E non fraintendiamoci: non sto parlando della conquista della vetta, ma di un semplice toccare, salirci sopra, arrivare alla destinazione, a qualunque altezza, in qualsiasi spazio. Si dica come si vuole, ma la questione che voglio porre è semplice: ci si può sentire un dio in vetta senza essere politicamente scorretto, filosoficamente irrispettoso, socialmente indegno?
L’alpinista che si sente o che è visto come un dio dopo aver raggiunto la meta tanto agognata e sudata, oggi è un arrogante spregiudicato che mette in pericolo la sua vita e quella degli altri per il proprio ego. Il comune sentire percepisce il paragone a dio come un qualcosa di blasfemo o addirittura rischia di sfiorare il ridicolo.
L’alpinista non è un dio. L’alpinista o l’arrampicatore è uno che se le va a cercare (e qui non diamo tutti i torti a chi lo dice). È un ‘conquistatore dell’inutile’, che va acclamato con circospezione da chi in montagna ci ha messo piede dalla funivia.
Io stessa in alcuni miei scritti ho affermato quanto possa essere messo in discussione l’agire di questi ‘scellerati’. Mettere a rischio la propria vita e per cosa poi? Per salire sul tetto del mondo? Per raggiungere le estremità della terra?
Sì. Che c’è di male?
Freddo, caldo, condizioni climatiche e fisiche estreme, giorni e giorni su una parete, dita di piedi e mani massacrate, labbra inaridite, pelle screpolata, graffi, lividi… La vita in parete, qualsiasi parete, di roccia o di ghiaccio, è un viaggio che in alcuni momenti rasenta l’eternità e in altri vorresti che il tempo smettesse di correre.
Sulle più colossali lastre di roccia, ghiaccio e neve del mondo uomini straordinari si sono messi in gioco per raggiungere obiettivi… alti, molto alti. Si allenano, seguono programmi ferrei o vivono nella loro piena libertà di espressione e di scelta, ma arrampicano, corrono, camminano, sollevano pesi, contano le trazioni e gli infiniti minuti di sospensioni, potenziano gli addominali, controllano il respiro. Lo fanno per arrivare a un traguardo che è personale, profondo, un contatto puro con la natura.
Lo fanno per passione, lo fanno per un’ossessione, ma benessere o malattia che sia, questa attività ti porta a estraniarti dal mondo e allora per alcuni diventa rimedio, per altri rivincita e per altri ancora un divertimento che mai è innocuo del tutto. Può ferirti la mente, farti male allo spirito, eppure c’è la gioia, c’è sempre la gioia. Una rinascita che vedi in chi aveva perso la speranza, la felicità negli occhi di un bambino che raggiunge la sua vetta in una palestra, una sensazione di vittoria da mostrare e dimostrare.
In bilico su un appiglio, talvolta la vita è appesa a un chiodo, a un friend o semplicemente a dita sofferenti che hanno affrontato la roccia per metri e metri, decine o anche centinaia. Il solo superare un passaggio non ti fa sentire solo fortunato: in quell’attimo, in cui ti senti sollevato e torni a respirare, il tuo subconscio sorride ed è dio, sì proprio dio, a prendere le tue veci in un battito d’ali. Una sensazione impercettibile, che si manifesta in un istante per lasciare poi lo spazio alla concentrazione che serve per andare avanti, e ritrovarsi magari nella stessa situazione per più e più volte.
La vetta, il punto di arrivo, la fine di un itinerario è il risultato di qualcosa che tiene con il fiato sospeso chi lo legge, chi lo vede, chi lo ascolta. È il risultato di una sfrenata passione che non guarda in faccia al sacrificio, a chi o cosa si lascerebbe in questa vita mortale. Cosa c’è di più forte di ciò che ti spinge a rischiare di abbandonare tutto?
E allora mi chiedo perché un alpinista non può considerarsi, o essere considerato, un dio?
Mettiamo da parte l’ipocrisia o la modestia: rivelare ciò che si sente non è obbligatorio, ma farlo scomparire dietro una finta verità non vale poi così tanto la pena. È una liberazione non doversi nascondere, non trovi? Dopo aver raggiunto la tua vetta, non hai salvato nessuno, né tanto meno sei un eroe. Ma sentirsi infallibili per un momento in una vita ricca anche di fallimenti è magia.
C’è chi scala la roccia a piedi nudi, chi sale una parete senza protezioni e senza averla mai vista prima, chi sfida le leggi della natura per incontrare e conoscere i propri limiti. C’è chi lo fa da solo, per costruire un dialogo più stretto con la natura e con sé stesso, con paure e consapevolezze. C’è chi affronta la sfida e chi la ama alla follia. C’è chi ha accettato la realtà e chi non ancora, perché non gli basta.
C’è chi immagina e chi realizza.
L’alpinista e l’arrampicatore non sono figure epiche, sono umani che hanno messo in dubbio il loro esserlo. Perché confinati in ciò che è stato imposto non si sentono a loro agio.
Cosa abbiamo in comune con la natura? Ce lo siamo mai chiesti? È una domanda così banale che no, non l’abbiamo fatto. Tanto inutile che una risposta non la merita. Eppure seguiamo una strada che corre in piano e, se incontriamo una salita, il nostro pensiero va subito alla fatica.
Loro, la salita, la cercano. Forse perché umani sì, ma anche un po’ dei.
In una società dove la modestia siede al tavolo di chi racconta e l’arroganza viene punita con il dito puntato, ma ‘aggiungi un posto a tavola che c’è un amico in più’, vorrei poter dire che no, un alpinista o un arrampicatore che varca le porte del suo arrivo e raggiunge la vetta, qualunque cosa essa sia, non è il salvatore del mondo, ma che sì, è un dio per sé stesso, è un dio per chi ne ammira l’azione, è un dio per chi non teme più di offendere qualcuno ammettendolo.
Sentirsi dio non è un’offesa, non è arroganza, è anch’essa libertà.








In copertina: Epoca, 7 marzo 1965, servizio su Walter Bonatti e la sua impresa solitaria e invernale al Cervino. In vetta. Fonte: sherpa-gate.com


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