“Sai a chi dovresti fare un’intervista? A Guido!”
Lo conoscevo di fama: autore di guide di arrampicata, alpinista con un curriculum invidiabile (Dolomiti, Monte Bianco, Yosemite e altre montagne), componente del CNSAS, accademico del CAAI dal 1993… in un modo senti parlare di lui, nell’altro no. Mi spiego: se parliamo di affermazioni provocatorie, di discussioni che nascono solo per polemizzare e far parlare di sé, no, di Guido Casarotto non ne ho mai sentito parlare.
E dato che non amo solo le provocazioni, con molto piacere ho accettato il contatto che Augusto mi ha dato, ho scritto a Guido, ci siamo sentiti e finalmente accordati per un’intervista.
Il luogo dell’incontro? Ovvio, in ambiente. Per fortuna ci siamo limitati alla falesia: è dicembre, la nebbia si fa notare in pianura e perfino il settore Anfiteatro di Lumignano ne è avvolto. Eppure mi sento dire “dai, meglio qui che chiusi al bar!”. E come dargli torto? Sapevo che a casa ad aspettarmi ci sarebbe stata una doccia calda.
Dunque, nonostante il freddo, il mix di domande e di risposte è durato più di due ore. E questo è il risultato.
“Su tutto deve dominare il principio della sicurezza, ma non l’assicurazione forzatamente ottenuta con mezzi artificiali in condizioni di evidente pericolo, bensì quell’assicurazione preventiva che per ogni alpinista si basa sul giusto apprezzamento delle proprie forze.” Questo l’ha detto Preuss. Che ne pensi?
La sicurezza si può valutare sotto vari aspetti: può essere una sicurezza psicologica, quindi la presenza di protezioni vicine, ma può essere anche una sicurezza mentale, legata a come e quanto una persona è preparata per affrontare quello che deve fare. Questo è un aspetto che va sempre considerato e quindi introduciamo il concetto di paura. Un alpinista senza paura, come dice qualcuno, è un alpinista morto, perché rischierebbe sempre prima o poi…
Il rischio esiste, quindi se tu riesci a controllare e gestire la paura (non dominarla, che è un concetto diverso), la situazione è sotto controllo: è come per un’auto, finché non vai in riserva, stai tranquillo.
Nel momento in cui tu vai nella zona della riserva, probabilmente dovrai fare i tuoi conti: ‘ci arrivo al prossimo distributore?’. E un alpinista deve chiedersi ‘arriverò a casa?’.
Poi c’è la sicurezza legata agli altri: quando sei in cordata, è una responsabilità di più persone. La sicurezza è intesa anche come fiducia verso il tuo compagno o tra le diverse persone che compongono la cordata.
Mi piace fare il paragone tra gli alpinisti e i piloti della MotoGP: finché vai forte all’inizio, ti senti invincibile e vai al limite dell’impossibile. Quando però cominci a cadere una, due o tre volte, quando inizi a vedertela brutta, allora la tua testa inizia a ragionare su quello che fai. Poi magari hai le stesse prestazioni di prima, ma agisci con la testa e non più con la spericolatezza della gioventù.
È chiaro poi che ci sono dei parametri che non puoi dominare e sono quelli esterni: l’ambiente, il meteo e altri, condizioni che sono sempre da valutare prima di affrontare la salita.
E questo vale anche in altri ambiti. Da trent’anni appartengo al soccorso alpino e quando ti approcci a un ferito, la prima cosa che si fa è controllare la sicurezza del luogo, per non mettere in pericolo la tua e quella degli altri soccorritori.
Quindi vivere l’avventura può anche essere fatto in sicurezza, senza necessariamente agire fuori controllo?
Ognuno si trova e si crea la sua situazione di avventura, limite e sicurezza. Pensa alla solitaria di Alex Honnold su Freeride a El Capitan o quella di Auer sul Pesce: hanno un certo aspetto di spericolatezza, però sono state preparate. Ok, i personaggi sono un po’ particolari…

Se torniamo nel passato, possiamo prendere l’esempio di Renato Casarotto, che ha fatto imprese grandiose in situazioni molto particolari, che lui sapeva gestire molto bene: restare in parete 10, 15, 20 giorni vuol dire avere un’idea chiara di come gestire la situazione, oltre a una eccezionale preparazione fisica e mentale. Pensa a quando ha salito in inverno il diedro Cozzolino*: sono imprese che ancora oggi vengono considerate ‘un passo avanti’ nella storia dell’alpinismo.
Insomma, bisogna stare attenti: la sola spericolatezza può portare a situazioni molto gravi, quindi l’uso della testa va al primo posto.

