Il Manifesto dei 19 tra alpinismo e competizioni di arrampicata sportiva

Bardonecchia, 5-7 luglio 1985.

Una novità non lo è, dato che le competizioni di arrampicata in Unione Sovietica esistevano già da diversi anni sulle pareti vergini e selvagge del Caucaso o del Pamir, per selezionare gli alpinisti a cui finanziare attività e spedizioni, ma SportRoccia 85 è la prima gara di arrampicata sportiva della parte occidentale del mondo.

In prima fila c’è anche Riccardo Cassin (tra i più famosi alpinisti al mondo e primo tesserato della Federazione Arrampicata Sportiva Italiana), che con Oscar Soravito (ricordato anche per l’apertura con Celso Gilberti nel 1932 dello spigolo nord del Monte Agner), Maurizio Zanolla e Heinz Mariacher è parte della giuria sotto la Parete dei Militi in Valle Stretta vicino a Bardonecchia.

SportRoccia 85, Riccardo Cassin alla premiazione.
Fonte: http://www.sherpa-gate.com, di Alessandro Gogna

Insomma, già leggere questi nomi insieme all’evento, fa pensare che tra alpinismo e arrampicata sportiva il matrimonio sia già combinato. 
Oso con il concetto di matrimonio, perché non voglio arrivare a tanto utilizzando ‘maternità’ o ‘paternità’.

Bardonecchia 1985- Jerry Moffatt e Wolfgang Guellich
Fonte: http://www.sherpa-gate.com, di Alessandro Gogna

“Sportroccia 85 è in programma in Piemonte ai primi di luglio (5, 6 e 7): si tratta di una vera e propria ‘gara di scalata’ che vedrà impegnati giovani arrampicatori italiani, francesi, austriaci, tedeschi, svizzeri, inglesi, spagnoli e jugoslavi. L’avvenimento, storico, primo e unico in Europa, è annunciato da un Comitato sorto a Torino nell’ambito di una sezione del CAI (la UGET) ideatori e organizzatori il giornalista Emanuele Cassarà e l’alpinista accademico Andrea Mellano (primo promotore della scalata sportiva, sua è stata la prima palestra indoor aperta al grande pubblico al Palazzo a Vela di Torino, ndr).

IL PALAZZO A VELA E LA NASCITA DELL’ARRAMPICATA INDOOR 1980 dimostrazione di roccia con scarponi 1980
archivio Andrea Giorda

La direzione di gara è stata affidata alla guida alpina e istruttore Marco Bernardi.
La manifestazione è stata presentata al Museo Nazionale della Montagna ‘Duca degli Abruzzi’ di Torino, città dove nacque nel 1863 il Club Alpino Italiano, a testimonianza di un ideale legame tra passato e futuro.”
[Da A Bardonecchia nasce una disciplina sportiva “costola d’Adamo” del tradizionale alpinismo di Emanuele Cassarà.]

Bardonecchia 1985, Jacques Perrier (detto Pschitt, con la barba), Thierry Renault e Catherine Destivelle, seduti.
Fonte: http://www.sherpa-gate.com, di Alessandro Gogna

Eppure non è tutto rose, fiori e pantaloni colorati. E quando mai?

Ad esempio non si nasconde dietro un dito Mariola Masciadri nel suo articolo per Lo Scarpone del 16 luglio 1985:
“La manifestazione, patrocinata anche dal Museo della montagna di Torino, quasi in ideale continuità d’intenti con !a città che ha visto nascere il Club Alpino Italiano, si propone di aprire un nuovo sport, di trovare una nuova collocazione per l’arrampicata non più nella cronaca delle disgrazie, ma nelle pagine sportive dei giornali. 

Si sono spese grosse parole a proposito di questa gara.
«Non è alpinismo!». E nemmeno vuole esserlo, il problema non esiste, se poi un atleta dell’arrampicata vuole anche divertirsi in montagna non sarà un problema per nessuno.

