«Lo sguardo non si riposa più sulle rocce, ma continuamente si perde nell’aria. […] In noi alpinisti il sentimento dell’arte è superiore a qualsiasi considerazione di praticità e convenienza. Dunque era quella una via ideale da percorrere.»
È questo il pensiero di Emilio Comici, autore insieme a Mary Varale e Renato Zanutti il 7 e l’8 settembre 1933 di una delle vie classiche più famose delle Alpi: lo Spigolo Giallo sull’Anticima della Cima Piccola di Lavaredo.

“«Beati i oci che i lo vedi». Questo pensa Comici, quando incontra per la prima volta lo Spigolo Giallo della Cima Piccola di Lavaredo. Il suo profilo accende la fantasia.
Comici lo ammira. Scrive: «Sembra il tagliamare di un fantastico transatlantico arenato su quel mare di ghiaie, oppure il vomere di un ciclopico aratro, oppure il filo di una spada arroventata che per oltre 330 metri si staglia fuori da enormi strapiombi gialli». […] L’arrampicata è aerea, espostissima. Accende bagliori di poesia. […]
La Cima Piccola di Lavaredo sta tra la Cima Grande e la Punta di Frida, che poi è seguita dalla Cima Piccolissima. Attira tutti gli sguardi, ma è l’ultima delle Tre Cime a cedere. Michael Innerkofler, di Sesto, la scala per primo il 25 luglio 1881 col cugino Hans. Poi, su quello scoglio magico, piantato nel blu del cielo, grandissimi come Sepp Innerkofler, Rudolf Fehrmann, Paul Preuss, Hans Dülfer aprono vie nuove.”
[da Storia dell’alpinismo di Claudio Gregori]
Dopo una notte sotto le stelle accanto alle Tre Cime di Lavaredo, alle 6.15 circa ci carichiamo del materiale e partiamo dal parcheggio del Rifugio Auronzo.




Alle 6.50 siamo già sotto la parete dell’Anticima alla Cima Piccola, all’attacco dello Spigolo Giallo. Finalmente un sogno nel cassetto si è avverato: salire dove passò il creativo, malinconico e formidabile Emilio Comici, l’alpinista della linea della goccia cadente.
«Non so se qualcuno abbia mai pensato prima di me a salire su per quello spigolo, ma per me essa era la via esteticamente più logica, anche se praticamente la più inverosimile. Ma già altre volte ho detto che in noi alpinisti il sentimento dell’arte è superiore a qualsiasi considerazione di praticità […] Dunque era quella una via ideale da percorrere.»
Emilio Comici, Anticima della Piccola di Lavaredo, Spigolo Giallo Sud.
Circa quindici minuti dopo ci raggiunge una cordata di tre alpinisti e poi altre. Siamo i primi, per fortuna. Attacchiamo circa alle 7.15.
I primi due tiri sono lungo un bel diedro: sono in molti ad affermare che la roccia è consumata dalle tante ripetizioni, ma non la trovo assolutamente fastidiosa e mani e piedi tengono perfettamente.

Il terzo tiro sale verso destra una parte verticale.
Nel quarto supero a destra un tetto con un passo strapiombante non difficile, però, come in tutta la via, la difficoltà non sta nel grado, ma nella capacità della mente di procedere lungo una linea con poche protezioni (i chiodi sono ben piantati e in numero sufficiente nei punti meno facili) e con lunghi tratti molto esposti.

Anche nel quinto tiro si attraversa una fascia strapiombante che si supera grazie a una fessura che arriva a una placca da salire fino alla sosta.
“Liz si unì a Royal per la salita di una classica: lo ‘Spigolo Giallo’. Fu la salita più emozionante e divertente della sua vita. Royal salì ancora la via, questa volta di corsa con Chouinard.” [da Royal Robbins, di Pat Ament]
Nel sesto tiro troviamo un’altra fascia strapiombante che supero a destra con un passo poco proteggibile. Proseguo poi in verticale fino alla sosta.

Bellissimo ed esposto il traverso del settimo tiro di 15 metri.
Nell’ottavo tiro faccio attenzione ad allungare bene i rinvii, perché ci si sposta prima a destra e poi a sinistra e poi ancora a destra, fino alla base del diedro del nono tiro. Proseguo in contrapposizione tra le due pareti: il passo chiave (VI+ / VI- in azzero) è protetto con diversi chiodi. Arrivo alla scomoda sosta e proseguo unendo il nono al decimo tiro che prosegue per un traverso a destra (all’angolo è necessario allungare molto il rinvio), fino a un metro in verticale con passo di V, superato il quale arrivo alla comoda sosta.