[*”Nel 1970 Enzo Cozzolino è già uomo di punta della XXX Ottobre. Una personalità fuori dal comune, dotato di una tecnica e una determinazione che non hanno precedenti, o quasi. Dai tempi di Comici Trieste non vede un genio di questo calibro. Non è soltanto la bravura puramente tecnica che stupisce di Enzo, quanto il modo radicalmente diverso di intendere ed interpretare l’alpinismo. A cominciare dall’abbigliamento: abbandona gli scarponi rigidi per tornare alle pedule, spesso veste in tuta e dal mondo della ginnastica mutua l’uso del magnesio. Non è solo stile. È un modo diverso di scalare, di leggere la parete e i movimenti da compiere su di essa. Enzo è già nel futuro mentre la comunità alpinistica ha l’orologio fermo.” Testo di Saverio D’Eredità.]
Torniamo alle affermazioni che vorrei discutere con te. “In sostanza l’uso e l’abuso dei mezzi artificiali, come ogni evento storico apparentemente inutile, è stato utile: ci ha insegnato a privarci dei mezzi artificiali per scoprire (o meglio riscoprire) la grande avventura dell’arrampicata libera pulita e ci ha insegnato pure il sistema corretto per trovare la stessa avventura con quegli stessi mezzi artificiali a cui rinunceremo o dovremmo rinunciare per la riscoperta della libera.” Sono le parole di Motti. Che ne pensi?
L’alpinismo è in continua evoluzione: se pensi agli alpinisti degli inizi, loro hanno cominciato con le vie normali, senza l’uso della corda oppure con i bastoni, o rudimentali ramponi se c’era neve o ghiaccio, e poi sono state introdotte altre attrezzature, come la corda, i moschettoni, i chiodi. E poi c’è stata la progressione attaccandosi ai chiodi e così via. In seguito c’è stata una riscoperta dell’arrampicata più pulita in libera.
Successivamente è arrivato un altro tipo di chiodo, lo spit. Anche lì dipende da come lo usi: puoi progredire in artificiale, puoi aprire una via ingaggiosa, oppure una via plaisir. Ci sono tanti modi per utilizzarlo.
Alla fine è l’uomo che deve decidere come gestire tutto ed è una questione di cultura. E quella alpinistica è importante conoscerla: se uno non sa cosa c’è stato nel passato, difficilmente può capire perché siamo arrivati qui adesso e come tutto sia successo.
Quindi stai sottolineando l’importanza di conoscere la storia dell’alpinismo?
Sì. Quando sali una via, ad esempio, non puoi non conoscere chi l’ha chiodata, come è stata salita, chi l’ha ripetuta, le imprese avvenute su quella via. È chiaro che una parete non può essere conosciuta al 100% da una persona che la sale per la prima volta, come magari invece può conoscerla molto chi l’ha frequentata o la frequenta parecchio, ma un po’ di storia e di informazioni è necessario conoscerle. Soprattutto le vie di certe pareti, la loro storia, sono elementi importanti del nostro alpinismo.
Sono in molti ad affermare che quel che è stato è stato ed è inutile soffermarsi sul passato. I tempi sono cambiati, è vero, ma è giusto conoscere quel che è successo, giusto?
Certo: altrimenti non puoi sapere in che modo siamo arrivati dove siamo adesso nell’alpinismo.
Nell’arrampicata si è sempre dibattuto sull’artificialismo e la libera, ma soprattutto sono modalità che l’alpinismo ha vissuto intensamente. C’è sempre stata una sorta di alternanza: significa che tutto torna sempre o nel futuro si andrà per un’unica strada?
Secondo me non è possibile che ci sia una strada sola. Se ci fosse un’unica strada, sarebbe probabilmente quella dell’apertura in libera. Secondo me ci sarà sempre una via di mezzo, perché ci sono persone che aprono in libera affrontando determinati gradi e altre no.
E poi cosa significa aprire in libera? Se ti appendi a un cliff per piantare un chiodo o uno spit, il mezzo artificiale l’hai utilizzato. La libera in apertura è posizionare chiodi o protezioni veloci senza appendersi a nulla, ma sulle alte difficoltà diventa difficile, a meno che io non abbia un terreno adatto: ad esempio in un ambiente di granito o roccia con fessure, dove posso proteggermi con i friend (e non è sempre così neppure in fessura, ndr).
Ma è ancora possibile trovare qualche parete vergine?
Certo, esistono ancora molte montagne e pareti inviolate: ovviamente sono in luoghi piuttosto remoti e che richiedono approcci impegnativi.
Anche qui ci sono ancora pareti dove si possono creare dei nuovi itinerari bellissimi, ma chiaramente non saranno più quelli che una volta chiamavano ‘i grandi problemi delle Alpi’. Ad esempio, non troverai più la Nord del Cervino.
Può essere una nuova visione quella di ripetere le grandi vie della storia, in libera, senza corda o in modalità diverse, o magari senza utilizzare le protezioni che ora riempiono le immense pareti e parecchi itinerari storici?
È un po’ difficile qui dare una risposta unica, perché molte di queste cose si fanno da tempo.
