Quando sono immersa nella ricerca e nel riordino del materiale testuale e fotografico, il tempo scorre senza che me ne accorga, a tal punto che deve chiamarmi mia mamma, con cui ho un appuntamento a cena, per ricordarmi che sono in ritardo. Ancora una volta.
E che ci posso fare? Questo non è un lavoro, è quella che si definisce una passione: nessuno mi paga per quello che faccio e ciò che racconto è gratuito nel web. Anche se non dovesse interessare ad alcuno, lo faccio e basta. Sembrerà assurdo, ma non è solo appagante, è anche rigenerante. Per la mente, perché i miei occhi e la mia schiena avrebbero da ridire.
Scusami, torniamo a noi.
Il materiale di cui parlo sono alcuni appunti presi e fotografie scattate nel Museo della Montagna a Torino. Giuro che prima di farlo, ho chiesto al personale il permesso. Quando me l’anno accordato… evvai!
Era un giovedì mattina di gennaio. All’inizio ero sola a girovagare tra le tante stanze della struttura, poi sono entrate tre o quattro persone in tarda mattinata. Prima di varcare la porta, sono rimasta qualche minuto ad ammirare la vista che da lì, dal Colle dei Cappuccini, si manifesta in tutta la sua bellezza. Sopra la Mole, case e palazzi sembrano così piccoli!

Il Museo racconta la storia delle montagne e dell’alpinismo, delle spedizioni e delle attrezzature, dei grandi personaggi del passato e del CAI, tra fotografie, video, sculture, oggetti, riproduzioni…
E tutto questo inizia quattro o cinquemila anni fa, quando gli uomini impararono ad adattarsi agli ambienti, ai climi. A queste meravigliose montagne che ci avvicinano un po’ di più al cielo. Fino a specializzarsi, oltre a sopravvivere, per compiere quelle grandi imprese che oggi conosciamo.
“La sacralità delle manifestazioni naturali, soprattutto di quelle più misteriose e inaccessibili, scandiva i ritmi delle prime comunità alpine.”

Nessuno pensi che la montagna e la sua civiltà alpina siano un mondo arretrato: la cultura del materiale viveva nello scambio creativo con la civiltà della pianura.
“Quasi nulla, nelle valli, era finalizzato al mero utilizzo. A ogni oggetto, a ogni attrezzo, era riservata una cura estetica che li rendeva unici e irripetibili.”

Ma dietro la bellezza delle montagne, si sa, c’è una parte che si fa vedere e sentire: nelle leggende sono dei e demoni, draghi e mostri, ma nella realtà di tutti i giorni sono frane, valanghe, alluvioni. Le montagne sono belle, certo, ma sono anche luoghi dove regna, ancora oggi, il mistero: ecco perché non abbiamo mai smesso di esplorarle e tentare di addomesticarle.
“(La civiltà alpina) proprio dove la natura era più avara e ostile è riuscita a coltivare il senso del bello e a sviluppare una religiosità che si spinge oltre la paura. Lo testimonia la Sacra di San Michele, sentinella della Valle di Susa.”
Ma le Alpi (ricordiamoci che l’aggettivo che noi utilizziamo da quando siamo bambini deriva proprio da queste montagne: ‘alpino’) sono state un simbolo di barriera o di unione?
Persino il popolo della Roma antica si chiedeva come fosse possibile attraversare queste montagne, un ostacolo naturale che divideva l’Impero del Nord dall’Impero del Sud.
Ma il tempo trascorse imperterrito e la situazione per questa catena montuosa cambiò.
“Nel tardo Medioevo, al contrario, le Alpi assunsero il ruolo di ‘centro’ per comunità di pari diritto e pari cultura su entrambi i versanti. Dopo la chiusura seguita alla fondazione settecentesca degli stati nazione, le Alpi furono destinate a recuperare un ruolo di cerniera europea.”
E oggi?
Be’, ai nostri tempi ci sono strade e ferrovie che infilzano le montagne con le loro spade di legno, ferro e cemento, e le trapassano per collegare i tanti paesi europei al di qua e al di là. È un bene o un male per la popolazione? Forse per quella locale i disagi non mancano, ma è il prezzo da pagare per entrare nel futuro. Che questo sia migliore, lo si vedrà col tempo.
“Il Moncenisio è uno dei colli storici delle Alpi: la strada è opera napoleonica.”
Ma torniamo all’alpinismo.
Pensa che una delle prime salite risale al 1358: Bonifacio Rotario d’Asti salì il Rocciamelone, 3538 metri. Ma fu alla fine del ‘700 che tanti cittadini scoprono le Alpi e lo fecero grazie alle ricerche pubblicate dagli scienziati e ai racconti di chi si imbatté nel romanticismo e lo divulgò in scritti e racconti.
“Dopo Haller, Rousseau e la prima ascensione del Monte Bianco (1786), la borghesia ottocentesca cominciò ad appassionarsi ai ‘deliziosi orrori’ dell’alpe attraversando i colli, soggiornando nei primi alberghi, ingaggiando le guide alpine. Il turismo nacque insieme all’alpinismo.”
Devi sapere che una volta erano i montanari a portare la gente di città in montagna. Poi capirono che poteva essere fonte di guadagno e quindi iniziarono a farlo per soldi. Così nacquero poi le guide alpine.
Nell’’800 si iniziarono a scalare le prime cime e nella vallate alpine si fece largo una nuova industria: quella del turismo.
“Ancora non sanno, i montanari, che quegli eccentrici visitatori saliti dalla città erano destinati a scardinare la loro cultura e la loro storia.”









