: nel 1869 compì la prima salita del Cathedral Peak. “Camminò dall’Indiana alla Florida, poi partì per l’Amazzonia, solo per sentire le voci sullo Yosemite e finire in California. Muir trovò lavoro come pastore e, nel settembre 1869, si ritrovò a Tuolumne, con lo sguardo rivolto al Cathedral Peak. […] Muir avrebbe incastrato i piedi nell’unico difetto del granito scintillante, una fessura verticale, che per gli standard odierni è classificata 5.4.” [da un racconto di Doug Robinson nell’articolo di Outside The 25 Greatest Moments in Yosemite Climbing History]

“Posso dire che questa è la prima volta che sono stato in chiesa in California”
John Muir

Theodore Roosevelt, a sinistra, si unisce a John Muir sull’Overhanging Rock

John Salathé: “nel 1946 un immigrato svizzero aveva adocchiato il Lost Arrow Spire. […] forgiò una serie di chiodi in acciaio al carbonio contenente vanadio, la stessa lega utilizzata per produrre gli assali delle Ford Model A. L’anno successivo (1947) Salathé e il suo compagno, Anton ‘Ax’ Nelson, usarono i nuovi chiodi per cinque giorni e quattro notti consecutive per compiere la prima salita del camino Lost Arrow.

JOHN SALATHÉ E AX NELSON SUL NORTH RIM DOPO LA SCALATA DEL CAMINO DI LOST ARROW, 1947.
FOTO: COLLEZIONE DELL’ASSOCIAZIONE ALPINISTICA DELLO YOSEMITE

Si sparse la voce sulla scalata di Salathé e sui suoi incredibili chiodi, ma lui ne fece solo una manciata per sé e per pochi amici.” [da un racconto di Yvon Chouinard nell’articolo di Outside The 25 Greatest Moments in Yosemite Climbing History]
Salathé con Nelson fu il primo a scalare anche la parete Sud-Ovest dell’Half Dome nel 1946.
Inventò il chiodo Lost Arrow.

JOHN SALATHÉ e YVON CHOUINARD al CAMP 4 – 1961 – Foto TOM FROST – fonte: mountainlifemedia.ca

Allen Steck: con una carriera durata circa 70 anni, ha realizzato prime ascensioni nelle catene montuose di tutto il mondo, oltre ad aver partecipato alla prima spedizione alpinistica americana sull’Himalaya, tentando il Makalu in Nepal nel 1954. La sua scalata del 1965 della Hummingbird Ridge del Monte Logan, nella catena dei St. Elias, in AK, non è mai stata ripetuta ed è considerata una delle salite più impegnative della storia dell’alpinismo. Nel 1979, insieme al coautore Steve Roper, Steck ha pubblicato la fondamentale opera Fifty Classic Climbs of North America.
Fu compagno di cordata di Salathé nella salita della parete nord del Sentinel Rock. Raggiunsero la vetta il 4 luglio 1950, dopo aver affrontato cinque giorni di caldo infernale e disidratazione.

Mark Powell: “fu il primo a vivere a Camp 4*, nella Yosemite Valley, per un’intera stagione. Durante l’estate del 1955 e l’estate del ’56 realizzò quindici prime salite che attirarono l’attenzione della comunità dell’arrampicata. Una fu ‘Arrowhead Arete’, una via trad di sette tiri molto dura per l’epoca. […] nel 1957 fu lui a risolvere i tiri iniziali di ‘The Nose’, durante i primi tentativi di salita dell’iconica via su El Capitan, compiuti in cordata con Warren Harding.” [da un articolo di mountainblog.it]

Mark Powell a destra, con Warren Harding durante il tentativo su The Nose. Fonte- mountainproject.com

*Camp 4 è un campeggio a cui si può accedere solo a piedi, unico nello Yosemite.“L’area, un ex campeggio degli indiani Ahwahneechee, è stata considerata terreno sacro dalla comunità di arrampicatori locali fin da quando le prime corde da arrampicata sono arrivate nella Valle nel 1933. È il centro sociale, dove si formano i sodalizi e si raccontano le epopee sulle pareti davanti a lattine di birra PBR e Old English 800. I massi sparsi sono una delle sue attrattive. Al centro, sulla parete est del Columbia Boulder – sicuramente il masso più mastodontico del campo – si erge Midnight Lightning (V8 – 7B/7B+), il boulder più famoso del mondo liberato da Ron Kauk nel 1978 dopo quattro mesi di tentativi. Il 21 febbraio 2003 il Camp 4 è stato inserito nel Registro Nazionale dei Luoghi Storici.”
[dall’articolo di Outside The 25 Greatest Moments in Yosemite Climbing History]

