Samuele Mazzolini: un alpinista in libera

Un’avventura la puoi vivere anche seduto sul divano di casa: basta chiudere gli occhi e immaginare. Ma c’è chi preferisce la realtà e allora si addentra nel mondo che sta fuori di casa. C’è anche chi decide di salire, perché l’avventura la trova sulla roccia. 

È questo il caso di Samuele Mazzolini, alpinista ingegnere, fedele all’arrampicata libera, avventuriero senza compromessi, artista, come chi vede nelle pareti la propria tela su cui creare.

Samuele, come dovrei presentarti, alpinisticamente parlando?
Sono un grande amante delle Dolomiti e soprattutto delle vie aperte con un certo stile: vie che mettono in primo piano l’arrampicata libera, cioè il dover scalare da protezione a protezione. Caratteristiche che ho cercato di riportare nelle mie aperture, che sono prevalentemente nelle Marche e in Appennino, montagne che ancora all’epoca non erano esplorate. Le mie vie sono a chiodi e a spit, queste ultime sempre viste nell’ottica dell’arrampicata libera, quindi con un obbligatorio sicuro, magari alto, che conferisca alla via un carattere avventuroso.

Correggimi se sbaglio: quando tu parli di stile, di cercare l’arrampicata libera, tu sulla parete vai dov’è la parte più facile, cioè dove si possa arrampicare meglio in libera, giusto?
Certo. Poi che l’obbligatorio sia alto o basso dipende dalla parete, ma in generale secondo me l’obbligatorio deve esistere in funzione al grado massimo che hai. Aprire una via di 7a con un obbligatorio di 5c secondo me significa che l’apritore avrebbe dovuto fare altro. 

Samuele Mazzolini sulla variante alla storica Via Supermatita (foto: Francesco Piacenza).

“Mi sono sempre avvicinato alle pareti per cercare di fare qualcosa che fosse ‘arrampicata’ e non semplicemente ‘progredire in qualche modo’.”

Certi tiri delle mie vie ci ho messo anche un giorno ad aprirli, per riuscire a obbligare i passaggi: le mie linee mettono in primo piano l’arrampicata libera, come dicevo. Lo faccio per portare l’avventura in parete.

Sei un purista, quindi.
A me piace molto scalare: faccio di tutto, tra sci, misto, ghiaccio… Ma l’arrampicata su roccia è quella che amo di più e le scalate che mi hanno sempre interessato sono state quelle come la via Attraverso il pesce in Marmolada, le vie di Tondini. Vie che magari hanno qualche spit, ma mettono al centro l’arrampicata, dove non è scontato riuscire a salire. Dove tu devi avere un buon livello tecnico, ma anche cuore. 
Se non sono in giornata, non mi interessa salire a tutti i costi.

Samuele Mazzolini sulla via Attraverso il pesce (foto: Francesco Piacenza).

Quindi per questo motivo, come ho anche letto nel tuo sito, ti piace l’arrampicata trad.
In questo tipo di arrampicata tu ti trovi davanti a tiri particolari ed è bello riflettere su come poterli salire, metterti in sfida con te stesso. Se decidi di spittare un 8a, tu ci torni più volte e poi lo chiudi, invece capire dove mettere i friend, il modo di salire, ti porta a vedere il tiro come un sogno, un’idea.

Un tiro che ti devi sudare…
Lo devi sudare, ma soprattutto è qualcosa che ti tiene impegnato completamente, ti fa sentire vivo. È un tiro meno scontato di altri.

Quello che mi piace è l’avventura e questa avventura probabilmente l’ho trasportata in montagna. Ad esempio mi piacciono molto le grandi pareti, dalle vie sportive alle classiche come in Agner, alle Pale di San Lucano, al Pelmo…

Quando apri ti piace l’esplorazione e l’avventura è insita in questo, e quando ripeti una via cerchi comunque quelle sensazioni che sempre l’avventura riesce a darti. È corretto?
Secondo me le cose sono collegate: per riuscire ad aprire certi tiri, devi essere un arrampicatore sportivo forte, devi saper scalare e per saper scalare devi avere il cuore.

Mi piacciono tantissimo la falesia, le vie sportive ben chiodate, ma quello che cerco quando apro o quando ripeto determinate vie, è cercare di vivere un’avventura.

Samuele durante la prima ripetizione de L’uomo in strach in Antelao (foto: Fabrizio Grimandi).