«Si uccide la libertà che si cercava sulle pareti…». Io ho visto molti giovani partecipanti, ma nessuno ha detto di essere stato costretto a partecipare, lo hanno fatto tutti di libera iniziativa, chi non vuole partecipare o chi è contrario per principio (ma perché poi?) resta a casa sua o va per altre valli a cercare la sua solitudine e i suoi ideali.”

Articolo apparso su Lo Scarpone 16 luglio 1985

Sbaglio o sembra che vengano già messe le mani avanti su quanto sta accadendo? Lo Scarpone è un mensile del CAI: pace fatta ancora prima del conflitto o sottolineature perché voci contrarie stanno già girando tra pareti e valli?

Guai farci mancare le parole di Emanuele Cassarà alla presentazione avvenuta a Milano:
“non abbiamo trovato, salvo poche eccezioni, una vera ostilità da parte delle autorità alpinistiche italiane, innanzi tutto il CAI, e siamo grati alla Presidenza Generale del sodalizio per la… benevola astensione”.

Dunque, finora qui nessuna presa di posizione. La convivenza è civile.

Bardonecchia 1985. Stefan Glowacz (in canotta gialla), dietro di lui Andrea Gallo rivolto verso Marco Pedrini; dietro di loro, Tono Cassin. Renato Da Pozzo (con fazzoletto in testa), Jacky Godoffe (con gli occhi chiusi); Roberto Bassi, con gli occhiali rosa; Marco Preti (con copricapo verde-azzurro); Marco Scolaris, in primissimo piano, accanto a Catherine Destivelle.
Fonte: www.sherpa-gate.com, di Alessandro Gogna

Sono premesse doverose, dato che la pace è solo in superficie, nelle pubblicità, nelle copertine delle riviste, negli articoli e nelle apparizioni pubbliche, tra i tantissimi spettatori delle gare. Qualcosa stava già accadendo oltre confine, infatti, sotto e sulle meravigliose pareti francesi. 

È un evento storico per l’arrampicata (e di riflesso per l’alpinismo), però SportRoccia 85 deve sottoporsi alle usuali opposizioni, come già ci insegna la storia, che arrivano da arrampicatori e alpinisti francesi. E attenzione, non sono i soliti puristi con gli scarponi, la corda di canapa e le piccozze, ma alpinisti e arrampicatori con la A maiuscola, tra cui Patrick Berhault, Antoine e Marc Le Menestrel, Catherine Destivelle e altri. Per la precisione, altri 15.

Di cosa sto parlando? Ma del Manifesto dei 19, no?! 

La maggior parte degli scalatori francesi, infatti, dai dilettanti ai professionisti, si oppone alle gare, contraria a quella che appare come la deriva verso lo sport-spettacolo, e rifiuta qualsiasi classifica ufficiale. Alcuni dei nomi noti addirittura sottoscrivono, appunto, il manifesto.

1985, dieci anni che l’arrampicata libera si è sviluppata in Francia. Oggetto di irrisione all’inizio, attualmente costituisce la regola del gioco per la maggior parte degli arrampicatori.
1985, varie competizioni sono previste in Francia, alcune organizzate da associazioni, altre da società commerciali e quindi sponsorizzate. Alcuni si rallegrano di tale evoluzione.
Altri, no.
Noi facciamo parte di questa seconda categoria. Noi, cioè tutti gli arrampicatori che, dopo aver letto e approvato, hanno firmato questa lettera. Persone che per tutto l’anno investono tempo, fatica e denaro allenandosi e arrampicando in falesia. Lo scopo di questo testo non è di tentare di analizzare le cause della nascita delle competizioni (che non fu del tutto democratica…), né di denunciare un responsabile, ma di tratteggiare le conseguenze possibili e probabili di un’ulteriore evoluzione.
Innanzi tutto è falso credere che la maggior parte degli arrampicatori «forti» sia favorevole e pronta a partecipare alle future competizioni. Questa lettera ne è la prova.
Certi sport, come ad esempio il calcio o il tennis, traggono la loro ragione d’essere dalle competizioni. Ma l’essenza dell’arrampicata è un’altra. La sua finalità ultima è e deve restare la ricerca di una difficoltà tecnica e di un impegno (solitarie, chiodature lunghe) sempre crescente. E già qui compare una contraddizione con le gare. Siamo realisti. Ci si può immaginare una competizione basata sulla difficoltà pura, ma le necessità dei media sono altre. Per essere spettacolare e fruibile al grande pubblico, la gara deve fornire un parametro di misura facilmente comprensibile a tutti; è del resto il problema di altri sport visivamente troppo complessi, come la scherma ed il judo.

