Mauro Florit è istruttore di alpinismo al CAI dal 1987, istruttore nazionale di arrampicata libera dal 1990 e Accademico del Club Alpino Italiano Orientale dal 1994. Se non basta, possiamo anche aggiungere qualche altro titolo, ma quel che importa sono le persone che ci stanno dietro a quei titoli, il loro valore, la loro simpatia, i messaggi che riescono a trasmettere. E dietro a questi titoli c’è davvero una bella persona, un grande alpinista, ma anche un uomo, che riesce a stare pure con i piedi per terra, che ironizza sull’irriverenza, che gioca con le parole, che ipnotizza con i suoi racconti, che non ha assolutamente paura di dire la sua e che le virgole fuori posto le lascia lì dove sono. Perché la libera espressione e le opere d’arte, a terra e in parete, sono un regalo troppo grande per non essere scartato e vissuto.

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Ma sai che ultimamente sto viaggiando parecchio dalle tue parti? La scorsa settimana ero sul Bostel a scalare: ho salito alcune vie di Tranquillo Balasso, mi piacciono molto. In inverno basta che ci sia il sole e lì scali benissimo. I suoi itinerari hanno una logica alpinistica, una bella etica: non vanno su tanto per salire, ma cercano la strada facile nel difficile. E poi Tranquillo è un bravissimo chiodatore, perché piantare i chiodi su quella roccia non è così semplice. L’ultima che ho salito è la Rosa di Natale, la via che ha aperto sopra Disequilibrio.

Scoop: mi stai dicendo che di tutte le vie di tutti gli alpinisti più famosi che hai salito, le linee che ti piacciono di più sono quelle di Tranquillo Balasso?
(Ride) Sono tra le ultime che ho ripetuto e devo dire che mi piacciono molto, sono divertenti e sono belle linee. Un altro capitolo sono le piastrine artigianali, dove spesso non ti entrano certi tipi di rinvii, ma anche questo è un aspetto che contraddistingue gli itinerari e la firma dell’apritore.
E il posto è proprio bello: ci sono venuto spesso nelle vostre zone in settimana e mi è piaciuto anche il fatto di non trovare mai praticamente nessuno, non solo sulle vie, ma anche sul posto. Cosa vuoi che ti dica: mi piace molto parlare con le persone, ma più invecchio e più sono felice se in montagna trovo meno gente possibile. Non amo il chiasso, ma la tranquillità.




Già, le Piccole Dolomiti sono una gran bella palestra, ma non è sempre semplice o affascinante arrampicare su una roccia spesso non perfetta come quella di Arco o altre zone. Sono molti a preferire ambienti alpini dove la sicurezza di trovare bella roccia e begli itinerari è vicina al 100%.
Ma lì da voi è proprio bello, mi piace: è facile raggiungere le vie, semplice il ritorno, sono posti tranquilli…
E poi sai, da queste parti (in Friuli Venezia Giulia, ndr) siamo abituati a viaggiare tanto: per noi montare in macchina e fare due o tre ore di viaggio è normale. Sono stato anche in giornata a scalare ad Arco, e partire da zona Trieste non è poi un viaggio così corto. Ma tanti amici che ho dalla parte ovest fanno sempre parecchia fatica a girare il volante verso est! (Ride)
Capisco che uscire dalla porta di casa e trovarsi già quelle montagne è molto comodo, ma a volte il bello è proprio visitare posti nuovi, anche se lontani.
Da noi spesso la fama delle Carnie e delle Giulie è collegata alla roccia marcia, ma non è vero. Nelle Alpi Carniche ci sono vie che se non fossero lì ma in Marmolada, sarebbero considerate meravigliose. Ad esempio sulla parete sud delle Chianevate ci sono zone di roccia meravigliosa e altre con una roccia che è un disastro, basta chiedere consiglio a chi ha esperienza del posto.
Davvero, qui ci sono vie che se le metti a Cortina, ci sarebbe colonna. E poi qui c’è poca gente, si scala tranquilli.
