La ricerca di Renato Casarotto

La sua prima solitaria avvenne nel febbraio del 1972 al Baffelan, Sengio Alto. Poi ci fu la Solleder alla Est del Sass Maor, nel gruppo delle pale di San Martino, con Adriana Valdo e insieme ad altre due cordate. 

Lo Scarpone 1980

Nel 1973 ci fu la Cassin alla Torre Trieste con il giovanissimo Diego Campi, in inverno. In estate realizzò la prima traversata integrale della Civetta con Giacomo Albiero. 

Traversata del Civetta CAI_Rivista mensile del CAI 1975

Alla fine del ’73 con Renato Gobbato fu la prima invernale della via Casiglioni-Detassis alla parete sud della Pala Canali, nel gruppo delle Pale di San Martino. 

Nel febbraio del ’74 ci fu l’invernale allo Spigolo Strobel, alla Rocchetta Alta di Bosconero, con Piero Radin e Diego Campi. In dicembre salì in solitaria la via Simon-Rossi alla nord del Pelmo.

Le Alpi Venete, 1975
Le Alpi Venete, 1974

Nel febbraio del 1975 ci fu la solitaria della via Andrich-Faè alla Punta Civetta, con il ghiaccio di fusione che intasava le fessure lungo la salita.

“Ciò che mi spinge a praticare l’alpinismo è il bisogno d’azione, dell’impegno fisico e psicologico a volte anche totale, della ricerca dell’ignoto, del nuovo. Da queste avventure ho ricavato grandi soddisfazioni e insegnamenti che mi fanno sentire più vivo e mi permettono di conoscermi più intimamente, più profondamente. […] Il salire da solo soddisfa in me quella ricerca del senso originale dell’avventura. Il cercare qualcosa che non sai dove ti porterà. […] io sogno quella via, la concepisco da solo e poi mi misurerò a contatto con la natura, sempre da solo. L’alpinismo solitario è l’aspirazione massima di un alpinista, consciamente o meno.”

Renato Casarotto nel libro Casarotto, una vita tra le montagne.

Costellata da molte altre prime salite, ripetizioni, prime invernali, solitarie… la vita di Renato Casarotto era tra le montagne, che lui non sfidava, saliva. Chi è sotto esame è sé stesso e la verticalità per Casarotto è la pura strada di casa, che porta alla sua anima durante il tragitto e successivamente anche a Goretta, che incontra a Vicenza, ama e sposa.

Leggere il libro di Goretta e Renato Casarotto è stato un viaggio breve e intenso alla scoperta di tutti gli aspetti che la vita in montagna e in parete riserva. È la storia di un uomo, di una donna, di una coppia, di amore e amicizia. Nella lettura mi sono immersa nella vita dei protagonisti, nell’inquietudine e nell’imprevedibilità, nella costanza e nell’impegno, in un affascinante e duro percorso arricchito da enormi soddisfazioni, ma anche segnato da delusioni, da rinunce. La montagna è bellezza, ma richiede sacrificio. E Renato e Goretta hanno colto entrambi questi aspetti, vivendoli minuto per minuto, insieme nonostante i lunghi periodi di lontananza quando lui era in parete e lei, come sempre, lo aspettava alla base. Insieme anche in molte salite, tra cui ricordiamo quella al Gasherbrum II che ha visto in Goretta la prima donna italiana salire in vetta a un ottomila. In stile alpino, ovviamente.

Raccontare Renato Casarotto è già stato fatto, soprattutto dall’amata moglie.
Il mio, come quello di tanti altri, vuole essere un semplice promemoria, per chi ama la montagna nei suoi aspetti più profondi, quelli delle persone e delle loro ricerche. Quelli che riescono a raggiungere l’anima e non la lasciano più andare. 

Renato Casarotto – fonte: theboldandcold.com

“Canalone dell’Insubordinato sul Monte Disgrazia. […] Quando Renato vide la fucilata bianca di quel canalone, convinse tutti a cambiare rotta e meta, anche il direttore del corso Gigi Mario! Ricordo bene quella discussione a cavalcioni della cresta di neve: non fu proprio amichevole. Renato la risolse chiedendo: «Allora, chi viene con me? Chi viene con l’insubordinato?».

La modalità ‘rivoluzionaria’ con la quale Renato riuscì a fare quello che voleva quel giorno sul Disgrazia era tra l’altro poco consona alla sua regolarità. In quell’occasione dimostrò a tutti non solo una creatività fuori dal comune, con la capacità di cogliere l’attimo, ma anche uno spirito che non accettava ordini da nessuno. Renato era metodico, ma prima del metodo aveva idee geniali: ecco dove stava la sua creatività.”

[…] Il tratto più evidente del carattere di Renato era la volontà.

Una volontà che si manifestava evidente, superiore a quella di chiunque altro. […]

Non si può essere portatori di così grande volontà se non si è governati da una rettitudine etica anch’essa davvero fuori dal normale. Un uomo che non si perdonava nulla.”

[…] È la concentrazione l’elemento più distintivo delle salite di Casarotto, una concentrazione mantenuta ai massimi livelli per giorni e giorni. […] È una sensazione di onnipotenza, da tenere anche sotto controllo, visto che si rischia di diventarne succubi.”

Di Alessandro Gogna nel suo libro Visione verticale.

Il 1975 fu anche l’anno dell’Inghilterra, delle alte difficoltà in falesia: un mondo che Renato, invitato dall’Alpine Club inglese, scopre e da cui impara l’arrampicata a incastro, l’etica ferrea, la libera portata all’estremo, l’utilizzo dei nut, dei bong e delle scarpette a suola liscia. Che rivoluzione!

E fu proprio con quelle scarpette che con Piero Radin nel giugno del 1975 aprì la via del Gran Diedro allo Spiz di Lagunaz, nelle Pale di San Lucano. Ma anche più tardi nel ’78 applicò la tecnica inglese con l’assicurazione a soli nut: aprì una via sulla Roda di Vaél nel gruppo del Catinaccio. Dadi al posto dei chiodi, in Dolomiti, su difficoltà sostenute… probabilmente quella fu la prima volta!

Una nuova via la aprì anche nel maggio del ’76 con Albiero e Cogato sulla cima della Busazza, nel gruppo della Civetta: 1000 metri di dislivello in libera.

Rivista mensile del CAI 1976

Anni di cambiamenti radicali: una rivoluzione!

[…] nel 1977, in Val di Mello, due giovani arrampicatori milanesi – Ivan Guerini e Mario Villa – tracciano una difficilissima via di salita sul Precipizio degli Asteroidi. Nell’occasione, discettano senza falsi pudori di VII grado. Ma non sono i soli a rivendicare quella che, date le regole del periodo, sembra un’eresia. Anche Renato Casarotto, in Dolomiti, parla in quei mesi difficoltà di VII grado. Spiega di averle superate, con Bruno De Donà, sul Diedro Sud dello Spiz di Lagunaz, nelle Pale di San Lucano. Ci vorrà però ancora un anno prima che l’UIAA, durante il congresso di Lagonissi, in Grecia, ufficializzi l’entrata in vigore del settimo grado (la scala UIAA tuttavia verrà definitivamente aperta verso l’alto solo nel 1985). […]”

Di Roberto Mantovani, Montagne 360, 2013.

Cervino – prima salita – Lo Scarpone 1984

Alpinismo invernale

Anche quest’anno Renato Casarotto, dopo altre salite di allenamento di minor rilievo quali lo Spigolo d’Uderle in Pasubio, ha effettuato due prime invernali di notevole importanza e in condizioni di forte innevamento: la Castiglioni-Detassis alla parete S di C. Canali (V-VI) il 29-30-31-1973 in cordata con l’accademico Renato Gobbato (Bagnin) da Castelfranco; lo spigolo degli Scoiattoli sulla Rocchetta Alta di Bosconero (VI) nei giorni 28 febbraio-1-2-3 marzo 1974, in cordata con il giovanissimo Campi e con Pierino Radin, tutti vicentini.

Da notare che questa via, salita integralmente da Casarotto come capocordata, conta pochissime ripetizioni estive ed è stata trovata dai tre molto schiodata in quanto lo stesso Casarotto, nella salita estiva dello scorso anno, aveva ridotto la chiodatura. Durante l’ascensione la cordata ha trovato forti difficoltà sia per le condizioni atmosferiche che sono mutate quando ormai il ritorno era sconsigliabile, sia per l’abbondante strato nevoso che ricopriva gli appigli anche nelle zone strapiombanti a causa delle recenti precipitazioni.

I nostri più vivi rallegramenti a Renato Casarotto, e a ragione può essere considerato uno dei più forti arrampicatori italiani del momento, anche se poco conosciuto in campo nazionale sia per la sua innata modestia, sia perché non rientra nelle nostre consuetudini reclamizzare le imprese dei soci.”

Le Alpi Venete, 1973.

[Alpinismo su ghiaccio] / Casarotto Pubblicazione – [1980 circa]

Nel 1977 Renato Casarotto tornò con De Donà alle Pale di San Lucano per aprire una nuova via: il Diedro Sud dello Spiz di Lagunaz, con difficoltà ritenute dai salitori superiori al VI grado. “Nel redigere la relazione trovai il coraggio di parlare per la prima volta di VII grado nelle Dolomiti”, confessò Renato.