Yvon Chouinard mentre seleziona i chiodi a Camp Four nel 1964. (Tom Frost/ Aurora photos)

“Yosemite viene invasa. Diventa un accampamento di hippy. Giovani che lottano contro il conformismo, la civiltà dei consumi, la cultura di massa, l’ortodossia. Hanno letto On the road di Jack Kerouac, il manifesto della Beat Generation. Cercano la natura, l’avventura, la libertà sessuale. Praticano il dissenso. Vestiti colorati, capelli lunghi, petto nudo, fumano cannabis. Preferiscono la chitarra al pianoforte, amano il rock psichedelico. E si arrampicano. La loro cultura alternativa è la pietra.”
Claudio Gregori in Storia dell’alpinismo

Royal Robbins: solo il nome fa pensare che il re sia proprio lui.

“Negli annali della storia dello Yosemite ci sono due epoche di arrampicata su big-wall: prima di Half Dome e dopo Half Dome. […] Nel 1957 Robbins e Gallwas con Mike Sherrick si arrampicarono sull’ampia cima dell’Half Dome, dopo aver affrontato tratti che sono diventati leggenda: il Robbins Traverse, il Robbins Chimney, lo Zig Zags e il Thank God Ledge. Quando i tre raggiunsero la cima, l’agguerrito Harding, che aveva bramato la salita, li accolse con un sacchetto di panini e un gallone d’acqua. ‘Ehi, congratulazioni, fortunati bastardi’, disse, ha ricordato Robbins nel suo libro di memorie.” [da un racconto di Brad Rassler nell’articolo di Outside The 25 Greatest Moments in Yosemite Climbing History]

“Quando arrampicavi con Royal in qualche modo alla vetta eri sicuro di arrivarci.”

Nel 1961, con Tom Frost e Chuck Pratt, salì senza l’aiuto di corde fisse e con il minimo utilizzo di chiodi (13 bolt) la Salathe Wall sul Capitan, la seconda via sul monolite di roccia.

Robbins su El Capitan in 1964. Credit: Tom Frost/Aurora Photos

“Nell’ottobre del 1964 Robbins mise insieme una squadra con Chuck Pratt, Tom Frost e Yvon Chouinard per la sua audace scalata (la North America Wall, ndr). Senza alcuna idea certa di dove li avrebbe condotti il sistema di fessure discontinue, gli uomini zigzagarono attraverso enormi strapiombi come il minaccioso Cyclops Eye (occhio del ciclope), martellando l’acciaio, con i loro sacchi penzolanti e bivaccando in rozze amache, per arrivare in cima il decimo giorno.” [da un racconto di Greg Child nell’articolo di Outside The 25 Greatest Moments in Yosemite Climbing History]

Frost, Robbins, Chuck Pratt e Yvon Chouinard sulla cima della North America Wall.

“(La Salathé Wall sul Capitan, ndr) dimostrò che una parete enorme poteva essere scalata (per lo più) senza corde fisse, un grande passo avanti. Andare in una terra inesplorata senza il cordone ombelicale è stato molto coraggioso.” Roper

Una parete dopo l’altra, una salita dopo l’altra… Royal fu protagonista indiscusso della valle, della California, dell’alpinsimo californiano di quegli anni. Venne riconosciuto anche per la sua filosofia dell’arrampicata, a cui diede una forte valenza spirituale e che doveva svolgersi nella sua forma più pura.

“Arrivare in vetta non conta nulla. Ciò che importa è come ci arrivi” diceva Robbins, “se pianti chiodi ovunque è ovvio che in cima arrivi, ma impoverisci l’esperienza. Le risorse devi trovarle dentro di te”.

