Così parlò Riccardo: una nuova via in Vallaccia

Ho incontrato Riccardo Lovison al corso FASI per diventare istruttore d’arrampicata. 
Vuoi sapere il mio primo pensiero quando l’ho visto arrampicare? ‘Questo è pazzo!’.
E invece…

Assennato quanto potrebbe esserlo un ragazzo di 19 anni, talento nell’arrampicata sportiva, promessa dell’alpinismo e futura (chissà) guida alpina, Riccardo mi aveva dato la sua parola per una breve intervista sulla via chiodata a Punta Anna, nel sottogruppo della Marmolada, la Vallaccia, con Andreas Rizzi. 
Questa via nasce su una parete che ha visto dalla finestra del compagno di cordata, nella sua casa a Pozza di Fassa. Ma aspetta, proseguiamo passo dopo passo.


Riccardo, dimmi com’è iniziato tutto.
L’idea è partita più o meno un anno fa, quando ho iniziato a scalare vie multipitch. Ho conosciuto Andreas Rizzi in palestra d’arrampicata e ci siamo accordati per salire qualche via insieme. Abbiamo iniziato con la via Vinatzer ai Mugoni (Diedro Vinatzer, Dolomiti – Gruppo del Catinaccio, V, V+, ndr): ci siamo divertiti e abbiamo fatto qualche bella avventura insieme.
Un giorno eravamo a casa sua, a Pozza di Fassa, e dalla finestra abbiamo notato una parete. Ho chiesto a Andreas se là ci fosse qualcosa e lui mi ha risposto “che io sappia, no”. Ci siamo informati e abbiamo conosciuto Alessandro Beber, istruttore guide alpine, che ha chiodato una via in quella parete e ci siamo fatti dare la relazione. Abbiamo conosciuto Fabio Giongo (guida alpina in Valle di Fassa), che anche lui ha chiodato lì, e Icio, Maurizio Davarda (UIAGM-IFMGA Mountain Guides), un altro che ha aperto una via in quell’ambiente. Raccolte le informazioni, le abbiamo aggiunte a quelle di un libro relativo agli alpinisti della Val di Fassa, che abbiamo trovato e dove abbiamo scoperto che il nonno di Andreas, Toni Rizzi, aveva chiodato una via in quella zona, ma c’era solo scritto ‘la linea passa per il grande diedro’.
L’insieme di circostanze favorevoli, tra cui il datore di lavoro di Andreas, Gaetano Rasom, guida alpina, che ci ha fornito gratuitamente spit e tassellatore (anche lui è appassionato di montagna e passa molto del suo tempo libero a richiodare e sistemare vie), è stata la spinta decisiva per farmi dire al mio compagno di cordata “senti, appena troviamo qualche giornata di bel tempo, vengo da te e iniziamo a chiodare qualche tiro!”. Così è stato.

E poi?
Siamo partiti una mattina e abbiamo iniziato a chiodare la via alle 12. Dopo i primi 5 tiri ci siamo calati, perché iniziava a imbrunire. Il secondo giorno abbiamo chiodato altri 3 tiri, ma poi abbiamo finito le batterie del tassellatore e non potevamo proseguire. Dopo un paio di settimane siamo tornati a concludere la via, che ha 10 tiri. A mio parere sono molto belli, perché seguono una linea logica della roccia, il classico ‘cercare il facile nel difficile’.
La via è di VIII+, non estrema e non ha il tiro continuo con quel grado.


Sento che c’è un ma…
Ma le protezioni, sicure perché sono spit, sono poche. Come filosofia di spittatura non abbiamo mai messo più di 3 spit a tiro. È integrabile con un paio di friend micro e una serie di totem per i buchi della placca. Solo con i friend è un po’ più impegnativo salirla. Ma ora attendo le ripetizioni per confermare tutto.

Obbligatorio?
VIII.

Com’è la via?
In prevalenza placca con qualche strapiombo. Lo sviluppo è di 370 metri.