Quindi anche tu come tanti altri arrampicatori cerchi l’adrenalina, quella che definiscono una droga?
Sarò sincero, io sono un fifone sotto un certo punto di vista: riesco a controllare bene quello che faccio, perché ho margine. Mi piacciono certe vie, ma sono sempre andato a farle con molto margine: se vado a salire una via con 7b obbligatorio, so che 15 giorni prima in falesia nove 7b su dieci li ho saliti a vista. Quella per me è la base, perché se non ho un buon livello per affrontare determinate vie, allora rischio e non mi va bene.
Allo stesso modo mi piace spingermi un po’ oltre, ma quando sono molto preparato. È già successo con il mio compagno di cordata, Francesco Piacenza: volevamo salire una via, ma o io o lui non ce la siamo sentita perché, noi lo chiamiamo così, in quel periodo non avevamo abbastanza ‘cric’. Quindi anche l’allenamento è un fattore determinante nello scegliere i nostri progetti.

Secondo me non bisogna mai andare per rischiare, perché può andarti bene una volta, due volte, tre volte, ma prima o poi, se qualcosa va storto, ti fai male.

Qualcuno mette sullo stesso piano l’idea di avventura con il livello di rischio…
No, secondo me è proprio la gestione del rischio che fa andar bene un’avventura, perché altrimenti non è un’avventura, è mettersi nei guai.

Alcuni potrebbero dire che ti piace vincere facile: hai il 7b a vista, ti fai una via di 7a/7b ed è ovvio che la sali.
È diverso. Lo dico sempre ai miei ragazzi quando tengo i corsi: se le vie fossero chiodate come lo erano ai miei tempi, ad esempio una chiodatura a quattro metri su qualsiasi tiro di qualunque grado, scalerebbe un terzo della gente.
I bastoni non esistevano, le vie di 5c o 6a erano obbligatorie… quindi non è tanto il vincere facile. Fare un 7a in falesia e salire un tiro di 7a di 40 metri con quattro o cinque spit, sono due mondi diversi.

Samuele nella falesia di Barbarano (foto: Luca Parma).

Quindi anche scalando al tuo modo, il rischio lo controlli, ma non lo elimini. Non vinci facile.
L’alpinismo è nato dall’arrampicata e quindi per salire devi farlo con mezzi leali. Con un trapano in mano, e magari con i metodi che esistono adesso, si possono fare tante cose che sono molto lontane dall’alpinismo, che sono un’altra faccenda. Ma l’alpinismo presuppone una certa regola: da chiodo a chiodo bisogna scalare.
Chiaro che le protezioni servono, perché tutti vogliamo portare a casa la pelle, però tra chiodo e chiodo il tratto bisogna guadagnarselo. Così piace a me.

Con il trapano in mano però tu hai aperto vie, giusto?
Sì e ne sto aprendo. Nella lunga lista ho anche vie che ho aperto e non ho ancora liberato.

Dunque tu non escludi il trapano in mano.
No, assolutamente, io lo uso, anzi, molte mie vie sono aperte così, anche perché nelle Marche, in pareti di bassa valle, non puoi piantar chiodi o altro, quindi gli spit sono comodi, ma sono molto centellinati. Io mi ispiro alle vie di Larcher, Tondini… 

In montagna ho aperto vie anche solo con chiodi, ma ripeto, sempre cercando l’avventura e l’arrampicata libera.

Un paio di anni fa andammo ad aprire una via e c’era un passaggio che non mi riusciva: potevo tranquillamente usare i ganci e salire in artificiale, ma sarebbe stato banfare, e quindi ho detto al mio compagno di tornare un’altra volta, quando sarei stato più allenato. Sono tornato un mese dopo, ho superato subito il passo e siamo saliti.

Quindi tu non utilizzi neanche i cliff.
Quelli li utilizzo solo per fermarmi dove devo mettere lo spit. Tra protezione e protezione devo salire in libera. Io mi diverto così, poi ognuno può fare quello che vuole.

Samuele Mazzolini sulla sua via Addio al Celibato (foto: Matteo Della Bordella).

Sai, sto guardando Valley Uprising sull’alpinismo californiano e alcune tue parole mi sembra di averle appena sentite in video.
Non salire a ogni costo, secondo me è questo ciò che importa.
Ti faccio un esempio estremo: se tu metti in mano un trapano a un carpentiere che non ha mai fatto arrampicata, lui sale da spit a spit. Non dico di andare in free solo, c’è sempre la via di mezzo: cercare di salire pareti che si è in grado di salire con stile, cioè mettere in primo piano l’arrampicata. Se è possibile proteggersi con protezioni veloci, va bene, ma devi sempre guadagnarti lo spit successivo. È una piccola avventura, altrimenti tutti possono salire una montagna.