Ma non era questo il pensiero di un uomo che contendeva a Royal Robbins il primato sulla roccia. Un uomo per cui le regole erano lettera morta. Lui piantava chiodi dove gli pareva.

Warren Harding: nel 1958, quando El Capitan era ancora considerata una zona impraticabile da scalare, ha compiuto la prima salita. (Nel 2012 Alex Honnold e Hans Florine hanno salito la stessa via in meno di tre ore… sia chiaro, dopo oltre cinquant’anni e con l’attrezzatura e l’allenamento di oggi.)  Era il 12 novembre 1958. “[…] gli scalatori Warren Harding, Wayne Merry, George Whitmore e Rich Calderwood erano a breve distanza dalla vetta di El Capitan. Solo un ultimo ostacolo, una parete liscia e strapiombante li separava dal successo sulla più grande parete di roccia degli Stati Uniti. I quattro erano stati sulla via per 11 giorni, il doppio del tempo che qualsiasi americano aveva mai trascorso in una scalata su roccia. Avevano incontrato ostacoli che nessun alpinista aveva mai affrontato, tanto meno padroneggiato: oscillare con pendoli selvaggi, martellare una serie di chiodi fatti in casa dietro a scaglie che minacciavano di staccarsi dalla parete, topi che rosicchiavano i loro sacchi a pelo e trasportare con la corda centinaia di chili di cibo e acqua su una parete di granito. Al tramonto gli scalatori hanno mangiato le ultime barrette di cioccolato. Poi Harding ha indossato una lampada frontale e ha iniziato a trapanare a mano i bolt, l’unico modo per superare la parete di testa. In una maratona di 12 ore, mentre Merry pendeva dalle imbragature, Harding ha martellato per tutta la notte. Alla fine la corda scivolò nei primi raggi di sole, mentre Harding tirava il 28° e ultimo bolt verso la cima. La prima ascensione della Buttress Sud del Capitan – il Nose, la più celebre e ricercata scalata su roccia del mondo – era finalmente storia.”

Un’ottima mossa per Harding, che risvegliò lo spirito competitivo di Robbins, il quale decise di salire il Nose a modo suo: senza corde fisse, senza fare la spola, in una sola settimana. Royal tornò in testa.

Ma poi un’altra impresa di Harding rimise tutto in discussione…
Nel 1970 Harding aveva circa 40 anni prese di mira l’unica parete inesplorata di El Cap, dove Robbins ancora non era salito: la Dawn Wall. La parete infatti era troppo liscia e troppi chiodi dovevano essere piantati per salirla. Royal Robbins si rifiutò.

Harding no. Ma stavolta seguì due delle regole di Royal: non usò corde fisse e non fece la spola. Insieme a Dean Caldwell trascorse 28 giorni per scalare con oltre 300 spit la Impossible wall of early morning light, oggi conosciuta come ‘Dawn Wall’. Ci misero più tempo del previsto, non avevano scorte sufficienti di cibo, ma Harding rifiutò il soccorso da parte del Park Service.

“In un biglietto lasciato cadere in una scatola di latta durante la scalata, Harding scrisse: ‘Dobbiamo essere i più miserabili, umidi, freddi e puzzolenti disgraziati che si possano immaginare. Ma siamo vivi, veramente vivi, come raramente lo sono le persone’.”
Dall’articolo Warren Harding and Dean Caldwell and The Wall of Early Morning Light on El Capitan di Planetmountain.

“Ero rimasto lì tutta la notte a osservare questa piccola figura ragnesca, avvolta dalla sua lampada frontale, che penzolava dalle sporgenze e batteva sopra la sua testa, e lui mi chiedeva se potevo aggrapparmi!”
Wayne Merry

“Perché mai, sulla terra verde di Dio, scalate le montagne?”, chiese un giornalista.
“Perché siamo pazzi, non può esserci un altro motivo”, ha risposto Harding.