“Non esiste una classificazione delle difficoltà che sia uguale per tutti. Personalmente paragono le maggiori vie tracciate negli ultimi tempi (e da me ripetute con gli stessi criteri dei primi salitori) con quello che sto facendo. Formulo così un giudizio che tenga conto della media attuale delle valutazioni in rapporto alle difficoltà.”

Renato Casarotto

Ma non sono solo le difficoltà tecniche a interessare Renato Casarotto: lo sappiamo bene dalle sue imprese, dalle sue rinunce, da quello che egli scrisse e che chi ha vissuto esperienze con lui può testimoniare.

Un esempio fu quello della Magic Line per raggiungere la vetta del K2. In questo caso mi limiterò a riportare le parole scritte da alcuni autori.

“Renato non si accontentava della superficie. In seguito lo dimostrò: affrontare imprese sempre più ‘impossibili’ per progredire in questa sua ricerca di conoscenza. Era evidentemente convinto che più impegno, difficoltà e isolamento c’erano, più l’esperienza sarebbe stata rivelatrice. Ma fino a quel momento le sue grandissime imprese non avevano ancora il taglio “eccezionale” che invece avrebbero avuto dopo la nostra estate 1979 al K2.

Quel che voglio dire è che la sua salita con Piero Radin al grande diedro dello Spiz di Lagunàz, o altre sue solitarie e invernali fatte fino ad allora, erano sì grandissime salite, che entravano prepotenti nella storia: ma ancora non si era visto il Casarotto che invece si vide dopo!”

Dal libro di Alessandro Gogna Visione verticale.

KARAKORUM – prima spedizione per Renato Casarotto sul K2.

“K2, 8611 metri – Il 12 maggio una piccola spedizione guidata da Reinhold Messner e composta da Renato Casarotto (31), dal tedesco Michael Dacher (45), da Alessandro Gogna (33), da Friedrich Mutschlechner (29) e dall’austriaco Robert Schauer (25) è partita da Roma con l’intenzione di scalare il K2 per una via nuova lungo lo sperone SO, tracciata in anticipo e battezzata Magic Line.

L’idea della Magic Line è tuttavia stata abbandonata poco dopo aver raggiunto il campo base il 9 giugno, e il gruppo si è rivolto alla ripetizione della via da S e SE già percorsa durante la prima ascensione del 1954 da parte della spedizione italiana guidata da Desio, e ripetuta due anni or sono anche da una spedizione giapponese.

Sono stati posti solo 3 campi, senza l’aiuto di portatori: a 6200 m, a 6850 m, a 7350 m: la via è stata attrezzata con corde fisse tino al terzo campo. 

Il 12 luglio Messner e Dacher, dopo aver pernottato successivamente nei 3 campi e in una tendina posta da loro a 7910 m. hanno raggiunto la cima senza aver fatto uso di bombole d’ossigeno. Gogna, Mutschlechner e Schauer sono giunti al campo III. Si tratta senz’altro di una bella impresa, che dimostra ancora una volta la volontà e la preparazione di Messner, il quale ha così raggiunto per la sesta volta un ottomila. […]”

Da Cronaca alpinistica a cura di Gino Buscaini, Rivista mensile del CAI, 1980.

“[…] Per lui era difficile sostituire l’obiettivo. Mancanza di elasticità? Forse, ma quando l’essere rigidi porta a un successo, allora occorre inchinarsi. Renato probabilmente pensava che noi saremmo arrivati in cima ancora prima dell’arrivo di Yannick Seigneur e compagni!

Alla spedizione interessava il successo quasi sicuro, a Renato premeva il confronto con una grande idea, con una montagna molto più forte di noi. Sapeva anche lui di non avere ancora un’esperienza himalayana che avrebbe potuto renderlo certo dei suoi sentimenti, ma se fosse stato per lui bisognava partire a testa bassa per la Magic Line.

[…] Ricordo come dal campo 2, magari uscito dalla tenda per pisciare, Renato guardasse con intensità l’evidenza estetica dello spigolo nord del Broad Peak, quella che solo quattro anni dopo sarebbe diventata la sua via. Renato non riteneva importante che quello spigolo arrivasse ‘solo’ all’Anticima, una sommità di 7800 metri. Non gli interessava la prosecuzione alla vetta del Broad Peak (Ottomila!), itinerario che fu poi percorso molti anni dopo (senza la salita dello spigolo nord).

Vedeva lo spigolo, vedeva quel gioiello.

[…] Al ritorno dal Pakistan […] mi disse di volere a tutti i costi tornare al K2 per fare la Magic Line da solo ma mi pregò di non dirlo a nessuno. Era chiaro che aveva riflettuto a lungo e che non condivideva minimamente le motivazioni alpinistiche di una qualunque spedizione a più elementi. […] Renato si muoveva in parete come si muoveva nella vita quotidiana. Non era particolarmente veloce, ma era un bulldozer. […]”

Dal libro di Alessandro Gogna, Visione verticale.

Renato tornò su quella meravigliosa montagna, tornò a lei: il richiamo era troppo forte, ma lo era ancora di più il potere di quella ricerca di sé. Lo vedremo poi.

“Non ammetto secondi fini in quello che faccio, non scendo a compromessi. Se per vari motivi non posso raggiungere il mio obiettivo, non devio dal proposito iniziale per conseguire un risultato a tutti i costi, magari sulla stessa montagna e per una via più facile. Per me non costituirebbe una vittoria, ma un ripiego; in tal caso preferisco tornare a valle e ritentare successivamente.”

Renato Casarotto

HUANDOY (oltre 6000 metri), la salita alle Ande.

“L’esperienza del Huandoy avrebbe determinato il nostro rapporto di coppia e cambiato radicalmente la mia vita. Nel corso della spedizione, comprendemmo quanto fosse importante stare insieme e quanto io potessi essergli di sostegno morale e materiale in quell’ambiente che cominciava a diventare anche il mio. Fu un’esperienza positiva anche sotto l’aspetto umano.”

Sono le parole di Goretta Traverso, che accompagnò Renato Casarotto nella sua esperienza sulle Ande. Il 6 luglio 1976 venne aperta una nuova via e raggiunta la vetta da Renato e Agostino Da Polenza.

Una spedizione che, come leggiamo dalle parole della moglie, consolidò la loro unione e diede il via a magnifiche esplorazioni in diverse parti del mondo.

Parete sud del Huandoy

[…] Con un perfetto tempismo e un senso di collaborazione encomiabile altri due componenti partono dal Campo 3 molto presto anche se già provati dal lavoro dei giorni precedenti; con una volontà lodevole alle 10 arrivano a portare tutto il necessario agli amici che a mo’ di staffetta partono verso la vetta. A noi che non possiamo partecipare a questa bellissima lotta, resta solo la possibilità di guardare e fare il tifo.

Gli amici ora sono alla tanto agognata meringa, strano fenomeno della natura e del vento. Non si fermano, continuano verso l’alto comunicandoci che la roccia va peggiorando sino a quando diventa pericolosa e quindi sono costretti a piegare a sinistra per raggiungere la cresta che conduce in vetta. Vediamo solo due puntini che continuano a salire e ci chiediamo se hanno con loro tutto il necessario per bivaccare perché ormai è quasi buio. L’entusiasmo si è tramutato in preoccupazione. Ora che è buio cosa faranno? II freddo è intenso, la notte è fantastica e pur essendoci una bellissima luna il ritorno è sempre molto pericoloso. Comunque passano le ore e non abbiamo più loro notizie, non possiamo più vederli per l’oscurità e anche perché dalla cresta alla vetta vengono nascosti alla nostra vista. Sono momenti difficili da spiegare tanto sono sofferti senza possibilità di agire, verrebbe la voglia di sbattere a terra la radio che è completa mente muta.

Un mucchio di domande che restano senza risposta, ogni strano rumore che la radio fa mette tutti a tacere ed ascoltare. In questi improvvisi silenzi nella nostra mente ci sono sempre le domande che ci martellano. Poi una voce molto lontana e confusa che sembra venga da chi sa dove, comunica che stanno parlando dalla vetta ed ecco che tutti sciolgono le briglia e danno sfogo all’entusiasmo, chi urla, chi salta creando una tale confusione da non sentire più niente e ci vuole del bello e del buono per calmarci e poter così avere delle notizie più dettagliate dai nostri amici. Data la difficoltà nel parlarci riusciamo solo a trasmettere messaggi telegrafici, non sufficienti a dare un poco di calore ai nostri amici che, al biancore della luna sono in cima al Huandoy. Con loro ci siamo anche noi e tutti coloro che ci hanno creduto e in particolare quelli di Valgandino.

Sono le 19.20 del 6 luglio; con Renato Casarotto e Agostino Da Polenza la spedizione raggiunge la vetta. I suoi componenti sono stati: Capo Spedizione: Franco Nembrini – Giuseppe Baracchetti – Felice Boselli (Medico) – Giuseppe Buizza – Antonio Camozzi – Renato Casarotto – Goretta Casarotto – Agostino Da Polenza – Mario Dotti – Giovanna Dotti – Gianni Scarpellini (Cineoperatore) che dedicano la via agli amici Raniero Valleferro e Carlo Demenego di Cortina, scomparsi per caduta di valanga sulla Nord del Huascaran.”

Di Mario Dotti, Annuario CAI Bergamo.

I componenti della spedizione. Nello sfondo l’Huandoy (foto Spediz. Huandoy)

HUASCARÁN NORD (parete: 1600 metri), un’altra salita in solitudine.

