Nella biblioteca del CAI di Torino, sfogliando Momenti d’alpinismo della Rivista della montagna del 1985, incontrai questo interessante articolo di Pietro Crivellaro su uno dei miti della storia dell’alpinismo, Giovan Battista Vinatzer.
Riassumerlo vorrebbe dire rovinarlo, quindi lo riporto tale e quale e ringrazio l’autore per avere raccontato un alpinista tanto silenzioso quanto formidabile.

Tutti sanno che Vinatzer è stato uno dei più grandi scalatori di tutti i tempi. Si dice che nessuno era bravo quanto Vinatzer a passare in libera dappertutto, e corre voce che tirasse dritto dall’attacco all’uscita con pochissimi chiodi, senza paura degli strapiombi, della roccia marcia o delle placche impossibili da chiodare. Senza paura di ammazzarsi.
O magari da qualche parte si è proprio ammazzato. Prima o poi quei tipi lì fanno tutti una brutta fine. Oppure è ancora vivo, chissà dove, in qualche oscuro paese del Tirolo?
Non ne sappiamo quasi nulla, ma la certezza che si tramanda è incrollabile. Non importa che la conoscenza sia poco consistente, quasi fittizia. Vinatzer è un vero eroe sconosciuto per le storie dell’alpinismo, e tuttavia rimane una figura piena di fascino e di straordinaria modernità, ammirata e rispettata anche nell’epoca del free climbing e del settimo grado.
Non sono molte le fonti per precisare i contorni della figura leggendaria di Vinatzer e ricostruire la storia. Dagli anni Trenta ad oggi rimangono scarse e disperse le notizie a cui si può attingere per compilare la sua biografia. Occorre fare un cammino a ritroso, partire dalla ripetizione delle sue vie per risalire indietro verso l’epoca in cui sono state tracciate; scovare le testimonianze scritte dai primi ripetitori negli anni Cinquanta, interpretarle e confrontarle per farsi un’idea delle scalate originarie. Ma senza troppe illusioni, perché sappiamo che non andremo oltre all’approssimazione della copia, che non potrà mai valere quanto il capolavoro autentico andato perduto per sempre.
Oppure, e meglio, si può andare a trovare il signor Giovanni Battista Vinatzer (che si è ben guardato dall’ammazzarsi) a casa sua, a Ortisei in Val Gardena, dove è nato settantatrè anni fa. Allora può capitare che le sue rade parole e i gesti misurati di vecchio massiccio e schivo stabiliscano un legame che somiglia all’amicizia, ispirando la gratitudine di un incontro importante. E se il rigore della storia dell’alpinismo dovesse scivolare un po’ sul sentimentale, pazienza. Sarebbe sempre poco in confronto alle parole che si sono dette e scritte in eccesso e a sproposito di altre figure e di altre imprese meno importanti.
Talento più allenamento
L’intensa e breve stagione alpinistica di Vinatzer, durata poco più di cinque anni dal 1931 al 1936, coincide con la fase più fervida della ‘battaglia’ del sesto grado, che si giocò soprattutto sulle Dolomiti nel periodo tra le due guerre, alimentata anche dai contrapposti nazionalismi di austro-tedeschi e italiani.
Nato ladino il 24 febbraio 1912 da genitori contadini, considerato italiano dai tedeschi e tedesco dagli italiani, Vinatzer è rimasto estraneo agli schieramenti ufficiali, al di fuori della potente associazione del Club Alpino e della corporazione delle guide, limitando la sua attività nel raggio delle montagne circostanti il suo paese, senza mai scrivere relazioni o articoli sulle sue scalate.
Nessuno in famiglia ha mai fatto dell’alpinismo; solo il nonno, Giovanni Battista come lui, appassionato cacciatore, viene indicato come primo salitore della Furchetta intorno al 1870, la cima più importante del gruppo delle Odle che sorge proprio dietro casa. Un po’ di nascosto dalla madre, per non farla stare in pena, intorno ai 17 anni, insieme al coetaneo Luigi Riefesser, scala la Fermeda. Hans, cosi tutti lo chiamano, divide il suo tempo dando una mano ai suoi nel lavoro dei campi e andando a bottega da uno scultore in legno, ma non mostra la vocazione dell’artigiano.
Gli interessa un’altra arte e la impara da autodidatta, allenandosi con ostinata assiduità, mettendo insieme i lavori di fatica e gli appositi esercizi che compie nel fienile.
La concezione del talento naturale e istintivo che di lui si è divulgata di recente è soltanto l’aureola luminosa di un mito sovrumano, priva di fondamento. Se il ragazzo Vinatzer ha buona stoffa, sa benissimo di dover lavorare sodo per raggiunge i livelli vertiginosi su cui si muove l’arrampicata all’inizio degli anni Trenta.
Le guide della valle non si sono mai cimentate in scalate molto impegnative, esempi e modelli provengono dai forestieri. L’unica figura di spicco è stato Luis Trenker, il compaesano divenuto celebre in tutto il mondo come attore nei film di Arnold Fanck che raccontano eroiche gesta in montagna. Trenker, che impersona benissimo per il cinema la figura della guida dal sorriso radioso e dalle mani possenti, è stato professionista di ottimo mestiere e notevole iniziativa, ma si sa che le vie che portano il suo nome sono in gran parte merito del povero Hans Pescosta: era sempre lui a tirare in testa, prima di morire in guerra.
