Dell’alpinismo americano se ne possono raccontare parecchie di storie, ma una in particolare è curiosa e interessante.
Non sto parlando delle grandi imprese e dei sensazionali alpinisti che le hanno compiute, ma di una roccia particolare, il granito, compatta e levigata, delle sue fessure, degli originali strumenti, ideati da queste leggendarie figure di arrampicatori per superare le pareti granitiche, e di una conoscenza eccezionale delle tecniche di progressione artificiale.
Intere giornate in parete (a volte addirittura decine di giorni), bivacchi organizzati, materiali e mezzi che in quegli anni erano ben diversi da quelli che si utilizzano oggi: per salire le immense pareti della Yosemite Valley e di altre zone americane ci volevano forza, resistenza, ingegno, creatività, ma soprattutto pelo sullo stomaco!
Innanzitutto facciamo chiarezza sui periodi e i loro protagonisti.
-> 1955-1970. Sono gli anni della Golden Age dello Yosemite, di cui ricordiamo, tra gli altri, le due contrastanti personalità che hanno fatto la storia di quelle pareti: Royal Robbins, con la sua prima ascensione dell’Half Dome, e Warren Hardings, con i suoi 30 giorni in parete per aprire la via del Nose (di lui e degli altri ne ho parlato in questo articolo).

-> Gli Stonemasters* sono i protagonisti degli anni tra il 1973 e il 1980, un gruppo di scalatori che inizialmente arrampicavano nella California meridionale (principalmente a Tahquitz, Suicide Rock, Joshua Tree) e in seguito nel Parco Nazionale dello Yosemite, più a nord. Billy Westbay, Jim Bridwell e John Long sono appartenuti al gruppo dopo la prima salita di un giorno del Nose nel 1975. Tra gli altri ricordiamo Rick Accomazzo, Dale Bard, Jim Bridwell, Dean Fidelman, Richard Harrison, Mike Graham, Robs Muir, Gib Lewis, Bill Antel, Jim Hoagland, Tobin Sorenson, John Bachar, Lynn Hill, Ron Kauk, John Long. Il membro più anziano, leader del gruppo, era Jim Bridwell.

-> “Alla fine degli anni ’90 una nuova generazione ha iniziato a chiamare lo Yosemite la propria casa: un gruppo di arrampicatori moderni, straccioni e difficili da definire, chiamati Stone Monkeys**. Mentre gli Stone Masters erano stati i pionieri dell’arte dell’arrampicata libera – una forma pura di arrampicata su roccia in cui corde e imbracature erano utilizzate solo in caso di caduta – gli Stone Monkeys, come Dean Potter, Steph Davis e Ammon McNeely, fecero un ulteriore passo avanti, salendo vie importanti senza corde.” [Fonte: gramicci.co.uk].

Le imprese di questi scalatori erano compiute in maniera isolata e gli unici lussi erano una stufa a gas e un sacco a pelo. Tra i più famosi arrampicatori delle Scimmie di Pietra ricordiamo Dean Potter, il mago oscuro dell’arrampicata senza regole. Con la sua morte si concluse l’era degli Stone Monkeys.

Ma ispirò la nuova generazione con la sua arte di non avere regole: arrivò Alex Honnold, con la sua scalata di El Capitan senza corda, e molti altri.

