Uno spigolo storico: Boschetti-Zaltron al Soglio d’Uderle

La via sale lo spigolo sud-est del Soglio d’Uderle ed è considerata tra le storiche una delle più belle e affascinanti delle prealpi vicentine. È un itinerario su roccia da buona a ottima, con soste sicure su golfari e chiodatura dove necessaria.

Lungo il sentiero di avvicinamento riconosco la linea che da anni mi affascina quando osservo il Pasubio e le sue pareti di questo versante, che striate da fasce chiare e grigie riflettono il sole e piangono nei giorni di pioggia.

“Sai Martina, il Soglio d’Uderle lo chiamano anche ‘le rece del gato’. Se noti, infatti, questa parte in alto forma due orecchie molto simili a quelle del gatto”. Tranquillo mi indica la parete e sì, ha ragione!

Ricordo quando chiesi a Marco, uno degli istruttori del corso di alpinismo, che via fosse quella enorme fessura che solcava la parete del Soglio d’Uderle e lui mi disse: “quella che mi indichi è il Camino Carlesso e lì accanto c’è lo Spigolo Boschetti-Zaltron, una bellissima via”. È stato un colpo di fulmine diviso a metà tra le due linee: un progetto l’ho realizzato oggi.

Arriviamo all’attacco dello Spigolo alle 9 circa: il sole inizia a infiltrarsi tra le fronde degli alberi colpendo la roccia e la nostra pelle. L’aria si sta facendo calda e la linea sulla parete a sud è già completamente illuminata.

Inizia Federico a salire e i tre tiri di inizio che scegliamo sono le varianti di Tranquillo Balasso, con cui attendo all’ultima ombra che il nostro compagno di cordata affronti la prima placca, spostandosi verso un lungo diedro, ben definito e solcato a tratti da una comoda fessura.

Alla conclusione del terzo tiro variante, inizia la via classica e il mio regalo: tirare io fino all’uscita.

Nei tratti più semplici la via non è molto chiodata, ma sono davvero poche le volte in cui integro le protezioni e la linea è così logica, che l’ho capita pure io!
Trovo diedri, fessure, placche e brevi traversi. Per salire le mie mani si affidano a tacche nette, buchi e verticali. I piedi riposano su cenge, avanzano su buoni appoggi e in spalmo su una roccia ruvida.

Zone grigie e bianche, roccia compatta e rotta ma solida, caratterizzano la maggior parte della via che solo nell’ultimo tratto presenta un tiro con parecchia erba. Un tratto erboso che però non riesce certo a rovinarmi la scalata, che ho trovato divertente, istintiva, entusiasmante.

Alla decima lunghezza, rinomata per il classico pendolo, decidiamo, per evitare un tratto erboso, di salire la linea più diretta, che è un’altra variante aperta da Tranquillo e Placido Balasso (estate 1955). Questo tiro ha un passo gradato da Guido Casarotto VIII-, dove si supera uno strapiombo aereo e scenografico. Qui ho azzerato aggrappandomi ai tre cordoni presenti, ma arrivare al punto cruciale è stata comunque una bella soddisfazione: dalla sosta, infatti, percorro un traverso che procede in obliquo verso sinistra, per poi salire l’esposto spigolo fino al tetto.

All’uscita mi aggiudico ancora una volta il panorama: osservo il sacrario militare del Pasubio e la sua valle. Quando abbiamo salito la Diretta Carlesso al Soglio Rosso la nebbia ci ha impedito la vista panoramica; oggi finalmente il mio sguardo riesce a spaziare da una prospettiva che mai ho provato.

Attorno a me vedo le altre vie delle pareti vicine: linee storiche e più recenti, che salgono dal bosco verso un cielo limpido, seguendo quel che la roccia indica e che non tutti sanno leggere.

Io mi limito a chiedere e immaginare i tanti alpinisti che in diverse epoche storiche e con differenti attrezzature e abbigliamenti hanno seguito il loro credo, creato tragitti, vissuto viaggi. Sempre lì, a pochi passi dal cielo.


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