Il giovane Vinatzer che da grande vuol fare il mestiere di guida, inoltra a 17 anni domanda da portatore, ma gli rispondono che non ha ancora l’età prescritta, che se ne riparlerà e cosi gli risponderanno picche per i successivi nove anni, senza restare affatto turbati dalle imprese che nel frattempo il candidato respinto realizza. La licenza di portatore gli viene concessa solo dopo l’exploit della Marmolada, nel 1937. La nomina a guida arriverà nel 1945.
La corsa alla Furchetta
La prima via nuova firmata da Vinatzer con Vincenzo Peristi, il 18 ottobre 1931, è la diretta alla parete sud est della Stevia sopra selva di Gardena, una via molto delicata ed esposta con diversi tratti di sesto. Ma il colpo grosso lo compie a vent’anni, l’anno successivo, superando direttamente una parete friabile e strapiombante che in un modo o nell’altro ha respinto nomi leggendari, i migliori fuoriclasse della ‘scuola di Monaco’: la Nord della Furchetta, la più superba formazione rocciosa delle Odle. L’imponente spigolo di 800 metri di altezza, già tentato invano nel 1913 dalla celebre guida di Cortina Angelo Dibona con uno dei fratelli Mayer, diventa uno dei principali problemi delle Dolomiti quando viene attaccato alla vigilia dell’assassinio dell’arciduca d’Austria Francesco Ferdinando da Hans Dülfer, accompagnato da Luis Trenker, che racconterà la storia parecchio addomesticata a suo vantaggio: è il 27 luglio 1914.
Il fuoriclasse tedesco è arrampicatore dotatissimo e determinato, innovatore in grado di ricorrere se necessario alle nuovissime tecniche dei chiodi e dei moschettoni: Dülfer conduce la cordata senza difficoltà fino a due terzi della parete, a un terrazzino sotto la gialla parete terminale, che appare molto strapiombante. Compie diversi tentativi riuscendo ad alzarsi lungo una fessura marcia per una dozzina di metri da destra verso sinistra. “Non si puo più avanzare. Nonostante la volontà più disperata, non si può più!”, rievoca con prosa un po’ ridondante. “Ormai non ci giovano né i chiodi, né i moschettoni, né i denti stretti”.
Su quel marcio i chiodi non servono, le difficoltà sono insormontabili e costringono alla ritirata. Il punto massimo raggiunto resterà noto come ‘pulpito Dülfer’, il quale qualche giorno dopo abbandona l’attività alpinistica per arruolarsi e divenire carne da macello nella guerra che è scoppiata tra le grandi potenze: morirà ad Arras sul fronte francese, colpito da una scheggia di granata il 15 giugno 1915.
Altri si misurano col problema Furchetta senza successo per dieci anni, finché risale al punto famigerato il fuoriclasse Emil Solleder insieme con Fritz Wiessner, da noi meno celebre ma da considerare uno dei massimi calibri del tempo.
Le difficoltà che hanno sbarrato la strada a Dülfer, fermano anche la cordata Solleder-Wiessner, che tuttavia risolve la questione aggirandola a destra mediante una lunga traversata e uscendo attraverso la parete nord ovest sulla cresta sommitale, una via d’uscita che viene comunque definita ‘straordinariamente pericolosa a causa dell’enorme friabilità’. Quel giorno è il 10 agosto 1925: il 7 agosto, con Gustav Lettenbauer, Solleder conquista i 1200 metri della Nord Ovest del Civetta, la muraglia più impressionante delle Dolomiti, indicata unanimemente come la prima via di sesto grado, pietra miliare nella storia dell’alpinismo.
In occasione della seconda salita dello spigolo nord della Furchetta, il15 agosto 1931, Hans Buratti e Mathias Auckenthaler stavolta traversano a sinistra ed escono in vetta dalla parete nord est: è solo un’altra variante, non la soluzione.
Settimo grado nel 1932
Finalmente, l’8 agosto 1932 Hans Vinatzer e Giovanni Riefesser salgono al famoso terrazzino sapendo che nessuno era uscito diritto.
“Siamo andati su”, ricorda oggi il vecchio Vinatzer, “abbiamo visto un chiodo una decina di metri sopra il pulpito Dülfer, sono salito fino al chiodo e quando ho visto che aveva un cordino ho capito che era di lì che erano scesi. Era un po’ difficile, ma non proprio da non poter continuare. Il primo tiro di una trentina di metri l’ho fatto io e poi più o meno a tiri alterni su roccia molto friabile e quasi impossibile da chiodare. L’ultimo centinaio di metri però è meno difficile e meno friabile”. E aggiunge: “É una via della quale non faccio propaganda. Se uno vuole andare, sappia che è molto pericolosa, ma magari adesso, con l’attrezzatura che c’é…”. Ipsissima verba!
Erich Abram, guida di Vipiteno, uno dei più forti dolomitisti degli anni Cinquanta, del quale riparleremo come primo ripetitore della Sud della Marmolada, è stato anche il primo ripetitore della direttissima Vinatzer alla Furchetta nel 1957.
Deve essere stata un’esperienza impressionante se ha poi dichiarato che “solo un irresponsabile poteva realizzare una via del genere”.
Corre voce che dopo di lui ci abbia riprovato soltanto una cordata tedesca.