E non è ancora finita!
*Tra i risultati più importanti degli Stonemasters c’è la prima salita di El Capitan in un giorno da parte di Jim Bridwell, Billy Westbay e John Long. Nel 1975 John Bachar, John Long e Ron Kauk realizzarono la prima salita in libera di Astroman (tra le vie più famose al mondo sulla parete est della Washington Column, di fronte all’Half Dome, è stata aperta da Warren Harding, Glenn Denny e Chuck Pratt nel luglio 1959, difficoltà 5.11c). Famoso l’evento del 1977, quando un aereo che trasportava 6000 libbre di marijuana si schiantò a 16 miglia dalla Yosemite Valley: Jim Bridwell e altri Stonemasters recuperarono gran parte della marijuana.
“Nessuno ricorda chi l’abbia coniato: ‘Stonemaster’ si è materializzato nella nostra conversazione. Il solo pronunciare il nome evocò lo Stonemaster in persona e il suo fulmine ci colpì dritto in mezzo agli occhi. Siamo saltati in piedi e abbiamo iniziato a urlare l’uno sull’altro. Venivano espressi piani avventati e sconsiderati alla velocità della luce e mi aspettavo che apparissero pentagrammi sulle travi e che teste di cavallo iniziassero a girare per lo scantinato. Non importava a nessuno. Al diavolo Herzog e Messner, e non importa l’Himalaya. Si trattava di noi e di rocce stupende, visto che, dopotutto, eravamo rocciatori. C’erano El Capitan e Middle Cathedral e centinaia di scalate storiche e valorose nelle vicine rocce di Tahquitz e Suicide, e le avremmo scalate tutte in un minuto. Tutto questo si è riversato nel momento in cui ci siamo resi conto che l’unica cosa che ci tratteneva era la dimensione irrisoria dei nostri sogni. Ci siamo sentiti come partoriti dalla canna di un cannone.” John Long

**Alcune manifestazioni dell’era degli Stone Monkeys sono lo speed-climbing, l’highlining, che ha portato lo slacklining (l’atto di camminare su stretti nastri di nylon per affinare l’equilibrio) ancora più in alto, a migliaia di metri di altezza, talvolta senza corde di sicurezza, il base jumping e da qui il freebasing (combinazione di free soloing e base jumping in cui viene utilizzato un paracadute leggero in caso di caduta), e il baselining, che utilizza ancora una volta il paracadute per assicurarsi durante gli equilibrismi in highline.
E il paracadute ha permesso a Potter e ad altri di provare vie senza corda ancora più rischiose, così da provare appieno la libertà e la purezza dell’arrampicata senza attrezzatura d’intralcio.
L’attrezzatura.
Ma torniamo al tema centrale dell’articolo. I mezzi. Quelli che hanno fatto dell’arrampicata artificiale una vera e propria arte. Tralasciamo i battibecchi dei grandissimi Robbins e Hardings, e andiamo direttamente in parete, a osservare i solchi che hanno contaminato le meravigliose fessure delle pareti californiane (e non solo).
Certo, per gli scalatori un chiodo ben piantato è la salvezza, soprattutto su alcune linee davvero rischiose, dove volare equivale a un’altissima percentuale di lasciarci le penne. Ma continuare a martellare avrebbe significato col tempo rovinare e perdere per sempre quel che di bello offrono queste montagne all’arrampicata e alla vista.
Ecco che nel 1972 intervenne Doug Robinson con il suo saggio The Whole Natural Art of Protection, pubblicato nel Chouinard Equipment Catalog. Lo scrittore alpinista “sosteneva la necessità di riporre i martelli nella fondina, di sequestrare i chiodi e di dedicarsi al nutcraft, non solo per il bene della roccia, ma anche per affinare la propria padronanza del mezzo. ‘Clean significa scalare la roccia senza modificarla’, scriveva”. [Fonte: outsideonline.com]
La risposta non si fece attendere: nel 1973 Galen Rowell, scalatore e meccanico, venne ingaggiato come fotoreporter dal National Geographic per raccontare la salita della parete nord-ovest dell’Half Dome. Si avvicinò a Robinson e Dennis Hennek e rimase sorpreso quando i due si tirarono indietro dopo che Rowell suggerì di usare i chiodi per salire la parete.
“Nessun VI grado dello Yosemite era mai stato scalato senza chiodi. Rowell aveva bisogno di riuscirci per pubblicare l’articolo, ma si rese conto che una scalata senza chiodi avrebbe migliorato l’articolo e favorito la causa. ‘Così, insieme, abbiamo pensato a come la storia, se fosse stata pubblicata, avrebbe potuto far progredire l’arrampicata’, ha raccontato Rowell. Quest’ultimo chiese di salire l’Half Dome con il martello riposto nel fondo del saccone, per usarlo solo in caso di emergenza. Robinson e Hennek accettarono, ma durante la preparazione del materiale si assicurarono di ‘dimenticare’ il martello e i chiodi. Rowell venne a conoscenza del loro inganno solo dopo che erano già in cima alla parete, troppo tardi per rimediare. Due giorni dopo raggiunsero la cima. La storia di Rowell, Climbing Half Dome the Hard Way, finì sulla copertina del numero di giugno 1974 del National Geographic, insieme a un inno alla clean climbing. Il racconto si rivelò il funerale della chiodatura in tutte le salite, tranne quelle più estreme, e lo scampanio dell’acciaio sull’acciaio finì per scomparire dallo Yosemite. L’uso dei nuts aumentava i rischi e richiedeva una tecnica migliore, ma preservava la roccia.”
Brad Rassler