Ma se vuoi conoscere anche qualcos’altro di particolare qui in zona, ci sono dei posti che devi assolutamente visitare: hai mai sentito parlare della Napoleonica? È un luogo dove si scala vicino a Trieste: ci sono tantissime vie, ma si può anche arrampicare senza corda a pochi centimetri, o metri, da terra e invece di salire in verticale, ti sposti in orizzontale. Negli anni, da quando durante la guerra molti non potevano andare in Val Rosandra perché occupata, molti si spostavano in questa zona, che diventò il laboratorio del gesto: qualcuno che arriva lì potrebbe avere qualche dubbio per gli appigli un po’ lucidi, dato che in quel posto si scala dagli anni ’40, ma il bello è che puoi andarci anche da solo, in estate la mattina presto e durante l’inverno la sera, perché il sole tramonta in mare ed è completamente davanti alla parete. È un posto molto particolare, dove sono passati Cozzolino, Comici e molti altri, e ognuno ha lasciato un passaggio. Qui da noi non li chiamiamo boulder, ma passaggi. Tu pensa che negli anni ’70 lì hanno realizzato dei passaggi che osservandoli oggi si capisce quanto fossero molto più avanti rispetto a quei tempi: adesso sono gradati fino al 7A+ boulder (la X di Giorgio Ramani)! E una volta non c’erano i crash pad, ma i materassi, quelli da camera da letto. Devi assolutamente visitare la Napoleonica!

Sarà fatto. E ora cominciamo con la vera intervista: la domanda non era in programma, ma voglio chiederti in che periodo storico ti collochi.
Il mio periodo è finito, nel senso che io continuo a scalare perché è una mia passione, che è nata quando avevo 16 anni ed è uguale a quella volta. I tempi sono cambiati, anch’io sono cambiato, quindi mi adatto a come sono: è la giusta evoluzione.
Posso dirti che era un periodo bello: avevamo tante possibilità per scalare e per aprire vie nuove, che per me è sempre stata la ciliegina sulla torta, perché ripetere una via è sicuramente bello, anche perché ogni via ha una storia, ma appoggiare una mano su un appiglio che non ha mai preso nessuno e arrivare in un posto dove non è mai arrivato nessuno è come, nel nostro piccolo, fare gli esploratori… Ti senti un po’ come Indiana Jones o Magellano. È bellissimo andare in luoghi inesplorati.

Mi ha colpito quando hai detto “il mio momento storico è finito”.
Il mio momento storico per fare qualcosa di nuovo: adesso cerco di divertirmi, anche perché tu puoi parlare di alpinismo quanto vuoi, ma la cosa più importante è divertirsi. Altrimenti è inutile farlo.

Però mi hai appena detto “adesso comincio a divertirmi”. Adesso? E prima?
No, no: il divertimento è sempre stato la mia molla, la voglia di provare, di conoscere, perché mi è sempre piaciuto quello che ho fatto.
“Avere una passione è il più grande augurio che puoi fare a una persona.”
Una passione qualunque ovviamente, non parlo solo di alpinismo. Io vedo molta gente che si lascia vivere, che la vita se la lascia scorrere davanti e ogni giorno è uguale. La passione dà un senso alla vita: una piccola parte del tuo cervello nella tua routine quotidiana pensa alla passione e questo ti porta a raggiungere obiettivi, ottenere ciò che vuoi. Per me è irrinunciabile.
A me fanno paura le persone che dicono di avere dei passatempi: solo la parola mi fai inorridire, fare qualcosa per far passare il tempo. Ma ti rendi conto che il tempo passa con una velocità impressionante? Semmai io vorrei un rallenta-tempo!











Hai parlato di etica, filosofia, onestà… Voglio chiederti, in base ovviamente alla tua esperienza come alpinista, se hai mai incontrato regole. E se esistono, vorrei che tu mi spiegassi la differenza tra le regole oggettive e quelle soggettive.
In alpinismo secondo me più che regole ci sono usanze, perché le regole sono quelle scritte, e per avere una regola devi anche avere qualcuno che controlla che questa venga rispettata. In alpinismo non c’è un giudice, un controllore. C’è nelle gare, ma quella è arrampicata sportiva ed è tutta un’altra storia.
“In alpinismo sei da solo, sei tu che decidi tutto e forse è proprio il non avere regole la bellezza della nostra attività.”
Hai una tua etica, se così possiamo chiamarla, e quella del Mauro del 2025 non è più la stessa del 2000 o di quarant’anni fa: è un’etica che si evolve, che cambia. E trovo che una delle cose più importanti sia avere rispetto per la propria etica e per quella degli altri. Ognuno deve avere la possibilità di esprimersi nel suo modo, ovviamente senza danneggiare le persone che gli stanno intorno.
Ci sono sempre più giovani che aprono vie: tante sportive, ma anche alpinistiche, con una loro etica, con un loro modo di rispettare la montagna e la storia. Tu cosa consiglieresti a questi ragazzi?