Ho sempre cercato pareti dove io potessi fare un buon lavoro. Ricordo che nelle Marche nel 1995 ho iniziato alcune vie, tanto difficili per l’epoca che sapevo avrei dovuto mettere una fila di spit. Lasciai perdere, tornai cinque anni dopo e le aprii con lo stile che piace a me, con un sicuro 7a obbligatorio.

Soprattutto oggi dovremmo ragionare su questo, proprio per la situazione in cui siamo, dove tanta gente scala: la roccia è finita e trapanare ogni tre metri significa che chiunque può aprire qualcosa e secondo me si perde il valore di quello che si fa.

Perché la via Attraverso il pesce è famosa? Perché è stata aperta con uno stile incredibile: è una via che forse oggi si aprirebbe con qualche spit.

“Perché anche certe vie, sportive e non, sono particolarmente famose? Perché hanno messo al primo posto l’arrampicata, si è cercato di dare il massimo tra protezione e protezione. E secondo me, in quel modo, la via acquisisce una sorta di alone di mito che ti dà una grande soddisfazione quando torni a casa. Sono ricordi che ti restano, al contrario di quando vai a fare qualcosa di scontato.
E lo ribadisco, questo non vuol dire rischiare: significa essere coscienti di fare qualcosa quando si hanno le capacità per farle. Non salire a ogni costo, ma quando so di essere in grado.”

Quindi mi dici che lo stile è la libera.
No, un’arrampicata con stile può essere fatta in artificiale, anche quella è un’arte: le vie di artificiale estremo (A4, A5, ndr) sono eccezionali, entri in un altro mondo. È diverso dalla libera, perché è un metodo più piatto: devi misurare, controllare, calcolare.

Certo è che una via in artificiale dove foro ogni mezzo metro secondo me… uno può fare quello che vuole, sia chiaro, però poi si deve prendere anche i giudizi.

Apri le vie per te o perché gli altri li ripetano?
Le apro per me. Se gli altri le vogliono ripetere, volentieri. Mi fa piacere che tutti quelli che sono andati a fare le mie vie sono tornati a casa con una grande soddisfazione.

Samuele durante la prima salita di Revolver, tiro trad a Maiolo (foto: Simone Enei).

Anche tu come Preuss o Royal Robbins*, tanto per fare due esempi, ti sei scritto delle regole oppure non ne hai?
Bisogna vedere: secondo me è sempre la mediazione che porta qualcosa.
Royal Robbins è quello che aveva capito meglio dove poteva andare l’alpinismo facendo qualcosa di ideale. Preuss secondo me poteva solo finire com’è finito. Forse il progresso l’ha fatto Dülfer introducendo il chiodo per affrontare difficoltà più alte, usandolo solo come sicurezza. Io sinceramente di andare via ogni volta alla Preuss che non sai se torni a casa… Insomma, a me piace tornare a casa.

Regole: dipende sempre dalla situazione, come ti dicevo. Ci sono periodi in cui non sei in forma e altri in cui lo sei: io sono uno che vuole vivere, così solo quando mi sento bene, cerco di spingere. 

Faccio il mio meglio, che per me in arrampicata vuol dire prediligere la scalata libera, non necessariamente il rischio. Ai miei corsisti dico sempre che devono affrontare le salite solo quando hanno margine, quando il braccio e la testa tengono, allora non ci si infila nei guai e si gode l’avventura.

Gli anni passano per tutti, quindi in futuro probabilmente cercherò pareti più appoggiate dove poter trascinare la panza sulla roccia e magari fare attrito per mettere uno spit! (Ride)

Cercherò sempre comunque di scalare con la visione che ho sempre avuto.

*Robbins includeva persino una specie di ‘predica’ in Advanced Rockcraft, in cui stabiliva le ‘regole’ dell’arrampicata, che sostanzialmente si potevano riassumere al ‘siate sicuri’, ‘siate onesti’ e ‘lasciate invariata la pietra’. Derek Franz

Samuele Mazzolini sulla parte alta della via Donnafugata (foto: Francesco Piacenza).

L’onestà in montagna: cosa ne pensi?
Tu puoi fare quello che vuoi, aprire vie come vuoi, ma ciò che è importante è che tu dica come l’hai fatto.