Capito dove voglio arrivare? A creazioni tecnologiche che solo questi americani potevano immaginare, costruire e utilizzare sulle pareti in granito.
Oggi siamo abituati ai friend e agli innovativi dadi, ma prima? Com’era la storia?

Ebbene ho viaggiato con l’immaginazione (eh sì, non li ho mai visti dal vivo quei mezzi!) tra le righe dell’articolo Il Nuovo Mattino, analisi dell’alpinismo californiano, di Gian Piero Motti. Sì, ancora lui, e che ci posso fare: quando ci si innamora, letterariamente parlando, si finisce per parlare sempre dell’oggetto dei propri pensieri. Ma poi, suvvia, chi meglio di lui per un’analisi approfondita sul tema?



Andiamo avanti.
“Gli arrampicatori californiani si sono creati una regola molto severa: la scalata libera è tirata al limite di caduta prima di ricorrere all’uso dei chiodi e, prima di forare la roccia per introdurvi un chiodo a espansione in scalata artificiale, si deve ricorrere a tutti quegli artifici tecnici (alcuni sconosciuti in Europa) che permettono di salire senza bucare la roccia. Le vie devono essere lasciate interamente schiodate (salvo i chiodi a espansione, ma non sempre) in modo che i ripetitori incontrino le medesime difficoltà dei primi salitori e possano comportarsi davanti a esse a seconda della loro bravura.”
Il Nuovo Mattino, Gian Piero Motti

Dunque, il meccanismo di chiodatura e schiodatura richiede chiodi che resistano a un uso prolungato, senza che questi si rompano o si deformino. Ecco che gli arrampicatori americani introducono l’acciaio al cromo-molibdeno, un materiale duro e molto resistente per costruire chiodi che si adattano perfettamente alla fessurazione rettilinea del granito, che non richiede torsione o flessione del chiodo.
Ma partiamo dall’inizio. Negli anni Cinquanta in Nord America la maggior parte dei chiodi utilizzati per l’arrampicata era prodotta in Europa. Esistono numerosi riferimenti di scalatori che acquistano l’attrezzatura da Sporthaus Schuster a Monaco di Baviera, compresi i chiodi ASMü (prodotti da August Schuster). Alcuni dei chiodi di migliore qualità provenivano dalla Svizzera, anche se negli Stati Uniti erano disponibili solo nei rivenditori specializzati come Abercrombie & Fitch, che vendevano chiodi prodotti da Hupfauf. Anche Fritsch e CCB producevano chiodi di qualità in Svizzera.

Nel 1901 i produttori di acciaio statunitensi divennero i più grandi del mondo e per i cinque decenni successivi furono leader mondiali nella ricerca sugli acciai ad alta resistenza, trainati dall’industria automobilistica e aeronautica. Nel secondo dopoguerra, negli Stati Uniti, molti nuovi acciai divennero più comuni e vennero utilizzati per piccoli lotti di chiodi e in parte da occasionali fabbri artigiani della comunità di arrampicatori. [Fonte: www.bigwallgear.com]
Nel 1946 John Salathe utilizzò una lega di acciaio al cromo-vanadio ad alta resistenza per realizzare i chiodi delle sue scalate in Yosemite.