Gli direi innanzitutto che prima di aprire una via bisogna averne ripetute tante, perché solo ripetendo altre linee ti puoi creare la tua idea: salendo altri itinerari comprendi i diversi modi di aprire vie e poi riesci a crearti la tua idea personale di come chiodare.
Quindi salire vie di tanti alpinisti, provare diversi stili e quindi etiche differenti. E poi la via deve essere quella giusta per quella determinata montagna: non c’è una via che va bene per qualsiasi parete.
Come fai a capire quando una via sta bene in quella montagna?
Solo con un po’ di esperienza: se studi e comprendi come sono altre vie, lo capisci. Ma sia chiaro: non c’è una regola prestabilita, non devi firmare un documento o dare spiegazioni. È una tua sensazione, che nasce svolgendo questa attività.
“È bellissimo non avere regole, ma avere le tue regole.”
Dimmi un altro sport che è così! Non c’è. Certo, l’alpinismo non è uno sport, però ha degli elementi in comune. È un’attività che è totalizzante per chi la pratica, e quindi è quasi più di uno sport, perché puoi adattarla alla tua vita e a tutte le sue fasi.
E non ha tempo, non ha età. In alpinismo non c’è un limite: non è come un’attività sportiva agonistica che a una certa età si conclude e lascia i giovani in una specie di limbo. Noi abbiamo la fortuna che fare alpinismo può proseguire per tanto, tanto tempo.

Hai scritto che per te aprire una via significa anche non aprire in artificiale. Moltissimi grandi alpinisti della storia l’hanno fatto, realizzando itinerari che ancora oggi sono considerati magnifici. Non voglio fare un paragone con quello che fai tu, ma solo sapere cosa ne pensi.
Innanzitutto dobbiamo distinguere due tipi di artificiale: se scali con protezioni rimovibili o chiodi normali è un gioco, se invece scaliamo con un trapano a batterie in mano, è un altro. Entrambi si chiamano artificiale, ma sono due metodologie completamente diverse.
Prendiamo il caso del trapano: puoi salire ovunque e non è detto che la via non sia scalabile in libera, perché magari l’apritore non riesce a salirla e qualcun altro riesce a liberarla. Ma dal punto di vista dell’apritore, questo è un po’ una sconfitta: non essere riuscito a tenere quei quattro appigli per arrivare in un posto dove mettere una protezione, significa aver sbagliato tratto di parete; magari un po’ più a destra o un po’ più a sinistra sarebbe stato meglio.
È una mia opinione, non sto dicendo che è sbagliato utilizzare il trapano per progredire. Ciò che non è giusto, lo ripeto, è imporre dei criteri agli altri, perché le regole possono essere le mie, che oltretutto posso cambiare, ma non di altri.
Hai una regola soggettiva, personale, che ti sei imposto nell’apertura?
Che gli altri potessero ripetere le mie vie. C’è una linea che si chiama Carnia Adventure e ha un passaggio molto difficile proprio sopra una sosta. Se cadi, arrivi in sosta. Subito dopo quel passaggio, però, c’è una bella lama dove ho messo un chiodo e su questo ho appeso una fettuccia di tre metri: a me è sempre sembrato logico lasciare questa fettuccia, perché io che l’ho aperta l’avrei tanto voluta sul posto e penso che valga lo stesso per chi la ripete. Ovviamente si è liberi di non utilizzarla.
E poi una via ognuno può farla come vuole, non me la sento di giudicare nessuno, quello è il bello. Ciò che importa è essere sinceri, onesti con sé stessi e con gli altri: ad esempio, se apro una via in artificiale, nella relazione lo scrivo, non affermerò il contrario.
Secondo te gli alpinisti sono onesti?
Gli alpinisti sono lo specchio della nostra società: ci sono quelli onesti e quelli non onesti. Io l’ho sempre detto e ne sono convinto: nell’ambiente degli arrampicatori c’è una percentuale di brave persone molto alta. La maggior parte degli alpinisti sono positivi, bravi. È vero, c’è anche il resto, ma la percentuale è minore. Io non ho metri di paragone con altri ambienti: io faccio l’istruttore di arrampicata e non di ballo liscio, ma nel mio mondo vedo che anche tra i giovani ci sono tante belle persone.
Forse nei ragazzi, e magari lo dico perché sono vecchio, non vedo quella fame di conoscenza della storia che c’era una volta. Nella nostra maglietta della scuola avevamo scritto ‘scuola di alpinismo E. Comici’, ma abbiamo cambiato con il nome Emilio completo, perché a qualcuno poteva apparire come se fosse una scuola di alpinisti e giullari! Chissà che chi non dovesse conoscere Emilio Comici se lo possa andare a cercare nel web, almeno.