Quindi: 370 metri, 3 spit a tiro, 10 tiri…
Massimo 3 spit a tiro. Abbiamo utilizzato 13 spit in progressione, senza contare le soste.
La nostra via inizia a essere protetta a spit dove la placca si fa più compatta e non riesci a integrare. La sicurezza è comunque importante, sempre.
Abbiamo scelto di proteggerla con meno spit possibili perché sapevamo che le altre vie sono protette a chiodi e abbiamo cercato di mantenere l’etica della parete.
La mia filosofia è comunque basata anche sulla sicurezza, sia nell’apertura, sia per le vie che vado a fare. Ora non avrei probabilmente la fermezza mentale di salire vie dove il rischio di farsi male, o peggio, è davvero alto. 

Parlavi di filosofia e di etica. Raccontami un po’ la tua visione.
Le altre vie della zona erano state aperte in stile tradizionale e noi siamo andati con il trapano. Però la nostra intenzione era quella di rispettare il più possibile l’etica e la montagna, quindi eravamo lontani dall’idea di ‘apertura a carpentiere’. In alcuni punti, dove era necessaria una protezione ma impossibile integrare, abbiamo utilizzato lo spit. Abbiamo scelto un pezzo di roccia dove gli spit servivano a noi, con il nostro livello. Probabilmente alpinisti molto più forti non avrebbero piantato nulla… chissà.

Questa è la prima via che hai aperto. Com’è andata questa prima esperienza?
Ho raccolto diverse informazioni. Ho incontrato Alessandro Baù e gli ho chiesto  un po’ come si fa. La sua risposta è stata “eh, vai su finché non ce la fai, metti il cliff e poi pianti il chiodo o lo spit”. Diciamo che più o meno è stata così. 
L’attacco lo abbiamo individuato facendo attenzione a non incrociare le altre vie, cercando di capire la linea già dal basso, ma poi è salendo che ti rendi conto dove passare. 

In meno di due anni di esperienza alpinistica, quali vie ti sono rimaste più impresse per qualche particolare?
La mia prima via, con Andreas e Marcello, è stata lo spigolo Fassani (Spigolo dei Fassani – Torre Vallaccia – XI-, 600 metri, RS3) ed è stata una bella avventura. Poi c’è la via Diamante (Via Diamante al Mëisules dala Biesces – Gruppo del Sella – 7c, obbligatorio 6c+, a3). E poi Lo specchio di Sara in Marmolada (7c, obbligatorio 7b+, RS4, 400 metri) con un socio di Torino: è bellissima, ti fa star concentrato per tutta la via.


Qual è il tuo idolo nell’alpinismo?
Eh, bella domanda. Io sinceramente non ho un idolo. Mi interessano le storie affascinanti degli alpinisti, come un Bonatti che lancia la corda per incastrarla tra i massi e poter passare, evitando una morte certa. Oppure la storia di Buhl che per allenarsi all’alta quota andava in bici in inverno senza guanti e con i ghiaccetti in mano. O le storie di Soldà che si mette a dormire in parete attaccato a un chiodo perché inizia a piovere. Quindi non ho una persona specifica come idolo, ma adoro queste storie. Che sinceramente mi fanno sentire piccolo, ma mi aiutano a costruire grandi obiettivi.

Grazie!


Scrive Riccardo nel suo post su Instagram:
“Finalmente la nostra via! Dopo tre giorni di avventura si conclude un viaggio spettacolare tra i buchetti di punta Anna.
Un sogno che si avvera dopo quasi un anno di studio, sia della parete sia dell’etica da usare. Così siamo saliti con l’idea di aprire una linea logica, chiodata a spit, ma con carattere alpinistico, in modo da onorare la parete su cui ci troviamo. La via segue la logica della roccia, senza mai forzare la linea o la chiodatura, ma anzi segue le debolezze offerte dalla parete.
Ringraziamo Maurizio Davarda e Alessandro Beber per le dritte e Gaetano Rasom per il materiale.”


Via Capitolo Secondo, a Punta Anna, gruppo della Vallaccia, VIII+ (obbl. VIII RS3).


Eccoti la relazione: clicca qui!


Che dire: le nuove leve sorprendono! Speriamo continuino a seguire l’etica che rispetta la montagna e a imparare anche dal passato, dalla storia di chi ha reso l’alpinismo uno degli stili di vita più affascinanti di tutti i tempi.


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