“Il mio zaino non è solo carico di materiale e di viveri: dentro vi sono la mia educazione, i miei affetti, i miei ricordi, il mio carattere, la mia solitudine. In montagna non porto il meglio di me stesso: porto tutto me stesso, nel bene e nel male.”

Renato Casarotto

Il calzaturificio Scarpa di Asolo accettò volentieri la proposta dell’alpinista di sponsorizzare la spedizione in Huascarán Nord.

Con il suo solito e rodato sistema di autoassicurazione, Casarotto procedeva ripetendo il percorso tre volte, due in salita e una in discesa: alla vita ci teneva e dalla sua Goretta voleva assolutamente tornare, e questa tecnica aumentava la garanzia di sicurezza anche in caso di brutto tempo e su difficoltà tecniche elevate.

Sempre in contatto via radio con la moglie, Casarotto riuscì a raggiungere la vetta e a tornare, seppur malconcio, tra le braccia di Goretta, per la quale questa salita avrebbe rappresentato l’inizio delle sue future lunghe e solitarie attese tra le montagne.

Spedizioni Extraeuropee 1977, in appoggio al CAI Lima

Renato Casarotto di Vicenza, arrivato in incognito a Lima, assieme alla moglie, si è diretto in Cordillera Blanca e precisamente a Lianganuco per tentare in solitaria la Direttissima alla Parete Nord del Huascarán. Matto, come l’ho definito prima del suo intento, e suicida! Lui invece, con la sua tempra di buon veneto ed eccellente alpinista, quieto, quieto, senza pubblicità, ce l’ha fatta! Ha impiegato” ventisette giorni per scalare la «Parete del Diavolo » come la chiamo io ed è stato ben 16 giorni in parete. Alla parete Nora dello Huascarán, l’anno scorso sono morti due «Scoiattoli di Cortina». Non voglio dare ulteriori notizie della scalata, perché spetta a Casarotto dare la primizia della sua Parete.”

Lo scarpone, 1977.

Alpinismo, scuola di uomini

[…] La stampa quotidiana e numerosi settimanali di grande tiratura hanno giustamente riservato ampio spazio all’eccezionale impresa condotta a termine lo scorso maggio dal consocio vicentino Renato Casarotto, mediante la solitaria scalata della parete Nord dell’Huascaran, protrattasi per oltre quindici giorni. Nel darne annuncio da Lima alla sede centrale del C.A.I., Celso Salvetti l’ha definita un’impresa alpinistica senza precedenti: un giudizio categorico che ci sentiamo di sottoscrivere senza riserve. […]” 

Di Gianni Pieropan (Sezione di Vicenza), Le Alpi Venete, 1977.

Huascaran parete nord di scorcio / R. Casarotto Pubblicazione- [1977]

Huascaran Nord (6655 m, Perù)

Il vicentino Renato Casarotto (29 anni) ha superato per la prima volta la parete N, alta 1600 m, da solo. L’arrampicata in salita è durata ben 16 giorni (5’21.6.1977) con notevoli difficoltà tecniche e roccia molto friabile. Si tratta di un’impresa alpinistica veramente eccezionale.”

Rivista mensile del CAI, 1978.

“[…] Per Casarotto è così. Egli sa muoversi su tutti i terreni (roccia, ghiaccio, misto) e in tutte le stagioni, su difficoltà di ordine estremo.

Del resto il suo curriculum parla chiaro.

Dolomiti, Bianco, Ande, Patagonia. Prima solitaria invernale alla via Simon-Rossi alla Nord del Pelmo. In diciassette giorni, ecco una via nuova alla parete Nord del Huascaran (Cordillera Blanca e, ANCORA IN SOLITARIA, il Pilastro Nord del Fitz Roy (Patagonia). Poi, nell’inverno del 1982 Casarotto realizza la sua impresa più bella proprio sul Bianco: concatenazione stupefacente. Ma, instancabile, nel 1983 eccolo, in dieci giorni di lotta, alla prima scalata dell’inviolato sperone settentrionale del Broad Peak Nord (7600 m). Poi, nel 1985 è la prima invernale solitaria alla difficile Est delle Grandes Jorasses (una salita che già da sola è più che eloquente).

Casarotto, nel suo libro, confida: “salgo col solito sistema di autoassicurazione che ho perfezionato in tutti questi anni di alpinismo solitario. Si tratta di un metodo dinamico, che non provoca un arresto istantaneo della corda in caso di caduta, ed è in grado di frenare con dolcezza un eventuale volo. Esattamente come nella progressione in cordata, un paio di nodi autobloccanti saldamente fissati all’attacco dell’imbragatura consentono, con brevi movimenti di scorrimento, di utilizzare solo il tratto di corda strettamente necessario.

È una tecnica assai efficace che però mi costringe a percorrere la stessa strada tre volte: due in salita e una in discesa per recuperare i chiodi piantati durante la prima filata di corda.

Questa continua altalena su e giù lungo i tratti più duri della via dilata sicuramente i tempi di salita, ma ha pure alcuni lati positivi, in quanto mi consente di procedere in costante sicurezza”.”

Di Armando Biancardi, Monti e Valli, 1986.

“Renato Casarotto ha scalato la parete nord dell’Huascarán Norte in solitaria in sedici giorni, dal 5 al 21 giugno, senza alcun contatto diretto con la base se non tramite radio con sua moglie Goretta, che lo aspettava in una tenda ai laghi Llanganuco, ai piedi della parete. Ha descritto la salita come un percorso di tutti i gradi di difficoltà fino al VI+. Si è trattato di neve, ghiaccio, lastroni lisci, granito solido e roccia marcia. Con circa 90 libbre di attrezzatura e cibo, Casarotto ha dichiarato di aver dovuto scalare la via tre o quattro volte, per attrezzarla, poi per trasportare le provviste e infine per ripulirla. Il sole ha brillato solo un giorno. Il tempo era prevalentemente freddo, nevoso e ventoso. Negli ultimi tre giorni rimase senza cibo. Dopo aver completato la scalata nella tarda serata del 21 giugno, in un’ora e mezza scese alla Garganta tra Huascarán Norte e la vetta principale per un ultimo freddo bivacco nella neve senza il sacco a pelo, che aveva perso alla fine della scalata.”

Celso Salvetti, Club Alpino Italiano

“Questa salita è importante, perché l’alpinismo solitario è uscito dagli schemi tradizionali. Sono anche conscio di aver aperto un nuovo capitolo nella storia dell’arrampicata extraeuropea sulle grandi montagne. Considero tuttavia questa salita alla parete nord del Huascarán non come un punto d’arrivo, ma come una tappa della mia attività in montagna.”

Renato Casarotto

E che attività!

RENATO CASAROTTO solo vince la NORD del HUASCARAN

[…] « Un’impresa alpinistica senza precedenti è stata portata a termine sulle Ande peruviane dall’italiano Renato Casarotto di ventinove anni impiegato delle Ferrovie dello Stato di Vicenza. Il giovane istruttore nazionale di alpinismo ha compiuto la prima scalata solitaria in direttissima della parete Nord del Nevato Huascaran Nord di m 6654 la più alta vetta del Perù. Si tratta di un’impresa tentata molte volte e da numerose spedizioni internazionali, tutte fallite, a volte con perdita di vite umane ».

Celso Salvetti è l’unico ad essere al corrente della spedizione segreta […]”

Telex trasmesso da Celso Salvetti presidente del Club Alpino Italiano di Lima per essere consegnato al redattore dello Scarpone, 1977.

Vista del Cerro Torre e Torre Egger dal Fitz Roy / Casarotto Pubblicazione- 1979

CERRO FITZ ROY (3405 metri), il benvenuto a Renato dalla Patagonia.

Nuove ascensioni

Fitz Roy – L’elegante spigolo NNE che si alza per circa 800 m sopra l’intaglio con l’Ag. Mermoz è stato superato per la prima volta da Renato Casarotto in scalata solitaria, in 8 giorni complessivi di arrampicata.

La spedizione, organizzata dal CAI Bormio, comprendeva Giovanni Majori, Luigi Zen, Renato e Goretta Casarotto: i primi due rientravano già in Italia il 6 dicembre, dopo un mese dalla partenza. Il vicentino, da solo, sfruttando le rare giornate di bel tempo, raggiungeva il 4 gennaio la sommità del caratteristico pilastro e il 19 gennaio la cima, compiendo un’impresa eccezionale. I primi 250 m del pilastro erano già stati superati nell’inverno precedente dallo stesso Casarotto con altri compagni. Questa dello spigolo NNE è la quinta via aperta su questa bella e difficile montagna.”

Di Gino Buscaini, Rivista mensile del CAI, 1979.

Pilastro nord Fitz Roy / Casarotto Pubblicazione- 1979

Nel novembre del ’78 Renato Casarotto lasciò l’Italia e il lavoro alle Ferrovie dello Stato (l’azienda non gli concesse il permesso) e partì con Goretta per la Patagonia, che fu un ritorno, dopo la precedente spedizione agli inizi dello stesso anno, quando per il maltempo il gruppo di alpinisti dovette  rinunciare alla salita.

Non che la seconda possibilità fosse stata più clemente: l’alpinista dovette affrontare raffiche di vento e neve, che come spilli gli colpivano il volto.

Ma la fatica non spaventava Casarotto, che grazie a un fisico eccezionale, unito a un assiduo allenamento, riuscì anche in questa impresa.

