Dal finestrino dell’auto in marcia lungo la Vallarsa vediamo solo una parte del Pasubio, una montagna storica e selvaggia delle Piccole Dolomiti, molto conosciuta, ma soprattutto famosa perché teatro delle battaglie e della vita di molti soldati che combatterono nella Grande Guerra.
Sono con Giovanni Zanettin, un amico da ormai quindici anni e, da quando lo conosco, un appassionato di montagna e di storia, nello specifico della Prima Guerra Mondiale. E un segno particolare di Giovanni è il suo hobby: quello di cercare, mappare ed evidenziare (con strumenti delebili) targhe, lapidi e graffiti immersi nella vegetazione e tra le rocce sulle zone della Grande Guerra.
Da tempo volevo fargli qualche domanda su questa sua grande passione, oggi ne ho avuto l’occasione durante il viaggio.
Ed è iniziato tutto con Cesare Battisti…
Lo sapevi che qualcuno vorrebbe essere ancora parte dell’Austria?
E come mai hai pensato a questo?
Be’, sono usciti anche alcuni articoli sui giornali locali: si parlava della lapide in ricordo di Cesare Battisti dove la scritta ‘martire’ era stata rovinata, per cancellarla, addirittura pare sia recentemente scomparsa. E succede ancora. Ma la conosci la storia di Cesare Battisti, che ha combattuto qui in Pasubio, e della sua lapide sul Monte Corno?
No, racconta!
Durante la guerra il posto si chiamava Monte Corno di Vallarsa. Dopo la guerra fu soprannominato Monte Corno Battisti, dedicato a Cesare Battisti, un irredentista. Prima della Grande Guerra gli irredentisti erano tutti coloro che abitavano nel territorio Austro-Ungarico, che si sentivano italiani e che avrebbero voluto che quelle zone fossero annesse all’Italia, come il Trentino, Trieste e altre. Questi uomini e donne erano soliti anche scendere in piazza a manifestare, ad esempio Cesare Battisti, avvocato e giornalista molto conosciuto, fu arrestato per alcune sue azioni. Nel 1914 l’Austria-Ungheria dichiara guerra alla Serbia e questi personaggi furono chiamati nell’esercito per combattere a fianco degli austriaci. Loro hanno disertato e sono fuggiti nel territorio italiano. Quando l’Italia nel 1915 dichiarò guerra all’Austria-Ungheria, Cesare Battisti, Fabio Filzi e gli altri irredentisti si arruolarono come volontari nell’esercito italiano sotto falso nome. Queste persone potevano restare nascoste e salvarsi la vita, ma erano convinte della loro battaglia e hanno deciso di scendere in campo per i loro ideali e per l’unità dell’Italia.
E poi?
Furono arruolati ma posti nelle retrovie e fare dei lavori, questo per poterli nascondere e salvargli la pelle. Loro invece volevano essere in prima linea a combattere. Cesare Battisti divenne tenente nel corpo degli Alpini e fu inviato proprio in prima linea come richiesto, sul fronte caldo della Vallarsa, su questo Monte Corno di Vallarsa. Cesare Battisti era anche un geografo, sapeva muoversi bene in montagna.
Bene: sul Monte Corno in Pasubio cosa è accaduto?
Su questo Monte Corno, di notte, Cesare Battisti con alcuni suoi compagni individuò una piccola vallata che con il suo battaglione poteva attraversare su più fronti, aggirare il monte e arrivare alle spalle degli austriaci per sorprenderli, conquistando il territorio. L’operazione fu avviata e il Monte Corno (era chiamato l’occhio della Vallarsa proprio perché era un posto strategico di osservazione) fu raggiunto dal Battaglione Vicenza. Quando gli italiani arrivarono alla selletta, era il 10 luglio del 1916, riuscirono a conquistare il monte, ma trovarono gli austriaci che con una controffensiva uccisero tantissimi soldati e altrettanti ne fecero prigionieri, tra i quali c’erano anche Cesare Battisti e Fabio Filzi, subito riconosciuti dall’esercito che nel 1915 avevano disertato. La loro sorte era dunque segnata: per una tale colpa, la pena era l’impiccagione. Furono portati a Trento, territorio austro-ungarico, al Castello del Buonconsiglio, dove le autorità chiamarono in fretta un boia da Vienna. Due giorni dopo furono impiccati. A Cesare Battisti venne riservato il trattamento peggiore: venne vestito con abiti poveri acquistati al mercato, portato tra la gente per essere offeso e umiliato come traditore, e durante l’esecuzione pensarono bene di giocargli lo scherzo della corda spezzata, per sbeffeggiarlo. Durante questa tortura furono scattate anche delle foto e scritti dei testi, molti dei quali gli austriaci pensarono bene di eliminare, ma non tutto il materiale venne perso. Le foto salvate ritraggono Battisti circondato dal boia e dalla gente che sorridevano. Sul finire della Grande Guerra gli austriaci riesumarono i corpi di Cesare Battisti e Fabio Filzi, e li seppellirono sotto falso nome in un cimitero in provincia di Bolzano. Fu solo grazie alla soffiata di un prete austriaco che si seppe l’accaduto e i corpi furono portati il primo al Mausoleo di Cesare Battisti di Trento e il secondo nel Sacrario Militare di Castel Dante a Rovereto.