Più recentemente, Reinhold Messner, che lo spigolo nord della Furchetta può vederselo tutte le volte che guarda fuori dalla finestra di casa, nel suo libro Settimo grado (De Agostini, Novara 1982, pagina 146) ricorda di aver considerato la possibilità di una ripetizione in solitaria della via Vinatzer “che presupporrebbe uno smisurato coraggio ed enormi capacita”. E commenta: “Dove Dülfer e Solleder non erano riusciti, Hans Vinatzer aveva più tardi con bravura proseguito il percorso e dimostrato che nell’alpinismo non c’é un limite assoluto. Era in anticipo di molti anni sul suo tempo, e doveva essere molto allenato per non pensare continuamente di precipitare su una parete tanto ardua”.
Non è senza ragione che comunque quella solitaria, evitata saggiamente da Messner che non si può dire alpinista di poco conto, rimane tutt’ora da realizzare.
Nel libro citato Messner rincara la dose sostenendo un’opinione abbastanza sensazionale. “Il piantare meno chiodi possibile era stato anche il principio dei primi sestogradisti degli anni Trenta e forse Vinatzer e Rebitsch già prima della seconda guerra mondiale avevano sfiorato il settimo grado. In ogni caso la via diretta alla parete nord della Furchetta, che Vinatzer e Rebitsch (voleva dire Riefesser!) avevano aperto nel 1932 in giornata e in libera, fino ad oggi non è ancora mai stata ripetuta così rapidamente e clean. Quando la giovane élite dell’arrampicata fece la ripetizione all free della Vinatzer alla parete nord della Stevia, constato con stupore che questa via era difficile quanto la Pumprisse, quindi di VII” (pagina 194).
Per intendere l’opinione di Messner va specificato che la Pumprisse è la prima via classificata ufficialmente di VII grado dalle riviste tedesche (e che aprì la strada al riconoscimento del VII), percorsa da Reinhard Karl e Helmut Kiene al Fleischbankpfeiler nel Kaisergebirge in data 2 giugno 1977.

Storie e storielle
Per tornare alla biografia di Vinatzer, un mese dopo la Furchetta, il 13 settembre, questa volta in compagnia di Peristi, Vinatzer va a curiosare sul temibile e immenso paretone sud della Marmolada dove una cordata di guide fassane guidata da Luigi Micheluzzi ha tracciato nel 1929 una via di sesto grado, che verrà non solo considerata superiore alla Solleder al Civetta, ma la più impegnativa del momento. Sicuramente salendo al rifugio Contrin Vinatzer non lo sa e col carattere che ha non gli interessa saperlo, ma anche questa sarà una via molto chiacchierata per colpa del monachese Walter Stösser che, dopo diversi tentativi andati a vuoto, realizza la prima ripetizione in compagnia di F. Kast il 31 agosto e 1° settembre 1932, spacciandola sulle riviste tedesche per una sua prima assoluta: la polemica che ne scaturirà coinvolgerà anche l’irruente Tita Piaz, testimone oculare dell’impresa dei fassani, e gioverà se non altro a sottolineare il valore dello schivo Micheluzzi e ad accrescere la fama della via. Ad ogni modo Vinatzer e Peristi, due settimane dopo Stösser, passano a tempo di record in 12 ore.
Tre giorni dopo è la volta di Hans Steger e Paula Wiesinger, coppia storica di fortissimi: anche loro ce la fanno a venir fuori dall’orrendo strapiombo intasato di ghiaccio che sbarra il camino d’uscita, ma il bivacco non lo evitano.
La notizia della ripetizione lampo di Vinatzer viene riferita con dovizia di dettagli dal periodico specializzato di Milano Lo Scarpone (1 novembre 1932) e verrà anche segnalata nel riepilogo delle attività di spicco degli alpinisti italiani in quella stagione sulle riviste del CAl: su Alpinismo di Torino, gennaio 1933, si parla di un certo ‘Vinanzes’! Tutta questa pubblicità, piuttosto insolita nella biografia del gardenese, è forse ascrivibile al fatto che Peristi, che fa lo scultore in legno (ha anche vinto un premio a una mostra a Milano nel 1928), è proprietario dell’albergo S. Giacomo, sicuramente frequentato da alpinisti che hanno rapporti con le pubblicazioni del CAl.
Può essere uno di questi cittadini l’altrimenti sconosciuto ‘Cavalli Carlo della sezione del CAl di Milano’ che figura accanto a Vinatzer, Peristi o Luigi Riefesser (nota 1) in un’altra dettagliata cronaca dello Scarpone uscita un anno dopo (25 novembre 1933). Da essa risulta che il suddetto milanese, il 4 settembre 1933, partecipa all’apertura di una via nuova con Vinatzer e Peristi sulla parete nord del Mont de Soura, nel gruppo del Puez, una via di quarto che Castiglioni nella leggendaria guida del 1937 Odle, Sella, Marmolada definisce “poco attraente” per l’erba e la roccia friabile. Quattro giorni dopo partecipa con gli stessi alla prima assoluta sulla Nord della Stevia “consistente in una fessura di estrema difficoltà, classificabile di quarto grado”, è scritto proprio così della stessa via che Messner considera equivalente alla Pumprisse, cioè di VII. II signor ‘Cavalli Carlo del CAl di Milano’, (si ripete pedantemente nello stesso testo) è infine in cordata con Vinatzer e Riefesser quando, nello stesso settembre, questa compie la ‘direttissima’ della Cima Rodella, già tentata invano dalla guida gardenese Gluck Ferdinando: curioso che nel vangelo della Castiglioni non solo non si menziona la via, ma la Cima Rodella neppure esiste (nota 2).
