‘Chi è’ falesia.it?

Ma lo sapevi che la fisica e l’informatica sono collegate all’arrampicata? 
L’ho scoperto oggi parlando con una persona che pensavo fosse un gruppo di persone che collaborava con altre persone per… insomma, con una sola persona, un fisico, informatico per professione e arrampicatore per passione. 

Ma no, non è un’altra intervista a uno scalatore per conoscere le sue imprese: sono alcune domande a colui che sta dietro, che ha creato, anzi, che è falesia.it

Be’, possiamo considerarla impresa anche questa…

Si chiama Federico e finalmente conosco la storia di uno dei siti più famosi e completi in Italia sulle falesie. Se ti va di continuare a leggere, te la condivido attraverso le sue parole.

Federico, lo confesso: non avrei mai immaginato che dietro tutto il lavoro di falesia.it ci fosse una sola persona. Ora che ti ho qui davanti allo schermo ti chiedo di presentarti.
Diciamo che mi è difficile presentarmi come climber: io faccio un altro lavoro e l’arrampicata è una mia grande passione. Quindi partirò dall’inizio, da come è cominciata la storia di falesia.it. Io studiavo fisica all’università negli anni ’90 ed è lì che è nata la joint venture tra fisica, informatica e montagna. Pensa che non c’era ancora il www e, anzi, è stato proprio nelle mie aule che è comparso Mosaic, uno dei primi programmi che ha permesso la navigazione in internet per divulgare informazioni. Ma torniamo a noi: un giorno il mio professore di sperimentazione fisica, Battimelli, arrivò con le mani sporche di bianco. Noi studenti abbiamo subito pensato fosse polvere di gesso e invece era magnesite. Lui era un’autorità nel suo campo e uno dei primi arrampicatori.

Molti friends e alcuni nuts di Gianni Battimelli (edizioni Gran Sasso) 
© archivio Gianni Battimelli
[fonte: www.planetmountain.com]

Non so se sai che l’arrampicata e la fisica hanno avuto un grande gemellaggio: c’erano illustri fisici che si facevano ritrarre nelle fotografie con le loro imbracature in canapa con cui andavano in montagna. Bene, da quando il nostro professore ci raccontò della sua grande passione, iniziammo anche noi studenti ad andare in falesia. Ricordo che aveva un sito, ‘Il monte analogo’, realizzato con html statico, dove aveva raccolto le prime falesie frequentate dai climber romani. Diciamo che è stato la prima bozza di sito che iniziava a classificare le falesie. Noi stampavamo le informazioni da lì e ce ne andavamo in giro con i nostri pezzi di carta (nell’era pre-cellulari), ma tale metodo peccava chiaramente di versatilità in termini di velocità di aggiornamento delle informazioni.

Climber romani anni ’80. Da sinistra: Gianni, Vitale, Di Bari, Bucciarelli, Barberi, Finocchi, Pennisi, Barberi-Medioverme © archivio Gianni Battimelli
[fonte: www.planetmountain.com]

E poi…
E poi pian piano è nato il mio sito, falesia.it, dietro cui ci sono solo io. In molti scrivono alla “gentile redazione”, ma in realtà c’è solo Federico. Negli anni ho avuto qualche collaboratore che mi ha aiutato con la grafica o qualche dettaglio, ma il sito l’ho scritto interamente io. Nel tempo sono nati i sistemi cms, aggiornamenti che implementavano elementi e caratteristiche che prima non esistevano, e soprattutto iniziavano a comparire guide d’arrampicata. Ricordo la prima che comprai, Arrampicare nel sole, la guida di Sperlonga, un posto storico per noi romani, con centinaia di vie che puoi scalare tutto l’anno. Queste guide giravano, ma era più una cosa carbonara: “c’è la guida da Guido ‘il mozzarellaro’ di Sperlonga” si diceva, nel senso che arrivavano pochissime copie e le vendevano lì. Poi sono sorte le case editrici ed è nato il mondo che conosciamo adesso. Per quanto riguarda i siti, mancava qualcosa di dinamico, perché erano tutti statici. Falesia.it da sito scritto a mano è cresciuto con lo sviluppo del web, ricalcandone parallelamente la storia: ha iniziato ad avere una sua impalcatura, una banca dati… Per me è stato una palestra, perché inserivo nel sito quello che imparavo al lavoro. Insomma: il mio sito è un insieme di tante versioni. 