Per quanto riguarda le solitarie, ne ho fatte, ma tutte auto-assicurandomi con la corda. Uno può scegliere di salire senza corda, ma chi lo fa teniamo presente che è per un breve periodo (parlando di alte difficoltà).
Ripetere in libera vie che prima si salivano in artificiale è sempre stato fatto: negli anni ’80 e ’90 cercavamo proprio questo. Era il periodo in cui è stata aperta la scala dei gradi, per non parlare dell’avvento delle nuove attrezzature: la scarpetta da arrampicata ha aiutato moltissimo a fare un salto di qualità.
Secondo te questa evoluzione della tecnologia nell’arrampicata toglie un po’ quel romanticismo, se c’è mai stato, nell’affrontare le vie?
Secondo me no. È un modo diverso. Se il romanticismo è rischiare, è un altro discorso. Se invece un alpinista vuole arrampicare in modo pulito, con protezioni pulite, che male c’è? Così si garantisce una sicurezza superiore, ma senza alterare nulla. È quello che i friend moderni ti permettono di fare. Tu pensa che quando sono stato in California negli anni ’90 si riusciva a scalare delle vie in libera mettendo le dita nei buchi creati dai chiodi piantati e tolti tante volte. Con i friend ti proteggi e non alteri la roccia.
Cosa spinge un alpinista a fare solitarie?
Ti dico il mio pensiero. A me piace arrampicare con gli amici o mia moglie per condividere l’esperienza. Mi piace scalare in compagnia, ma a volte secondo me è giusto provare a essere da soli a gestire tutta la situazione. Le solitarie che ho fatto io, le ho fatte perché mi piaceva l’idea di affrontare esperienze che mi facessero capire fino a che punto potevo arrivare, oltre a comprendere come altri alpinisti hanno affrontato grandi imprese in quello stile.
Ti faccio un esempio: pensa al trittico del Monte Bianco dove Renato Casarotto da solo per molti giorni ha dovuto gestire, oltre alle difficoltà tecniche, anche tutti gli altri aspetti (alimentazione, sonno e altri): probabilmente capisci meglio queste straordinarie imprese se le analizzi con più attenzione.

Quindi il tuo è stato più un esperimento che una ricerca di solitudine?
Sì, anche se è capitato che ci sia stata anche una ricerca della solitudine. Ma ognuno trova la sua motivazione per fare una solitaria.
Ti sei mai sentito solo quando hai fatto le tue solitarie?
No. Perché quando le ho fatte, ero consapevole di quello che facevo, ero molto concentrato ed era un’esperienza limitata a una giornata.
Se stai più giorni in parete con i bivacchi, hai tutto il tempo per riflettere e pensare. Se invece affronti una solitaria in giornata, è diverso: ad esempio non hai il tempo di pensare quando recuperi il tuo compagno in sosta. Se sei da solo in giornata, resti sempre concentrato: quando sali da primo, quando scendi e ti devi sistemare tutto, la terza volta quando risali e devi controllare che non manchi nulla. La tua attenzione è perennemente attiva sulle tue azioni.
“La generazione del filo a piombo si è ormai affermata e senza tanti riguardi ha ucciso l’impossibile. Chi non vi si oppone si rende complice dell’assassinio, e quando poi gli alpinisti apriranno gli occhi e si accorgeranno di quel che è venuto loro a mancare, sarà troppo tardi: l’impossibile, e con esso l’ardimento, sarà sepolto, marcito e dimenticato per sempre.” Cosa ne pensi del pensiero di Messner?
Gli errori aiutano a capire e imparare.
Ad esempio le vie con chiodi a pressione sono state un ‘errore’, una scelta non molto etica o romantica per l’alpinismo, ma sono servite per farci comprendere molte cose.
Ma definirlo un errore implicherebbe che ci siano degli standard, delle regole…
Esattamente. Questo è il mio pensiero, ma un alpinista che ha vissuto quell’epoca potrebbe rispondermi ‘allora si scalava e si apriva così’.
Chissà tra cinquant’anni: i figli dei miei figli avranno macchine ecologiche e diranno ‘guarda cosa hanno combinato quelli di due generazioni fa’. In tutto ci sono i pro e i contro. E qui entra in gioco la conoscenza.
Se tu dai la possibilità alle persone di conoscere, di migliorare la loro cultura, sono più consapevoli di quello che fanno e di quello che possono fare. È anche vero che oggi siamo bombardati da informazioni, tra le quali molte sono false e rischiano di produrre l’effetto contrario, ma qui sta a noi filtrare.
Ma perché secondo te Messner se l’è presa tanto con l’assassinio dell’impossibile? Per lui è indispensabile che esista l’impossibile?
A quanto ne so io lui ha provato a cercare l’impossibile in tutto quello che ha fatto. Ha raggiunto tutti i 14 8000, ha fatto grandi salite su neve, straordinarie salite su roccia, anche in arrampicata libera, superiori a quelle che si era soliti scalare in quell’epoca. Secondo me lui intendeva che ‘se io continuo per questa strada, posso fare tutto, perché non c’è più un limite, basta semplicemente avvicinare il chiodo’.