[«Ammetto inoltre di aver svolto, sia anteriormente che posteriormente allo scoppio della guerra con l’Italia, in tutti i modi – a voce, in iscritto, con stampati – la più intensa propaganda per la causa d’Italia e per l’annessione a quest’ultima dei territori italiani dell’Austria; ammetto d’essermi arruolato come volontario nell’esercito italiano, di esservi stato nominato sottotenente e tenente, di aver combattuto contro l’Austria e d’essere stato fatto prigioniero con le armi alla mano. In particolare ammetto di avere scritto e dato alle stampe tutti gli articoli di giornale e gli opuscoli inseriti negli atti di questo tribunale al N.13 ed esibitimi, come pure di aver tenuto i discorsi di propaganda ivi menzionati. Rilievo che ho agito perseguendo il mio ideale politico che consisteva nell’indipendenza delle province italiane dell’Austria e nella loro unione al Regno d’Italia.» Testo tratto dal verbale dettato da Battisti durante il processo. Fonte: Wikipedia]
Di certo non è finita lì…
Negli anni successivi si è aperto un dibattito: Cesare Battisti era sì o no un traditore? Era un eroe? La storia come sempre ha fatto il suo corso e se ne sono dette tante e scritte ancora di più. Sta di fatto che sulla selletta al Monte Corno, dove Battisti e Filzi furono fatti prigionieri, sono state poste delle lapidi di marmo rosso asiaghese, come tutte quelle realizzate dagli italiani in memoria degli irredentisti. Sulle due lapidi era incisa anche la parola ‘martire’. È evidente che questa scritta a qualcuno della Vallarsa (o zone limitrofe del Trentino) non è piaciuta e quindi più volte qualcuno è salito al Monte Corno per cancellarla, danneggiando le lapidi (più quella di Battisti) con un sasso o un martello. Ci sono andato più volte in zona e puntualmente vedevo le lapidi scheggiate nonostante le scritte fossero state sempre ripassate. Quest’anno ci torno: sono curioso di vedere se la lapide è tornata al suo posto.

Tu cosa faresti? Cancelleresti anche tu la scritta ‘martire’ dalla lapide?
Non si tratta di correnti di pensiero: dal mio punto di vista una lapide storica, qualunque cosa ci sia scritta, non va toccata, ma preservata. Ci vuole rispetto.
Giovanni, toglimi una curiosità, queste passioni da cosa sono nate?
Quella della Grande Guerra nasce con i forti, tra l’Altopiano di Asiago, il passo Vezzena e la zona di Folgaria. Ero in quinta superiore e decisi con alcuni compagni di saltare la gita e di andare in Ortigara: fu lì che iniziammo a visitare i forti e da lì è nata questa attrazione per tutto quello che riguardava la Grande Guerra. Iniziai a informarmi e scoprii che anche mio cugino Fabio era un appassionato: fu lui a farmi conoscere molti altri fronti della Prima Guerra Mondiale, come le zone del Friuli Venezia Giulia e della Slovenia.