Il parametro più comprensibile è la velocità, il verdetto del cronometro. L’arrampicata come lo sci: un circuito professionistico con una monopolizzazione delle falesie.
E anche se si facessero le gare di difficoltà pura, cosa ci darebbero di più? Ci mostrerebbero chi sono i migliori? Nemmeno quello, perché l’arrampicata moderna è troppo complessa (salite in libera, a vista, a tentativi, in solitaria) per dare giudizi netti. Attualmente esiste una competizione indotta (argomento di fondo dei sostenitori delle gare) e la ricerca di un certo riconoscimento da parte delle riviste specializzate. E allora? È proprio per queste cose che si sono avuti i fantastici progressi degli ultimi anni. Ma sarebbe più giusto parlare di emulazione. Certo, ci sono delle tensioni fra gli arrampicatori. Ma sono inevitabili e questa lettera, firmata dagli arrampicatori del Nord e del Sud, mostra che è possibile mettersi d’accordo sui temi di fondo.

Forse questa visione delle cose è un po’ troppo individualista. Ma è quella di un’arrampicata vista come rifugio, di fronte a certi archetipi della nostra società, come opposizione a tutti questi sport giudicati, arbitrati, cronometrati, ufficializzati ed istituzionalizzati.

Arrampicare a tempo pieno, o quasi, implica dei sacrifici ed anche una certa marginalità. Ma può essere un’avventura, una scoperta, un gioco in cui ciascuno può fissare le sue regole. Noi non vogliamo allenatori o selezionatori, perché arrampicare è innanzi tutto una ricerca personale. Se nessuno reagisce, la competizione concepita e realizzata da una minoranza può rapidamente e troppo facilmente diventare il riferimento assoluto. Domani, ci saranno gare e concorrenti con il pettorale numerato, di fronte alle telecamere della TV, forse. Ma ci saranno anche degli arrampicatori che continueranno a praticare il vero gioco dell’arrampicata. Degli arrampicatori che saranno i guardiani di un certo spirito e di una certa etica.”

Firmato da Patrick Berhault, Patrick Bestagno, Eddy Boucher, Jean-Pierre Bouvier, David Chambre, Catherine Destivelle, Jean-Claude Droyer, Christine Gambert, Denis Garnier, Alain Ghersen, Fabrice Guillot, Christian Guyomar, Laurent Jacob, Antoine e Marc Le Menestrel, Dominique Marchal, Jo Montchaussé, Françoise Quintin, Jean-Baptiste Tribout.

L’assenza della firma di Patrick Edlinger è emblematica del suo spirito competitivo.

“Negli anni ’80 l’arrampicata era una libertà assoluta di andare dove volevamo, come volevamo, esplorare ciò che volevamo. Rispondeva a una sorta di bisogno di fare qualcosa di diverso”, racconta Jacky Godoffe (che arrivò secondo dietro Stefan Glowacz alla gara di Bardonecchia del 1985) a Le Point.

Quando nel 1985 sono apparse le prime competizioni, il mondo degli arrampicatori ha cominciato a cambiare. Qualcuno ha voluto resistere.

“Alcuni hanno detto: ‘se cominciamo a entrare in questo mondo, un giorno si parlerà di olimpismo e questo non lo vogliamo’”, continua Godoffe.
“Del famoso Manifesto dei 19, quello di alcuni degli arrampicatori più in vista all’epoca, io non facevo parte. Non mi scandalizzava la competizione, ero stato uno sportivo in palestra. Mi faceva piuttosto ridere vedere fino a che punto potesse arrivare e cosa potesse provocare una gara. Altri non la pensavano come me”, ricorda.