Poi qualcuno ha cominciato a vederla in maniera diversa e molto è cambiato.
Qual è l’obiettivo di un alpinista?
Ognuno cerca di trovare il suo, che poi sposta in continuazione.
È come se mi chiedessi cos’è l’alpinismo: se io riuscissi a rispondere a questa domanda, avrei risolto l’ultimo dei grandi problemi della storia dell’alpinismo (ride).
Davvero sarebbe l’ultimo?
Questo sarà sempre l’ultimo, anche perché a tutti viene rivolta questa domanda e ci si perde nel rispondere.
Cos’è l’alpinismo? Ha un aspetto sportivo perché ha una prestazione fisica, ma non è uno sport. Ha aspetti mentali, psicologici, etici. Anche culturali: ecco perché bisognerebbe fare cultura dell’alpinismo, spiegare cosa è successo prima, come siamo arrivati a quel che siamo adesso.
E trovami uno sport che abbia così tante correnti di pensiero, impossibile! Anche per questo non è uno sport.
Non puoi paragonare l’alpinismo a nessuna attività sportiva. Forse alle grandi avventure esplorative. Probabilmente ognuno di noi avrebbe una sua interpretazione in base al proprio punto di vista.
Si può dire che è uno stile di vita?
Fino a un certo punto lo puoi anche dire: mettendo da parte chi lo fa per lavoro, come le guide alpine che hanno come obiettivo vivere di alpinismo, per chi lo fa per passione in alcuni momenti è anche totalitario, tra allenamenti, concentrazione e grande salita ad esempio. Ma nella vita ci sono anche altri aspetti come la famiglia, il lavoro, gli amici, le passioni…
Certo è che se tu devi raggiungere un obiettivo nell’alpinismo, devi prepararti adeguatamente, avere le conoscenze tecniche per raggiungere quel traguardo e altre necessità che ti lasciano poco tempo libero.
Spesso l’alpinismo influenza il modo di vivere, giusto? Ricordo quando intervistai un alpinista che mi disse: “quando andavo io in montagna, sabato e domenica si scalava, lunedì ci si riposava e martedì si pensava già a prepararsi per la scalata del fine settimana successivo”.
Sicuramente, almeno in una parte della propria carriera alpinistica, possiamo considerarla un’attività totalizzante. Insomma, sì, sotto l’aspetto alpinistico funziona praticamente così. Poi dipende da alpinista a alpinista e dalle varie situazioni che ti presenta la vita.
Qual è la tua idea di arrampicata? Mi spiego: a tuo parere e tralasciando le diverse eccezioni (eventi straordinari di messa in sicurezza o altro), è più soddisfacente una libera su una via che sappiamo possibile in base alle nostre capacità e riservare agli allenamenti lo spingersi al limite, oppure è indifferente, basta raggiungere la vetta?
Io sono sempre dell’idea che quando fai una salita, questa deve essere adeguata alle tue condizioni fisiche e mentali di quel momento. Non ha senso, secondo me, che uno vada a fare una via molto dura e poi tira quasi tutti i rinvii.
Io penso che sarebbe meglio salire una via con qualche grado in meno, che sicuramente darebbe più soddisfazione, e poi in base alla preparazione, alzare l’asticella e quindi spostare il tuo limite.
Siccome l’arrampicata è un modo di fare, un modo di pensare, siamo liberi di scegliere, ognuno decide di fare quello che vuole.
Quindi supponiamo che io ti dicessi che ho salito una via di 7a obbligatorio e ho tirato tutto o quasi, cosa mi diresti?
Ti chiederei ‘ti sei divertita?’. E con divertita intendo ‘è stata un’esperienza positiva e di soddisfazione?’.
No.
Ecco, ti sei risposta da sola.
Ma secondo te c’è chi si diverte ‘tirando tutto’?
Può darsi, perché c’è sicuramente qualcuno che si è dato come obiettivo di salire una determinata via, costi quel che costi.
Io se non sono preparato per salire una determinata via, abbasso la mia soglia e vado a fare una via più semplice che sicuramente mi darà più soddisfazione.
Uscire da una parete e dire ‘ho tirato il 90% dei rinvii’, non mi sembra porti grande soddisfazione.
È una scelta libera, non te l’ha ordinato il dottore di salire una determinata via. Altrimenti torniamo al pensiero delle vie gocce d’acqua salite con una sfilza di chiodi a pressione.
Quando ho iniziato ad arrampicare più di quarant’anni fa, sono entrato nella mentalità di quegli anni in cui c’erano Mariacher, Manolo e altri che parlavano della libera: era un periodo di transizione, ma il concetto della libera era entrato in me e l’ho portato sempre avanti.