Diverse tracce di incoerenza consigliano di prendere questi pezzi con beneficio d’inventario, proprio come l’aneddoto conclusivo raccolto dalla credulità del cittadino milanese dedicato ai ‘gatti della Val Gardena’, che val la pena riportare come nota di colore. “In seguito a un certo discorsetto del podestà di Ortisei — riferisce Lo Scarpone parlando di Vinatzer e Peristi — che aveva posto in dubbio le fenomenali attitudini dei due rocciatori, essi compirono l’ascensione della parete della… casa del podestà stesso. La parete è liscia, senza sovrastrutture ornamentali e priva di finestre a pianterreno. Bisognava quindi realizzare un record da uomo-mosca. A notte alta il delitto fu consumato: qualche chiodo, un po’ di acrobazia, molto coraggio e infine un leggero percuotere di nocche sulla vetrata della camera da letto del podestà. Il quale oggi è convintissimo che Vinatzer e Peristi sono due eccezionali campioni dell’arrampicamento italiano”.
Se ne accorge Rudatis
Sicuramente autentico è invece l’aneddoto narrato oggi dallo stesso Vinatzer che ricorda di aver scalato per scommessa, in una delle estati al principio degli anni Trenta, la paretina sud della Peralongia di poche decine di metri strapiombanti, sotto lo sguardo incredulo di turisti stranieri ospiti della malga adiacente, che lo avevano sfidato a compiere la prodezza, intascandosi alla fine i fiorini messi in palio.
Sono frammenti dispersi della storia privata e dimenticata di un giovanotto valligiano che non si lascia arruolare nello schieramento avanzato che conquista le posizioni di punta nella battaglia del sesto grado, dove si distribuiscono riconoscimenti e medaglie, che vengono per davvero appuntate sul petto degli eroi sportivi nazionali dalle mani del duce. L’exploit della Furchetta non modifica la vita di Hans, che lavora per campare, non cessa di allenarsi e ogni tanto, quando viene la bella stagione, apre delle vie nuove senza andare distante da casa. Il 21 agosto 1933 in cordata con Luigi Riefesser supera nel punto più alto e ardito la parete nord del Sass de la Luèsa, proprio di fronte al Passo Gardena: frequenti tratti di sesto.
L’8 settembre dello stesso anno, stavolta con Peristi, vince la gialla fessura nord ovest della Stevia, l’itinerario assolutamente estremo in odore di settimo secondo Messner, “forse la cosa più dura che ho mai fatto”, ricorda oggi il vecchio Hans.
A poco più di vent’anni Vinatzer, balzato ai vertici dell’arrampicata dolomitica senza fare chiasso, perché non figura nella graduatoria degli eroi italici propagandata dalla grancassa dell’agit-prop giornalistico. Ma un’eccezione esiste, che vale più di un’investitura ufficiale ed è soltanto un cenno rapidissimo in uno dei memorabili articoli sulla concezione del sesto grado scritti da Rudatis. Domenico Rudatis, che è validissimo arrampicatore, ma
ancor più acuto studioso dell’alpinismo, nella ristretta rosa degli ‘scalatori italiani di valore internazionale’, accanto a Tissi, Comici e Carlesso, Andrich e i fratelli Dimai, include il nome di Vinatzer (Rivista Mensile, 1934, n. 4, pagina 171). Una citazione buttata lì con noncuranza, senza spiegazioni, che può funzionare benissimo come data di nascita del mito Vinatzer: si sa che è uno dei più forti e nient’altro, così per decenni fino a oggi.
In realtà non si inventa niente deducendo che sicuramente Rudatis, severissimo nelle sue valutazioni, aveva in mente la storia della Furchetta, perché con i suoi criteri non avrebbe mai omologato di sesto i ‘paracarri’ della Stevìa e del Sass de la Luèsa, vie estreme per
la difficoltà, ma non abbastanza per l’ambiente e per la lunghezza. O meglio, si può intuire che da vox populi che sempre circola nel ‘giro’, aveva raccolto dati sufficienti per indicare Vinatzer come scalatore in grado di fare cose i eccezionali. Staremo a vedere.
Intanto in quel 1934 Vinatzer compie un’altra verifica delle sue possibilità sul massimo parametro del momento, la Comici-Dimai alla Nord della Cima Grande di Lavaredo, aperta l’anno prima e divenuta subito leggendaria per l’arditezza e la novità della concezione. Gli è compagno Raffaele Carlesso, operaio alla Marzotto, che era stato autore di uno dei più convinti tentativi prima di Comici, e che in quell’agosto realizza una via durissima con Bortolo Sandri alla Torre Trieste: ad Hans non è congeniale il carattere e lo stile di Carlesso, grintoso e polemico, né deve essere piaciuta molto la via con tutti i chiodi. A ogni modo è la settima ripetizione ed essi sono i primi italiani a farcela dopo i primi salitori.