Quanto è importante per i giovani conoscere la storia dell’alpinismo?
Secondo me tantissimo, perché… ti racconto un’altra storia.
C’è una parete bellissima nel Carso Triestino, in Slovenia: il Paretone di Ospo ha linee di sei o sette tiri di corda. Negli anni ’70 hanno aperto una via che si chiama Fungo magico (primi salitori: Luciano Cergol, Roberto Giberna, 1978; prima libera: Tadej Slabe, Sreco Reheberger, 1985, ndr), perché sul secondo tiro c’è una conformazione di roccia somigliante a un fungo.
Hanno aperto questa via in artificiale con i chiodi a pressione e il trapano, non quello a batteria: il generatore sotto dava corrente all’attrezzo attraverso una lunghissima prolunga. Con il tempo hanno aggiunto spit alle soste. Hanno iniziato a provare la libera e in mezzo a questi vecchi chiodi a pressione sono spuntati nuovi spit. La via oggi si scala in libera fino al 7c. Poco tempo fa dei ragazzi hanno deciso di riattrezzare l’intera via con nuovi spit e hanno tolto tutto quello che loro hanno definito spazzatura rimasta in parete, come chiodi a pressione, chiodini, cordini e altro. Io mi sono detto ‘che disastro’. Hanno distrutto una via storica. Questa via aveva una storia, un valore, per il modo in cui era stata aperta. Ora questa linea è diventata una via sportiva uguale a tutte le altre aperte negli ultimi anni con il trapano a batteria. Non voglio dire che doveva rimanere con chiodi e vecchi spit, ma bastava sostituire questi ultimi e lasciare tutto il resto.
“Esistono chiodi piantati in determinate posizioni e zone della parete che sono delle vere e proprie opere d’arte, da conservare in parete. È inutile togliere le protezioni storiche per metterle in un cestino o in una teca: il museo di quelle protezioni è la parete.”
Modificare la roccia per creare appigli o appoggi, in via e in falesia: perché sei contrario?
Innanzitutto perché chi decide che di là non si passa? Non posso valutare su di me quello che è il limite, se in un posto o nell’altro serve o meno un appiglio. È molto più logico piantare un chiodo in più e utilizzarlo per azzerare, piuttosto di rovinare la roccia. Mi sembra più onesto, giusto? A me non cade la corona se faccio un passaggio in azzero invece di creare un appiglio scavato.
E poi non me l’ha ordinato il dottore di salire proprio lì, dove non riesco.
Conoscere la parete prima di aprire una via: spiega cosa intendi a qualcuno che vuole farlo per la prima volta.
Ad esempio scalare le vie di quella parete, per capire come gli altri alpinisti l’hanno interpretata.
Quindi aprire una via sportiva in una parete dove sono state aperte solo vie alpinistiche è sbagliato?
Dipende: è illogico solo aprire una via a spit a 30 centimetri da una via alpinistica, ad esempio. Ma, sempre come esempio, se ci sono due fessure distanti 200 metri l’una dall’altra e in mezzo non c’è niente, e uno riesce a salire proprio lì, perché non aprire una via sportiva?
“Non dobbiamo sempre voler mettere regole in un mondo che è già troppo pieno di imposizioni. Ce le calano dall’alto in qualsiasi situazione: dobbiamo mettercele anche noi da soli?”
Ti chiedo di scegliere una via che hai aperto e di raccontarmi un aneddoto che c’è dietro.
Ricordo una via aperta in Chianevate qualche anno fa con Marco Sterni, fortissimo arrampicatore di Trieste: si chiama It’s hard to be good. È l’unica nostra via che non è mai stata ripetuta: sono ancora in parola con alcuni bravissimi accademici che mi hanno promesso di venirla a ripetere.
Su questa via, aperta a chiodi, c’è la partenza da una sosta che non riuscivo a scalare, quindi ricordo di essere salito sulle spalle e poi sulla testa di Marco, e di aver salito un tratto in artificiale fino a un punto in cui non c’era più niente: trovai solo un buco che riempii di chiodi per poter fare in modo che almeno uno tenesse e a cui ho legato un cordino da cui mi sono calato fino alla sosta, convinto che non saremmo riusciti a salire di più. Invece Marco è partito, è arrivato al mazzo di chiodi e da là ha scalato dieci metri allucinanti senza alcuna protezione fino alla sosta successiva. Non sappiamo ancora che grado di difficoltà abbia quel tiro, ma non è mai stato ripetuto.