Quando partivo per affrontare una via, la mia idea era quella di salirla in libera. Anche vie prevalentemente in artificiale, come ad esempio lo Spigolo degli scoiattoli alla Ovest di Lavaredo, che ricordo averlo salito con Tranquillo e Placido.

Un tuo ricordo?
Quando io e Luigi Billoro abbiamo salito la Via attraverso il pesce (itinerario aperto sulla sud della Marmolada da Igor Koller e Jindrich Sustr dal 2 al 4 agosto 1981 – prima ripetizione: Luisa Iovane, Heinz Mariacher, Bruno Pederiva, Maurizio Zanolla Manolo nel 1984 – prima rotpunkt: Heinz Mariacher e Bruno Pederiva nel 1987, ndr): è stata un’esperienza completa: salire una via mitica, di alta difficoltà, ma soprattutto perché eravamo una delle prime cordate di no big che la ripeteva.
È il grado a fare l’alpinismo?
No. Ho avuto la fortuna di ospitare a casa mia a cena, dopo un evento a Vicenza, Igor Koller e abbiamo parlate di molte vie: per lui erano più alpinistiche alcune vie che avevano difficoltà contenute, ma poche protezioni e qualità della roccia non delle migliori, rispetto a vie di difficoltà tecnica decisamente più elevata.
Vedi? In alpinismo è tutto relativo.
È più difficile una via di ottavo grado con un chiodo sicuro ogni metro o una via a spit con una protezione ogni 10 metri? Anche se le protezioni sono più sicure, queste sono comunque molto lontane ed entra in gioco la testa. Più che il chiodo a far grado, mi viene da dire che è la protezione a farlo. Poi dipende anche dall’ambiente, dove si trova una parete, che magari ha poche protezioni però è integrabile molto bene. Ce ne sarebbero di cose da dire!
Arrampicata è libertà, eppure c’è chi dice che esistono delle regole… se ci sono, quali sono? E se ci sono davvero, non è un controsenso?
L’abbiamo detto prima: l’alpinismo non è uno sport. Se fosse uno sport, ci sarebbero regole vere e proprie, scritte. Nell’alpinismo vige il buon senso delle persone, delle regole non scritte. Prendiamo un esempio semplice: nella Sud della Marmolada tu andresti ad aprire una via con uno spit ogni metro?
No, perché è una parete che ha una sua storia, le altre vie sono state aperte in un altro modo. C’è scritto da qualche parte? No, è il buon senso. È un po’ come la regola della vita: dove finisce la tua libertà? Dove inizia quella degli altri. Questo vale anche per l’alpinismo.
Se guardiamo l’alta quota, un altro esempio, c’è il dilemma tra ossigeno e non ossigeno, corde fisse o meno. È necessario considerare questi aspetti, perché variano molto l’esperienza che vivi. C’è chi sale senza ossigeno, c’è chi sale con l’ossigeno e se lo porta lui, c’è chi sale con l’ossigeno che si fa portare dallo sherpa.
Quindi non c’è una regola, bensì il buonsenso. Perché nell’alpinismo non c’è uno statuto, non ci sono regole scritte.
Quando qualcuno ripete una via e poi di ritorno polemizza sul fatto che sia troppo chiodata o al contrario poco protetta, cosa significa? Che l’apritore è meno bravo o più bravo di te?
Ripeto, tutto sta nel buonsenso delle persone. Sei tu che hai scelto di ripetere quella via.
E la falesia?
La falesia è una questione diversa. Oggi, che si voglia o no, entra in gioco la responsabilità di qualcuno.
Però da una falesia nata per l’allenamento alla montagna a una falesia adibita alle performance sportive e soggetta alla burocrazia, l’evoluzione, o l’involuzione, c’è stata…
È come la legge sull’ARTVA, pala e sonda. Quando, dove, perché? Tutti a comprare il kit ma quanti lo sanno utilizzare? Basta averlo per non essere multabili, ma siamo sicuri che questo basti per aumentare la sicurezza?
Dov’è il confine tra passeggiata ed escursione?
Tutte queste regole, più o meno precise, sono il frutto della nostra attuale società alla costante ricerca in ogni ambito di regole e responsabili.
Torniamo all’alpinismo. Ora ti elenco qualche termine: anarchia, egoismo, narcisismo, solitudine, testardaggine, arroganza. Quali prendi e quali togli nella lunga descrizione dell’alpinismo?
Tutti li prendo! Tutti, ma non per tutti ovviamente. Ognuno è da abbinare a diversi soggetti.
Qualcuno mi ha detto che gli alpinisti sono egoisti…
Diciamo che l’alpinismo è un’attività molto individuale ed esiste un egoismo molto strano. Qualcuno tiene tutto per sé, mentre altri forniscono mille informazioni al solo scopo di apparire. Altri, invece, lo fanno per divulgare informazioni utili.
Lo chiamiamo narcisismo, allora?