[Una curiosità. Robbins e Harding da sempre furono gli opposti di una stessa medaglia che è l’alpinismo californiano: il primo difensore del purismo e il secondo che infischiandone di tutto e tutti fece largo uso di mezzi artificiali. Robbins, dopo la salita di Harding della Impossible wall of early morning light, si lamentò del fatto che avessero ferito El Cap con un ingente numero di chiodi. Nel 1971, quindi, Robbins e Don Lauria ripeterono e schiodarono la via, staccando le teste dei rivetti con martello e scalpello. Dopo aver eliminato una cinquantina di chiodi, però, si fermarono, perché ritennero che la via di Harding fosse in fondo meritevole, data la difficoltà tecnica. Ma a quel punto il danno era stato fatto. Robbins ammise che Harding era uno scalatore di raro talento.]

“Harding non scalò mai più El Cap. Quasi mezzo secolo dopo, la storia incombe ancora sulla montagna come una tragedia greca, con una morale oscura sull’eccesso e l’ambizione. Ma Harding potrebbe aver avuto l’ultima parola in merito. Nel suo articolo ‘Reflections of a Broken-Down Climber’, pubblicato su Ascent nel 1971, Harding disse sprezzantemente sull’azione di Robbins: ‘Forse sta confondendo l’etica dell’arrampicata con la morale della prostituzione, come se una scalata da 100 bolt (o una squillo da 100 dollari a notte) fosse corretta, ma una scalata da 300 bolt (o una squillo da 300 dollari a notte) fosse immorale’.” Greg Child

In seguito i due grandi protagonisti della Golden age non scalarono più le grandi pareti a Yosemite.

Harding su Half Dome – fonte: gripped.com

Chuck Pratt: “compagno più amato di Royal Robbins, è stato uno dei grandi ai tempi dell’arrampicata in Yosemite negli anni Sessanta, noto soprattutto per la sua sensazionale via di soccorso sul grande strapiombo della parete North America di El Cap e per oltre venti spaventose fessure offwidth scarsamente protette, se non del tutto sprotette, nella Valley. La sua famosa Twilight Zone (secondo il forum del sito supertopo.com, la prima salita di Twilight Zone equivale all’apertura a vista e senza protezioni di un tiro di 8a, ndr), che salì con la sua solita tecnica impeccabile, senza un solo punto di protezione, senza magnesite e con un paio di Cortinas come scarpe, rimane una storia che fa rabbrividire anche i migliori scalatori di oggi. Pratt era noto per il suo dono dell’arrampicata, la sua purezza nello stile e la sua calma sulla roccia. Molti commenti reverenziali su Pratt sono presenti negli scritti di Royal sullo Yosemite. Uno dei primi appare nella piccola pubblicazione Mugelnoos del 1959, dove Royal parla di una fessura disperata che Pratt ha condotto durante la prima salita della parete nord della Middle Cathedral Rock: “la salita di Chuck su questo camino è certamente una delle più notevoli… nella storia dell’alpinismo americano”. [dall’articolo Chuck Pratt, Liquid Sunshine by Pat Ament]
Nell’agosto del 1958 a 19 anni Pratt completò la prima salita della parete nord di Fairview Dome a Tuolumne Meadows, nello Yosemite National Park, insieme a Wally Reed. Nel 1959 realizzò la prima salita della parete est della Washington Column (in seguito chiamata ‘Astroman’) nella Yosemite Valley con Warren Harding e Glen Denny.

Chuck Pratt (davanti) e Royal Robbins in cima a El Cap, la Salathé Wall, El Capitan, Yosemite Valley, California. Prima salita di Robbins, Pratt, e Frost, 9 giorni, settembre 1961.

Yvon Chouinard: “protagonista degli anni d’oro di Yosemite. Inventore di nuovi sistemi di assicurazione in parete, i famosi i Hexentrics e Stoppers, Chouinard si è fatto promotore di un nuovo tipo di arrampicata pulito che non danneggiasse la roccia, come invece avviene con i tradizionali chiodi in metallo. Fautore di diverse prime ascensioni negli anni Sessanta ha contribuito ad accrescere il mito di Yosemite.” [Fonte: montagna.tv]
“Già negli anni ’50 da fabbro autodidatta produceva chiodi d’acciaio, sviluppò poi la nuova tecnologia. Produsse chiodi al cromo-molibdeno, ma si accorse che i chiodi, che pure rappresentano il 70% degli incassi della ditta che ha fondato con Tom Frost, rovinavano la roccia. Allora, nel 1971 e 1972, con l’illuminato autolesionismo di chi antepone l’ambiente agli affari, mise sul mercato nuovi dadi di alluminio, gli Hexentric (nut in lega leggera a sezione esagonale, con cordino e cavetto) e gli stopper (blocchetti di alluminio a forma di parallelepipedo irregolare in cui è infilato un cordino d’acciaio). Rivoluzionò anche l’arrampicata su ghiaccio con nuovi ramponi e piccozze. In pochi anni Chouinard, con Frost, Doug Robinson e Robbins, lanciò il clean climbing, che lascia inalterata la parete. La roccia non viene più martellata e modificata. Il nuovo verbo si espanse. [Claudio Gregori nel suo libro La storia dell’alpinismo]
Nel 1968 aprì una nuova via sul Fitz Roy in Patagonia, The Californian Route.
Fondò il brand Patagonia.