E il mazzo di chiodi?
Boh, forse è ancora lì. Spero!
Ti dirò di più: parlando di spit e chiodi con i giovani forti accademici, che sicuramente riuscirebbero a salire quel tratto in libera, ho affermato che lì uno spit in sosta lo aggiungerei volentieri. Perché la via secondo me è bellissima e che non venga ripetuta per una fama di pericolosità a me dispiace. Basta solo uno spit in quella sosta per evitare di rischiare troppo, senza ledere il valore e la bellezza della via.
Cosa ne pensi del fatto di riattrezzare le vie storiche?
Secondo me la vita ha un grande valore e reputo che la nostra attività sia talmente stupida, che rischiare la nostra vita per salire roccia sarebbe un’idiozia.
“La mia opinione è che la cosa importante, dopo averla riattrezzata, sia lasciare la via storica nella sua essenza originaria: è indispensabile cioè che il ripetitore comprenda come la via è stata aperta all’epoca dal primo salitore.”
Non deve diventare una via nuova. Altrimenti per i ripetitori la storia sarebbe persa e rimarrebbe solo il nome dell’apritore.
E poi sui tiri possiamo parlarne, ma alle soste io metterei spit per renderle sicure.
Tu pensa anche al materiale: si è evoluto, la corda non è più di canapa, non indossiamo più gli scarponi per scalare, i tempi sono cambiati. Però la storicità e quindi il valore di una via sta nel metodo in cui è stata aperta: quindi se le soste possono aiutarci a evitare il pericolo di morire, perché no? Nei tiri oggi ci portiamo friend e dadi per sopperire alla mancanza di chiodi o alla presenza di chiodi vecchi.
È facile o difficile prendersi le proprie responsabilità in montagna?
Non è facile prendersi le proprie responsabilità nemmeno con i piedi per terra. Penso che non cambi molto se tu sei appeso a un appiglio o in una piazza a protestare per qualcosa.
Auspicabile invece lo è. Anzi, forse è più facile in montagna, dove sei tu a essere andato in quel posto, a farti le regole: ti sei scelto l’azione e quindi è naturale prenderti le responsabilità.
Lo spit ha cambiato l’idea dell’arrampicata?
No, secondo me non l’ha cambiata. L’arrampicata si è evoluta allo stesso modo dell’attrezzatura, si è modificata. È come paragonare la bicicletta in carbonio e la vecchia bicicletta in ferro: comunque è andare in bici. Indubbiamente lo spit ha permesso di arrivare in posti dove senza non ci saresti potuto arrivare o con rischi esageratamente più grandi.
Ma queste sono questioni ‘etiche’. Come avevo già detto in una precedente intervista, l’unico modo etico per scalare una montagna è che tu ti metta sotto una parete sconosciuta, senza nulla, neanche le scarpette. Poi indossi pian piano tutto e sposti l’indice sempre più in alto, ma lo fai da solo, trovi il tuo modo per scalare quella parete. Magari in contrasto con un altro che la vede in modo diverso.
Lo spit ha assassinato l’impossibile?
No. Le vie in artificiale alle Tre Cime di Lavaredo sono state considerate delle scale per polli. Ma non lo sono: sono opere d’arte che stavano in quel contesto, in quel periodo.
“Perché per me le vie, tutte, sono opere d’arte. E, come le opere d’arte, possono piacere o meno.”
Non c’è assassinio dell’impossibile con l’evoluzione della tecnica, dal mio punto di vista, perché allora avresti parecchi termini di paragone: per quale motivo lo spit diventa un qualcosa di nuovo e invece la corda può evolversi migliorando le sue prestazioni senza che nessuno parli? E l’imbrago? Comici aveva la corda legata in vita: dobbiamo mettercela anche noi così adesso?
L’eccesso di sicurezza ha cambiato il modo di vivere e vedere la montagna in alpinismo?
Ti racconto un aneddoto: c’è la placchetta di recupero e da manuale se devi fare una manovra, la prima cosa da fare è l’asola di bloccaggio e poi la contro asola. Già la placchetta tiene di suo, l’asola di bloccaggio è una sicurezza in più e la contro asola l’aumenta ancora. Ma se vogliamo essere ancora più prudenti, possiamo fare due contro asole. Ma se mi tengo un po’ di corda in più e voglio aggiungere una maggiore sicurezza, di contro asole ne faccio tre… Mi sono spiegato?
La sicurezza deve arrivare fino a un certo punto a livello logico: posso farne anche sedici di contro asole, ma non è che sono più sicuro, ho solo fatto tante contro asole in più.