Quando nacque il Club Alpino Italiano (un’associazione vigilata oggi proprio dal Ministero del… Turismo!), alpinismo e ricerca scientifica erano profondamente collegate.
“Lo stesso Quintino Sella, ministro delle Finanze del neonato Regno d’Italia, si muoveva con uguale disinvoltura sulle rocce e nei laboratori di geologia, disegnando mappe e studiando la morfologia delle valli. Le cime andavano capite, prima ancora che scalate.”
Forse fu il Monviso a ispirarlo: il 23 ottobre 1863, due anni dopo l’Unità d’Italia, Quintino Sella scalò questa montagna delle Alpi Cozie, in provincia di Cuneo, e fondò a Torino il CAI. Tra i motivi ci fu la volontà di rispondere agli inglesi, fondatori dell’Alpine Club di Londra, alpinisti a cui dobbiamo dare il merito di grandi imprese sulle Alpi e a cui dobbiamo riconoscere una prima supremazia su questa catena montuosa, rinnovata nell’estate del 1865 con la contesa tra Whymper e Carrel per raggiungere la vetta del Cervino.
“Da allora il CAl iniziò la sua opera di proselitismo per portare i giovani alla montagna e diffondere i valori dell’alpinismo, unitamente alla ricerca scientifica tesa a svelare gli ultimi misteri delle Alpi.”
Nel dicembre del 1874 nacque sull’Uja di Mondrone (vetta delle Alpi Graie) l’alpinismo invernale con la salita di Castagneri, Martelli e Vaccarone. Scalare le montagne in questa stagione, con le sue condizioni estreme, era tra gli ultimi tabù da infrangere: una sfida che sappiamo bene oggi continua, spostando sempre più avanti i limiti.
“Ma significa anche sperimentare i nuovi attrezzi e le nuove tecniche che serviranno di li a poco per le esplorazioni extraeuropee.”

E poi c’è il Monte Rosa*, in particolare la parete Est, che si avvicinava maggiormente alle dimensioni himalayane e che rappresentava un ambito obiettivo per gli alpinisti. Ma poi nemmeno la sua vetta è bastata e con l’inizio del ‘900 si avvicendarono le prime grandi spedizioni ed esplorazioni fuori dall’Italia.
*Il 23 Luglio 1801 Pietro Giordani raggiunse Punta Giordani – 4046 metri.
Subito dopo i fratelli Jean e Joseph Vincent, con Joseph Zumstein, conquistarono Piramide Vincent (4215 metri) il 5 Agosto 1819 e Punta Zumstein (4563 metri) il 1° agosto 1820.
Il 9 Agosto 1842 Giovanni Gnifetti, dopo vari tentativi, salì la Signalkuppe, 4554 metri, poi chiamata Punta Gnifetti in suo onore.
Dopo il 1850 si registrarono le prime ascensioni delle altre cime del massiccio. La Punta Dufour (vetta più alta) raggiunta il 1° agosto del 1855; la Nordend, il Castore e il Lyskamm nel 1861 e la Punta Parrot nel 1863.
L’attenzione si sposta poi verso le salite più tecniche. Il primo obiettivo è l’imponente parete Est, una delle poche pareti delle Alpi che supera i 2000 metri. Una salita di misto, ghiaccio e roccia, che sale verticale sopra Macugnaga. Ferdinand Imseng riuscì nel 1881, insieme a Damiano Marinelli e alla guida Battista Pedranzini. Sulla via del ritorno però il gruppo fu travolto da un’enorme valanga, nella quale tutti persero la vita. Da quel giorno, l’impressionante canale che percorre la parete Est del Rosa prese il nome di Canalone Marinelli.
[Informazioni raccolte nell’articolo di adventuredreamers.com]
“Iniziò l’epopea della scoperta dell’Himalaya e delle montagne extraeuropee. Protagonista indiscusso fu Amedeo di Savoia Duca degli Abruzzi, che esplorò il Karakorum e il Polo Nord, e che scalò il Monte Sant’Elia e il Ruwenzori.”