Quell’anno Vinatzer risolve il problema della gialla parete sud ovest del Piz Ciavazes, più volte tentata invano prima di lui e Luigi Riefesser: un elegante diedro che se non si rivela estremo, verrà considerato dalla guida Castiglioni ‘una delle più belle e divertenti arrampicate del Gruppo del Sella’. Lo stesso mese, in cordata con un certo Piazza, un compaesano che faceva lo scultore, aveva percorso una breve via sulla Ovest del Ciavazes, salendo dal canalone tra la Terza e la Quarta Torre di Sella, una cosa poco raccomandabile per la roccia orribile. In agosto con Peristi percorre anche una fessura sud di media difficoltà al Sass de Mesdì della Val Cisles nelle Odle.
La fine di Luigi Riefesser
Nel 1935 un’altra bella serie di vie nuove. A inizio stagione, 23 giugno, apre con Peristi una via che percorre in centro parete l’alta e ripidissima Ovest della Terza Torre di Sella, proprio in faccia al rifugio omonimo: elegante e non estrema, sicuramente la Vinatzer oggi più frequentata, ma non si creda che sia banale, come credevano quei pellegrini genovesi che mi è capitato d’incontrare l’estate scorsa, e che non sono riusciti a domare lo strapiombo chiave a metà via nemmeno a suon di chiodi e staffe. Ancora con Peristi, il 26 luglio percorre per primo l’impressionante diedro giallo che solca la parete nord ovest del Catinaccio uscendo sulla spalla est; l’itinerario è oggi svalutato per la gran chiodatura. Sempre con Peristi, il 9 settembre, sale il diedro subito a destra dello spigolo est della Cima sud del Gran Mugone, un’arrampicata difficile e sostenuta dal ghiaione alla cima, con pochissimi chiodi, nel tipico stile del maestro Vinatzer.
Pochi giorni prima è accaduto un episodio drammatico per colpa della roccia marcia delle Odle, sopra il rifugio Firenze. Il 25 agosto che è domenica, il miglior compagno di Vinatzer Luigi Riefesser (che pero è meno disponibile di Peristi perché prima doveva andare a servir messa), tenta con S. Demetz di superare il grande strapiombo alla base della parete sud della Piccola Fermeda, per aprire l’attacco più logico allo spigolo sud est: la stessa cosa gli era già riuscita due settimane prima su una fessura adiacente per raggiungere lo spigolo sud ovest. Questa volta, quando già ha superato lo strapiombo – scrive la guida Castiglioni – precipita uccidendosi. “L’itinerario venne completato pochi giorni dopo da G. B. Vinatzer e V. Peristi” – aggiunge impassibile la Castiglioni.
A parte ogni altra considerazione sulla disgrazia, l’episodio suggerisce almeno una precisazione abitualmente accantonata: oggi non abbiamo idea degli enormi rischi che correvano gli arrampicatori che si muovevano su difficoltà elevatissime senza la protezione dei chiodi, dei materiali e delle tecniche di assicurazione attuali, affrontando con disinvoltura per noi impensabile roccia di pessima qualità.
Per intendere meglio il valore di Vinatzer ‘re della libera’ e di molti contemporanei suoi, vale la pena sottolineare che a quei tempi non c’era praticamente differenza tra chiodo di progressione e chiodo di protezione: chi piantava pochi chiodi per severità etica, certo non piantava chiodi per attrezzare le soste, come invece facciamo noi oggi che trucchiamo il conto totale dei chiodi impiegati senza calcolare quelli di sosta per tacita consuetudine.
È per questo che il rischio dell’incidente mortale non era affatto una invenzione retorica in ossequio ad antiquati gusti tardoromanticl, come amano sentenziare molti eretici affrettati dei nostri giorni, preoccupati di non passare per reazionari.
Il giorno in cui Riefesser compiva la sua fatale salita sul grande strapiombo d’attacco della Piccola Fermeda, Vinatzer si trovava abbastanza lontano da casa, a misurarsi nientemeno che con la smisurata e inaccessa parete sud della Marmolada, in compagnia dell’udinese Vittorio Zanardi Landi. Poco o niente si è saputo fino a oggi di questo oscuro tentativo, che si arrestò a un centinaio di metri dalla base. Perché il fallimento? Ce lo rivela Vinatzer lapidario: “il compagno aveva difficoltà a seguirmi e se succedeva qualcosa a me, eravamo spacciati tutti e due”.
E il contesto dell’episodio lo si può immaginare leggendo un articolo comparso quell’autunno sulla Rivista Mensile (‘La prora armata’, di Vittorio Cesa de Marchi, n. 10, pagine 518-522), dal quale si apprende che Vinatzer aveva partecipato in qualità di istruttore alla Scuola Nazionale di Roccia della Gioventù Universitaria Fascista, svoltasi al Passo Sella dal 14 luglio al 12 agosto 1934, sotto la direzione tecnica dello Zanardi Landi. L’autorevole e maturo dirigente concepisce il suo progetto ambizioso e si accorda con l’istruttore gardenese, al quale l’articolo citato non risparmia elogi e a cui dedica ripetutamente l’appellativo di ‘formidabile’. Zanardi Landi è convinto di avere individuato l’uomo giusto per tentare il colpo grosso. Sa di poterlo persuadere promettendogli una buona parola a favore della sua domanda da guida alpina, ma sbaglia i suoi conti facendo il passo più lungo della gamba. Addio sogni di gloria per l’emerito udinese, mentre per Vinatzer, che adesso ha messo ben a fuoco il grande problema, è solo questione di tempo.