E questo secondo me ti toglie da ogni tipo di polemica o provocazione. L’onestà per me è la base. In fin dei conti mentiresti solo a te stesso.

Ci sono diverse accezioni dell’artificiale: vorrei una tua visione sul concetto. Esiste un artificiale negativo e uno positivo?
Prendiamo sempre come esempio la via Attraverso il pesce in Marmolada: l’ho scalata in libera, ma quando sono passato nei tratti in artificiale, mi sono detto ‘bravi, io qui piuttosto di mettere ganci, me la sarei fatta in libera’. Se l’artificiale è fatto senza modificare la roccia, è un’arrampicata di grande valore, perché non è facile. Ecco, secondo me deve sempre essere fatto rispettando la roccia. Quando io metto uno spit, è perché lì non posso piantare chiodi e lo faccio in funzione dell’arrampicata libera.

E a mio parere in una scalata in artificiale la progressione deve essere con ciò che ti offre la roccia, ad esempio le gocce del Monte Cimo, e lo spit deve essere l’ultimo mezzo dopo tanti metri da utilizzare come assicurazione.

I chiodi modificano la roccia?
La modificano, ma li metti dove la roccia te lo consente, quindi è chiaro che se ci stesse un friend, lo preferirei. 

Tu prima mi parlavi di Yosemite: sai come facevano una volta a liberare le vie?

Se non ricordo male, Guido Casarotto mi ha raccontato che una volta chiodavano e schiodavano talmente tante volte che si sono formati buchi dove poter mettere le dita.
Esatto. Il progresso non avviene in linea retta: per progredire bisogna fare degli errori. Sbagli, capisci che è sbagliato e cambi. 

Non è corretto nemmeno criticare le vie aperte con chiodi a pressione, le super-direttissime: tutto è servito per arrivare dove si è adesso.

In Yosemite quel chioda-schioda è servito per fare capire a quei personaggi che potevano anche scalare le vie in libera.

Anche quei giovani che hanno schiodato la Maestri al Cerro Torre: è stato uno sbaglio. A parte che all’epoca di Maestri i metodi e le attrezzature erano diversi: quella via, aperta in quel modo, come molte altre aperte così anche in Dolomiti, è servita per aprire altre vie con metodo diverso. La Moulin Rouge* è figlia della Maestri che è figlia della Eisenstecken alla Roda di Vael** e di un lungo percorso.

Ecco perché secondo me serve il rispetto e la conoscenza della storia.

Apro una parentesi. Gli americani secondo me hanno avuto una grande visione: e considera anche il fatto che Reinhard Karl (primo tedesco a raggiungere la vetta dell’Everest nel 1978), quando andò in Yosemite, disse ‘sono sbeffeggiato dall’ultimo drogato di Camp 4 che scala da dio!’. Loro avevano visto l’arrampicata libera, che era nata in vari posti del mondo, certo, ma là l’hanno codificata ed è stato un salto in avanti.

*Moulin Rouge: via aperta da Christoph Hainz e Oswald Celva nel 2002 in 30 ore di arrampicata, grado massimo IX-, prevalentemente VIII-, obbligatorio VII+ e A0, via chiodata solo con chiodi normali.
**Eisenstecken alla Roda di Vael: via aperta da O. Eisenstecken, F. Rabanser e L. Oberrauch nel 1947, VI+, R3, spesso R4, pochi chiodi.

Tu dici che ‘hanno visto l’arrampicata libera’: in che senso?
Avevano iniziato a osservare le pareti per trovare le vie da salire senza forare la roccia, senza piantar chiodi per la progressione. Prima hanno avuto la visione di salire negli anni ’60 le Big Wall e poi quella della libera.
Quando in Europa arrivò la foto di Separate reality*, qualche forte alpinista pensò che la foto fosse girata o un fotomontaggio. I loro modi di fare e vivere, il loro essere immersi nella natura, li ha portati a giocare e concepire queste visioni. Questo mi ha sempre affascinato molto.

*Separate Reality è una via di arrampicata trad di 20 metri nel Parco Nazionale dello Yosemite, in California. La via è nota per il suo esposto e difficile passaggio, che consiste in una fessura lunga 6 metri nel tetto. Quando è stata scalata per la prima volta in libera da Ron Kauk nel 1978, è stata una delle prime salite al mondo con un grado di 7a+ (5.12a). Nel 1986 l’arrampicatore tedesco Wolfgang Güllich la percorse in solitaria e le fotografie dell’austriaco Heinz Zak divennero un’icona della storia dell’arrampicata.