Yvon Chouinard in sosta nel diedro nero durante la prima salita della North America Wall. (Joe Fitschen)

Ed Cooper: “ha realizzato numerose prime ascensioni nella British Columbia e nelle Cascade Mountains di Washington. Ha anche scalato per la prima volta il monte McKinley e ha aperto una nuova via sulla parete di El Capitan nello Yosemite. Un giorno, a vent’anni, Ed si rese conto di aver conosciuto più di 50 persone morte in montagna in ogni tipo di incidente che si possa immaginare. Ha analizzato con occhio critico la sua strada e non prometteva nulla di buono per il futuro. Corresse la rotta e decise di concentrarsi sull’aspetto della fotografia di montagna.” [dall’articolo Ed Cooper – Sixty Years Going to the Mountains]

Ed Cooper: esplorazione delle North Cascades

Jim Baldwin: tra le sue tante ascensioni, salì nel 1962 con Ed Cooper e Glen Denny la Dihedral Wall, su El Capitan nello Yosemite.

Ed Cooper (destra) e Jim Baldwin alla fine della prima salita del Stawamus Chief nel 1961 – Ed Cooper

Steve Roper: fu l’autore della ‘Guida rossa’ della Yosemite Valley nel 1964.
“[…] quella semplice guida avrebbe portato Roper a una carriera di redazione e pubblicazione di guide dell’Alta Sierra californiana, della rivista Ascent e di tomi come 50 Classic Climbs of North America. Per quanto fosse bravo a scrivere, era anche un ottimo scalatore, il cui curriculum durante l’età d’oro dell’arrampicata in Yosemite lo collocava tra i migliori della sua generazione. […] Nel maggio del 1960, insieme a Dick McCracken, percorse più di 30 vie in un mese, tra cui, in un periodo di tre giorni, la Lost Arrow Tip, la Arrowhead Arete e il Goodrich Pinnacle. […]
Roper è stato autore di una serie di prime ascensioni classiche in Yosemite, tra cui l’impressionante Direct North Buttress di Middle Cathedral Rock nel 1962. Conosciuta in tutto il mondo semplicemente come ‘DNB’, è diventata una delle più ambite salite lunghe in libera del paese, che si sviluppa verso l’alto per 1.700 metri di parete, fessure, camini e ancora camini.” [dall’articolo The Definitive Profile of Yosemite Legend Steve Roper]

Roper durante la terza salita del Nose, con Glen Denny e Layton Kor. Foto- Glen Denny/Yosemite negli anni Sessanta

Layton Kor: “il nome dice tutto. Tutti gli scalatori hanno sentito il suo nome. Tutti gli scalatori hanno visto il suo nome sulle guide e sui nomi delle vie come Kor’s Flake, Kor’s Door, Kor’s Korner e Kor-Ingalls Route. Layton Kor era onnipresente negli anni Sessanta. […] Layton lasciò il suo segno in tutte le principali aree di arrampicata americane: i Gunks, la Yosemite Valley, il Longs Peak e il Rocky Mountain National Park, il Black Canyon of the Gunnison, la Monument Valley, il deserto intorno a Moab e persino i luoghi oscuri dal Connecticut all’Arizona. [Stewart M. Green]
Solo in California le sue prime ascensioni sono state nel 1963 la West Buttress, El Capitan, (VI 5.10 A3+) con Steve Roper; nel 1964 la South Face, Washington Column, Yosemite Valley, (V 5.10a A2) con Chris Fredericks; nel 1965 la Gold Wall, Ribbon Falls Area, Yosemite Valley, (V 5.10 A3) con Tom Fender.