Alcuni hanno questo modo di fare, per cui bisogna pubblicare qualsiasi cosa subito, dalla cascata di ghiaccio, alla via, al tiro in falesia, alla passeggiata con gli amici. È il tipico mondo dell’apparire dei nostri giorni. Lo possiamo chiamare narcisismo.

Ovviamente non esiste solo questo: si può anche mettere a disposizione degli altri le proprie conoscenze nel mondo dell’alpinismo e della montagna per altre finalità.
Io l’ho fatto mettendo il mio tempo e le mie capacità a servizio del soccorso alpino e ho scritto due guide perché ho pensato che potesse essere interessante fornire agli altri la possibilità di frequentare le nostre montagne con uno strumento informativo utile.
Se sono riuscito a farlo bene o male, non lo so! Ho cercato di fare meglio che potevo e l’ho fatto come pensavo fosse giusto.
Adesso andiamo in America, precisamente in California nella Yosemite Valley. Come si arrampica lì? Quali differenze hai respirato nel modo di interpretare l’arrampicata lì rispetto al nostro?
Eravamo negli anni ’90. In quel momento era già affermato il mondo americano qui da noi, erano arrivati i famosi libri, le foto… anch’io, come tanti altri alpinisti, volevamo scoprire, e magari vivere, il sogno americano. C’è chi va in America per andare a Las Vegas e chi ci vuole andare per scalare. Noi ci siamo riuniti in un gruppo e abbiamo deciso di andare a vedere dal vivo questo posto, per renderci conto di come fosse. Non avevamo molto tempo e ce ne sarebbe voluto di più, perché per visitare un ambiente diverso dal nostro, con un modo di pensare differente, ci vuole anche un periodo di ambientamento, per prenderci mano. Pazienza, era comunque un’occasione da non perdere.
Siamo partiti con alcune vie per ambientarci come The Royal Arches Route.
Lì si arrampicava senza casco e quindi anche noi l’abbiamo fatto, probabilmente per non farci riconoscere come ‘italiani’! (Ride)


Sempre per prendere mano, abbiamo anche salito East Buttress a El Capitan, una linea da poter scalare in giornata.
E poi abbiamo salito la Regular Northweest Face alla Half Dome (cima granitica nel parco Yosemite, chimera di molti scalatori e appassionati, ndr). L’abbiamo arrampicata in stile alpino, com’era il nostro modo: siamo arrivati all’attacco, nel pomeriggio abbiamo attrezzato i primi due tiri e il giorno dopo abbiamo scalato con due zainetti leggeri, senza saccone. Quando siamo usciti, abbiamo scelto di bivaccare in vetta, così da goderci lo spettacolo del tramonto e dell’alba.
Che aria si respirava lì?
È un ambiente un po’ particolare. Ricordo che di fianco a noi all’attacco della Half Dome c’era un’altra cordata di alpinisti americani a cui abbiamo chiesto cosa volessero fare e loro ci hanno indicato Tis-Sa-Ack: prevedevano di stare in parete almeno 10 o 15 giorni. Lì in molti fanno così: partono con grandi sacconi, parecchio materiale…
A proposito di sacconi, ricordo quando sempre sulla Half Dome un episodio: dopo aver percorso la Thank god ledge ho dovuto liberare un saccone incastrato di una cordata di canadesi che erano in parete da tre giorni.
Una vita in parete, insomma.
Sì, loro hanno questa concezione (Big Wall), questa mentalità della vita in parete, al contrario di noi che volevamo fare tutto in poco tempo, anche perché di tempo ne avevamo poco a disposizione.
Be’, qui in Italia le condizioni per arrampicare sono diverse e tanto tempo in parete sarebbe meglio non starci.
Sì, qui le condizioni sono differenti, come il modo di pensare: loro si portano su di tutto, senza badare al peso, noi invece scegliamo, se possibile, l’essenziale e la leggerezza.
Sicuramente è stata un’esperienza positiva, che ci ha fatto conoscere anche il concetto americano di un’arrampicata alquanto cantieristica, rispetto a quella a cui siamo abituati noi. Oggi anche loro stanno cambiando un po’ mentalità: vedi ad esempio la corsa ai record di velocità in parete.
Più recentemente ho avuto la possibilità di conoscere un altro tempio dell’arrampicata americana: Indian Creek nel deserto dello Utah.

Ho avuto la possibilità di salire alcune tra le linee più famose come Supercrack of the desert, Incredible Hand Crack, fessure su arenaria che si superano a incastro, tecnica totalmente diversa da come siamo abituati noi nei nostri luoghi.
Mettere in secondo piano la vetta per vivere la dimensione dell’arrampicata. È un po’ questo che diceva Motti quando parlava di Nuovo Mattino. Ebbene: oggi è un concetto morto e sepolto, è sempre vissuto in alcuni alpinisti oppure sta risorgendo dalle ceneri?