Heinz Zak su Separate Reality.

Torniamo al tuo modo di vedere la scalata e l’alpinismo: tu non hai regole, ma hai lo stile che ti sei creato e che segui. Cosa ne pensi delle modifiche di altre vie o della messa in sicurezza delle vie storiche, ad esempio?
Per me il rispetto delle vie di altri è fondamentale. Le vie aperte da altri non vanno modificate. Ognuno ha la propria visione, ma quello che viene fatto da un’altra persona va rispettato.

Che valore hanno oggi le vie storiche?
Un enorme valore. Tutte le vie di IV, V, VI grado si dovrebbe cercare di mantenerle come sono. 

Adesso si parla spesso di mettere soste sicure: lo capisco, ma su queste vie si può sostituire un chiodo con un altro chiodo. Io la vedo così.

Se ci pensi, noi adesso dovremmo toglierli i chiodi, non metterli, perché abbiamo tanta roba in più rispetto a una volta, come le scarpette performanti, le protezioni veloci e altro.
Ma siamo la società della sicurezza e tutti devono fare tutto. Il come non è determinante.

Perché l’alpinismo sta diventando in parte un parco giochi, un’esperienza che tutti devono fare almeno una volta nella vita… probabilmente tra un po’ nasceranno i buoni regalo ‘sali una via storica per il compleanno’.
Facciamo sempre l’esempio della via Attraverso il pesce: se tu ci metti gli spit e poi la sali, che soddisfazioni hai? 

Ma lo dici tu che conosci la storia e hai esperienza di alpinismo.
È qui che sta l’importanza delle scuole di alpinismo, delle guide alpine, della stessa FASI. Tutte queste realtà devono far capire che l’arrampicata sportiva è una cosa e l’alpinismo è un’altra. Se tu perdi il passato, non sai più dove sei.

Samuele sulla via Spirit (foto: Francesco Piacenza).

E proprio qui volevo arrivare: quanto è importante conoscere la storia dell’alpinismo per un giovane o meno giovane che si approccia all’alpinismo?
I social stanno rovinando l’atmosfera: vedi tante immagini veloci e non sai nemmeno cosa è realmente successo.

Nei social tu puoi caricare un frame e magari qualche secondo prima te la stavi facendo sotto e qualche secondo dopo hai tirato tutti i chiodi. Quindi un ragazzo cosa impara? Non capisce cosa c’è dietro l’apertura di una via, non comprende la fatica. La storia dell’alpinismo serve a farci capire questo.

Quindi le soste sicure possono anche andarmi bene, ma snaturare una via secondo me è sbagliato.
Anche perché la sicurezza non nasce da due spit o due chiodi: la sicurezza nasce dalla sosta dove, quando ci arrivi, rifletti su come costruirla in modo sicuro.

Quello che fa la sicurezza non è la chiodatura sistematica, che anzi porta spesso a incidenti, perché a fare quel tipo di vie ci vanno tutti, anche chi non è in grado. Quello che bisogna fare è cultura e informazione.
Sono dell’idea che non tutti devono fare tutto.

Tu sei istruttore nazionale di arrampicata libera: nei corsi di alpinismo c’è anche questo modo di vedere l’arrampicata e l’alpinismo e di spiegarli ai ragazzi?
Sì, credo che in tutte le scuole lo spieghino: io ai miei corsi lo faccio. 

Ma il problema è quello che ti insegna la società: non basta avere forza e fare delle trazioni per arrampicare, perché altrimenti Jury Chechi sarebbe campione del mondo di arrampicata. Per scalare servono tante altre cose: leggere la roccia, avere fiducia dei piedi e molto altro.

È diventato tutto più facile oggi grazie a quello che abbiamo a disposizione, come le palestre indoor, ma c’è da capire che non è chiudendo il boulder nero in palestra che fai certi gradi e certe vie fuori.

E quindi torniamo al rispetto delle vie aperte da altri: se io in un itinerario ci metterei la metà dei chiodi, lo posso dire, ma rispetto quello che ha fatto l’apritore. E le vie storiche vanno rispettate anche perché sono quelle che ti insegneranno a essere sicuro: in montagna si va veloce nel facile e si perde più tempo nel difficile. Ma se tu non hai fatto il facile, ti perdi…

Perché solitamente il facile è poco protetto e devi saper leggere bene la roccia, giusto?
Sì, proprio per questo le vie più facili sono un’importante scuola. La sicurezza nasce dalla consapevolezza, la consapevolezza dall’esperienza e l’esperienza nasce dalla passione che ti porta a spendere tempo a fare certe cose.