Come funziona l’inserimento delle falesie?
Quando all’inizio il web era governato più dalla netiquette che dal diritto di autore, le informazioni avevano più libero scambio (per capirci, la licenza Creative Commons è del 2002 e si è diffusa negli anni successivi) e proprio in quel periodo è nato falesia.it, nel quale ho raccolto le informazioni che mi inviavano o mi consegnavano su carta tanti arrampicatori. Ricordo che una volta mi sono preso una settimana di ferie per inserire i dati e classificare le falesie accumulate nei mesi precedenti. A un certo punto il lavoro è diventato troppo, non riuscivo a gestirlo da solo, e diventava anche un po’ rischioso a causa dei limiti imposti dalla normativa sui diritti d’autore e del copyright che costringevano a verificare sempre la fonte dei dati. 
Ecco che allora ho adottato il sistema wiki (“un wiki è uno spazio web che permette di sviluppare contenuti in modo collaborativo e partecipativo”, ndr). L’utente diventa quindi autonomo, o ‘editore’, nell’inserire informazioni e immagini, ma per tutelarmi da eventuali responsabilità inerenti al diritto d’autore, prima ognuno deve registrarsi con una mail e un numero di cellulare. Questa apertura ha permesso al sito di raccogliere centinaia di falesie, perché gli arrampicatori possono inserirle e classificarle da soli.

Federico, ti va di darmi qualche dato di falesia.it?
Certo: 40212 utenti registrati, 1251 falesie, 49022 tiri, 29 boulder, 157 vie lunghe, 28404 ripetizioni.

Ma parliamo della tua carriera arrampicatoria.
Io ho iniziato ai tempi dell’università, come accennavo prima. A Roma c’era una sola palestra all’epoca, la Zeta climb gestita da Antonella Strano, e il sito inizialmente era diventato quello ufficiale della palestra, Zeta climb community. Lì si creò una nuova generazione di arrampicatori romani. L’arrampicata allora non era ancora ben codificata, nemmeno come allenamento, era un po’ una cosa da nerd della montagna, mettiamola così: quelli che non facevano gli alpinisti, facevano i falesisti o i boulderisti. Poi ho smesso di arrampicare qualche anno perché sono nati i miei figli e da poco ho ricominciato, coinvolgendo anche loro. Oggi scalo con un nuovo gruppo di persone e in una palestra diversa, ma la mia passione è sempre stata un connubio tra la necessità di andare in montagna e quella di avere informazioni per andarci. Quindi se non le ho, le cerco, le classifico, aggiorno il sito…

ROMA

Falesia o alpinismo?
Sempre falesia. Ho fatto qualche via, ma preferisco le palestre di roccia. 

Perché ti piace arrampicare?
Sembra un ossimoro, ma io mi rilasso quando mi stanco, ho bisogno di fare uno sport che mi vede completamente concentrato su quello che sto facendo. Per me è quasi una meditazione stare in parete, perché mi concentro e penso solo al movimento. E non devo avere attrezzi con me. Ecco perché mi piace di più la falesia dell’alpinismo: siamo io con le mie mani e la roccia. È quello il bello del free climbing, ovviamente facendolo in sicurezza: essere da soli con la montagna e la propria testa, questo mi rilassa dell’arrampicata, che ormai è diventata una dipendenza quasi patologica.

E perché secondo te l’arrampicata diventa una cosa di cui non puoi più farne a meno?
I motivi sono parecchi. Prima di tutto non devi avere paura, devi controllarla con freddezza e questa forma di controllo un po’ crea dipendenza. Scontrarsi sempre con difficoltà diverse è un’altra opportunità che ti offre la scalata: tutto cambia, non c’è monotonia. A me piacciono i problemi, ad esempio, e trovare soluzioni: in arrampicata è una continua ricerca. Gli approcci sono poi diversi in base alle persone e ai gusti.

Come lo vedi questo boom dell’arrampicata?
È complicato perché oggi c’è un po’ di tutto. In molti si entusiasmano, ma poi abbandonano subito perché capiscono che è uno sport complicato. Altri continuano perché la vedono come una palestra, un’alternativa divertente al fare pesi. E poi ci sono quelli che si appassionano sul serio, quelli che diventano patologicamente dipendenti. Il problema delle tante persone che adesso si approcciano all’arrampicata è la sicurezza, perché molte sono lasciate allo sbando: senza esperienza anche la falesia può essere pericolosa. I corsi di oggi sono spesso percorsi molto brevi che si concentrano sulla palestra e lasciano poco spazio alla falesia, dove se porti qualcuno, ne sei responsabile. In America esiste il “Belay Certification Test”, un test per valutare se puoi fare sicura, da noi questa procedura non esiste. Ricordiamoci che l’arrampicata è uno sport estremo. Ora che lo fanno in tanti è considerato sport come gli altri, ma non lo è.

