La parete di Helena e Persephone ad Arco

Appare strano come una divinità dell’oltretomba, dell’Ade, orribile nell’aspetto e nell’animo, possa accostarsi a una semidea dalla infinita bellezza tanto da essere fatale a città e uomini. Ma non soffermiamoci alle apparenze, andiamo oltre.

Ebbene queste due donne nascono dallo stesso padre, ma non sono accomunate dalla stessa fortuna. 

Figlia di Zeus e Demetra, divinità della terra coltivata e della fertilità, Persefone fu rapita da Ade, ingannata da un meraviglioso fiore, il narciso, che la attirò a sé per poi condurla d’improvviso nelle tenebre, dove la ragazza assaggiò qualche frutto offertole senza sapere che chi avesse mangiato i frutti degli inferi sarebbe stato condannato all’eternità dell’oltretomba. 

La disperazione della madre Demetra fu di supporto a un tentativo di riportare a sé la figlia, ma unica soluzione furono sei mesi all’anno, come i sei semi del melograno che assaggiò agli inferi, in cui Persefone torna nel mondo dei vivi ogni anno. Occasione di cui ci accorgiamo quando sboccia la primavera e iniziano le stagioni calde portatrici di fertilità e rigoglìo.

Ed ecco lì accanto Helena, ennesima figlia di Zeus ma di madre incerta tra i tanti miti e leggende che la vogliono unita di sangue a Leda, Nemesi o a un’Oceanina. Sposa di Menelao e fuggita con Paride, fu lei la causa (o il capro espiatorio) della nota guerra di Troia, in cui perirono uomini liberi e schiavi, mariti, figli e fratelli.

Smarrite tra le diverse fonti e storie, queste due fanciulle si incontrarono in luogo lontano da casa e dalle tante vicissitudini a cui la vita le sottopose per mero scherno o perché potessero arrivare a noi attraverso le parole di Omero e di altri poeti e scrittori.

Si conobbero non lontane da un lago, tra i più grandi nei dintorni. Si sedettero insieme sulla roccia appoggiata al suolo all’interno di un bosco. Dapprima si fermarono a raccogliere insieme qualche ghianda e poi parlarono fino a rivolgere i loro occhi al cielo. Fu in quel momento che videro innalzarsi al loro cospetto una parete, il prolungamento di quella roccia dove poco prima erano sedute. Incuriosite dalla sua conformazione, si tolsero i sandali, accorciarono le loro vesti e tentarono di salirla. Arrivarono ad alcuni metri da terra e si fermarono, a circa metà della parete di San Paolo, attratte da quel panorama naturale, e lentamente scomparvero, lasciando in quel luogo le ghiande raccolte e i loro sandali, che qualcuno trovò, tanti anni dopo, e alzando gli occhi al cielo, proseguì il viaggio da loro iniziato.

Avrai già capito dove la storia inizia e dove l’invenzione continua, ma supporre che questo sia vero non ferirà l’acume di alcuno.

Quindi ecco che mi cimento nel raccontarti la giornata ad Arco, sulla parete di San Paolo, prima sulla via Helena e poi sulla via Persephone.

Arriviamo verso le 10 per evitare il sole cocente, ma ci accorgiamo che il cielo è velato e la temperatura, con una leggera brezza, è ottima per condurci nella salita che avevamo in programma.

La via Helena si trova alla sinistra dell’Eremo, a pochi passi dalla pizzeria Lanterna dove abbiamo parcheggiato. L’itinerario, aperto dal basso da Heinz Grill, Franz Heiss, Florian e Andrea Kluckner, Sigfrid Königseder e Uli Grothen il 22 giugno 2006, ha difficoltà fino al VI, protezioni ottime e per l’arrampicata bastano al massimo 12 rinvii. L’arrampicata è varia, molto carino lo strapiombo del quarto tiro, atletico e ben ammanigliato, ma anche le placche appoggiate non sono male, con quella roccia scavata tipica delle pareti del Sarca.

La via Persephone parte accanto, a sinistra della via Helena: la difficoltà massima è nel 6b+ (6c) del secondo tiro, uno spigolo strapiombante da affrontare incastrando le mani nelle fessure, nel 6b+ che è il primo passo del quinto tiro e nel 6b, la placca iniziale del terzo tiro. Il 6a è obbligatorio. A parte il tiro centrale su cengia, anche questa via sportiva dal carattere alpinistico è l’ennesima ottima trovata di Grill su buona roccia. La via è stata aperta da Grill e Kluckner il 23 gennaio del 2007.

Abbiamo percorso entrambe le vie (grazie all’avvicinamento e il ritorno brevi) in quasi sei ore, quindi prendendosela comoda, le consiglio in una sola giornata. In fin dei conti fermarsi perché supponiamo di non potercela fare è un limite che ci pone la nostra mente: la formica non ha paura di sollevare ciò che è molto più grande e pesante di lei…

Il panorama è cambiato, nei tanti anni trascorsi, da come lo videro Helena e Persephone, ma se ti soffermi a guardare la parete verso il cielo, osserverai che tutto appare come agli occhi delle due fanciulle, perché quel che si vede è diverso da quello che si vuol vedere.

Il suo nome scientifico è Cetonia Aurata, più comunemente conosciuto come scarabeo, ed è tra i simboli della cultura egizia: rappresenta il neofita e quando dispiega le ali ha inizio il suo volo verso la conoscenza, azione che conduce al rinnovamento di sé. Non l’ho chiamato, ma forse è segno che devo continuare a cercare la mia strada e il suo verde speranza è quello che mi ci vuole per guardare con più ottimismo quello che verrà.


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