Le foglie secche ricoprono come un manto arancione il sentiero. I piedi sprofondano, scivolano… eppure sono così morbide e attutiscono ogni passo, schermano i rumori, rendono questo posto così silenzioso che mi sembra di sentire il sole alzarsi lentamente sopra montagne e vallate, farsi largo tra i rami seminudi degli alberi, raggiungere i vestiti e la pelle, riscaldarmi in questo autunno mite.






I tronchi sottili segnano l’attacco con un piccolo cartello in legno appeso dove è scritto il nome della via. Mi aiuto su loro nella speranza che tengano il mio peso e mi sollevino fino ad arrivare alle rocce un po’ più solide: il diedro è semplice da salire, ma molto sembra non sicuro sotto i piedi e le mani. Salgo piano, arrampico lentamente, cerco di sentire la roccia, trovo la posizione migliore, evito ciò che non mi fa sentire al sicuro e mi affido a quel che più mi dà fiducia.

Anche in placca le cose non cambiano: sento ogni tacca netta, tocco delicatamente ogni verticale, le prese e gli appoggi possono trovarsi su un pezzo di roccia che non regge il peso del mio corpo. Ma questo non fidarmi è solo il risultato di ciò che prima ho sentito, del rumore svelato dalla parete al mio battere su questa roccia. Tiene, posso proseguire.
Arrivo poi ai traversi, dove appoggi di varie dimensioni, piccolissimi e poco più grandi, trattengono i miei piedi sospesi nel vuoto di un panorama strepitoso, distese di alberi dai colori caldi e prati verdi, un cielo azzurro segnato solo dalle scie di qualche aereo di passaggio. Traversi che allungano la via, ma che ci permettono il passaggio. Forse una salita diretta sarebbe stata possibile: una strada più veloce, ma di certo più rischiosa e complicata.

Nell’ottavo tiro una fessura segna una roccia finalmente perfetta su un muro che sta tra un diedro e lo spigolo, oltre il quale, da dove mi trovo, vedo solo il sole nel suo ideale sfondo. E poi l’ultimo lungo tiro, che mi porta alla vetta lungo un percorso tortuoso, tra massi disposti qua e là in verticale.
In cima è tutto finito, quindi mi soffermo a guardare i pochi passi che mancano al sole per nascondersi nuovamente dietro le montagne. Mi prendo del tempo, giusto qualche secondo, prima di recuperare la corda e fare il mio dovere da assicuratore.










Come l’arrampicata somigli tanto alla nostra vita di tutti i giorni lo vedo e lo sento ogni volta che salgo una via.
Attenzione, fiducia, diffidenza, sensibilità, rischio, coraggio, fortuna, volontà, speranza, pazienza, riflessione… Arrampicare ci porta a pensare prima di compiere una scelta, ma anche a provare e seguire l’istinto, ci fa compiere azioni lente e farlo con la delicatezza che non pensiamo di avere, ma ci fa anche esplodere con movimenti dinamici e una potenza che nasce d’impulso. Ci fa dire “no, non ce la posso fare”, ma ci fa anche provare, credere di più in noi stessi e nelle nostre capacità. Ci fa commettere errori che a volte lasciano il segno, ma ci dà anche soddisfazioni che ci fanno nascere quel sorriso sul volto di cui gli altri non conoscono il motivo.
La via di oggi è Psychiatric Circus sul Monte Tormeno, una parete che spicca sopra paesi, contrade, valli e altre pareti. Un muro di roccia che, quando è illuminato dal sole e te lo trovi davanti, ti chiedi “ma dove siamo?”.



“Sai, Martina, questa è la prima via che ho aperto qui sul Tormeno: questo luogo mi è piaciuto appena l’ho visto. Ricordo che era autunno ed era uno spettacolo di colori.
La parte di parete dove sale Psychiatric Circus era ancora da scoprire e quindi io e Stelvio abbiamo deciso di aprire la via. Quando siamo saliti abbiamo visto che a destra c’erano altre possibilità e sai com’è… da cosa nasce cosa!
Il nome della via? L’ha dato Stelvio: a lui piace molto il teatro e suppongo l’abbia scelto sulla base dei suoi gusti, a me piaceva e quindi la via è stata battezzata così. Certo è probabile che il nome faccia anche riferimento alla linea, alla sua roccia di cui è bene prestare spesso attenzione, all’adrenalina…
A proposito della roccia: sì, c’è da stare attenti, ma c’è sempre la possibilità di scegliere il ‘buono’. Non è sicuramente una via per chi è abituato alla plastica o per chi vuole solo fare un po’ di ginnastica. È protetta molto bene, ma ci vuole comunque testa.
Dopo il traverso ci sono i due tiri più impegnativi: noi volevamo aprire solo con chiodi e ci è voluta anche un po’ di fortuna a chiodare lì, soprattutto in quei tratti.
I traversi li abbiamo aperti perché sarebbe stata un’impresa troppo rischiosa salire diretti (la roccia non è buona e la parete strapiombante). Alla fine di questi, poi, non era possibile andare oltre, ma guardando in alto la parete ci ha permesso di proseguire. Pare che sia una linea baciata dalla fortuna e condotta dal destino, no?!”
Grazie Tranquillo!
La via Psychiatric Circus è stata aperta da Tranquillo Balasso e Stelvio Frigo il 26 settembre 2018. E oltre a divertirsi (è una bellissima linea), lascia anche il tempo di riflettere. Forse ne abbiamo tutti un po’ bisogno.




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