Nel 1954 Chuck Wilts condivise informazioni sui suoi chiodi sottili in Chromoly 4130 nel Sierra Club Bulletin (e in Belaying the Leader, an Omnibus on Climbing Safety, 1956) e ben presto diversi produttori iniziarono a fabbricare chiodi in Chromoly, che divenne poi lo standard per tutti i chiodi in acciaio ad alta resistenza. Tra gli artigiani figurano Richard Long, Jerry Gallwas, George Rea, Bill Feuerer e Yvon Chouinard.











Alla fine degli anni ’50 Chouinard forgiò chiodi in acciaio ad alta resistenza e introdusse anche un moschettone in alluminio forgiato ad alta resistenza nel 1958. A metà degli anni ’60 Chouinard era il principale fornitore di chiodi in cromo di tutte le dimensioni (catalogo Dolt 1960).

Ma veniamo al dunque e ai mezzi descritti da Motti nel suo articolo sull’alpinsimo californiano.
Gli angle pitons sono chiodi a profilo ‘V’ che tengono su fessure di media larghezza.

Un’altra tipologia di chiodo (tra le tantissime) è il Leeper Z, dal suo inventore Ed Leeper, arrampicatore americano degli anni ’60. Inventò questo chiodo perché sembrava essere eccellente per mordere il granito dello Yosemite con la sua forma a Z.

I knifeblades sono chiodi a lama di coltello, che riescono a penetrare anche nelle fessure più sottili.

I rurp sono chiodi a lama di rasoio, durissimi e affilati, ideali anche nelle rughe superficiali del granito.


A proposito dei rurp, voglio citare un breve passo della biografia di Royal Robbins.
“Il 1° settembre 1956, Mark Powell, Joe Fitschen e Royal portarono a termine la prima salita della parete Sud di Liberty Cap, in un giorno e mezzo.
Erano quattordici tiri di corda, e Powell tirò da capocordata sul passaggio chiave, in artificiale.
Nel bollettino del Sierra Club di giugno 1957, Royal scrisse: «Mark ha messo un piccolo chiodo a lama di rasoio.» Questi chiodi speciali, molto sottili, (i formidabili RURP, ndr) disponibili per pochi arrampicatori, venivano fabbricati in casa da Chuck Wilt, e in seguito furono adottati e perfezionati da Yvon Chouinard. Potevano essere incastrati in una fessura anche solo per poco più di mezzo centimetro ed erano in grado di sostenere il peso di un uomo permettendo di compiere la salita senza chiodi a pressione.”
[Royal Robbins. Il maestro dell’arrampicata americana, di Pat Ament]
I bong sono cunei metallici in lega leggera, creati per fessure più larghe. A differenza dei cunei di legno, questi sono indistruttibili, recuperabili e molto leggeri.

E arriviamo anche ai nut*, blocchetti metallici (i peck sono in nylon) che si incastrano nelle fessure: questi fanno risparmiare tempo e fatica rispetto a martellare un chiodo. I blocchetti possono essere esagonali, trapezoidali e cilindrici. Questi mezzi sono collegati al moschettone attraverso un cavetto metallico, che consente di inserirli al fondo dei diedri e delle fessure svasate.


*La leggenda identifica il luogo di nascita del nut con la ferrovia lungo l’avvicinamento a Clogwyn Du’r Arddu, una delle falesie simbolo dell’arrampicata libera gallese. Negli anni Cinquanta gli arrampicatori britannici scoprirono che i dadi da macchina in acciaio che si trovavano sparsi lungo i binari funzionavano molto meglio dei sassolini come protezione per l’arrampicata. Le sfaccettature esagonali consentivano un’azione di incastro più consistente, mentre i fori centrali permettevano di collegare i nut al cordino. [Fonte: www.climbing.com]
Gli excentric sono blocchetti esagonali vuoti all’interno e raggiungono grandi dimensioni.

I copperhead sono cilindretti di bronzo con un cavetto saldato internamente: questi si martellano nelle svasature o incavature superficiali della roccia, che non permettono di inserire altri mezzi, e si schiacciano contro la roccia. Sono ancoraggi davvero precari.