Ma chi è il Duca degli Abruzzi?
Fu tra i grandi pionieri e “resta un’icona dell’avventura con ‘mezzi leali’, quella sfida al conoscere e al fare che richiedeva, prima ancora del coraggio, doti umane di comando, coerenza e signorilità”.
A 19 anni scalò con Gonella la Punta Levanna in Val dell’Orco. Poi inanellò le cime più importanti del Gran Paradiso e del Rosa, il Dente del Gigante, l’Aiguille du Moine, il Petit Dru, con le guide Emilio Rey e Jean Antoine Maquignaz. Il 27 agosto 1894 scalò con il grande Albert Frederic Mummery la Cresta di Zmutt sul Cervino.
Il 17 marzo 1897 partì per la spedizione al St. Elias (5489 metri), il monte sul confine tra Stati Uniti e Canada, tra Alaska e Yukon, con Umberto Cagni, Francesco Gonella, Filippo De Filippi, il fotografo Vittorio Sella, Erminio Botta e quattro guide, Joseph Petigax e Laurent Croux di Courmayeur, Jean Antoine Maquignaz e Andrea Pellissier della Valtournenche. Il 31 luglio arrivarono alla vetta.
“La seconda ascensione alla cima riuscirà solo nel 1946, 49 anni dopo, a una spedizione rifornita di viveri e materiali paracadutati dagli aerei!” [Fonte: Storia dell’alpinismo di Claudio Gregori]
Il 22 agosto 1898 scalò per la prima volta due delle sei punte della Grandes Jorasses, che nominò punta Margherita in onore della regina e punta Elena in onore della duchessa d’Aosta.
Per la spedizione al Polo Nord, la squadra del Duca partì il 12 giugno 1899 da Christiania (oggi Oslo): il 25 aprile 1899 Cagni con Petigax, Canepa e Fenoillet raggiunsero 86°34’ di latitudine, la prima volta così vicini al Polo Nord. Ma la spedizione non andò come previsto e tutti dovettero rientrare.

Il 18 giugno 1906 il Duca raggiunse il monte Stanley, 5109 metri, arrivò con le guide sulla cima meridionale, 5104 metri, che chiamò punta Alessandra in onore della Regina d’Inghilterra e in omaggio agli esploratori inglesi. Salì oltre e arrivò sul Ruwnzori all’Equatore, il monte della pioggia, un massiccio ancora inviolato, dove piantò il tricolore. Non soddisfatti salirono anche Punta Elena, 4995 metri, e punta Savoia, 4980 metri, oltre ad altre cime. In totale arrivarono a toccare 14 cime. Ma ancora compirono la prima ascensione del Monte Speke, 4890 metri, e del Monte Gessi, 4715 metri, disegnando così la mappa del massiccio.
“La Royal Geographical Society di Londra insistette affinché quello che lui aveva chiamato monte Thompson, 4627 metri, portasse il suo nome, monte Luigi di Savoia.” [Fonte: Storia dell’alpinismo di Claudio Gregori]
Il Duca tentò anche la spedizione al K2: non arrivò in vetta, ma lui e i suoi uomini riuscirono a bivaccare per nove giorni di seguito sopra i 6400 metri, cosa che sembrava all’epoca impossibile.
Ma l’attività in montagna non è rappresentata solo dalle scalate e dalle grandi ascensioni. Ne è la prova Vittorio Sella, eccellente alpinista e fotografo delle Alpi e delle catene montuose extraeuropee.
I suoi scatti, ottenuti “con pesanti lastre e monumentali macchine, restano ancora riferimento per i moderni fotografi e per tutti coloro che sanno cogliere una luce sulla montagna. Con il film girato nel 1909 al K2 è stato anche il precursore del cinema di spedizione”.





E poi ci sono loro, i rifugi e i bivacchi: sulle montagne ospitano i tantissimi alpinisti, che di lì passano da secoli, e continuano a essere culle della storia.
“Cambiano i tempi, cambiano le attrezzature, ma una notte in rifugio resta il modo più facile per immergersi nel mistero della montagna, nell’attesa dell’indomani.”
Per le sezioni del museo dedicate a Walter Bonatti e alle imprese al K2, ti rimando ai prossimi articoli.
Dopo il giro ricco di informazioni e immagini, salgo all’ultimo piano dove mi accoglie la terrazza panoramica su Torino. E tornare a guardare tutto dall’alto mi fa provare immensa nostalgia. Ma le montagne non si muovono, sono lì, resistono al tempo, invecchiano, ma non come noi. Loro non attendono e tantomeno ci aspettano: sta a noi andare.

P.S.
Le citazioni sono raccolte dalle tante didascalie presenti nelle sale museali.


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