A piedi nudi sulla Marmolada di Rocca
Ed eccoci al 1936. Il 30 agosto Vinatzer sale con Ruggero Bonatta, un altro compaesano impiegato all’azienda di soggiorno, lo spigolo sud sud ovest del Piz Ciavazes, un itinerario piuttosto breve, ma esposto ed elegante, nel limite del quinto grado. Due giorni dopo lo raggiunge trafelato al Passo Sella Ettore Castiglioni per proporgli di andare a riprendere immediatamente il tentativo alla Sud della Marmolada: Gino Soldà e Umberto Conforto hanno appena finito di soffiargli il pilastro sud della Marmolada di Penia, che lui e Bruno Detassis avevano tentato senza concludere qualche giorno avanti.
Castiglioni, dottore in legge, insuperabile compilatore di guide e autore di innumerevoli vie su tutto l’arco alpino, anche di estrema difficoltà, è a detta di tutti un galantuomo. Infatti è vero che va a pescare Vinatzer e se lo carica sulla motocicletta “così come si trova con equipaggiamento da Terza Torre di Sella” per non giocare un brutto tiro all’ideatore e autore dell’unico tentativo alla Marmolada di Rocca.
Ma oltre che galantuomo, non è uno stupido, perché è anche vero che sceglie il compagno più affidabile che ci fosse al mondo per quell’impresa. La storia naturalmente la racconta Castiglioni, che certo ha il merito di sistemare con la sua autorevolezza l’oscuro Vinatzer, per la prima volta, al posto che gli spetta nella storia dell’alpinismo, come autore di “un itinerario che è da annoverarsi tra i più arditi e più difficili delle Dolomiti”. Ma il racconto, onestissimo nella sostanza, rivela più di una reticenza e qualche ambiguità intorno alla divisione dei meriti.
“Forte dei suoi diritti”, scrive Castiglioni nella monografia sulla Marmolada del 1937, “Vinatzer attacca la fessura a lui già nota e sordo a ogni mia protesta mi fa saggiare una volta tanto quanto sia ingrato il compito di chi è condannato a levare i chiodi e a portare il sacco(nota 3)”. “Il risultato fu”, commenta Castiglioni, “che non potendo essere capocordata entrambi contemporaneamente, appena condotta a termine l’ascensione, abbiamo deciso di divorziare e di restare buoni amici soltanto in fondovalle!”.
A quasi mezzo secolo di distanza, Vinatzer confida oggi sommessamente che “quando andavo con Castiglioni, arrampicavo sempre da primo io. Lui avrà arrampicato dieci volte più di me, ma forse gli mancava un pizzico in più”.
Sullo sterminato paretone della Marmolada, esteso per diversi chilometri, dove oggi si contano decine di itinerari, a quel tempo esisteva soltanto la pionieristica Bettega-Zagonél del 1901, la Micheluzzi del 1929 e la freschissima Soldà-Conforto. La Sud della Punta di Rocca si presenta come un unico lastrone smisurato, alto quasi 800 metri, fiancheggiato da una parte e dall’altra da profondi canaloni, con una cengia a metà che lo taglia in due: i primi 200 metri sono strapiombanti, la roccia è sempre levigata e compatta, friabile in pochissimi tratti, la chiodatura non è mai agevole.
Hans Vinatzer sempre a piedi nudi (precisa oggi), costretto a sposare gli inconvenienti della sua povertà con i vantaggi della maggior sensibilità, nonostante l’aiuto di alcuni chiodi lasciati nel tentativo precedente, procede lentissimo “su difficoltà ininterrottamente estreme”, narra Castiglioni. “A ogni tappa crediamo che la prossima sia l’ultima per uscire da quel terribile zoccolo della parete, ma appena superato uno strapiombo, altri si presentano sopra le nostre teste”.
Dopo 13 ore di arrampicata hanno superato soltanto i primi 200 metri e devono bivaccare: Vinatzer passa la notte vestito com’era di giorno, senza sacco da bivacco, infilandosi dei fogli di giornale sotto la giacchetta.
Il mattino dopo riprendono a salire sempre su difficoltà sostenutissime, sempre sopra il quinto grado, lunghi tratti di sesto: procedere alla ricerca della via in quelle condizioni di uniformità della parete è sempre una tremenda incognita che richiede capacità, istinto e molto coraggio. Probabilmente litigano per decidere le soluzioni nei punti problematici: Castiglioni, secondo fisso, ne parla in tono spiritoso.
Finalmente, dopo una decina di ore, infilano un camino svasato che, sempre a suon di sesto, li conduce alla cengia a metà parete, si può dire fuori dalle massime difficoltà. La seconda parte viene percorsa a spron battuto in circa quattro ore per evitare il secondo bivacco, prima per modeste difficoltà e poi per un camino umido che riserva ancora una buona dose di gradi alti. Escono sulla cresta sommitale che è buio.