In base alla tua esperienza, ti chiedo se stiamo andando ad annullare in parte quella purezza che riconosciamo all’alpinismo della storia.
Secondo me no, perché se tu guardi le cronache alpinistiche di oggi, ci sono moltissimi ragazzi che riprendono l’arrampicata con un’etica loro, molto rigorosa, in un modo simile a quello degli alpinisti di un tempo, ma adeguandosi ai tempi attuali.
A mio parere, però, bisogna sempre fare una differenza tra i fuoriclasse e l’alpinista della domenica. Per quanto riguarda il primo puoi notare anche oggi la sua etica alpinistica, ad esempio nell’aprire vie senza l’uso degli spit, cercando di spingere al massimo i propri limiti.
La massa, l’alpinista della domenica, ha bisogno di più sicurezza, che secondo me arriva in parte dalla nostra società, da quell’idea di dover essere sempre sicuri, utilizzare tutto a norma, espressioni che nel mio dizionario sono abbastanza limitanti, in quanto ingabbiano, fanno diventare tutto somigliante a un lavoro.
Diciamo che la società tende a spostare quelle che sono le giuste regole del mondo del lavoro sull’attività ludica, che può essere quella alpinistica. Nel lavoro la sicurezza deve obbligatoriamente essere garantita; in montagna, che è un luogo dove scegli di andare tu, per tuo diletto, non è così. In montagna sei tu a sceglierti coscientemente la dose di rischio che sei disposto ad accettare.
“Insomma, tu sei consapevole che in questo ambiente non sei al sicuro: la migliore sicurezza in questo caso è restare sdraiato sul divano. Parlavamo prima di responsabilità: se vai in montagna, tu devi essere consapevole che te le stai assumendo.”
Tu sei istruttore di arrampicata nella scuola di alpinismo del CAI e affronti il tema della sicurezza nei tuoi corsi: come la percepiscono i giovani?
Gli allievi di oggi sono diversi da un tempo: la sicurezza che tu devi spiegare e dare a un allievo non è solo quella del nodo corretto, tu devi trasmettere l’esempio, attraverso la tua esperienza: ‘mi sono trovato in tale situazione e sono riuscito a uscirne in tale modo’.
Questo secondo me è il vero modo per insegnare la sicurezza ai corsi. E non solo la sicurezza, ma anche il resto: racconti esempi, porti la tua esperienza. Spesso nei libri non trovi alcuni aspetti di quanto succede in realtà in montagna.
Il CAI è aperto a questo modo di insegnare?
No, secondo me no, perché probabilmente c’è sempre lo spettro della responsabilità. Ma è comprensibile: quando sei istruttore a un corso, ti assumi parecchie responsabilità, anche rilevanti, e ricordiamoci che il nostro è volontariato. Oggi le possibilità che una persona ti denunci sono tante e a volte capita di pensare quanto è ‘rischiosa’ la nostra situazione.
E tornando al portare la nostra esperienza ai corsi: oggi gli allievi arrivano già con una base di formazione costruita anche attraverso i video su YouTube, dove alpinisti anche più bravi di una buona percentuale di noi a parlare, a raccontare, spiegano le manovre, i nodi e altro.
“Ecco perché noi istruttori dobbiamo dare agli allievi quella parte che non hanno ancora ascoltato e compreso, e cioè la nostra esperienza in montagna, quello che ci è capitato e come siamo riusciti a risolvere i problemi che abbiamo incontrato.”
E comunque il rapporto umano è basilare tra istruttore e allievo: riesci a capire subito le persone che hai di fronte, quanto sono ricettive, quanto sono portate all’attività alpinistica.
Fondamentalmente l’alpinismo è cacciarsi nelle rogne e sapere come tirarsene fuori: così impari parecchio, trovarti nelle situazioni e cercare soluzioni. Ad esempio, qual è la cosa più importante in montagna?
La sicurezza?
No, la fortuna! Guarda che io tantissime volte sono sopravvissuto non tanto per bravura, ma per la fortuna che magari un sasso mi è caduto a qualche centimetro dalla testa e non sopra. Lì non è bravura: sono cose che capitano, sono imprevisti, e quindi ci vuole fortuna, ma devi renderti conto anche di questo. E sono sicuro che nei manuali del CAI non c’è scritto che bisogna avere fortuna. Ma ti assicuro che quelli che sono arrivati alla mia età e che hanno svolto un’attività alpinistica abbastanza tosta, sono qua per culo!