L’esperienza si fa andando per gradi, lo dico sempre anche ai miei corsisti: se vuoi salire una via di VII di 600 metri in Dolomiti, devi prima salirne una con un tiro di settimo, poi un’altra con due tiri di settimo e così via, per abituarti, per essere consapevole di quello che vai a fare. Se è la prima volta che scali in Dolomiti e scegli la Marmolada, fai attenzione, meglio salire altre pareti più semplici e poi, dopo che ti sei fatto la tua bella esperienza, passare a quella montagna, altrimenti il rischio è grande e non ne vale la pena. 

“A me in montagna piace andarci per poi tornare.”

Vorrei una tua considerazione sull’evoluzione dell’arrampicata e dell’alpinismo: come sono cambiati dal passato a oggi?
Secondo me sono cambiati in meglio. A me non è mai piaciuta l’associazione dell’alpinismo con la tragedia che c’era in passato, quella ‘lotta con l’Alpe’ di cui si parlava. Io sono sempre andato in montagna per gioia e secondo me il fine ultimo è quello.

Quindi non per conquistare la vetta?
No, vado in montagna perché la mia anima mi dice di farlo.
Che l’alpinismo e l’arrampicata si siano staccati da questo modo di vedere le cose, da questo punto di vista tragico e di morte, sono contento. Dall’altro lato, l’essersi staccati da questa visione non significa dover cambiare tutto.
Sono un alpinista, ma l’arrampicata fatta in sicurezza, anche nelle strutture indoor, il boulder, le gare, a me piacciono.

La situazione in cui alpinismo e arrampicata si sono evoluti dando però preferenza alle performance e meno all’avventura, di cui parlavi tu, come la vedi?
Spesso aleggia la domanda ‘vale di più una via di avventura o la performance’?
Ti dico come la penso: la Down Wall in libera quanti sono andati a farla? In pochissimi, quindi possiamo dire che è una grande performance, devi essere il numero uno. Una via di avventura ti mette davanti a un rischio: devi accettarlo e cercare di minimizzarlo, con difficoltà tecniche anche più basse.
Quindi se tu accetti quel rischio, puoi essere meno bravo dei numero uno della Down Wall, ma portarti a casa comunque una salita di soddisfazione. Sono due cose diverse. 

Huber* ha detto che lui riusciva a gestire bene un rischio calcolato, come un free solo di vie fino all’8b+, ma non riusciva a reggere qualcosa che non dipendesse da lui, come valanghe, tempo che cambia. Al contrario di suo fratello che riusciva a reggere meglio queste situazioni. 

Qui non mi sento di dire ‘vale più la performance o vale più l’avventura’, voglio dire che comunque certe performance con alti gradi presuppongono il fatto che chi le fa sia davvero un atleta di punta. È chiaro quindi che per fare alte prestazioni, i rischi sono minori rispetto all’affrontare un’avventura, che richiede l’essere un po’ meno atleta, ma un po’ più avventuriero. 

Dipende uno com’e, qual è la sua indole.
Performance e avventura sono entrambe meritevoli, ma molto difficili da paragonare.

*Alexander Huber, alpinista tedesco che in coppia con il fratello Thomas formano una cordata considerata tra le più forti al mondo. Nel 1995 ha salito in libera la leggendaria via Salathé (8a/5.13b) sulla parete di El Capitan in Yosemite.

Oggi capita spesso che i ragazzi vogliano salire una determinata via perché è famosa per il grado alto, ad esempio. Qui l’obiettivo è il grado, non perché conosco la storia, come è stata aperta, da chi e altro. Tu come la vedi?
È quello che ti passano i media.
Se tu sei ben allenato, trazioni bene su tacche minuscole e l’8a è ben protetto, mandi in pensione tutto l’aspetto emotivo, che fa parte della scalata. Vai a fare qualcosa di sportivo, che va benissimo, ma se la mettiamo così, un 8a con un pericolo oggettivo annullato è ben poca cosa con i gradi che molti ragazzi riescono a superare oggi.

Se la mettiamo sul sicuro al 100%, l’8a è un’ottima prestazione sportiva. Se lo trasportiamo in ambiente e lo chiodiamo meno, è un’ottima prestazione. 