I meriti della penna
Castiglioni, che è di sicuro un galantuomo, è anche quello che tiene la penna dalla parte del manico, così nella relazione annuale del Club Alpino Accademico risulta che “pochi giorni dopo Castiglioni vinse la formidabile parete sud della Marmolada di Rocca” (Rivista Mensile, 1936, n. 12, pagina 461): del giovanotto Vinatzer, che non ha neanche i soldi per pagarsi delle pedule di feltro e un sacco di gomma, non si fa neanche cenno, non era mica accademico! Equivoco poco nobilmente ripreso anche ai nostri dì da Massimo Mila nella solenne opera storica Cento anni di alpinismo italiano, pubblicata anche da Einaudi nel 1965, dove si dice che “la parete sud della Marmolada di Rocca, da lui (Castiglioni) salita con Vinatzer il 2-3 settembre 1936, resta forse il suo capolavoro” (pagina 334).
No, professor Mila, quando mai uno compie dei capolavori da secondo? A meno che lei professi tuttora l’aristocratica concezione del rapporto guida-cliente in uso nel secolo scorso, quella che privilegia le opere della mente rispetto alle opere del braccio. Per favore, la Sud della Marmolada di Rocca è il capolavoro di Giovanni Battista Vinatzer.
Con il 1936 Vinatzer tira i remi in barca: praticamente smette di compiere grandi imprese di colpo.
Forse capisce che ha raggiunto il vertice massimo. Si registra soltanto un’altra via nuova sulla parete sud ovest del Piz Ciavazes, aperta nel 1940 con Rudi Marck, commesso viaggiatore di Bolzano: “difficolta di quarto grado, con una placca finale fessurata di sesto”.
Ormai esercita il mestiere di guida e di maestro di sci, si è sposato e non può più fare lo scavezzacollo.
Così è una specie di beffa della sorte l’incidente che gli accade sciando nell’autunno del Quaranta, quando uscendo di pista si frattura il bacino in quattro pezzi.
Abram, Livanos e la celebrità
A restauro avvenuto, prova solo una volta a collaudare le sue capacità, nel 1941, ancora con Rudi Marck, sullo spigolo sud est del Dente del Sassolungo, ma lui stesso riconosce che la via non è riuscita, perché scappa dalle vere difficoltà. E sono gli anni bui della guerra.
Altri anni passano prima che due intraprendenti lombardi, del fertile vivaio monzese che sforna anche Bonatti e Oggioni, vadano a misurarsi con la Vinatzer alla Marmolada caduta nell’oblio della leggenda: sono Josve Aiazzi e Baldassare Alini.
Stanno in parete dal 18 al 21 agosto 1949 prendendosi l’iradiddio di maltempo, come se non bastassero le difficoltà dell’arrampicata, e restano bloccati sul camino d’uscita foderato di ghiaccio: verranno tirati fuori mezzi morti dalle squadre del soccorso alpino.
La prima vera ripetizione, avventurosa e tribolata oltre ogni dire è opera di Erich Abram che si è fatto un nome in Dolomiti aprendo vie nuove e ripetendo le più difficili vie dell’anteguerra (farà perfino la Furchetta, abbiamo visto). In compagnia di Hans Dalway ha già ripetuto la Micheluzzi e la Soldà: a fare la Vinatzer impiegano tre giorni (9, 10 e 11 ottobre 1951) e alla fine Abram scrive sulla Rivista Mensile che quella è la via più difficile che lui conosca: “conoscevamo le vie di Vinatzer, tuttavia non ci aspettavamo tanto” (1952, pagina 242).
La voce della straordinarietà della Vinatzer alla Marmolada comincia a circolare, ma è merito di Livanos se viene rilanciata nel milieu più agguerrito del tempo che è quello francese. Georges Livanos detto ‘Il Greco’, arrampicatore di spiccata indole dolomitica per la sua pratica di Calanques nei pressi della natia Marsiglia, racconta l’avventurosa terza ascensione della Vinatzer in un articolo altisonante pubblicato nel 1953 su Alpinisme, la gloriosa testata del Groupe Haute Montagne, in seguito ripreso nel fortunato e spiritoso libro Al di là della verticale. Livanos, che ha compiuto la scalata, impiegando tre giorni e due bivacchi in compagnia dell’agguerrita moglie Geneviève Bres detta Sonia, dandosi il cambio in testa con Robert Gabriel, beccandosi due temporali e uscendo in vetta in piena notte attraverso una variante più facile del camino d’uscita originale, non ha dubbi: la Vinatzer è più dura della Soldà alla Punta Penia, più dura della Cassin alla Cima Ovest di Lavaredo, più dura della Carlesso alla Torre di Valgrande.
Esiste una sola eccezione, secondo Livanos, ed è la ‘direttissima’ per il gran diedro della parete nord ovest della Cima Su Alto nel gruppo del Civetta: questa ha più passaggi di sesto (anche se uno della Vinatzer “resta senza dubbio il più difficile che io abbia mai fatto in montagna”), è più esposta ed è fornita di roccia nettamente più marcia. Da non dimenticare che tale record è opera dello stesso Livanos che l’ha realizzato nei giorni 11, 12 e 13 settembre 1951.
La quarta salita della Vinatzer riesce il 17 e 18 settembre dello stesso anno a Jean Couzy in cordata con Marc Scoffier: Couzy sulla rubrica della Cronaca Alpina di Alpinisme, che firma in collaborazione con il non meno autorevole Lucien Devies, ribadisce e omologa il giudizio di Abram e di Livanos. La via aperta da Vinatzer con Castiglioni nel 1936 si deve considerare come la scalata più ‘grande’ di tutte quelle aperte in Dolomiti prima del 1951.