Cambiamo un po’ strada e spostiamoci sul Cerro Torre: in un interessante articolo Jim Bridwell riflette sulla schiodatura della via del Compressore a opera di due americani*, un’azione che l’alpinista definisce ‘arroganza’, ‘ignoranza dovuta a inesperienza giovanile’, ‘mancanza di conoscenza’. Posso chiederti cosa ne pensi di quest’azione, ma anche di molte altre simili?
È vero, è stato un esempio di non conoscenza e di arroganza. Si sono poi ovviamente formate due correnti, quella a favore e quella contro. Ciò che è interessante è che il gruppo degli schiodatori, quindi coloro che sono a favore dell’azione dei due americani, volevano portare tutti i chiodi a pressione tolti dalla via in un museo. Ma io mi chiedo: se i chiodi a pressione sulla via erano qualcosa di aberrante, in una teca acquisiscono un valore diverso?
*I due ragazzi statunitensi hanno salito la parete di ghiaccio dietro la torre sommitale del Cerro Torre. Questa impresa è stata interpretata da loro come un diritto a rimuovere i chiodi a pressione da un tratto della via originale di Cesare Maestri, poiché la loro variante non richiedeva l’aggiunta di spit.
Jim Bridwell il suo punto di vista critico riguardo alla schiodatura della Via del Compressore sul Cerro Torre, perché sostiene che non esiste il diritto di alterare o distruggere la creazione di qualcun altro, poiché ciò nega agli altri il diritto di ripetere la via originale. Ti invito a leggere l’articolo di Bridwell qui!
Quei chiodi avrebbero avuto molto più valore storico se lasciati in via, giusto?
Certo. Io non avrei toccato nulla, non mi sarei mai permesso di modificare la via di qualcun altro, in un’altra epoca e aperta con altri materiali oltretutto.
Quindi se avessero realmente conosciuto l’apritore, Cesare Maestri, e il suo valore alpinistico, probabilmente avrebbero lasciato tutto al suo posto?
Ma potrebbe essere chiunque altro, anche un apritore sconosciuto: la via di un altro alpinista, una persona che ha la tua stessa passione, deve essere lasciata com’è.
Puoi non essere d’accordo, puoi dare un giudizio, puoi non usare i chiodi a pressione, ma non devi modificare la via. Soprattutto in una montagna conosciuta in tutto il mondo come il Cerro Torre.
Se fai una cosa del genere in un certo senso ti stai dichiarando essere superiore a un altro e in realtà gli uomini sono tutti uguali: così crei una sorta di gerarchia, che non dovrebbe esistere.
Sì, ma qui parliamo anche di motivazione, lo sottolineo: riguardo a questo siamo assolutamente tutti uguali: Le motivazioni che ci spingono ad andare in montagna sono comuni. I modi sono diversi, ma chi sei tu per dire che quel modo non va bene?
In una tua intervista hai detto ‘nelle mie esperienze di salite invernali ho prediletto sicuramente la velocità. Niente materiali da bivacco ed estenuanti permanenze in parete. Si parte leggeri, anche senza zaino e procedendo anche di notte alla luce della frontale. Evito i bivacchi su pareti che richiederebbero due o più giorni di scalata, in salite di sedici/diciotto ore continuative. Anche in questo caso quindi, più spazio al divertimento e meno alla sofferenza, intesa come lotta alla montagna’. È ovvio che è un discorso ragionevole: una via salita in questo modo, soprattutto in determinate condizioni e zone, è sicuramente meno rischiosa, ma questo ragionamento mi sembra avvicinarsi di più ai concetti di performance e conquista della vetta. Tu parli di divertimento, e sotto un certo punto di vista c’è, ma manca un po’ il vivere la montagna, come ad esempio veniva cercato in altri contesti e in altri momenti storici, come nell’alpinismo californiano. Vorrei una tua considerazione a riguardo. Dov’è il divertimento?
Nel gesto. Indipendentemente dalla difficoltà e da tutto il resto, per me il movimento dell’arrampicata è un bel gesto, a me piace quello. E se ritorniamo al discorso delle invernali, per avere un gesto dell’arrampicata divertente, non posso salire con 50 chili nello zaino: devo essere leggero per muovermi più liberamente e divertirmi, non tanto per arrivare in cima, ma per godermi il divertimento del gesto.
Vivere la parete in più giorni mi manca, ma quando andrò in Yosemite magari ci proverò: è un progetto che con un mio amico abbiamo da tempo. Sicuramente in questo modo vivi la montagna in diversamente, ma per me è importante il gesto e quindi mi concentro su quello.
