Chiodata anche questa, Zio Billy!

Il freddo arriva alle ossa. È inverno, è tutto nella norma, come dettato dalla legge della natura nonostante il ‘cambiamento climatico’ che imperversa nell’atmosfera e soprattutto nella mente della società.

Le scarpe scivolano sulle foglie secche nei sentieri e questo brusio accompagna la camminata, quando d’un tratto mi fermo ed è silenzio. Il cielo è bianco, striato da pochi segni d’azzurro. Le nuvole basse toccano le piante dal verde perenne che accompagnano il lento svestirsi degli altri alberi, oggi arancioni e rossi. La valle di Rio Freddo e i sentieri di Tonezza del Cimone appaiono svuotati dalle voci e dai rumori, in attesa.

Con gli zaini in spalla caricati di materiale proseguiamo lungo il sentiero che ci conduce alla falesia, nel settore Astra-Scalette.

È da un bel po’ di tempo che devo provare a chiodare un tiro e oggi è l’occasione giusta. Paolo mi insegna come utilizzare il materiale, lo appende alla corda in acciaio che cinge la parete e va a prendere il trapano.

Avevo già utilizzato la maniglia bloccante, ma avevo provato la carrucola bloccante solo una volta per la progressione lungo una via. Inizio ad aprirla e a provare a inserire la corda seguendo le frecce. Poi la aggancio al moschettone, ma chiedo aiuto per sistemarla nel modo giusto.

Osservo la linea che avevo individuato tempo fa. La fessura, che da subito solca la parete nella prima metà dell’itinerario, sparisce inghiottita dalla roccia che forma una breve placca leggermente sporgente, da superare per arrivare a una cengia da dove si prende un’altra fessura che caratterizza un bel diedro, poco strapiombante nel mezzo. L’ultimo tratto prosegue a destra lungo l’ennesima profonda fessura, che richiama un’arrampicata in dülfer.

Con a fianco il mio insegnante, inizio la prima arrampicata per esaminare la linea e individuare i punti dove saranno infissi i chiodi con le placchette. La placca si rivela subito un passaggio tosto, ma divertente da capire. Il tiro in fessura è di forza e resistenza, ma c’è possibilità di riposo: l’arrampicata è varia e trovare la posizione giusta per la progressione è una bella occasione per rimanere concentrati.

Scendo con il gri gri lungo la corda fissa, carico l’imbrago di trapano, martello, chiave, chiodi e placchette. Paolo mi insegna come tenere il trapano, posizionare la punta sulla roccia, piantare i chiodi, martellare, avvitare il bullone. Inizio a salire e devo cambiare i punti dove avevo pensato di mettere le protezioni, perché ho variato la prima. Ma a metà tiro ritrovo i miei punti. 

Forare la roccia con il trapano non è semplice: anche se appesa alla corda, devo trovare il modo di tenermi alla parete con le dita che si raffreddano, gli appoggi per i piedi che devono farmi restare in posizione. Il braccio vibra con il trapano e così tutto il corpo quando in alcuni punti non ho trovato il modo corretto di posizionarmi. Non voglio immaginare come sia chiodare i tiri su pareti strapiombanti. Mentre salgo riprovo anche i passaggi, per assicurarmi che le protezioni siano fissate all’altezza corretta. La catene era già stata fissata precedentemente da Paolo e quindi il tiro è ora pronto per essere liberato.

Non racconto altri particolari, ti invito a provare Zio Billy, 6a+.

Finalmente non devo chiedere a nessuno il motivo del nome, lo so io: di parolacce quando arrampico ne dico, purtroppo, ma una mia ex compagna di liceo (Valeria) mi ha insegnato questo intercalare simpatico per quando mi arrabbio. E oggi l’ho usato parecchio.
Oggi non mi sentivo poetica.

Grazie Paolo per avermi fatto provare questa bella esperienza e avermi insegnato qualche trucchetto.

Devo essere sincera: a forare la roccia non ho provato un gran piacere. Il rumore acuto, la polvere che come sangue usciva dal foro, la visione di una forma somigliante al buco lasciato da una pallottola… tutto mi ricordava una ferita inferta a qualcosa che mi permette di fare un’attività che amo, mi sentivo di doverle chiedere scusa. In falesia e su vie sportive arrampico da anni, ma quando si è dall’altra parte, è tutta un’altra storia. 


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