La Settimina della Moiazza

“Settimina: gruppo irregolare per formazione che non può avere né suddivisione binaria né suddivisione ternaria, questo ne determina una difficoltà maggiore nell’esecuzione. Non avendo né ritmo ternario né ritmo binario può essere considerata (a seconda del tempo in cui si trova) un gruppo sovrabbondante oppure un gruppo insufficienti.”
Questa è la definizione di settimina data da Wikipedia e anche se può essere un nome di persona o una nata di sette mesi, secondo me questa via si avvicina di più al concetto musicale. Sono andata alla ricerca della storia di questo itinerario, ma non ho ancora trovato informazioni più approfondite sull’origine del nome, quindi al momento resto su una mia interpretazione.

Bando alle ciance. Ci troviamo nel Gruppo della Moiazza, precisamente davanti alla parete della Scalet delle Masenade.

Ci arriviamo sotto partendo dalla malga Framont, dove nei dintorni i campanacci delle mucche e il belato delle pecore ci hanno accompagnato fino all’attacco della via Settimina. Due giorni prima il tempo è stato inclemente e ha rovesciato acqua e grandine anche sulla Scalet delle Masenade, dove una delle ampie macchie scure bagna il tratto più difficile della via Tempi moderni, proprio l’itinerario che avevamo progettato di scalare. Per Fede la via Settimina era in progetto, quindi salire questa al posto dell’altra non farebbe molta differenza oggi. Per me è diverso: è l’ennesima via di cui mi studio attentamente la relazione e che il giorno stesso dell’attacco non salgo. Coincidenza o semplice sfortuna? Non mi soffermo sul fato a cui non credo e mi arrendo alle circostanze. Il cellulare prende e vado subito a cercarmi uno schizzo della via.

6c massimo, 6b obbligatorio. Eccone un’altra… prevedo già la sofferenza che proverò nei tratti più duri, ma ho altra scelta? Sì, però amo anche le sfide, quindi si parte.

Mi preparo, carico il materiale all’imbrago, me lo sistemo così da bilanciare il peso (e che peso!), magnesio sulle dita e do un’occhiata alla parete pronta per il primo tiro di 55 metri.

“Scusa, dov’è lo spit?”
“Lassù, sulla placca.”

La mia attenzione si sofferma su ‘lassù’: lo vedo, splendente e in alto, precisamente a 15 metri, ma fortunatamente non è quello il problema. Già, il passaggio critico è quello tra il primo fix e il secondo: per arrivarci, sulla linea dritta la placca presenta un passo molto delicato dove è necessario tenere una tacca di circa un centimetro e svasa, una piccola protuberanza di roccia un po’ rotta, alzare i piedi praticamente in spalmo e arrivare a prendere una specie di lama verticale che non sai quanto puoi riuscire a tenere. La relazione scrive che è un passo da affrontare con decisione. ‘Ma affrontatelo tu con decisione!’ mi verrebbe da dire, dato che il primo fix è ora sotto i miei piedi e il secondo troppo in alto per agganciarci il rinvio e azzerare. Ok, o la va o la spacca, proviamo questa sottospecie di lama. La presa è brutta, non riesco ad alzare il piede sinistro per bilanciarmi e salire, tutto è contro le mie aspettative, provo a ridiscendere tenendo la mini-tacca svasa, non trovo più i piedi e… giù!

Nulla di che, forse due metri di salto, ma nella frazione di secondo precedente al volo mi sono mentalmente preparata ad affrontarlo. Ma no, scherzo ovviamente, non ho avuto il tempo di pensare a nulla. Mi rimetto in sesto, riposo agganciata al rinvio e penso che se anche non seguo esattamente la relazione, nessuno viene a darmi una bacchettata alle mani. Osservo la parete più a sinistra, ma non vedo nulla di buono. A destra sì, però. Controllo di non invadere le linee vicine: no, nessun problema. Quindi provo a spostarmi più a sinistra evitando il passo dell”azione decisa’ e salgo su tacche e fessure fino a raggiungere la prima sosta. Ho perso un po’ di tempo, ma almeno sono salita.