Il movimento ne risente se sei appesantito: senza materiale punto alla velocità per evitare il bivacco.
Hai mai avuto paura?
Devi aver paura, è importante, fa parte del gioco. In montagna è naturale ed è anche elemento fondamentale della sicurezza. Devi saper rinunciare quando sai che continuare potrebbe essere troppo rischioso. E la paura significa anche avere delle sensazioni che ti portano a prendere una decisione al posto di un’altra.









Qual è la zona dove hai arrampicato che più ti ha affascinato*?
Il Kurdistan: ci sono stato molte volte nella parte curda ed è un posto che mi ha affascinato tantissimo, perché là riesci a fare un alpinismo che da noi non potrà mai più esistere: tu vedi da lontano una montagna, decidi di andare a scalarla, ti avvicini quanto più possibile con la macchina, poi vai a piedi e arrivi sotto una parete, che decidi di salire in un determinato punto ma di cui non conosci assolutamente nulla. Una volta arrivato in cima quella parete, tu non sai dall’altra parte cosa c’è. Ad esempio, se tu vai nelle Tre Cime di Lavaredo, tu sai dov’è la via normale, invece in quella zona non sai nulla, neanche da che parte scendere. Lì fai davvero un alpinismo esplorativo e la roccia è stupenda. Oggi purtroppo non si può più andare.
*Le spedizioni alpinistiche di Mauro sono molte: Aconcagua (Argentina), Ala Daglar, Munzur (Turchia), Amahuagaychu – Alpamajo – Nevado Pisco (Perù), California – Utah (Stati Uniti), Cuerno Principal (Patagonia), Hoggar (Algeria), Monte Kenia (Kenia), Pamir Alaj (Kiighigistan), Pamir Fan Mountain (Tagikistan), Prah Nang (Thailandia), Prokletije (Albania), Todra e Taghia (Marocco), Wadi Nakhar – Bani Anf – Jabal Fokha (Oman), Wadi Rum (Giordania).
Un’ultima domanda (che non sarebbe l’ultima, ma purtroppo il tempo è tiranno): mi piacerebbe ascoltare una tua riflessione o semplicemente un tuo augurio alle donne che sono presenti o vogliono entrare nel mondo dell’alpinismo. Vorrei una tua opinione anche sulla base della tua esperienza nel CAI, un ambiente che ha aperto un po’ tardi le sue porte alle donne.
L’augurio è di non avere mai sensi di inferiorità, perché non ce ne sono, non esistono. Tu pensa anche alle gare di arrampicata: ormai la differenza del livello massimo tra uomo e donna è quasi nulla.
“Sai quale sarebbe il vero cambiamento: se nelle gare non ci fosse più la divisione tra femminile e maschile.”
L’arrampicata sportiva sarebbe la prima disciplina ad abolire questa differenza. Sarebbe un azzardo, ma sarebbe anche una bellissima rivoluzione: la cancellazione della divisione di genere in una competizione sportiva.
L’alpinismo è stato un mondo prettamente maschile e questa sarebbe davvero un’enorme rivoluzione.
È stato un mondo maschile dove le donne sono entrate poco e in un modo talvolta poco riconosciuto.
Ma guarda ad esempio quello che ha fatto Lynn Hill in Yosemite: ha realizzato una scalata che nessun uomo forse neanche ipotizzava di fare.
“I risultati dimostrano che non ci sono differenze da imporre e non devono esserci.”
Sono andato a scalare con i ragazzi dell’Eagle Team: tra di loro ci sono ragazze che davvero hanno una marcia in più. Anche tra di loro non si vede la differenza tra uomo o donna nella scalata, semmai c’è differenza tra chi sale e chi no.
Non sto parlando di parità o uguaglianza, che sono termini superati. Siamo persone. E per fortuna i giovani non sentono le diversità del passato. E a mio parere c’è un’altra fortuna: il nostro, quello alpinistico, è un mondo dove la maggioranza sono belle persone, quindi una buona base c’è.
Grazie Mauro!
[Tutte le foto sono ©Mauro Florit]

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È proprio vero: perché imporci regole da soli quando ne abbiamo così tante sopra la nostra testa? Buon senso, onestà e rispetto in montagna sono concetti fondamentali come nella vita: quando li utilizziamo bene, siamo già un passo avanti verso quel futuro migliore di cui ci parlano fin da bambini.
E in questa continua evoluzione io mi auguro anche di portare il passato migliore.

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