Però oggi conta tanto il numero, anche se devo dire che molti giovani adesso stanno riscoprendo la storia dell’alpinismo, si informano di più su come le vie sono state aperte.
Certo è che la società ti mette davanti numeri e montagne famose. Ci sono pareti straordinarie che nessuno conosce e che quindi sono inesplorate.
Vedi? Ci si basa spesso sul numero, sull’apparenza. 

Se consideri solo l’apparenza, non riesci ad ammirare ciò che sta dietro, come la passione e, ad esempio, il lavoro che c’è stato per aprire una via. 

“Se io avessi scalato solo perché ero portato, avrei già smesso da un pezzo. Io l’ho fatto perché stare in montagna e scalare era l’inclinazione della mia anima.”

Tu dici che la situazione oggi è cambiata in meglio. Fammi un esempio di questo ‘meglio’.
Io in Romagna a 16 anni non conoscevo nessuno per andare a scalare e figurati chi si portava dietro un minorenne!
Ho iniziato ad arrampicare a Pietra Mora sopra Faenza che facevamo sicura col mezzo barcaiolo, col cordino legato a una pianta.
Quando vedo oggi le possibilità che ci sono, tutto quello che uno può fare, mi dico che sicuramente avrei fatto qualche grado in più.
Uno può imparare, è più sicuro, ci sono molte più possibilità. È chiaro che ci vuole il rispetto per quello che è stato, ma io sarei stato più contento di nascere oggi. In questi anni i ragazzi che hanno passione hanno una grande fortuna!

Ma lo voglio sottolineare: dobbiamo non dimenticarci mai le radici storiche dell’arrampicata e dell’alpinismo.

L’alpinismo è libertà e questo è il bello. Però le libertà che ci concede l’alpinismo possono diventare dei limiti: mi riferisco ad esempio alle tragedie successe in montagna. Tu come vedi questo binomio libertà/limite?
Che ognuno deve essere libero di rischiare, che ognuno ha una sua visione, ha un sogno e deve poterlo realizzare, o almeno provarci. Puoi uscire di casa e morire in un incidente stradale. Io cerco di non dare giudizi su coloro che hanno provato a inseguire il proprio sogno per essere felici. Qualcosa che vada storto noi sappiamo che può accadere. I rischi dobbiamo accettarli e cercare di minimizzarli.

Poter giudicare qualcuno per i suoi sogni significa avere tutti gli elementi, e averli significa essere nella testa dell’altro: impossibile.

Parliamo di cordate: mi è stato detto che oggi non si trovano più cordate di amici, ma di alpinisti che opportunisticamente si uniscono ad altri all’altezza, per poter compiere determinate imprese. Tu cosa ne pensi?
È vero, ma io non mi legherei mai con una persona che non è mio amico. Io non la penso così, non mi lego a una persona soltanto per poter fare una determinata via.
A breve uscirà una guida per Versante Sud sulle arrampicate estreme in Dolomiti che ho scritto con Francesco Piacenza di Ancona, è un mio grande amico, con il quale ho condiviso tutte le più belle salite, e per salire le vie dei nostri sogni ci siamo aspettati.
Se devo legarmi con uno con cui non sto bene, vado al mare in Romagna piuttosto.

Di solitarie ne hai fatte, giusto?
Sì, qualcuna, e ho salito anche qualche tiro slegato, ma ben pochi. Magari ne avrei fatte qualcuna in più se avessi avuto più tempo.

Samuele in freesolo a Maiolo (foto: Simone Enei).

Perché hai scelto di fare solitarie o arrampicare in free solo?
Scalare senza corda, dove so che posso dominare il grado, mi dà una grande sensazione di libertà, perché ci sono solo io e la roccia. Ma senza arrivare al limite.
È chiaro che i pericoli ci sono, ma quando sono salito così, ero piuttosto sicuro e mi sono divertito.

Spesso è più pericoloso salire tiri a vista con protezioni rade: lì ho avuto molta più paura.

Quindi ammetti che anche tu, nonostante il tuo stile e la tua filosofia, hai ceduto all’alpinismo estremo, a quella parte che definiamo irrazionale in cui prevale il bisogno di adrenalina.
Mi piace mettermi alla prova. È un volersi misurare con le salite fatte dal alpinisti forti, vedere se si è in grado: è l’avventura.

Cos’è che ti spinge a volere questo? È una cosa di cui non riesci a fare a meno?
‘L’arrampicata sportiva mi annoiava’: mi è sempre piaciuta questa frase di Dean Potter. 