“Ormai ogni anfratto della Terra è stato esplorato. Il salire lungo nuovi itinerari soddisfa in me quella sete di ricerca dell’ignoto, quel senso originale dell’avventura. È ridicolo ridurre l’alpinismo a una qualsiasi competizione o gara, pur importante e bella che sia. Alpinismo vuol dire tecnica, ragionamento e ponderatezza nell’affrontare imprevisti e difficoltà, sia di arrampicata sia di altro genere.”

Renato Casarotto

E di certo l’alpinismo solitario di Renato ha a che fare con l’esplorazione, con la scoperta. E non solo di una linea o di uno spazio, perché la ricerca di Casarotto sappiamo che va oltre, anzi, dentro di sé. Se ci pensiamo bene, a cosa porterebbe l’alpinismo fine a sé stesso? A un invidiabile e lungo curriculum, a record, a targhe o medaglie, a spunte su un elenco, ad articoli sulle testate giornalistiche… ma tutto questo sarebbe solo una componente superficiale fine a sé stessa. L’obiettivo più grande è quello di trovarsi.

In gennaio Renato raggiunse la vetta dopo una lunga ed estenuante salita della parete nord ovest. “Dal punto di vista strettamente alpinistico, è l’ascensione che mi ha fatto vivere più di qualunque altra, esperienze totali”: sono le parole di Casarotto, che afferma di aver dovuto lottare troppo per raggiungere quella cima.

Il Fitz Roy fu salito nel 1952 per lo Sperone Sud dai francesi Lionel Terray e Guido Magnone, nel 1965 lungo il versante nord, Supercanaleta, dagli argentini Carlos Comesana e Josè Luis Fonrouge. A fianco della linea francese la via Californiana fu aperta nel 1968 da Yvon Chouinard, Richard Dorworth, Lito Tejada Flores, Doug Tompkins e il britannico Chris Jones. Nel 1972 gli inglese aprirono una via sulla parete sud e nel 1976 i Ragni di Lecco conquistarono il Pilastro Est.

Eccezionale scalata solitaria al Pilastro Nord del Fitz Roy

Come già sulla parete Nord dell’Huascaran, ne è stato protagonista il vicentino Renato Csarotto, considerabile attualmente fra i massimi esponenti dell’alpinismo di punta mondiale.

Recatosi nelle Ande Patagoniche a capo della piccola spedizione CAI – Contea di Bormio, della quale facevano parte Giovanni Majori, Luigi Zen e Goretta Casarotto, il 22 novembre 1978 sistemava il campo base ai piedi del Pilastro Nord della celebre vetta andina.

[…] Il 6 dicembre Majori e Zen ripartivano per l’Italia mentre Casarotto, coadiuvato dalla moglie Goretta che già gli era stato vicina nella vittoriosa impresa sull’Huascaran, pazientemente insisteva nell’audace proposito di vincere in solitaria l’inviolato Pilastro Nord.

Dopo aver sistemato un campo avanzato e un’altra tendina più in alto, oltre alle attrezzature indispensabili, man mano procedeva verso l’alto, il 17 gennaio egli partiva dal campo base per l’attacco decisivo, raggiungendo la vetta alle ore 16.30 del giorno 19 e alle 23.30 rientrando al campo avanzato.

Renato Casarotto ha affermato, di passaggio per Buenos Aires, che si tratta della salita più dura e sofferta della sua carriera alpinistica, potuta superare soltanto in virtù delle sue precedenti esperienze andine e dolomitiche. Le difficoltà incontrate sono state le massime superabili da uno scalatore e sono state rese ancor più dure dalle particolari condizioni ambientali. […]”

Le Alpi Venete, 1979.

Alla moglie Renato dedicò la cima del Pilastro Nord del Fitz Roy, che ancora oggi si chiama Pilastro Goretta.

Fitz Roy 3341 m – Lo Scarpone 1979

Il Pilastro Goretta al Fitz Roy

[…] Dal punto di vista strettamente alpinisti-co non ho mai vissuto, in dieci anni di attività, esperienze così totali, avendo superato sul Fitz Roy difficoltà estreme quasi continue, unite a condizioni ambientali spesso drammatiche. Il mio equipaggiamento era quello classico usato nelle salite alpine, integrato da indumenti impermeabili in Goretex; mentre gli alimenti di cui mi sono avvalso erano quelli di tipo comune.

Da quest’impresa ho altresì ricavato la conferma che per riuscire in ascensioni d’un certo impegno è indispensabile sapersi integrare con l’ambiente in cui esse si svolgono […].”

Di Renato Casarotto, Le Alpi Venete, 1979.

I rapporti con gli sponsor.

Seguo con sempre maggiore interesse il libro ‘Casarotto, una vita tra le montagne’ e mi imbatto in un paragrafo dove l’alpinista scrive

“mi pagano per sperimentare il loro materiale. Sfrutteranno anche il mio nome, ma io lavoro sodo. I soldi me li guadagno con l’esperienza, con le cose che faccio, con la fatica. Il mio è un lavoro. Sperimento il materiale alpinistico nelle condizioni peggiori, nel freddo e nell’umidità. I rapporti con le aziende sono chiarissimi: sono io che decido dove andare, che materiale impiegare, come voglio che venga adattato alle mie esigenze, muovendomi nell’ambito della massima serietà. Se così non fosse, non avrei né il coraggio né la forza di andare avanti per questa strada”.

Renato Casarotto non aveva certo la fama di eccellente comunicatore, o meglio, a lui non è mai interessato ‘apparire’ e quando è successo nelle diverse testate giornalistiche, del Club Alpino e altre, fu perché… be’, non si sarebbe potuto tralasciare quel che l’alpinista vicentino aveva fatto. Troppo rilevante per l’alpinismo, troppo all’avanguardia all’epoca per non occupare uno spazio nel pensiero del pubblico con la sua attività.

Con le aziende che hanno sponsorizzato le sue spedizioni il rapporto era “basato non solo sul lavoro, ma anche sulla stima e, in alcuni casi, su una autentica amicizia”, scrive Goretta Traverso nel libro.

Onesto, verso sé stesso e verso gli altri, e forse poco incline ai compromessi… ma quando un uomo mette in gioco la propria vita, oltre a tutto il resto, come si possono biasimare le sue scelte?

“[…] A differenza di tanti altri uomini di successo, Renato non aveva segreterie particolari, agenti promozionali; poteva e voleva contare solo sull’aiuto affettuoso di sua moglie Goretta, tanto discreta quanto forte compagna nelle sue imprese, e su un gruppetto di amici vicentini e bergamaschi ai quali si rivolgeva solo quando era necessario, più con richiesta di consigli che di aiuti materiali.

[…] Per tutti Renato aveva parole di apprezzamento, mai di critica. Di un alpinista e dei suoi risultati Renato sottolineava i lati positivi e minimizzava gli insuccessi al punto di dire che lui stesso, in analoghe condizioni, forse non sarebbe riuscito a far meglio. Tanta generosità e correttezza però non sempre aveva trovato reciprocità, ma anche in questi casi Renato ha sempre preferito non scendere in polemica pur avendo argomenti tali da annientare le affermazioni pretestuose ed emotive di qualche individuo invidioso dei suoi successi e delle sue affermazioni. […]”

Di Maria Antonio Ardizzone, Annuario CAI Bergamo, 1986.

TRITTICO DEL FRÊNEY – MONTE BIANCO (4810 metri) in inverno: la visione.

Era il 1982 e in quell’inverno si sarebbe compiuta una vera e propria impresa per l’alpinismo, solitario e invernale. Chi un po’ se ne intende giudica questo fatto come futuristico, lungimirante per l’epoca, quando tutti pensavano a una follia.

Come può un essere umano concatenare tre grandi pareti per poi arrivare in vetta al Monte Bianco, con quelle condizioni in inverno, da solo?

“Partenza dalla Val Veny, passando per il rifugio Monzino, sotto l’Aiguille Croix, l’attraversamento del ghiacciaio del Frêney per giungere all’attacco della parete ovest dell’Aiguille Noire de Peutérey, salita della via Ratti-Vitali e discesa lungo il versante nord. Ascensione della parete sud ovest del Picco Gugliermina per la via Gervasutti-Boccalatte, cresta dell’Aiguille Blanche e discesa al Col de Peutérey, salita del Pilone Centrale del Frêney, vetta del Bianco e ritorno a valle. Queste tre vie rappresentano tre momenti fondamentali nell’evoluzione storico-alpinistica del Monte Bianco.”

Sono le parole di Renato Casarotto, che prosegue affermando che le sue motivazioni, quelle che lo hanno portato all’idea, alla visione del trittico, sono sempre collegate all’idea della ricerca dei suoi massimi limiti, dell’esplorazione: la convinzione che “le Alpi possano ancora offrire spazio all’alpinismo estremo”. 

Renato Casarotto sul Ghiacciaio di Freboudze (foto- R. Casarotto)

ALPINISMO INVERNALE

Nell’epoca in cui soltanto le imprese sui giganti himalayani fanno notizia le più modeste montagne di casa nostra, le Alpi, sanno dimostrare di essere un terreno di gioco che può ancora consentire «exploits» di valore mondiale. Renato Casarotto lo ha dimostrato compiendo da solo nei primi 15 giorni di febbraio una delle più fantastiche successioni di ascensioni che colloca l’impresa dell’alpinista vicentino tra le più grandi degli ultimi anni.