Oltre ai rurp, ai knifeblades e ai copperhead, un altro artificio di esclusiva progressione è il cliff hunger, uncino di duro e affilato acciaio da utilizzare su schegge o tacche molto piccole.

Gli arrampicatori americani, per progredire lungo le fessure, utilizzano pedule molto leggere e flessibili con suola in gomma liscia: questo comporta l’eventuale utilizzo di staffe con asole di larga fettuccia (sangle), perché il gradino metallico sarebbe troppo scivoloso.

Se in Dolomiti si utilizzava il seggiolino di legno, in America veniva utilizzato uno in stoffa o nylon, bordato da una larga fettuccia: leggero, molto meno ingombrante e più comodo (dato che lì in parete si stava molto più a lungo).

Un altro mezzo utilizzato nelle pareti americane sono le maniglie Jumar, con impugnatura autobloccante meccanica utilizzata per risalire lungo corde fisse, ideali per risparmiare tempo e fatica al posto dei nodi Prusik.

È ovvio che con i chiodi non si può parlare di arrampicata tanto pulita da mantenere lo stato naturale della roccia: abbiamo detto poco fa che il lavoro di chiodatura e schiodatura non era più contemplato dall’etica. Che fare allora?
Lasciare chiodati i tiri? No, si sarebbe andati contro le regole accennate poco prima sul lasciare che i ripetitori fatichino come i primi salitori.
Piantare chiodi a espansione dove prima non ce n’era bisogno? C’era il rischio di rovinare le fessure mettendo e togliendo chiodi.
L’unica soluzione rimaneva quella di perfezionare al massimo la tecnica di incastro dei nut.
Bene: se credi che sia finito qui l’elenco dei mezzi utilizzati nell’arrampicata, ti sbagli di grosso. Ma so che non ti sbagli, perché lo sai che nulla della scalata può ridursi alle righe di un articolo. Però è pur qualcosa, no?
Voglio concludere questo minuscolo stralcio di storia con una affermazione di Andrew Bisharat, scrittore e scalatore che vive nel Colorado occidentale, editore di Evening Sends e co-conduttore del podcast The RunOut.
“L’arrampicata era, è e sarà sempre un rifugio per coloro che non vogliono accettare le norme tradizionali. Drogarsi, bere forte, mandare le autorità a farsi fottere e vivere liberi. (Magari anche arrampicando!) Proprio così!”

E poi mi sembra interessante aggiungere altre parole di Andrew Bisharat, questa volta relative al suo punto di vista a proposito della Valley e delle modalità di arrampicata. Insomma, di come le cose sono cambiate. Perché, come ben sai, non si è evoluta solo l’attrezzatura. Anche se questa ha giocato un ruolo importante.
“La nostalgia è la nostalgia di un’utopia scomparsa. E questa è davvero la storia dello Yosemite in generale. Se Valley Uprising (riferendosi al famoso documentario, ndr) è la storia della ‘genesi’ dell’arrampicata, allora considera tutti i modi in cui siamo caduti dall’eden, non solo con l’arrampicata sportiva e gli spit che fanno la parte del frutto proibito, ma anche con il cambiamento dello Yosemite, così drastico, da una natura selvaggia e incontaminata di 100 anni fa all’odierna scena di regolamenti draconiani e di una spaventosa commercializzazione.
‘Gli Stonemasters si adattavano a ciò che [lo Yosemite] era. Non si adattavano a ciò che è diventato’, pontifica Largo. Forse la nostra nostalgia per lo Yosemite negli anni Settanta può essere spiegata da una sorta di desiderio perpetuato nel profondo del nostro inconscio collettivo di ascoltare storie su come l’eden ci è stato portato via. Su molti livelli, lo Yosemite è quella storia.
La Valle è diventata davvero un posto di merda da frequentare, e sembra diventare sempre più di merda ogni anno. Ma chi farà qualcosa al riguardo?
‘Gli Stonemasters volevano superare i limiti e far arrabbiare lo status quo’, ha dichiarato Steve Roper nel film. È così oggi il mondo dell’arrampicata? Stiamo facendo un lavoro fantastico per superare i limiti, meglio di qualsiasi altra generazione di arrampicatori prima di noi. Ma non stiamo facendo arrabbiare lo status quo. Tutt’altro. L’attuale generazione non si sta ribellando né sta combattendo per la propria libertà. Piuttosto ci siamo evoluti fino a diventare una generazione con una tolleranza particolarmente alta per le restrizioni nella nostra vita.
Quando siamo costretti a utilizzare scappatoie sempre più costrittive per intravedere di tanto in tanto una libertà senza vincoli, non siamo arrabbiati per questo, ma ne siamo grati.
Guarda Honnold che, come vediamo nel film, ogni giorno fa il pendolare per entrare e uscire dal Parco. Ammette che è una seccatura, ma subito qualifica questa lamentela con una sorta di malinconica e semplice gratitudine per il fatto di poter arrampicare nello Yosemite a qualsiasi livello.
[…]
Non siamo solo noi scalatori a essere nostalgici. La nostalgia è forse il sintomo distintivo della nostra epoca. Ovunque si guardi la gente ricicla il passato. Grazie a tutti i nostri archivi digitali, in cui ogni momento della nostra vita è sempre più documentato da fotografie e video, non è mai stato così facile farlo. Basta andare in internet, se si vuole rivivere la storia recente e immedesimarsi in una cornice temporale e mentale diversa. Il risultato è una stasi culturale pop mai vista prima. Questo vale anche per la musica e per il cinema (basta guardare tutti i remake e i sequel).
L’intera cultura hipster non è altro che una genuina nostalgia, vagamente avvolta da un’estrema ironia.”

