Diedro Martini, una pagina di roccia e storia

Se ne sentono e se ne leggono tante sul Diedro Martini nella parete centrale della Cima alle Coste, ma se una via non si scala, non è possibile né giudicare, né dare per assodato ciò che è detto o scritto. Quindi evitare una via o metterla prima in lista solo sulla base di parole altrui è sbagliato. Almeno secondo me.

Su questo itinerario ho letto diverse relazioni: tutte lodano la storicità della via, ‘la grande classica della Cima alle Coste’, ma la maggioranza esprime perplessità sulla roccia, definita ‘friabile’, ‘dalla qualità deludente’, ‘consumata’, ‘lucida’…

Qualche mese fa, quando incontrammo Sergio Martini, fu proprio lui a scherzare sulla sua via, rivelandoci il commento di alcuni amici che ripeterono l’itinerario definendolo ‘diedro marcini’. 

Insomma, le informazioni che abbiamo sembrano quasi tutte a sfavore.

Certo, paragonata a moltissime altre vie della zona o delle Dolomiti, magari ha ragione chi critica la roccia o l’arrampicata poco soddisfacente. Ma noi vogliamo toccare con mano quella roccia e fare quel viaggio, senza farci intimorire. 

È il 2 settembre, il sole è abbandonato dalle nuvole in un cielo completamente azzurro, la temperatura non è di piena estate, ma il caldo si fa già sentire. Non importa, oggi è la giornata giusta, ne siamo convinti. Siamo all’attacco e l’imponente parete ci sembra assolutamente indifferente alla nostra presenza. Come formiche davanti a un palazzo, restiamo a osservarla per qualche minuto e poi ci attrezziamo per partire in alternata. Le varie relazioni prevedono dalle 6 alle 8 ore di salita, quindi ci portiamo abbastanza acqua per dissetarci e sappiamo che entro sera, salvo complicazioni, saremo fuori.

L’itinerario che stiamo per affrontare è in realtà composto da due vie: la prima, la Steinkotter, venne aperta da Heinz Steinkotter, Heini Holzer e Reinhold Messner nel 1966 (per poi proseguire su una parte della parete con roccia di scarsa qualità, tanto da non essere più ripetuta), e la parte in alto è il vero Diedro Martini, aperto da Sergio Martini, Mario Tranquillini e Maurizio Perotoni nel 1972, che supera lo scudo e parete superiore sfruttando una serie di fessure.

Sarà l’ambiente selvaggio e la maestosa parete, ma questa via appare affascinante vista anche dal basso.

Consiglio vivamente la relazione di sassbaloss.com!

Iniziamo con la via Steinkotter, allora, che percorre in cinque lunghezze tra il III e il IV grado una placca appoggiata con ottima roccia (a parte brevissimi tratti facili) ed è protetta a fix, alcuni un pò lontani, ma nulla di preoccupante.

Arriviamo poi alla terrazza mediana, che attraversiamo con tre tiri abbastanza velocemente tra erba e roccia.

Ed eccolo, finalmente davanti a noi: il Diedro Martini ci attende. 

Il primo tiro, dal IV al V grado, ha un passo delicato iniziale per poi proseguire verso destra in obliquo fino alla sosta con tre chiodi e cordone.

Proseguo io sul tiro chiave, dove percorro il visibile diedro giallo sopra la sosta seguendo la comoda fessura, fino a superare lo strapiombino inventandomi un metodo (dopo qualche lungo minuto di perplessità è stata più la forza dell’orgoglio che la logica a condurmi fuori). Traverso poi a sinistra e raggiungo il pulpito di sosta con un chiodo e due a pressione.

Fede sale l’undicesimo tiro sul diedro che si nasconde a sinistra della sosta e prosegue fino alla base di una evidente fessura. Non trova chiodi (nemmeno io salendo da seconda), quindi utilizza solo qualche friend. La sosta ha un chiodo a pressione e se necessario è possibile integrare con spuntone o sasso incastrato.

Bellissimo e divertente il dodicesimo tiro, dove seguo la larga fessura arrampicando sulla lama gigante e dove proseguo diversi metri senza protezioni (a metà ci poteva stare un friend, ma imparerò!).

Ebbene qui mi permetto di correggere la relazione di sassbaloss.com: il traverso verso sinistra sì ha la roccia un pò friabile (o meglio si trovano polvere e sassolini, ma in realtà prese e appoggi sono buoni), però non è così semplice. La difficoltà sta nel capire come passare, se stare bassi o alti, e nel vedere l’appoggio per il piede sinistro che permette di avanzare salendo verso la cengia.

L’ultimo tiro ha una bella roccia nella prima metà. La parte finale si fa più friabile e sporca: è necessario fare attenzione, ma per salire c’è tutto. La sosta è da attrezzare su pianta.

Nella via i chiodi sono vecchi, si vede, ma noi li abbiamo trovati tutti ben saldi e il martello non l’abbiamo mai usato. I friend sono indispensabili fino al giallo (in due punti abbiamo utilizzato il blu).

E poi devo farlo: difendere questa roccia e l’itinerario che, tranne in alcuni punti dove si concentrano le difficoltà (mai esagerate, i gradi sono perfetti!), si presenta con prese e appoggi che sembrano scolpiti sulla parete come gradini. Sì, in alcuni punti la roccia è un po’ friabile e qualche centimetro sarà pure lucida, ma chi afferma che la qualità della roccia è deludente in questa via, be’, forse pecca un po’ di sofisticatezza. Insomma, parliamo di una via storica e di una linea bellissima, vogliamo davvero essere delicati?

In poco più di cinque ore siamo entrambi fuori dal canalino finale, pronti per la discesa, soddisfatti della salita.

Il Diedro Martini è una via alpinistica che come tutte è oggetto di opinioni, giudizi e interpretazioni. Qui dico la mia: mi sono divertita, mi è piaciuta. Mi ha impegnato fisicamente il diedro del tiro chiave e mentalmente passare il piccolo strapiombo, tanto da tentare di infilarmi nella mega fessura sottostante. Mi ha divertito l’arrampicata, mi hanno tenuto con il fiato sospeso i lunghi tratti sprotetti, come la grande lama affilata. Mi sono sorpresa come una bambina nella prima parte dell’ultimo tiro con una roccia porosa e solida dalle forme levigate. 

Sarà perché ormai parlavamo di scalare questa via da aprile e mi ci ero affezionata, sarà perché avevo sempre il disegno dell’itinerario nella scrivania del computer, ma sì, sono felice di aver salito questa pagina di roccia e storia.


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One response to “Diedro Martini, una pagina di roccia e storia”

  1. […] surreale che ho provato sulla Soldà alla Torre di Babele, sullo Spigolo Giallo di Comici, sul Diedro Martini e in altre vie: l’avventura della scalata, la necessità di sfidare sé stessi e la natura, […]

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