“Anche lo Spigolo Giallo era stato dichiarato impossibile da un’autorità indiscussa come Antonio Berti. Emilio, invece, si innamorò di quel pilastro. […] Per lo Spigolo Giallo, scelse Mary Varale, un’alleata e una delle migliori rocciatrici alpine, e Renato Zanutti, che aveva perso una chance con lui sulla Cima Grande. Secondo Emilio, quella scalata di VI grado, della durata di due giorni, con la sua roccia friabile, le traversate insidiose prive di protezioni e la parete verticale, fu la sua via più elegante ed esposta. Attribuì il successo sullo Spigolo Giallo alla collaborazione con Zanutti e Varale.”
[David Smart, Emilio Comici. L’angelo delle Dolomiti]

«Tutti coloro che vogliono provare la soddisfazione delle grandi scalate, è bene pongano massima cura nella scelta dei compagni» spiega Emilio Comici. «Questi devono possedere al più alto grado possibile qualità atletiche e morali. Il compagno deve avere sempre pronta una parola d’incoraggiamento, che possa rinfrancare il capocordata negli sforzi tremendi che deve sostenere, e deve essere in ogni frangente disposto a qualsiasi sacrificio. È solo così che si rinsalda il vincolo che di due o tre uomini, legati alla medesima corda, fa un essere solo, più forte della morte che guata a ogni passo. È solo così, che fra tutte quelle rupi aspre e selvagge, nella severa solitudine della montagna, può sbocciare e vivere il fiore della bontà e della fratellanza».
Nell’undicesimo tiro ci spostiamo verso sinistra superando una breve placca.
Il dodicesimo tiro inizia con un passo da capire di V grado, per poi continuare su rocce semplici fino a un terrazzino sulla destra dove si sosta.
Il tredicesimo tiro prosegue verso sinistra lungo una lama e continua con una larga fessura interrotta da un’altra terrazza dove si sosta.
Nell’ultimo tiro proseguo lungo la fessura e poi su rocce semplici. L’uscita è comoda e ci si può gustare il magnifico panorama con un tetto azzurro e un clima estivo.


Ancora una volta sotto alcune cime e sopra altre mi chiedo quando arriveranno i titoli di coda. Spero passi più tempo possibile, perché sono ancora al prologo di questa particolare passione, che ti fa stare in bilico su una corda tesa, tra il cielo e l’abisso.







Concludo con alcuni passi del libro Storia dell’alpinismo di Claudio Gregori:
“Con Comici sono due compagni fidati: Mary Varale di Milano e Renato Zanutti di Trieste. «Con loro due giorni di furibonda lotta abbiamo vissuto su per quello spigolo, quando lo cavalcammo aggrappati ad appigli microscopici, quando esso si difendeva facendo crollare fiumane di sassi, che cadendo sulle ghiaie sottostanti scoppiavano come cannonate, e mettevano in fuga i curiosi che erano accorsi dal rifugio a godersi lo spettacolo delle tre lucertole umane striscianti su per esse, lentissime…»
È un’avventura da sogno, vista da fuori. La nebbia li investe e li avvolge. Li copre di vaporosi ricami, che a tratti il vento scompiglia e lacera, aprendo spiragli sull’abisso e dando vita all’arrampicata. L’effetto surreale è di tende di lino che il vento muove sopra tre piccoli ragni. Comici sale per diedri, fessure, paretine. Mary lo incoraggia, affettuosa e tempestiva, nei momenti difficili, sempre serena e affidabile. Zanutti gli dà sicurezza con la sua classe superiore.
Comici attacca a sinistra dello spigolo seguendo una fessura-diedro. Sale con arrampicata atletica. Il passaggio d’uscita lo impegna. Supera gradoni e placche. Giani Stùparich scriverà: «il suo fisico asciutto, l’elasticità armoniosa dei movimenti, la faccia scarnita dalle mascelle forti, gli occhi chiari decisi, tutto un insieme di semplicità e di sicurezza, d’agilità e di dominio lo rivelavano subito per uno scalatore di gran classe, per un campione».
Comici si porta sulla lama di quella spada colossale. Supera piccoli strapiombi. Anche nella parte alta, su roccia infida, in grande esposizione, segue fedelmente il filo dello spigolo. Affronta, senza tremare, difficoltà costanti di V e VI grado. La via che apre, di 350 mieti, diventa una superclassica. Ambita e bellissima.
«Comici è riuscito ad esser vero artista in un campo che pareva negato alla profonda armonia dell’arte…», scrive Stuparich, «Comici ha fatto dell’arte, perché ha vissuto poeticamente la propria realtà: egli era in fondo all’anima un poeta e sulle pareti delle montagne portava sempre la sua anima; non aveva né il provvisorio entusiasmo del dilettante, né la furberia della guida di mestiere; per lui la montagna era la vita ideale, la prova dello spirito, l’aspirazione al meglio». E continua «lo seguii con gli occhi attenti nella salita e mi parve che mai insegnamento e dimostrazione pratica fossero una cosa tanto perfettamente unita e chiara».
Il gesto di Comici è ispirato, frutto di una tensione spirituale.
Le sue vie esprimono la bellezza.”


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