Se all’inizio l’alpinista scalava le montagne per arrivare in vetta, adesso spesso vai per arrivare in cima a una parete. Può essere anche una parete minore su zone montuose dove per decenni non ci è mai andato nessuno, perché sono luoghi che non erano neanche presi in considerazione nel passato.
Secondo me c’è sempre stato chi ha portato avanti questa idea, in un modo o nell’altro. Mi vengono in mente i fratelli Remy in Svizzera*, che hanno aperto vie su pareti che non hanno una vetta. Oppure pensa al Verdon, dove addirittura per salire una via devi prima scendere dalla cima.
Dunque è un modo diverso di approcciarsi: non è più un alpinismo di vetta, ma di montagna in tutti i sensi. Il bello è che così si valorizzano anche montagne minori, pareti minori.
Qui entra in gioco anche il gusto dell’estetica: la ricerca di una parete con una roccia bellissima e divertente da scalare, anche se non si raggiunge una vetta.
Una volta la concezione era questa: l’alpinista era chi arrivava a una vetta, sia per la via normale, sia per altre vie. Adesso è un alpinista anche chi arrampica su una parete laterale, anche chi arriva a un anticima. E poi non è da sottovalutare la confusione che a volte si fa tra alpinista e arrampicatore: possiamo discutere giornate a stabilire chi considerare l’uno e chi l’altro.
[* “Pionieri nel corso della crescita dell’arrampicata come sport popolare, i fratelli Remy hanno iniziato ad aprire nuove vie in Svizzera nel 1970. Da allora, hanno accumulato una sorprendente serie di prime salite, assicurando migliaia di leggendarie vie in tutto il mondo, incluse circa 15.000 lunghezze. In Svizzera, non esiste una grande parete che non sia stata plasmata dall’incessante ricerca esplorativa dei fratelli Remy, da Les Diablerets a Sanetsch, Grimsel, Gastlosen e i Wendenstöcke.” Fonte: mammut.com]
Ti va di farmi un breve riassunto sulla differenza tra arrampicatore e alpinista?
È un po’ difficile, perché in realtà l’alpinista è anche un arrampicatore, mentre il contrario potrebbe non esserlo: un arrampicatore è anche un boulderista o uno che arrampica solo su plastica indoor. Questo risulta un concetto un po’ strano per la nostra generazione, nata e cresciuta sulla roccia.
Dobbiamo però stare attenti a far capire una realtà: cosa significa andare su roccia?
Mi è capitato di trovare in falesia dei ragazzi che discutevano per trovare il modo di passare in un punto e parlavano di una sequenza di prese paragonandola a quella che avevano provato in sala boulder.
Dunque significa che una via su roccia diventa semplicemente una sequenza di prese su più tiri? Direi di no. In una palestra sali prendendo solo le prese rosse, perché non valgono le gialle; su roccia non c’è divieto: prendi tutti quegli appigli che ritieni siano più utili per superare il passaggio. Altrimenti alla fine l’arrampicata si riduce banalmente a una sequenza di prese.
Secondo me in molti ragazzi, e non solo, manca questa differenza. Una mancanza che probabilmente è dovuta al passaggio repentino dalla plastica alla roccia, senza capire cosa significa: non cambia solo il materiale su cui appoggi mani e piedi, vai su un altro mondo.
È un po’ una questione culturale: il Club Alpino Accademico Italiano, di cui faccio parte, sta cercando di diffondere questi concetti soprattutto nei giovani, attraverso incontri, convegni, eventi e pubblicazioni.
Ad esempio nel meeting organizzato per i giovani in Valle del Sarca nel 2024 abbiamo iniziato proprio raccontando la storia alpinistica della valle, parlando di sicurezza sull’uso dei materiali e di etiche di salita.
In ambiente è indispensabile avere una conoscenza completa di cosa vuol dire fare alpinismo: devi avere un bagaglio completo e in primis una buona conoscenza delle manovre di corda e del fare sicura.
Cambiamo un attimo strada. Salvo eccezioni, l’uomo è più forte della donna per natura. Ma per fortuna nell’arrampicata e nell’alpinismo la forza non è l’unico elemento che conta. Come lo vedi il futuro con l’ingresso prorompente delle donne in questo mondo, che nel passato è stato dominato dagli uomini?
Nel passato le donne sono state penalizzate, come in molti altri ambienti (lavoro, famiglia, politica, sport…).
Ma la presenza delle donne è in realtà una grande potenzialità. Hai tante tipologie di arrampicata e quindi anche tante possibilità che ognuno sviluppi le proprie capacità. Magari la via che richiede una forza straordinaria potrebbe essere più congeniale a un uomo, ma la via più tecnica a parità di difficoltà può riuscire a salirla meglio una donna.
E poi c’è da dire che le difficoltà massime raggiunte si stanno parecchio avvicinando tra uomini e donne.