Partito il 31 gennaio dalla Val Veny e raggiunto il rifugio Monzino ha proseguito per l’Aiguille Noire de Peuterey arrivando in vetta lungo la via Ratti-Vitali della parete ovest. Dalla vetta della Noire discesa a doppie sino alla Brèche e traversata delle Dames Anglaises sino al Picco Gugliermina raggiunto per la via Gervasutti-Boccalatte. Da qui alla sommità dell’Aiguille Bianche, al colle de Peutery e infine in cima al Bianco per il pilone centrale del Freney.”

Rivista mensile del CAI, 1982.

[Monte Bianco- trilogia invernale solitaria] / [Renato Casarotto] Pubblicazione- [1981-1982 circa]

Nuova poderosa impresa alpinistica di Renato Casarotto

Se ne sono occupati la TV, quotidiani e settimanali, al punto da suscitare meritata attenzione e interessamento a livello non soltanto nazionale, essa è parsa ed è senz’altro di altissimo livello tecnico e alpinistico; non senza un fondamentale sottofondo d’ordine umano e psichico.

Conoscendo tuttavia le capacità e la serietà che, sotto ogni punto di vista, caratterizzano il valoroso alpinista vicentino e soprattutto le sue eccezionali imprese solitarie, e basti pensare alla salita all’Huascaran a suo tempo documentata su queste stesse pagine, la nuova impresa ha fornito una ben singolare conferma delle doti di Casarotto. In pari tempo egli ha saputo far comprendere come il terreno di gioco offerto dalle Alpi anche per intraprese di carattere estremo, non abbia affatto esaurito le sue attrattive e le conseguenti possibilità. 

Teatro di questa nuova e spettacolare operazione è stato il Monte Bianco…

[…] Conquistato il Pilone Centrale, egli ormai pensava di aver concluso bene la grande avventura.

Infatti, il 14 febbraio, Casarotto raggiungeva il Monte Bianco di Courmayeur e quindi calcava la più alta vetta delle Alpi, dove però si scatenava il finimondo. […] Il mattino del 15 febbraio comincia con una ricognizione del terreno all’intorno: percorsi pochi metri, ogni traccia scompare, mentre la visibilità permane pressoché nulla. Egli comunque decide di abbandonare sul posto la tendina e di scendere il più direttamente possibile, senza deviazioni. Dopo un paio d’ore scorge sulla sinistra due costruzioni e apprenderà più tardi che si trattava della Capanna Vallot e dell’annesso osservatorio. Punta nella loro direzione, risale sul Dome de Goûter, riuscendo a calarsi lungo l’arcigna parete e i canaloni fino alla stazione terminale della ferrovia a cremagliera del Nide d’Aigle, che però d’inverno è chiusa. Affondando fino al ventre nell’alto strato di neve farinosa, verso le 18 riesce infine a raggiungere la valle di Chamonix.

[…] Al giornalista d’un diffusissimo settimanale, che gli chiedeva quale metodo d’allenamento adottasse, Casarotto risponderà: «Dalle quattro alle sei ore al giorno: corro, cammino, faccio salite anche con zaino pesante, mi arrampico su roccia e in palestra».

Tanto perché si regolino, soprattutto coloro che intendano emulare siffatte imprese.”

Di Gabriele Franceschini, Le Alpi Venete, 1982.

Mondi sospesi

[…] I record di Renato Casarotto per contro non sono certo di velocità. Il coriaceo scalatore veneto si fa notare per la grande capacità tecnica, ma soprattutto per le doti di resistenza in ambiente ostile. Il suo exploit è di quelli che fanno tremare se uno si immedesima: nell’inverno del 1982, contrastato dal maltempo, resiste per due settimane, in piena solitudine e in completa autonomia sul selvaggio vallone di Frêney e, in successione, scala la Ratti-Vitali alla Noire, scende lungo il versante nord, sale la Gervasutti-Boccalatte al Pic Gugliermina e infine la Bonington al Pilone Centrale, raggiungendo l’agognata cima del Bianco dopo due settimane ‘bianche’.”

Di Mario Sertori, La Rivista del CAI, 2007.

“Le esperienze solitarie vissute in precedenza mi hanno dato la capacità di comprendere che, anche sulle Alpi, con un po’ di fantasia, si possono ideare e compiere delle imprese che non hanno nulla da invidiare a quelle himalayane.

Il trittico del Frêney dimostra che non sempre, nell’alpinismo, si è costretti a ripetere imprese già compiute, ma che sulle Alpi è ancora possibile realizzare qualcosa di nuovo.”

Renato Casarotto

PICCOLO MANGART DI CORITENZA (2471 metri), la verticale di neve.

Il Diedro Nord al Piccolo Mangart di Coritenza, nelle Alpi Giulie, è stato aperto da Enzo Cozzolino, con Claudio Corratù e Luigi Cerno, nel 1971, si sviluppa su circa 1000 metri e le difficoltà vanno dal V+ al VII-. Ma dobbiamo pensare che Renato Casarotto decise di salire il Diedro nel luogo più freddo d’Italia in inverno, quando la parete, a nord, in ombra, era completamente ricoperta di neve. Uno spettacolo vista dalla base, un incubo per chi la deve salire. E non solo: l’alpinista era anche deciso di seguire la variante di Della Mea e Strobel, che raddrizzarono la via fino in cima con difficoltà di VII.

“Bisogna evolversi continuamente, non dimenticando chi ci ha preceduti, ma portando avanti quello che altri hanno iniziato in modo personale, affinché ognuno possa dare il proprio contributo per spostare sempre più in avanti i limiti umani. Ciò deve avvenire nel rispetto dei valori che hanno fatto grande la storia dell’alpinismo.”

Renato Casarotto

Era il dicembre del 1982 quando Goretta e Renato arrivarono ai Laghi di Fusine e poi sotto la parete, dove la moglie lo aspettò per giorni in una piccola casa in legno.

Dopo oltre una settimana Casarotto arrivò in vetta, finalmente ad abbracciare il sole, e la mattina del 9 gennaio con tre calate iniziò a scendere in territorio jugoslavo.

Quando tornò, ad accoglierlo e festeggiarlo ci furono parecchie persone e Renato fu proclamato cittadino onorario di Tarvisio.

Fatica, freddo, sofferenza, vento, difficoltà tecniche e ambientali, neve e ghiaccio: nulla fece desistere quest’uomo che non divenne famoso quanto Bonatti, ma che riesce ancora oggi a sorprendere come pochi alpinisti al mondo, di ieri e di oggi.

“C’è qualcosa un non so che di magico d’inverno, sulle montagne, qualcosa di inesprimibile. Potrebbe anche trattarsi di una mia sensazione che si fa sentire puntualmente al sopraggiungere della stagione fredda.

Ma le poche ore di luce delle giornate invernali, mentre salgo lasciando la vallata ancora in ombra, mettono in risalto un mondo silenzioso, puro, solitario. Ebbene, in quei momenti particolari, comprendo quanto il fascino di quel mondo abbia maturato la mia vocazione all’alpinismo solitario e mi spinga sulle montagne di ogni continente.

[…] se si accetta la regola fondamentale di salire in modo semplice e pulito, senza barare con sé stessi e senza imbrigliare con chilometri di corde fisse la montagna, le difficoltà, le preoccupazioni per il tempo che può cambiare da un momento all’altro, i dubbi di essere sulla via giusta e l’angoscia di una ritirata non sempre possibile arrivano pian piano a stemperarsi in una grande e appassionata partita con l’ignoto; una partita che trascende la dimensione normale dell’esistenza e rende l’arrampicata degna della più grande avventura umana, quella che ha affascinato gli uomini fin dai primi giorni della storia.”

Renato Casarotto

Renato Casarotto Diedro Nord del Piccolo Mangart di Coritenza Lo Scarpone 1983

“Una creatività così in anticipo sui tempi da non essere compresa. Pochi erano pronti. […] Ancora oggi, certe sue salite non sono state digerite e assimilate come meritavano. Lo dimostra il fatto che molte sue imprese passarono allora abbastanza sotto silenzio. Se si vanno a guardare le cronache di quel tempo, troviamo notizia delle sue salite avveniristiche. Ma se guardiamo alla Nord del Cervino di Bonatti, di cui si parla ancora oggi, troviamo fiumi di inchiostro scritto, mille interviste. Le salite di Renato sono passate sotto silenzio, al confronto. […] Quando ci sono grosse verità e grosse emozioni, il bisogno di parlare diminuisce. La portata di quanto si è appena vissuto si trasmetterà ugualmente, ma ci vorrà più tempo.”

Di Alessandro Gogna nel suo libro Visione verticale.

In prima invernale sul Diedro Nord del Piccolo Mangart di Coritenza

[…] Delle salite invernali ho una mia concezione ben precisa, alla quale mi attengo con fedeltà: non deve essere un modo per far scrivere il mio nome su una scalata che si effettua in un mese diverso da quelli in cui si sale normalmente la montagna.

L’invernale, per essere veramente tale, deve avere una sua peculiarità, cioè essere una salita nuova per chi l’affronta, e di conseguenza non già conosciuta in precedenza, durante la stagione estiva. Solo così l’invernale diventa diversa dalla semplice ripetizione e conserva il fascino del rischio unito alle difficoltà che si esprimono nel grado più alto.

L’invernale richiede all’alpinista tutta la sua esperienza e un allenamento costante sia sotto l’aspetto fisico che sotto quello psicologico.