Siamo cambiati, continuiamo a cambiare. Vogliamo lasciarci il passato alle spalle eppure in un modo o nell’altro continuiamo a voltarci, a osservare quanto è successo, come eravamo.
Sarà perché non ci accontentiamo del presente e il futuro è un punto di domanda troppo grande? Può darsi. Ma la storia è storia. E in un modo o nell’altro noi ci siamo dentro.
–
Breve storia dell’arrampicata nello Yosemite. [Fonte: www.latimes.com]
1905: l’esperto alpinista Charles Bailey, 60 anni, scivola dalla parete ovest di El Capitan davanti agli occhi del suo compagno di cordata.
1950: il fabbro John Salathé e Allen Steck sono i primi a scalare la parete nord di Sentinel Rock, utilizzando i chiodi d’acciaio che Salathé ha costruito per adattarsi alle lunghe fessure parallele delle pareti rocciose dello Yosemite.
1957: un gruppo guidato da Royal Robbins scala per la prima volta la parete nord-ovest dell’Half Dome.
1958: Warren Harding sale in cordata il Nose a El Capitan.
1970: Warren Harding e Dean Caldwell realizzano la prima salita di Dawn Wall a El Capitan, anche conosciuta come The Wall of Early Morning Light.
1973: l’alpinista Yvon Chouinard fonda Patagonia, nata dalla sua attività di forgiatore di attrezzature metalliche per l’arrampicata. Diventa una multinazionale.
1978: l’esperto scalatore James Adair, 20 anni tenta di scalare in libera Sentinel Rock. Scivola e cade per oltre 90 metri.
1989: Mark Wellman, paralizzato anni prima in un incidente di arrampicata, diventa il primo paraplegico a salire El Capitan.
1993: Lynn Hill diventa la prima persona a scalare in libera il Nose a El Capitan in un solo giorno.
2003: il Camp 4 dello Yosemite viene inserito nel registro nazionale dei luoghi storici.
2004: Ken Yager fonda lo Yosemite Facelift, che diventa un evento annuale in cui gli arrampicatori ripuliscono dai rifiuti la base delle pareti e la zona.
2015: Tommy Caldwell e la star del bouldering Kevin Jorgeson sono i primi a scalare in libera la strapiombante Dawn Wall di El Capitan.
2017: Alex Honnold diventa la prima persona a raggiungere la cima di El Capitan in free-solo (senza corda).


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