Layton Kor la prima salita dell’enorme tetto sporgente nel Canyon di Eldorado, 1963. Photo by Pat Ament

Tom Frost: con Yvon Chouinard, Chuck Pratt e Royal Robbins, ha realizzato la prima ascensione della parete di El Capitan nel 1964, oltre ad altre prime ascensioni degne di nota in Yosemite, nei Tetons, nei Territori del Nord-Ovest, sulle Ande e sull’Himalaya. Insieme a Yvon e Royal, Tom è stato un appassionato sostenitore dell’arrampicata pulita. È stato anche un notevole fotografo che ha catturato i momenti e lo spirito dell’epoca d’oro dell’arrampicata americana. Tra le innovazioni più importanti nell’attrezzatura d’arrampicata realizzate con il collega Chouinard ci sono il RURP, l’Hexentrics e il Chouinard-Frost Piolet. Diventò inoltre famoso per la sua campagna nel 1997 per preservare Camp 4 dalla chiusura da parte del National Park Service.

Tom Frost, Royal Robbins e Yvon Chouinard bivaccano nella Black Cave durante la prima salita della North America Wall, El Capitan, Yosemite, California. 1964. Photo- Chuck Pratt / Frost Collection

TM Herbert: nel 1965 ha realizzato con Yvon Chouinard la prima salita della Muir Wall (senza corde fisse o ricognizioni, in un unico tentativo) e nel 1967 con Royal Robbins la prima salita della parete ovest di El Capitan.

Jim Bridwell, the bird: in Yosemite sono più di cento le sue nuove vie. Indimenticabile la sua prima salita in giornata nel 1974 del Nose su El Capitan, insieme a Billy Westbay e John Long.

“La via perfetta non deve dimostrare le capacità di uno specialista, ma la completezza dell’arrampicatore”.
Jim Bridwell

Billy Westbay, Jim Bridwell (al centro), e John Long dopo la prima salita in giornata del Nose nel 1975

Sibylle Hechtel e Beverly Johnson: protagoniste della prima salita femminile della la Triple Direct, una via che comprendeva porzioni della Salathé Wall, della Muir Wall e del Nose, nel settembre del 1973. 
“Quando l’American Alpine Journal pubblicò la storia di Hechtel, i redattori rimossero il titolo originale, ‘Walls without Balls’. Tuttavia, la frase divenne leggendaria, simbolo di una più ampia lotta per l’indipendenza femminile nella natura e nel mondo.” Katie Ives

Henry Barber: “Nel 1973 ‘Hot Henry’ ha spiazzato l’establishment dello Yosemite con una straordinaria salita a vista della tanto tentata Butterballs, una fessura di 5.11c, seguita poco dopo da una libera solitaria di 2 ore e mezza della Steck-Salathé (V 5.9), sul Sentinel Rock.” [dall’articolo “I Tried to Do More With Less”: A Chat With Famed Free Soloist Henry Barber]

“Henry Barber su Butterballs (5.11c), Yosemite Valley – Photo by Jib Knight

Steve Sutton: salì la prima volta nel 1972 con Hugh Burton la via Magic Mushroom, una straordinaria e durissima big wall su El Capitan.

Prima salita di Mescalito nel 1973, Charlie Porter, Hugh Burton e Steve Sutton all’attacco

Jim Dunn: “è una leggenda dell’arrampicata. Su El Capitan è riuscito con Cosmos dove Royal Robbins, Yvon Chouinard e Jim Bridwell hanno fallito. In solitaria. Ha abbandonato il sacco a pelo e ha dormito in un sacco di tela. Ce l’ha fatta, in 8 giorni.” [dall’articolo di The Climbing zine The Low Key Legend: A Conversation with Jimmie Dunn]

“Ho iniziato a parlare con la roccia. Ho iniziato a parlare con il mio sacco da traino come se fosse una persona. In quel momento non pensi che sia strano. Parlavo con gli insetti, chiedevo loro come stavano.” Jim Dunn

Photos courtesy of Jimme Dunn

E molti altri.