Nel futuro prevedo che ci sarà una grande evoluzione, sia sotto l’aspetto dell’arrampicata, sia sotto l’aspetto dell’alpinismo. Se parliamo ad esempio di cordate femminili, una volta era raro vederle, oggi ne trovi spesso, è una normalità. E così dovrebbe essere.
Dove si andrà non lo so: sicuramente è importante che le donne siano presenti nell’arrampicata e nell’alpinismo, perché la parità arricchisce.
In un mondo che è stato da sempre prettamente maschile, la presenza delle donne è un bene o un male?
Sicuramente un bene. E poi si sa: le donne comandano anche nella vita! (Ride)
Voglio farti un’ultima domanda. Che in realtà non sarebbe ultima, ma non possiamo stare qui giorni a parlare. Siamo figli della nostra epoca e siamo inevitabilmente influenzati dalla società, ma è possibile nell’alpinismo pensare fuori dagli schemi e magari rivivere le emozioni del passato? Meno ‘fare prestazione’ e più ‘vivere la montagna e l’arrampicata nella sua bellezza e, perché no, spiritualità’.
Io quando salgo una via, storica o moderna che sia, provo delle emozioni, che possono nascere da tanti fattori: bellezza della via, aspetti storici, fatti accaduti…
Per me una via non è solo una sequenza di appigli.
Scelgo una via perché mi ispira per qualche motivo e cerco di non essere totalmente influenzato dagli agenti esterni come i post pubblicati sui social.
Infatti ci sono molte vie che non sono pubblicizzate e che magari sono molto più belle di quelle che tutti vanno a salire. Dunque sì, siamo inevitabilmente influenzati dalla società, ma resta comunque a noi la scelta di cosa fare. Ed è una scelta che puoi fare soltanto se hai una base di conoscenze.
Se ti affidi solo a quello che vedi o senti da altri, non è più una tua scelta, ma una decisione che prendono altre persone per te.
E se scegli di salire una via storica, ci fai un ragionamento sopra: ad esempio quando ho scalato la Vinatzer in Marmolada, ho pensato a quegli anni e ho immaginato con che attrezzatura hanno affrontato quelle placche.
Ma se uno non sa nemmeno chi e quando ha aperto una via del genere, la scalata perde a mio parere il suo fascino e, per quanto poco, il suo grande valore.
Certo, giusta o sbagliata che sia, la motivazione la trovi tu, quella che ti permette di vivere l’arrampicata nell’unico vero modo: il tuo, in piena libertà.
Quello che cerco di dire è quanto è fondamentale che ci sia un vero motivo, un qualcosa che ci spinge a salire determinate vie, non perché queste vengono pubblicizzate o per sentito dire. Deve esserci qualcosa che ti stimola, non perché il tuo amico ti dice che quella via è fantastica. È tutto soggettivo e penso sia importante trovare il proprio motivo e non quello dettato da altri.
Grazie Guido!
L’ho già scritto, probabilmente parecchie volte: i grandi alpinisti, almeno una buona parte, a mio parere si contraddistinguono anche per la loro umiltà. Ho conosciuto Guido per pochissimo tempo, ma ho percepito questo. E nella mia vita ho imparato che la maggior parte delle volte la prima impressione è quella giusta.
Nel mio piccolo cerco di vivere di esperienze, non di sentito dire, però ascoltare chi ne sa più di me, molto più di me, lo considero importante ed educativo, oltre che interessante e affascinante. A molti alpinisti non è più possibile fare domande e alcuni hanno lasciato ben poche testimonianze scritte o visive, ma hanno firmato la loro storia nella roccia e tutti, proprio tutti, vivono ancora nei racconti di chi li ha incontrati, conosciuti e di chi magari ci ha pure scalato insieme.
Certo esistono racconti, libri, fotografie e filmati che non solo divulgano informazioni, ma parlano anche di sensazioni, riflessioni su quello che riesce a dare la montagna, la scalata. Eppure parole, voci e sguardi possono anche avere origine dal più bravo scrittore mai esistito, dal regista più famoso o dall’alpinista che meglio sa esprimere le proprie emozioni, ma tutto è solo una piccola, minuscola parte di ciò che realmente accade in parete. Quel qualcosa ti entra dentro ed è impossibile comunicarlo, resta lì e non esce più. Talvolta le delusioni cercano di annullarlo. Ma come un fossile rimane, un basso rilievo che ha inciso la mente e l’anima.
Indagare e scrivere in una continua ricerca di quel qualcosa a cui non riesco a dare un nome è un po’ come la conquista dell’inutile: forse non ha un senso, non porta a risultati quantificabili o perlomeno collegabili all’utilità come di solito la si intende.
Tentare di raccontare qualcosa che non ha nome e non potrà mai essere definito, perché scolpito in un luogo invisibile, astratto, rimarrà comunque una delle esperienze più belle che io abbia mai fatto e che io possa fare.


Di’ la tua!