E quella per le incisioni?
Abbiamo girato parecchio e spesso trovavamo lapidi, incisioni sulla roccia e sul cemento. Così, per curiosità, iniziammo a interessarci anche di queste. Si aprì un mondo e scoprimmo che esistono diverse associazioni che si occupano di restauri e ripristini di questi che io definirei dei veri e propri monumenti storici. Il nostro primo recupero ricordo fu qui in Pasubio e ci dedicarono anche un articolo sul giornale locale. Oggi collaboriamo anche con il sito graffitidiguerra.it, dove stiamo contribuendo a costruire un vero e proprio catasto di tutte le incisioni sulla roccia fatte dai soldati nell’epoca della guerra. Così è possibile avere una memoria storica, una geolocalizzazione.

So che avete anche un’associazione: come si chiama?
4 Ossari, il nome nasce proprio dai quattro ossari presenti nella provincia di Vicenza.
Secondo te che valore ha il vostro lavoro/passione?
Per noi tantissimo. A parer mio, per il nostro territorio vale perché queste incisioni sono testimonianze storiche che nessuna altra guerra ha lasciato in questo modo. Tu pensa che ci sono lapidi e incisioni italiane che si trovano su territori conquistati dagli austriaci, ma che sono ancora intatte. Questo dimostra il rispetto per questi pezzi storici: sono testimonianza dell’onore e del cameratismo che c’erano all’epoca. Tanti ragazzi e uomini si conoscevano, ma erano obbligati a spararsi perché facevano parte di due fazioni contrapposte. Ti faccio un esempio: all’epoca Cortina era austriaca e tu pensa cosa potevano provare i soldati di quel posto obbligati a sparare contro amici o conoscenti di San Vito di Cadore, paese italiano. È stata una guerra tra persone costrette a partecipare, ma che avevano pieno rispetto per i propri avversari. Noi facciamo del nostro meglio per recuperare e preservare una memoria storica.
Sono lapidi conosciute?
Non tutte, anzi. Spesso recuperiamo incisioni in zone dove passano forse dieci persone all’anno. Ma anche queste sono importanti e devono essere sottratte al degrado. Per questo è utile anche mapparle, così sono monitorate.