Quelle elencate sono descrizioni brevissime, perché le imprese di questi grandi arrampicatori sono molte, molte di più. Come lo sono i grandi alpinisti che hanno scalato le famose pareti americane.

Più avanti parecchi alpinisti portarono avanti l’idea di ridurre l’uso dei mezzi artificiali, che rovinavano le pareti e soprattutto le fessure, e di servirsi di mezzi (alcuni sconosciuti in Europa) che permettevano la scalata senza ferire la roccia. Un esempio? Nel 1988 l’americano Todd Skinner riuscì a salire in arrampicata libera la via Salathé al Capitan e nel 1993 l’americana Lynn Hill superò per prima nello stesso stile la storica via del Nose.

Scriveva infatti Gian Piero Motti nell’articolo sul Nuovo Mattino pubblicato nella Rivista della Montagna nell’aprile del 1974: “Gli arrampicatori californiani si sono creati una regola molto severa: la scalata libera è tirata al limite di caduta prima di ricorrere all’uso dei chiodi (protection piton) e, prima di forare la roccia per introdurvi un chiodo a espansione in scalata artificiale, si deve ricorrere a tutti quegli artifici tecnici che permettono di salire senza bucare la roccia. Le vie devono essere lasciate interamente schiodate (salvo i chiodi a espansione, ma non sempre) in modo che i ripetitori incontrino le medesime difficoltà dei primi salitori e possano comportarsi davanti a esse a seconda della loro bravura”.

Un bel film da vedere? Questo:

“L’avventura è morta? È una domanda un po’ deprimente, con la quale Outside si confronta continuamente. Dopotutto, molti dei grandi premi dell’avventura, tra cui la vetta di tutti e quattordici gli 8.000 metri e i Poli Nord e Sud, sono stati conquistati più di mezzo secolo fa. Le prime volte di oggi, invece, sono tipicamente definite da un elenco quasi comico di qualificazioni: il primo scalatore cieco con un braccio solo in cima all’Everest, la più veloce traversata dell’Antartide a propulsione umana. In giugno. In un anno dispari. Si può guardare a questo panorama e concludere che, sì, purtroppo l’avventura è morta. Ma bisognerebbe ignorare volontariamente gli oltre 60 anni di stupefacente evoluzione dell’arrampicata che continua a svolgersi sui monoliti di granito della Yosemite Valley.” [dall’articolo di Outside The 25 Greatest Moments in Yosemite Climbing History]

Potremmo pensare che siano storie di amicizia, ma anche di estrema competizione, avventure leggendarie vissute da uomini e donne fuori di testa, pronti a tutto per raggiungere le cime, per realizzare prime ascensioni, per conquistare pareti… Non sapremo mai cosa passava per la loro testa, se fossero davvero amici o fissati conquistatori di obiettivi personali, puri individualisti o protagonisti di uno spettacolo su roccia. 

Possiamo solo affermare che hanno dedicato gran parte della loro vita all’apice delle ossessioni naturali di questo mondo, a coloro che si fanno tanto desiderare, che a volte scrollano le spalle e che, ferite o accarezzate siano, hanno permesso, e lo fanno ancora, a minuscole creature, scelte da chissà quale divinità, di elevarsi sopra di loro.

[In copertina la foto di Royal Robbins. Fonte: https://www.climbing.com/people/royal-robbins-the-kingpin-of-yosemites-golden-age/]


Search

abbonati gratuitamente per ricevere gli ultimi articoli

2 responses to “Scatenati sul granito nella Golden age dell’alpinismo californiano”

  1. […] -> 1955-1970. Sono gli anni della Golden Age dello Yosemite, di cui ricordiamo, tra gli altri, le due contrastanti personalità che hanno fatto la storia di quelle pareti: Royal Robbins, con la sua prima ascensione dell’Half Dome, e Warren Hardings, con i suoi 30 giorni in parete per aprire la via del Nose (di lui e degli altri ne ho parlato in questo articolo). […]

    "Mi piace"

  2. […] a conoscere qualcuno. Sono loro e molti altri ad aver proseguito la strada dei pionieri della Golden Age, evolvendo l’arrampicata sulle Big […]

    "Mi piace"

Di’ la tua!