Scalo d’inverno solo se mi sento coerente con questa opinione, con la convinzione che solo in questo modo si può trovare la soddisfazione di una prima assoluta, come l’inverno scorso sul Bianco […].”

Di Renato Casarotto, Le Alpi Venete, 1983.

BROAD PEAK NORD (7600 metri), la vetta più alta del Pakistan ancora da scalare.

Già dal ’79 (dalla spedizione al K2) lo Sperone Nord del Broad Peak, inviolato, era entrato nel cuore di Renato Casarotto, che sapeva sarebbe tornato per provare la sua solitaria. Nel 1983, infatti, era lì con la moglie e salì alla vetta.

pubblicità SCARPA Rivista mensile del CAI 1984

“[…] Al Campo Base, raggiunto il giorno 22 a quota 5000 metri, abbiamo piantato una grande tenda dentro la quale abbiamo sistemato anche la nostra tendina per dormire. Il 26 maggio io e Goretta siamo andati fino alla base della parete Nord portandovi il materiale necessario alla scalata. Abbiamo dovuto attraversare una zona piena di seracchi e di insidie. Il 22 giugno ho iniziato l’ascensione lungo il bellissimo sperone Nord, dopo due tentativi andati a vuoto a causa il brutto tempo, un itinerario che ha oltre 2500 metri di dislivello e presenta le massime difficoltà su tutti i terreni: ghiaccio, roccia, misto, un percorso elegantissimo ma che è tecnicamente tra i più difficili dell’intera catena Himalayana. Ho usato in tutto una quindicina di chiodi da ghiaccio e da roccia, ne ho lasciati 10 durante la discesa effettuata lungo la medesima via di salita. Avevo con me due martelli-piccozza e una corda da 100 metri.

Ho bivaccato a 7500 metri. Senza tendina, senza saccopiuma, senza zaino. Ho dovuto star sveglio per non precipitare. Dalle otto di sera fino alle quattro del mattino. Mi sono frizionato continuamente le mani e i piedi. La cima del Broad Peak Nord era cento metri più su. L’avevo raggiunta alle 6.10 nel pomeriggio del 28 giugno, dopo aver superato 750 metri di dislivello.

Ho impiegato 7 giorni per la salita e 3 per la discesa.

L’aver realizzato questa solitaria su un itinerario nuovo tra i più difficili dell’Himalaya, e sulla montagna più alta che era rimasta inviolata del Pakistan, mi spinge a cercare di realizzare un mio più grande sogno solitario himalayano.”

Renato Casarotto, CAI BERGAMO ANNUARIO, 1983.

Non bastavano a Renato queste salite straordinarie in solitaria: voleva di più. Forse perché non aveva ancora raggiunto il suo massimo limite? Magari perché ancora non aveva trovato quel sé stesso che tanto ambiva a incontrare e comprendere? Oppure la volontà di proseguire e percorrere itinerari sempre più duri era diventata una cieca ossessione, una forza  sconosciuta che gli aveva catturato l’anima e che nessuno può capire se non chi prova certe sensazioni?

Non sapremo mai il vero motivo per cui Renato Casarotto affrontasse esperienze tanto al limite, tanto vicine al rischio che avrebbe potuto portare alla morte. Come non possiamo comprenderlo per i tanti alpinisti di ieri e di oggi. Probabilmente è una realtà inspiegabile anche per loro.

“Sono passate da poco le 18 quando metto piede sulla vetta. Nuovamente mi ritrovo ad ammirare un paesaggio incomparabile. Mi colpisce soprattutto la sua immensità: quale spettacolo per gli occhi mi regala l’intera catena, con i giganti che la popolano… La sensazione di benessere e di gioia è enorme. Questa montagna mi sta offrendo dei momenti unici. Quassù mi pare di sentire come il respiro di una dimensione che va al di là del confine del mondo degli uomini.”

Renato Casarotto

[Alpinismo su ghiaccio] / Casarotto Pubblicazione – [1980 circa]

IL NORD AMERICA per tutte le esperienze.

CANADA.

Tornato dal Karakorum l’idea di Renato Casarotto fu quella di collezionare in un breve periodo tutte le esperienze che la montagna, nella prospettiva di questo alpinista, può offrire: il ghiaccio lo avrebbe trovato nelle cascate del Canada, il misto ad alte quote in Alaska, la roccia nel Colorado e in California. All’avventura americana parteciparono anche la moglie Goretta, Gian Carlo Grassi e Guido Ghigo.

Prima tappa fu il Quebec con la cascata più bella e difficile della zona: la Pomme d’Or, alta 600 metri in fondo alla Vallée Malbaie. Lo spettacolare ambiente glaciale e la meravigliosa cascata salita dai tre alpinisti promettevano bene per questa esperienza oltreoceano!

Seguirono altre affascinanti salite su ghiaccio fino all’ultima, Nemesis, la cascata più famosa e difficile della Columbia Britannica, che gli alpinisti affrontarono con Tim Friesen. Una curiosità che leggo nel libro: per Tim, o meglio nell’etica canadese, è considerata progressione non leale ogni forma di alleggerimento, tra cui il riposare le braccia scaricando il peso del corpo sul cordino che collega l’imbragatura al manico delle piccozze.

CAI Bergamo Annuario 1984

MC KINLEY (ALASKA), l’alta quota.

Indimenticabile fu per Renato l’esperienza su questa montagna, che salì sempre in solitaria.

Il Denali, ‘Grande Uno’, era secondo una leggenda degli indiani Athabascan il monte più alto e possente tra gli ambienti non ancora esplorati. Ma il tempo trascorse e la storia dei ‘più forti’ prese il sopravvento, dunque per questo la montagna venne ribattezzata con il nome di William McKinley, venticinquesimo presidente degli Stati Uniti d’America.

La bufera di neve era implacabile e la fatica dell’itinerario sembrava essere davvero insostenibile. Fu in quei momenti che Renato Casarotto, in parete da solo, ebbe una visione che lo sconvolse. Forse iniziava a intravedere qualcosa in più della sua anima? Forse la ricerca stava cominciando a dare i primi frutti?

“Ma cosa sono quelli? Due soli? Guardo meglio: sono proprio due soli. […] So che esiste una spiegazione scientifica per questo strano fenomeno.

Ma ciò che conta per me è il modo in cui io recepisco la realtà. Ci sono due soli, apparentemente simili tra loro – penso -, ma uno è quello vero, l’altro è luce riflessa: esattamente come succede negli specchi.

[…] Con me, proprio al mio fianco, sulla destra, procede qualcosa del tutto sconosciuta alla mia mente, del tutto nuova, opprimente e soffocante. Quando giro lo sguardo verso di lei, svanisce, per ripresentarsi subito dopo.

[…] stavolta la sensazione che vivo, e che si fa quasi immagine davanti ai miei occhi, mi apre orizzonti vastissimi, che spaziano dagli elementi della natura fino ai confini inesplorati del mio inconscio.

D’ora in poi, e fino al mio arrivo in vetta, di notte ciò che sento è contenuto nelle dimensioni solite e usuali; di giorno invece, d’improvviso m’inserisco, senza che io lo voglia, in una dimensione dilatata, popolata di eventi e contenuti insoliti e forse anche irripetibili.

[…] Vivere le sensazioni di vita e di morte contemporaneamente: non lo avrei mai immaginato. Paura: ma di che cosa? Sembra che una parte di me debba morire.

Non capisco: forse perché devo lottare come non mai?

Forse si sta aprendo qualche spiraglio nella mia ricerca iniziata già da tempo? L’ambiente, il più severo che mi sia mai capitato d’incontrare, sta rendendo possibile tutto ciò.”

Renato Casarotto

Spiega molto bene questo fatto Alessandro Gogna nella seguente riflessione.

“La visione è al culmine quando Renato vede distintamente due Soli splendere nel cielo. Mentre leggo, trascinato da quell’energia, vedo i suoi due se stessi affiancati, quello noto e quello sconosciuto, perché proiettato fino ad allora su Goretta, che si scopre altrettanto luminoso. Quello che lo aveva accompagnato e protetto, amico molto discreto, per tutta la sua vita leggendaria, quando tanto più il Sole vero era cancellato dalle buie e violente bufere in quota, tanto più brillava nero e invisibile il Sole della sua anima.

[…] Renato sentiva che se non avesse deciso di uccidere la sua voce interiore, questa sarebbe diventata distruttiva, lo avrebbe fatto soccombere. Quel delitto, come tutti i delitti, era irreversibile. E questo passaggio psicologico, questa delittuosa uccisione che Renato fa di se stesso dove avvenne? Sulla ‘cresta del Non Ritorno’. Renato non poteva sapere che la sua “vittoria” sulla voce non poteva, e mai avrebbe potuto essere, definitiva. Le forze inconsce ricompaiono con le stesse domande alla prossima occasione. E ti presentano il conto.”

Di Alessandro Gogna nel suo libro Visione verticale.

L’esperienza al Mc Kinley non fu caratterizzata soltanto dalla fatica della salita, ma anche da un’azione altruista, grazie alla quale tre alpinisti poterono tornare a casa sani e salvi: era sera quando Renato Casarotto, mentre valutava una linea di discesa, vide gli alpinisti in difficoltà (uno era precipitato in un crepaccio). Intervenire era per lui impossibile, ma decise immediatamente di proseguire verso il campo base di Kahiltna per dare l’allarme: un tragitto lungo tutta la notte e segnato dalla caduta in un crepaccio dello stesso Renato. Un ennesimo ostacolo che, nonostante l’esperienza nel luogo che l’alpinista definì il più duro e severo, egli riuscì a superare. 