Ma il nuovo corso della storia ha avuto inizio e anche la famosissima Catherine Destivelle ha preso parte alle competizioni.

“Avevamo tutti bisogno di riconoscimento”, afferma Godoffe.

Catherine Destivelle SportRoccia 85
Fonte: www.sherpa-gate.com, di Alessandro Gogna

E non solo la Destivelle, infatti, abbracciò il nuovo corso: anche Antoine Le Menestrel lo fece.

“Ho firmato il manifesto dei 19, e sì, per quanto ne so io solo Patrick Berhault non ha partecipato a delle gare, né tracciato delle vie, ha solo presenziato ad alcune competizioni locali.

Ero un giovane studente, vivevo ai margini della società e difendevo il concetto di un’arrampicata non soggetta al sistema mediatico-finanziario dominato dal concetto del denaro. Nel mio intimo non volevo saperne di quel mondo là, e sono fiero di aver firmato quel manifesto.

La società doveva integrare l’arrampicata, questa pratica marginale, e i valori veicolati dalla competizione ne erano un buon mezzo.
Ero idealista, ricordo di essermi trovato al bivio tra adattarmi o smettere di arrampicare. Ho scelto di integrarmi nel sistema al fine di apportarvi la mia creatività.
Sono diventato il primo tracciatore internazionale di vie di arrampicata, ho sviluppato una ricerca creativa sulla tracciatura facendo sì che la drammaturgia, allo stesso titolo della difficoltà, fossero elementi costitutivi di una via adatta alle gare. […]”
[Antoine Le Menestrel, uno dei firmatari del Manifesto dei 19, in un’intervista pubblicata su Up 2005.]

Antoine Le Menestrel © Phillipe Pousson

Dunque pare che Patrick Berhault e pochissimi altri tennero fede alla firma sul manifesto. In fin dei conti ognuno è libero di scegliere.

“Se guardi la lista (delle firme del manifesto, ndr) oggi, a parte Jean-Pierre Bouvier e Berhault, non c’è più nessuno che non si sia occupato delle competizioni di arrampicata. Tutti ci sono passati. Alcuni come concorrenti, altri come tracciatori, è il caso di Le Menestrel, altri ancora come commentatori televisivi. Tutti hanno messo piede nelle competizioni di arrampicata. Edlinger quasi per primo. E anche le ragazze, come Patissier, Destivelle… All’improvviso Berhault viene etichettato come ‘emarginato’.
Ne ha sofferto? 
No, no, gli andava molto bene. È tornato nel Massiccio Centrale […] che nessuno conosceva, dove faceva cose davvero difficili e si esprimeva nella sua danza dell’arrampicata. Gli si addiceva molto bene. Ma non gli dava da vivere. Contrariamente a quanto pensava. Così è diventato insegnante all’ENSA. Ma diciamo che non era proprio il suo genere di vita. E poi è tornato in montagna. Ha ritrovato il gusto per la montagna.”
[Intervista di Ulysse Lefebvre a Gilles Chappaz.]

Patrick Berhault è l’unico a non aver mai partecipato a una competizione.

Patrick Berhault

Eh già, gli sponsor: poter vivere d’arrampicata. C’è chi rifiutò, chi ci provò, chi ci riuscì e chi non ce la fece.

Ma come la mettiamo dunque? L’alpinismo accetta o no l’avvento dell’arrampicata sportiva? Non lo sapremo mai, perché ancora oggi molti dei protagonisti di questi due mondi (che appartengono allo stesso universo?) ancora dibattono sulla questione del secolo ‘spit sì o spit no’. Divisa è la società su geopolitica e correnti di pensiero, contrastanti sono le opinioni e le filosofie di arrampicatori e alpinisti, che riflettono cambiamenti e disaccordi.

“Lo spit divenne una nuova obbedienza: LA Nuova Obbedienza. L’unico modo per far disobbedire le parole è tacere. L’unico modo per liberare le pareti è lasciarle libere, in silenzio.”
Sono le parole di Bernard Amy, ma pare che il silenzio si trovi solo sulle montagne… vuote.