Ancora qualcosa da capire
Se si vuol disquisire sulle graduatorie, occorre aggiungere che nel giro di pochi anni il grado della Su Alto si è svalutato, quello della Lacedelli-Ghedina alla Cima Scotoni aperta nel 1952 anche, mentre la Vinatzer rimaneva sostanzialmente quella che era, considerata la difficoltà di aggiungere altri chiodi.
A meno che non si ricorra ai chiodi a pressione, come è stato fatto già negli anni Cinquanta sul delicatissimo traverso liscio a metà della prima parte, e si può anche sospettare chi è stato.
Il vero salto di qualità secondo i pareri più autorevoli è stato operato da Walter Philipp e Dieter Flamm soltanto nel 1957 salendo la Nord Ovest della Punta Tissi al Civetta, cioè la bellezza di vent’anni dopo.
Valutazioni, pareri, confronti (che sicuramente non piacciono al vecchio Vinatzer) non bastano a dissipare tutti i dubbi e le incertezze che suscita la sua figura misteriosa. Lui stesso di fronte ai tentativi di interpretarlo, scuote il capo con gli occhi lucidi e sentenzia che nessuno ha ancora capito. Capito la sua storia, le sue ragioni, il suo stile. Dopo tante ricerche anch’io non so se ho capito qualcosa, certo non abbastanza. Mi sembra ancora che la sua figura mi sfugga come un sogno, una fantasia commovente nel mondo leggendario delle sue montagne che hanno una vita antica e segreta, che soltanto le persone semplici possono capire con il cuore.
Articolo di Pietro Crivellaro
Foto di Pietro Crivellaro, archivio Giovan Battista Vinatzer e Claudio Cima
NOTE
1 – Vinatzer mi precisa che “i Riefesser erano due fratelli vicini di casa mia, Giovanni nato nel 1911 e Luigi nato nel 1913. Con Giovanni ho arrampicato parecchio ed è quello della Furchetta, ma poi ha dovuto fare il militare e quando è tornato non ha più arrampicato che rare volte. La ragione non me l’ha mai rivelata del tutto. Con Luigi ho pure arrampicato parecchio: parete nord della Luèsa, parete sud ovest del Piz Ciavazes”.
La precisazione è opportuna per chiarire le difformità del nome dei Riefesser che compaiono anche in fonti considerate attendibili.
Quanto al signor Cavalli, Vinatzer lo ricorda come “un bel ragazzo, ma molto poco serio e bugiardo”.
2 – “Si tratta della Nord del Sass de la Luèsa, che i tedeschi chiamano Rodeheil Wand”,
spiega Vinatzer.
3 – I chiodi per la precisione erano 40, che aggiunti a 25 moschettoni di quei tempi dovevano rappresentare un peso considerevole.
“Devo un cordiale ringraziamento a Alessandro Gogna, autore di un importante riepilogo dell’attività di Vinatzer ‘Le vie di Giovan Battista Vinatzer’, Rivista Mensile, n. 12 del 1972, pagine 735-739), che mi ha fornito notizie e preziosi suggerimenti.” Pietro Crivellaro
LE SALITE DI VINATZER
1931, 18 ottobre: Steviola (2552 metri,Puez), diretta sulla parete sud est, con Vincenzo Peristi.
1932, 8 agosto: Furchetta (3025 metri, Odle), diretta della parete nord, con Giovanni Riefesser; 13 settembre: Marmolada di Penia (3342 metri), pilastro nord (via Micheluzzi), con Vincenzo Peristi, terza ripetizione, prima senza bivacco.
1933, 21 agosto: Sass da la Luésa (2614 metri, Sella), diretta della parete nord, con Luigi Riefesser; 4 settembre: Mont de Sóura – Sal Fóuc (2228 metri, Puez), parete nord ovest, con Vincenzo Peristi; 8 settembre: Stevia 2490 metri Puez), fessura nord ovest, con Vincenzo Peristi.
1934, luglio: Piz Ciavazes (2828 metri, Sella), fessura ovest (dal canalone della Terza Torre di Sella), con Piazza; Piz Ciavazes, parete sud ovest, con Luigi Riefesser; Sass de Mesdi (2597 metri, Odle), fessura sud, con Vincenzo Peristi; Cima Grande di Lavaredo (2999 metri), parete nord (via Comici-Dimai), con Raffaele Carlesso: settima (?) ripetizione e prima italiana.
1935, 23 giugno: Terza Torre di Sella (2688 metri), parete ovest, con Vincenzo Peristi;
26 luglio: Catinaccio (2981 metri), parete nord ovest alla Spalla est, con Vincenzo Peristi; inizio settembre: Piccola Fermeda (2800 metri, Odle), attacco diretto allo spigolo sud est, con Vincenzo Peristi; 9 settembre: Gran Mugone (2739 metri, Catinaccio), diedro sud est, con Vincenzo Peristi.
1936, 30 agosto: Piz Ciavazes spigolo sud sud ovest, con Ruggero Bonatta; 2/3 settembre: Marmolada di Rocca (3248 metri), parete sud, con Ettore Castiglioni.
1940, Piz Ciavazes, parete sud ovest (a destra del grande diedro), con Rudi Marck.
1941, Dente del Sassolungo, (3001 metri), spigolo sud est, con Rudi Marck.


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