L’introspezione di Casarotto si manifestò sempre più forte nelle situazioni che stava vivendo e, sebbene le condizioni di quegli ambienti lo provassero pesantemente, non si sarebbe più potuto fermare, perché, lui lo sentiva, le risposte che andava cercando erano vicine.

Viaggio negli Stati Uniti- California, Yosemite Valley, Half Dome, Via Robbins, Salathe Wall [Gian Carlo Grassi] Pubblicazione- Novembre 1978

COLORADO E YOSEMITE, la roccia.

COLORADO.

Nel 1984 Renato Casarotto salì anche una nuova via sul Longs Peak in Colorado con Charlie Fowler.

Nell’American Alpine Journal del 1985, Fowler scrisse: “nel 1984 ho aperto una nuova via sul Diamond con Renato Casarotto. […] Renato e io abbiamo scalato lo Yellow Spur e diverse altre vie classiche a Eldorado.
Longs Peak, parete est, La Dolce Vita. Durante tre giorni di giugno, il famoso italiano Renato Casarotto e io abbiamo aperto una nuova via sulla parete est del Longs Peak. Partendo dal ghiacciaio Mills, abbiamo seguito una linea lungo l’enorme serie di spigoli rivolti a destra, appena a sinistra del North Chimney. Tre lunghi tiri di arrampicata mista, artificiale, libera, su roccia e ghiaccio, ci hanno portato al nostro primo bivacco sulla Broadway Ledge. Al terzo tiro Renato è scivolato sul verglas, ha strappato la sua protezione e ha tirato fuori uno dei due chiodi. Sono rimasto appeso a un chiodo mezzo conficcato, tenendo Renato e i sacchi. Troppa emozione! Da Broadway abbiamo scalato con l’aiuto di mezzi artificiali e in libera il pilastro sopra e a destra del North Chimney. In cima al pilastro abbiamo scavato nella neve una piccola truna per il bivacco. Abbiamo concluso la giornata attrezzando qualche altro tiro. Il nostro ultimo giorno sulla parete è stato faticoso e spettacolare. Abbiamo seguito un unico sistema di fessure fino alla cima, una linea che era strapiombante per otto tiri. Una continua arrampicata artificiale su roccia friabile ci ha portato a una nicchia a “Table Ledge”. Qui il tempo è cambiato e la sfortuna ha colpito Renato. Ha avuto la sfortuna di rimanere appeso all’ultima sosta sulla parete estremamente esposta, tremando e soffrendo mentre io salivo l’ultimo tiro e mi tenevo al caldo. In cima le corde erano congelate e inutilizzabili, il sacco era ricoperto di ghiaccio e Renato era vicino all’ipotermia. Ha sofferto durante l’ultimo bivacco, mentre io preparavo bevande calde fino a tarda notte. Il giorno successivo è stato perfetto. Ci siamo scaldati e siamo tornati a casa barcollando. Grado V, 5.8, A4.”

Rivista mensile del CAI 1979

YOSEMITE.

“La Yosemite Volley è attualmente il ritrovo e il confronto dell’alpinismo mondiale. Ecco alcune delle scalate, mai tentate prima da altri italiani, che Casarotto e Grassi hanno compiuto nello scorso autunno.

Capitan – 1° italiana del Pilastro Est (East Buttres) – 500 metri di parete con difficoltà di 5,10 (6° sup.) superati in ore 6,30.

Half Dome – Parete Nord-Ovest – Via Robbins -1° salita italiana di questa parete di 700 metri con difficoltà di 5,9 A3 (6° A3) è stato necessario un bivacco in parete.

Capitan – Parete Sud-Ovest – 1° italiana della via Triple Direct in tre giorni. La via è alta 1000 metri 10 con difficoltà di 5,10 A2 (6° sup. A2). I due scalatori in parete sono stati particolarmente ostacolati dal caldo veramente torrido.

Alcuni giorni dopo, R. Casarotto effettuava la prima solitaria europea della parete sud del Monte Watkins lungo la via Chouinard-Harding-Pratt impiegando 4 giorni mentre G.C. Grassi effettuava la prima italiana dello Sperone Nord Diretto (North Buttres Direct) alla Cathedral Rock. 600 metri con difficoltà di 5,10 (6° sup.) facendo un bivacco.”

Dall’articolo L’alpinista attuale: alla ricerca di una identità, Lo Scarpone 1979.

E con la salita in solitaria al Monte Watkins (itinerario leggendario in Yosemite) Renato Casarotto entrò nella brevissima lista di arrampicatori europei che realizzarono grandi solitarie in questa iconica Valle.

Di vie ne salì altre, ma… l’articolo inizia già a essere un po’ lungo, non trovi? Quindi c’è sempre il libro da acquistare!

PARETE EST DELLE GRANDES JORASSES in inverno, da solo.

La via sulla Est ripetuta in inverno e in solitaria da Renato Casarotto è stata aperta il 16 e 17 agosto del 1942 da Gervasutti e Gagliardone: la parete, sopra il ghiacciaio di Freboudzie, è alta 750 metri e si presenta come un unico ed enorme lastrone rosso di granito compatto.

Poco ripetuta fino ad allora anche in buona stagione, è da tutti considerata uno dei capolavori di Gervasutti. Superare questa parete in pieno inverno era ritenuto impossibile e anche raggiungere il Col des Hirondelles in questa stagione e poi scendere era in quegli anni un’impresa degna di nota.

Renato Casarotto lo fece e il 15 marzo 1985 raggiunse i 4208 metri della Punta Whymper.

Renato Casarotto in vetta alle Grandes Jorasses (foto- R. Casarotto)

Questa via è stata ripetuta solo poche volte d’estate, e io penso che la via originale di Gervasutti non sia stata mai ripetuta integralmente. Due uomini nel 1942 con l’attrezzatura del tempo percorrere quell’itinerario in sedici ore effettive di arrampicata, con quei chiodi dei trenta usati da Gervasutti, ne ho ritrovati sei, quei moschettoni pesanti e di scarsa affidabilità, ricordiamoci che erano di ferro, con quegli scarponi pesanti e scomodi, con le corde di canapa, pesanti e rigide… ci dimentichiamo troppo spesso di questi dati e le ripetizioni successive hanno richiesto ancor più tempo; questo vuol dire che veramente Gervasutti aveva una marcia in più e un’intuizione del tutto eccezionale. 

Sono sicuro di aver studiato bene la relazione di Gervasutti che per la verità non è molto chiara, ma l’ho seguita e sono sicuro di aver ripetuto la sua via.

Volevo realizzare una prima e salire quella via d’inverno è stata davvero una grande avventura. Mi stuzzicava l’idea di ripetere la via più difficile e bella di Gervasutti e per di più d’inverno.”

Renato Casarotto, Lo Scarpone, 1985.

“Specialista delle solitarie invernali sulle grandi vie di roccia è stato Renato Casarotto. Modesto ed impacciato nei rарporti con i mezzi di comunicazione, si è fatto conoscere in tutto il mondo a suon di imprese. Profit non porta neppure la corda, per essere più veloce, Casarotto porta zaini di quaranta chili con dentro l’occorrente per sopravvivere quindici giorni, «Ho sempre arrampicato assicurandomi» dichiara dopo aver fatto da solo e in inverno la Ovest della Noire, la Gervasutti-Boccalatte al Pic Gugliermina, il Pilone Centrale di Freney «e, se escludiamo il difficile traverso della Gugliermina e i tre tiri in artificiale della chandelle al Pi-lone, sono sempre salito con il sacco in spalla». Nell’inverno dell’’85, quello delle nevicate che hanno bloccato Roma e Milano, quello dei 25 sotto zero in pianura, Casarotto ha salito, con lo stesso stile, in dodici giorni, la Est delle Grandes Jorasses. La prima invernale, di Marmier-Rudolf era stata fatta in stile himalayano con corde fisse e quindici giorni di preparazione della via.

Con Casarotto siamo ritornati all’alpinismo epico di Bonatti e di Desmaison, alle avventure invernali sulle Alpi. La grandezza di alcuni personaggi della storia dell’alpinismo sta nel saper reinventare le montagne. Con Casarotto le Alpi, che sembravano essere diventate una palestra di roccia, sono ridiventate grandi.” 

Dall’articolo Alpinismo solitario: quando, nella storia dell’alpinismo, i solitari hanno eguagliato le prestazioni delle migliori cordate loro contemporanee?, Lo scarpone, 1987.

È l’impegno totale di Casarotto a coinvolgerlo nella sua attività e difatti solo così è possibile godere pienamente delle soddisfazioni e delle emozioni, che è sempre molto difficile, se non impossibile descrivere.

Neve, vento, un tempo quasi sempre sfavorevole hanno accompagnato l’alpinista nella sua straordinaria invernale, ma dopo giorni è stato possibile aggiungere un altro nome alla lista delle scalate.

GASHERBRUM II (8035 metri), l’ottomila di Goretta.

Sarebbe stata la prima donna italiana a salire su un ottomila: meglio che il progetto rimanesse segreto. È questo che ha pensato la coppia quando nel maggio del 1985 partì per il Pakistan. 