“[…] le prime gare di arrampicata del mondo occidentale con il titolo di SportRoccia richiamano il top dei climber mondiali. Non ci sono però i francesi, uniti del famoso ‘manifesto dei 19’ con cui ribadivano la visione di un’arrampicata che rifiutava certi modelli di società e che si opponeva a tutti gli sport cronometrati, con la presenza di arbitri, formale e troppo istituzionalizzata.
[…] 
Quella che chiamiamo arrampicata sportiva si intreccia spesso e volentieri con il free climbing di un’epoca che sembra cronologicamente vicina, ma è già così lontana. La ricerca delle difficoltà è portata alle sue estreme conseguenze dall’utilizzo di protezioni aleatorie e allo stesso tempo spinta verso l’alto dall’irruzione degli spit che rendono un volo parte integrante della progressione. Due aspetti poco compatibili, evidentemente, ma che coabitano in un’epoca di grandi contraddizioni, non solo ai piedi delle montagne.”
[dall’articolo ‘Anni ottanta, l’arrampicata diventa sport e spettacolo’ della rivista del CAI Montagne 360 – ottobre 2013]

Arrampicata sportiva, free climbing, spit… nel vocabolario della scalata si insinua una nuova terminologia e nell’universo della montagna si resta a valle, anche dopo il Nuovo Mattino e Il gioco-arrampicata della Val di Mello di Ivan Guerini con gli storici amici-rivali del sassismo. 

Dalla conquista delle cime si arriva al traguardo della medaglia, insomma, con coloro che apprezzano il nuovo modo di divertirsi e altri che ancora non lo digeriscono.

E anche se nel suo libro Verso un nuovo mattino Enrico Camanni scrive che lo scontro era già finito, continua affermando “la gara aveva sancito una distanza abissale con lo spirito della montagna, eliminando gli ultimi margini di confusione. La scalata sportiva era fondata sulle certezze. L’alpinismo viveva di zone d’ombra. La gara era pubblica, l’alpinismo apparteneva alla sfera privata. La scalata era sport, l’alpinismo era avventura. Presto sarebbe stato eliminato anche l’ultimo punto di contatto tra le due discipline: la roccia.”

[Nel 1985 a Torino nasce anche un nuovo modo di comunicare la scalata e le altre attività della montagna con Alp, il primo mensile italiano di arrampicata e alpinismo, sotto la spinta di Enrico Camanni.]

Arrivò infatti il momento della Coppa del mondo nel 1989 e verso la fine degli anni ’80 le competizioni abbandonarono la roccia per terreni più sicuri, regolabili e personalizzabili: le pareti artificiali. Il divorzio con l’alpinismo fu tanto evidente da non lasciare più alcun dubbio, se mai ce ne fossero stati.

Dobbiamo ricordare, però, che l’arrampicata sportiva non è solo gara: identificata anche con l’avvento dello spit, può ben servire agli alpinisti come allenamento, per alzare l’asticella del grado e poter sempre di più portare la libera nelle vie prima aperte in artificiale. 

Ma resta l’assassinio dell’impossibile introdotto da Messner, la rincorsa alle performance e ai record, la riduzione (o quasi annullamento) del rischio… Il ‘gioco’ demolirà l’avventura?

Sono in molti oggi ad affermare fortunatamente il contrario, ma è certo che nulla sarà più come prima e che l’arrampicata sportiva non è e non sarà mai la ‘sportivizzazione’ dell’alpinismo, ma una cosa diversa.

P.S.

Potrebbe interessarti conoscere le classifiche di Sportroccia 1985!
Eccole:

1° Posto:
Uomini: Stefan Glowacz (Germania)
Donne: Catherine Destivelle (Francia)

2° Posto:
Uomini: Jacky Godoffe (Francia)
Donne: Luisa Iovane (Italia)

3° Posto:
Uomini: Thierry Renault (Francia)
Donne: Martine Rolland (Francia)

Stefan Glowacz


Search

abbonati gratuitamente per ricevere gli ultimi articoli

Di’ la tua!