Il tuo sito è più focalizzato sulle performance secondo te?
Falesia.it è pensato per arrampicatori amatoriali e ha l’obiettivo di completare le informazioni sulle falesie, non è mirato al grado come, ad esempio, Climbook, dove tu inserisci il tiro che hai liberato per poter mostrare il grado al pubblico. Ora mi hanno chiesto in tanti l’opzione ‘progetto’, perché può capitare che il tiro non lo liberi e vuoi segnare i tuoi progetti per riprovarli la prossima volta. L’ho inserita!

Hai qualche aneddoto da raccontarmi su falesia.it?
Be’, è capitato che due persone mi hanno scritto arrabbiate “non è possibile, non siamo riusciti a trovare la falesia che c’è nel tuo sito, abbiamo perso una giornata!”. Ebbene ci tengo a sottolineare che le informazioni nel sito non sostituiscono le guide e non sono sempre precise. Capita che ce ne siano di sperdute nell’entroterra di qualche regione e io non ho girato tutta Italia, non ho visitato tutte le falesie inserite nel sito e quindi non posso confermare con certezza tutti i dati inseriti dagli utenti.
O magari all’inizio, quando la gente ancora stampava le relazioni delle palestre di roccia e se ne andava in giro con i fogli: mi è capitato di essere in falesia e trovarmi accanto qualcuno con questi fogli che commentava “ma guarda questo sito che dice, il grado è sbagliato…” e altro. Io ovviamente facevo finta di non conoscere me stesso! Che poi a Roma ci si conosce tutti e moltissimi non sanno ancora che ci sono io dietro falesia.it. 

Ora lo sapranno, probabilmente, lo sai?
Eh sì, può darsi. Ma la cosa divertente è che spesso mi fingo anonimo di me stesso, faccio finta di non conoscermi, e mi capita di ascoltare i commenti delle persone. Che poi, anche se il sito è nato per me, in realtà uno ha sempre bisogno che il suo lavoro venga letto: l’urgenza che uno ha di scrivere e pubblicare, diciamocelo, è perché vuole essere letto da qualcun altro.

Hai ragione, non siamo così altruisti, lo ammettiamo: scriviamo per informare gli altri, ma ci fa piacere qualche complimento ogni tanto. 

Ringrazio Federico per la sua disponibilità, sia per questa breve intervista, sia, soprattutto, per le informazioni che condivide nel suo sito sulle falesie. E già che ci siamo, riserverei un grazie anche a tutti gli arrampicatori che hanno fornito, e continuano a farlo, dati e nuove palestre di roccia, boulder, vie e strutture indoor a falesia.it.

I tempi sono cambiati, eh. Ora è quasi tutto online: si hanno tra le mani i gradi, gli itinerari da seguire, i sentieri di avvicinamento. Come mi ha detto qualche arrampicatore “ora è tutto più comodo” e forse si è un po’ perso lo spirito d’avventura, il brivido della libera esplorazione. Ma probabilmente l’arrampicata rimane la stessa. È vero, con qualcosa di ‘artificiale’ in più, ma tra te e la roccia, nel mezzo tra cielo e terra, il dialogo rimane quello di sempre.

Ah, ti voglio lasciare un articolo che Federico ha condiviso con me: il testo di di Battimelli sui ragazzi di via Panisperna (Fermi, Amaldi & Co.) in montagna.

E durante qualche ricerca mi sono imbattuta in un articolo, di cui voglio condividerti un estratto simpatico su due alpinisti delle nostre zone che conosciamo.

‘I xé superiori‘ è una divertente satira sull’incontro di due mondi che si confrontano per la prima volta. Nel 1975 il British Mountaineering Council invitò un gruppo di italiani, tra i quali Sergio Martini e Renato Casarotto, a scalare nel Galles, mentre degli inglesi facevano parte arrampicatori del calibro di Pete Livesey (il più forte britannico dell’epoca). Ecco come descrive l’incontro: ‘Arrivarono lì, insomma, gli italiani con scarponi, chiodi e caschi, forti della loro esperienza sulle grandi pareti delle Alpi; e incontrarono un mondo di arrampicatori fatto di dadi, di scarpette a suola liscia, di etica rigorosa e di libera spinta all’estremo sui crag alti poche decine di metri. Gli uni non mancarono di impressionare gli altri – e viceversa. Fino alla storica ammissione di Casarotto di fronte alla totale assenza di chiodi in parete: ‘I xé superiori’.

© archivio Gianni Battimelli
[fonte: www.planetmountain.com]


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