Nessuna risonanza mediatica, solo un obiettivo da raggiungere. In silenzio.

“Saliremo in stile alpino, senza ossigeno e senza predisporre in anticipo i campi d’alta quota. Ogni mattina smonteremo la nostra tendina, per continuare verso l’alto. Del resto già nel 1956, ecco una cosa che ben pochi sanno, Moravec, Larch e Willenpart riuscirono a salire in vetta senza bombole e respiratori; e al giorno d’oggi usarli significherebbe barare nei confronti della storia passata. Tutti questi anni di alpinismo mi hanno insegnato che muoversi con la solita arcaica tecnica, adoperata per decenni dalle spedizioni, significherebbe combattere una battaglia sleale ed equivarrebbe a uccidere l’avventura che offre la montagna. Forse in passato poteva avere un senso, oggi non più.”

Renato Casarotto

Conoscevano bene il ghiacciaio del Baltoro, Goretta e Renato, ma nella valle del Gasherbrum non erano mai stati. Il loro ottomila da salire insieme era proprio lì, davanti a loro.

Goretta Casarotto in vetta al Gasherbrum Il. Sullo sfondo la piramide del K2 (foto- R. Casarotto)

Un Gasherbrum per Goretta

[…] La nostra scalata si è svolta senza particolari intoppi fino a 7400 m, sotto la piramide rocciosa terminale. Ma la mattina del 10 luglio le condizioni meteorologiche sono peggiorate talmente da indurci a fare il punto della situazione, che inevitabilmente ci ha indotto a rintanarci velocemente nei sacchi-piuma in attesa di condizioni migliori.

[…] la mattina successiva, le prime luci del giorno hanno annunciato tempo splendido, senza una nuvola e calma relativa di vento. Ci siamo legati e, senza una parola, abbiamo iniziato una lunga traversata verso est, per prendere la cresta sud orientale e di qui salire direttamente in vetta. 

Le ore successive, i mille passi che abbiamo fatto insieme, le soste per riprendere fiato, i dialoghi, lo sforzo, adesso, quassù, sono soprattutto storia di Goretta, uno stralcio della nostra storia personale dopo dieci anni di matrimonio, un quadro della sua e della mia vita. Non c’è gloria quassù, c’è molta gioia e tantissima luce. E tutto così stupendo.

E poi, in tanti anni di alpinismo, di cime, di bufere, di brutto tempo, un panorama così bello, così incredibilmente limpido l’avevo visto raramente e sono felice di condividere questi attimi con Goretta che per restare al mio fianco ha conosciuto nella vita del campo base la solitudine, il silenzio e l’attesa.” 

Di Renato Casarotto, Rivista del Club Alpino Italiano, 1986.

1985 Rivista Mensile CAI

E infine di nuovo il K2.

Eh sì, questo capitolo doveva arrivare prima o poi. Sono sincera: leggendo le parole di Goretta nel loro libro, il modo con cui lei ha scoperto che il marito era caduto nel crepaccio dopo che il ponte di ghiaccio crollò sotto i suoi piedi, la scelta di lasciare il suo corpo lì, in quella montagna… non è stato facile trattenere la commozione. 

In tutte queste pagine è condivisa la vita di Renato e Goretta attraverso le loro parole: fin dall’inizio è come essere lì, accanto a loro, e si riesce a percepire la loro crescita, come coppia, nella vita e in montagna. Sono narrati i fatti più importanti, quelli che hanno segnato la loro esistenza in pianura, ma soprattutto tra le immense vette. Fatti che hanno permesso a Renato, e anche a Goretta, di comprendere con sempre maggiore intensità quell’io che non si vede, ma si sente, di tanto in tanto, in quei momenti in cui sono stati soli e che hanno cercato di condividere quando erano insieme.

Ma la montagna doveva ancora qualcosa a Renato: lo avrebbe dovuto aiutare a concludere la ricerca. Probabilmente però la ricerca degli alpinisti, come accade anche a tutti noi, non ha una sua conclusione: è infinita. Chi vive intensamente teme la morte, perché percepisce la continuità della ricerca, ma allo stesso tempo trova in sé un coraggio che, a volte, oltrepassa i limiti dello scibile.

Il K2 era lì, davanti allo sguardo di Casarotto quando saliva il Broad Peak Nord, e nella sua mente, quando scelse di scalare in solitaria l’inesplorato Sperone Sud-Sud-Ovest: 2300 metri dalla Sella Negrotto alla vetta. Questa via procede nella prima parte sulla Magic Line per poi andare dritta verso la vetta, senza svoltare a destra per raggiungere lo Sperone degli Abruzzi.

“Sento che il K2 è un punto di passaggio, di trasformazione che mi permetterà di esprimere l’essenza del mio alpinismo, del mio essere uomo, del mio andare girovago per le montagne del mondo.”

Renato Casarotto

“Spesso mi sono chiesta se non c’era nessun segnale che ci facesse intuire che la nostra vita stava per finire, o che stava cambiando totalmente ai piedi della montagna dove ci si trovava. Avevo visto visi allegri solo qualche giorno prima; nei loro sguardi, nei loro gesti non avevo mai notato niente di insolito. Così mi sembrava. La domanda ha avuto una risposta quando è morto Renato. Allora ho capito che il nostro inconscio sa e ci manda i suoi segnali.”

Goretta Traverso

Al Campo Base, insieme ad aspettare la giusta occasione per partire, Renato si confidò con la moglie e le disse “non si può vivere senza amore per le persone o per tutto quello che si fa. Se pensavo di poter fare diversamente, sbagliavo. Lo capivo che era così, ma solo adesso comprendo sino in fondo la verità. lo sono nato ora. La vita che ci è stata data è un dono così grande e prezioso che dobbiamo essere grati a Dio, e la dobbiamo usare nel miglior modo possibile, altrimenti non abbiamo capito niente…”.

L’alpinista vicentino tentò in quell’occasione più volte di salire in vetta, ma il maltempo lo obbligò a tornare. Nell’ultimo tentativo arrivò a quota 8300 metri. Confidò ancora alla moglie che sperava di poter rivivere con maggiore profondità l’esperienza e le sensazioni del Mc Kinley, ma ancora non era riuscito a trovare quelle risposte che tanto agognava.

Renato credeva fermamente di poterle trovare lassù, sul K2. Ma la chiave della sua ricerca, se mai fosse stata in quella vetta, lui non riuscì a raggiungerla.

“[…] Nella cassetta della corrispondenza, trovo una busta azzurra. Posta aerea: mi basta uno sguardo per riconoscere la grafia, non ho bisogno di leggere il nome del mittente. La lettera, datata 2 luglio, è di Renato, che racconta di un tentativo, il 24 giugno, fin sopra gli 8000 metri. «Un giorno ancora e avrei potuto raggiungere la vetta», scrive. E invece il tempo lo ha costretto a tornare indietro.

Però il suo sconforto dev’essere durato poco perché, poche righe più sotto, Renato mi confida: «Scendendo, pensavo che non avrei forse mai più ritentato, ma al campo base ho sentito che devo restare e attendere il bel tempo per poter riprovare. Ora ho recuperato completamente e sono pronto, sempre che il tempo mi dia qualche possibilità. Anche perché quest’anno è veramente un anno brutto. La via è tremendamente difficile, e mi ha impegnato al massimo. È la via più bella e difficile dell’Himalaya. Spero di poterla percorrere per primo». Sul retro della lettera una postilla di Goretta mi informa che Renato è ripartito da poco per lo sperone, e che di nuovo il tempo si è guastato. Un’estate balorda: su e giù dal K2 a seconda dei capricci della meteo.

Sembra che ormai non ci sia più nulla da fare. Invece, pochi giorni dopo, quando ormai la data del rientro è imminente, Casarotto decide di tentare ancora una volta. E così tutto ricomincia daccapo…

[…] Guarda a valle, Renato, e non sospetta nulla. Così accade tutto all’improvviso, senza che nemmeno il minimo indizio segnali la presenza del pericolo. E sembra davvero incredibile. Proprio a lui che riesce a indovinare la presenza di un crepaccio dove chiunque sarebbe disposto a giurare il contrario. Eppure succede. Un ponte di ghiaccio cede all’improvviso e Renato si infila in quel buco maledetto, giù nel buio per quaranta metri.

Imprudenza? Fatalità? Seduti in poltrona si fa presto a tranciare giudizi, ma la verità è che proprio in quel punto, poche ore prima, era passata una spedizione polacca stracarica di materiali, e naturalmente il ghiaccio non aveva ceduto di un centimetro…

Possibile che si sia sbagliato? […]”

Di Roberto Mantovani, Lo Scarpone, 1996.

CAI Torino, Monti e Valli, 1986

“Ora Renato non c’è più. E non voglio passare ai ricordi, alle belle frasi solo perché non è più qui. Della vita e della morte lui conosceva senz’altro i volti meglio di me e di tanti altri scribacchini.”

Andrea Gobetti

Lo scarpone 1987

“L’alpinismo solitario può condurre ad una più grande conoscenza di noi stessi.

In certi momenti scattano dei meccanismi tali che ti si aprono nuovi orizzonti, che ti permettono di scorgere ciò che mai avresti immaginato.”

Renato Casarotto

Approfondimenti relativi all’alpinista vicentino e alle sue attività:

Ricordo di Renato Casarotto da Gobetti Rivista mensile CAI 1987
Lo scarpone 2006


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