Fede mi affida anche il secondo tiro, un bel viaggio di 60 metri con passi di V+ e V: il tiro è semplice ma quasi totalmente da proteggere con friend. Mi diverto molto e sbagliare linea è quasi impossibile perché a parte una breve deviazione a destra all’inizio, si supera una vecchia sosta e il tiro prosegue dritto fino a una bella sosta su cengia.

Il terzo è un tratto di 40 metri di IV dove si attraversa anche una cengia erbosa fino alla sosta da cui parte il tiro chiave, il quarto. Sale Fede. La successione di passi prima della parte di IV+ prevede un 6b, un 6c e un altro 6b. Aggiungi protezioni distanziate e ti lascio immaginare la “scioltezza”.

Il quinto tiro è un diedro di 6a e una placca di V, dove mi barcameno io.

Il sesto e il settimo, con due passi di 6b, li sale Fede. Molto delicato nel sesto tratto il traverso di 6b prima dello strapiombo con uscita atletica.

Alla fine della via mi tolgo le scarpette e mi sembra di rinascere.

Parere sulla via? Roccia ottima e una bella linea, dove bisogna esserci con la testa soprattutto per affrontare i passi più difficili con protezioni distanziate. La testa che dopo il primo tiro e la mia piccola caduta ho pian piano perso lungo la via. Se mi sono divertita a salire e proteggere i tiri di V e VI, ammetto il mio malessere quando Fede mi ha proposto di salire il tiro chiave.

Ci ho provato, ma mi sono calata al secondo spit, decisa di passare dritta quando avrei dovuto spostarmi più a destra, ma soprattutto psicologicamente impreparata. E anche qui si percepisce la mancanza di esperienza, che però pian piano sta crescendo rispetto a qualche tempo fa.

Dunque il parere sulla via è buono, quello sull’avventura sempre ottimo e pure questo esame l’ho passato, anche se non a pieni voti.

La tristezza di aver deluso in parte le aspettative del compagno di cordata, che credeva in me per salire il tiro chiave, è una stretta possente al cuore e all’orgoglio, ma come già tante volte ho scritto, in arrampicata sono rare le volte in cui vinci e mai torni a casa con il 100% dei risultati sperati.

Sul sentiero di ritorno la parete bianca e grigia illuminata dal sole sta pian piano tornando ai colori del tramonto, gli animali sono già rientrati nelle stalle e il suono che più si fa sentire è ora quello del gorgoglio dell’acqua, che scorre dalle cime fino al bosco e giù, in valle, per riempire gli abbeveratoi, arricchire le fontane, rinfrescare mani tormentate e visi sudati. Per rivelarci che tutto scorre e non si può tornare indietro.

Alla malga Framont ci fermiamo per una birra e un panino con sopressa e formaggio di capra. Una coppia ci raggiunge al tavolo e il signore ci chiede quale via abbiamo salito. Sembra intendersene. Gli chiedo se anche lui arrampica e scopriamo che è Daniele Costantini, apritore con Aldo Da Rold e Stefano Santomaso (storici compagni di cordata) della via ‘Bracco Dream’ nel 1991, sulla parete sud Prima Torre del Camp qui nel Gruppo della Moiazza. Ci racconta delle sue scalate e ci elenca i monti spettacolari che ci circondano.

Chiedo alla moglie com’è essere sposata con un alpinista e lei mi sorride, dicendo “non mi preoccupavo: sapevo che è uno con la testa sulle spalle e confidavo nel suo buon senso” e con un po’ di malinconia continua “l’unico dispiacere è che la montagna mi ha portato via tanto, tanto tempo che avrei voluto passare con lui”. Entrambi poi ci sorridono, continuiamo a parlare di scalate e poi ci incamminiamo alla macchina per tornare.

Tutto scorre, nulla torna indietro, soprattutto il tempo. Ma per chi ha la fortuna di poterlo fare, vivere come si ama rende la fine un concetto a cui restare indifferenti di fronte all’immensità delle proprie passioni realizzate.


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