Una missione che si accosta anche all’altra tua grande passione, la montagna. Giusto?
Per me la montagna è evasione dalla vita quotidiana, è ossigeno. E poi spesso, soprattutto quando vado da solo, in montagna trovo tante risposte. È difficile da spiegare, ma spero di essermi fatto capire: dalla montagna torni con risposte a delle domande che in città o altrove ti poni senza risultati. Non immagino nemmeno la mia vita senza il Pasubio, le Dolomiti…
Il Pasubio e il Grappa so che sono zone a te particolarmente care.
Il Pasubio lo vedo dalla finestra di casa e ho con questo un legame affettivo. È poi una montagna che ho frequentato davvero tante volte e non mi sono mai stancato di farlo. È stato il primo monte che ho visitato e dove la Grande Guerra italiana è stata combattuta dall’inizio alla fine.
Cosa diresti a un bambino in relazione a queste tue passioni?
Di apprezzare la montagna e di studiare la storia, al di là della Grande Guerra. Il detto ‘la storia si ripete’ è realtà: dagli errori del passato si può sempre imparare e infatti alcuni errori di oggi sono commessi perché molti giovani non conoscono ciò che è successo prima. La mia grande fortuna è stata di avere con me mio nonno fino al 2007: lui ha combattuto la Seconda Guerra Mondiale sul fronte russo, ha vissuto la famosa ritirata degli Alpini. Questa testimonianza mi ha segnato, ho ascoltato i suoi racconti quando avevo vent’anni, la stessa età che aveva lui quando era in guerra. Quel che mi pesa è che gli ultimi reduci sono rimasti in pochi e quando non ci saranno più, leggeremo i libri, ma non è la stessa cosa che ascoltare le loro parole.
Quindi con le vostre azioni state cercando anche di coinvolgere di più i giovani, conservare prove storiche affinché possano continuare a vivere nella memoria.
Certo, cerchiamo anche di sensibilizzare le persone. Ad esempio sono in molti a interessarsi a questi contenuti quando pubblichiamo e condividiamo su Instagram le foto delle lapidi e dei graffiti. In pratica stiamo contribuendo a digitalizzare, anche attraverso il sito, tutti i reperti e cerchiamo di allegare la storia di ognuno. Vedi, dietro ogni pezzo storico ci sono ore di ricerca e lavoro: se questo comporta passare una giornata in montagna sotto il sole o con il freddo invece di andare al mare, noi lo facciamo comunque.
Posso chiederti i nomi dei tuoi ‘colleghi’?
Certo: Fabio, Luca, Marco, Enrico. E poi collaboriamo con Marco, Sergio e altri che fanno parte di un gruppo dove si incontrano persone da Brescia, Udine, Trieste e altre zone dallo Stelvio a Trieste. Ormai siamo una vera e propria squadra.
Portate avanti questo lavoro di recupero, che richiede anche fatica e sacrifici, nonostante sappiate che è possibile un giorno cada nel dimenticatoio, magari perché le nuove generazioni non si dimostreranno interessate al tema, giusto?
La mia fortuna è stata trovare persone con la mia stessa passione, con la volontà di portare avanti questa attività. Se fossi stato da solo, non so se avrei continuato. È un lavoro di squadra! Certo, c’è la possibilità che tutto venga abbandonato, l’abbiamo messo in preventivo: ecco il motivo del catasto digitale che stiamo costruendo. Se tante lapidi e incisioni saranno lasciate vittime della natura e del tempo, almeno vivranno nel mondo digitale. La mia speranza è ovviamente che ci sia ancora qualcuno come noi pronto a fare il nostro lavoro.
Devo chiedertelo: una lapide o una particolare incisione che ti è rimasta impressa…
Io sono molto legato a una lapide che ho trovato sul Corno Battisti in Pasubio: è in una galleria. Quando gli italiani conquistarono questo monte, costruirono tante gallerie ed è interessante il fatto che sono state messe in comunicazione quelle austriache precedenti della parte alta con le gallerie italiane nella parte bassa. Ecco il percorso delle gallerie fino alla cima del monte. In questa cima c’è una galleria che, quando era in mano austriaca, aveva una feritoia che puntava sulla Cima Alta, di fronte, nella zona italiana. Da quella feritoia gli austriaci sparavano contro gli italiani, che, dopo la conquista del monte, allargarono questa feritoia, per utilizzarla nella salita alla cima, nascosti alla vista dei nemici e così sicuri nel passaggio. Dentro questa galleria c’è una lapide con una croce e la scritta ‘posto di medicazione’. Io sono molto legato a questa lapide anche perché è stata una delle prime che abbiamo recuperato. E poi perché penso a cosa può essere successo lì in quegli anni, quante vite salvate e perse. È qualcosa che fa riflettere. Anche perché lì trovi molte altre scritte come ‘viva la pace’, ‘no alla guerra’, oppure alcune dedicate alla mamma e alla speranza di tornare a casa.

Grazie Gio!
E io lo farei? No, probabilmente mi dedicherei ad altre passioni. Oppure magari sono una di quelle che andrebbe al mare piuttosto che alla ricerca di reperti storici da recuperare su sentieri sperduti. Lo ammetto.
Eppure condivido quanto ha detto Giovanni e allora rifletto sulle nostre potenzialità, sul contributo che possiamo dare per raggiungere obiettivi non solo personali, ma collettivi. Penso a come il passato possa svelarci delle chiavi per aprire porte anche nel futuro, per dare e darci speranza. Forse, allora, lo farei anch’io.
Ciò che recuperano Giovanni e i suoi amici sono informazioni, testimonianze che non rivelano soltanto quanto la guerra sia spietata, ma anche messaggi d’amore verso la patria, il prossimo e, paradossalmente, la vita.
“Sono sempre i sogni a dare forma al mondo.” Ligabue


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