“Amo l’arrampicata trad, perché ha quell’incertezza che forse è molto simile all’incertezza della vita.”

Ma l’alpinismo in generale ha rischi e se anche vai a scalare una via plasir, sei comunque per aria.

Chi come te e come altri che non lo fanno per moda, chi lo fa perché è veramente appassionato, cade in un modo o nell’altro nel tranello dell’alpinismo che ti porta a un limite estremo, che è il tuo…
Sì, hai ragione. Bisogna stare molto attenti a non passare di là. L’attrazione è tanta, ma lo è anche la paura, per quanto mi riguarda. Il migliore è quello che torna a casa. 

In fin dei conti cosa fai? Non scali così non ti succede niente e poi magari muori per un male incurabile? Almeno vivi una passione che ti fa stare bene.

“Io non do giudizi sugli altri, perché tutti noi andiamo in montagna per stare bene. E come puoi giudicare chi vuole stare bene?”

L’arrampicata è irrazionale?
Sì, l’arrampicata è vicina all’arte: per quello è irrazionale, perché come l’arte nasce dalla parte non razionale del cervello.
Scalare le montagne non ha senso: tu disegni qualcosa di artistico sulla parete, dettato prima dal cuore e poi dalla razionalità, quindi è per quello che ciò che fai può assumere dei rischi ed è irrazionale, perché è una forma artistica, anche se presuppone una preparazione fisica. 

Capire i movimenti in un monotiro, dove mettere le mani, come girarti è arte. Ognuno sulla roccia ci disegna la sua arte e ogni scalatore lo fa con elementi diversi. Non è una cosa matematica… e te lo dice un ingegnere.

Già, perché tu sei ingegnere…
E non volevo farlo! Io volevo fare il montanaro. Probabilmente ho fatto l’ingegnere perché andavo bene a scuola. 

Da bambino dicevo che volevo fare l’avventuriero, ma mia mamma mi rispondeva che non è un lavoro retribuito. Allora dicevo che volevo fare il camionista, perché a me viaggiare col camion dava l’immagine dell’avventura. 

Poi sono diventato grande e ho capito che un lavoro dovevi pur farlo. Pratico la professione di ingegnere, ma insegno anche. E questo mi piace perché i giovani mi tengono in vita. 

Nella mia vita mi sarebbe piaciuto restare in montagna a fare il pastore. Mi hanno fatto nascere in Romagna, però, vicino al mare. (Ride)

Però sei anche diventato alpinista, quindi in parte il tuo sogno si è realizzato.
Io ringrazio tantissimo il club alpino di Cesena che mi fece fare un corso roccia: senza questo e la vicinanza di un mio amico, magari non avrei neanche scalato.

Donare una passione è prezioso, soprattutto oggi che tutto è misurato attraverso i soldi: dare qualcosa gratuitamente è un gesto molto importante e gli istruttori CAI lo fanno.

Ti elenco alcuni concetti e vorrei una tua breve riflessione su ognuno di questi in relazione all’alpinismo.

Rispetto.
Prima di tutto per le persone, per chi come me vive la mia passione: il rispetto delle idee che secondo me si tramuta nel rispetto dei gesti. Comprensione per chi vive della stessa passione.

Violenza.
Non mi è mai piaciuta. Non serve. Nella montagna è stata praticata violenza a causa dell’ego: gli impianti di risalita, le costruzioni, le strade… Ma non serve. Anche nelle imprese non dovrebbe essere l’ego a comandare: bisognerebbe salire e non dire niente, ma quando fai una via, ti fa piacere che anche gli altri la salgano. Io mi sono sempre chiesto ‘in un mondo dove esisto solo io, scalerei le montagne?’. La mia risposta è sì, quindi significa che sto andando a fare qualcosa che mi piace.

Presunzione.
C’è, ce l’abbiamo tutti. Ognuno presume di essere più bravo dell’altro, chi è che non ha mai pensato di essere migliore del suo amico o del suo conoscente? È un sentimento umano. Bisogna avere l’attitudine di cercare di migliorarsi, però, perché presumere di essere meglio degli altri secondo me è sbagliato.

Armonia.
Quella che sento quando sono in mezzo alla natura. Io ho bisogno della natura. Preferisco scalare all’aria aperta.

Umiltà.
Tutti diciamo di essere umili e tutti mentiamo spudoratamente, io per primo. (Ride)

Solitudine.
Mi fa paura. Non sto male da solo, ma non mi piace, mi dispiacerebbe essere solo. Se la cerco, è per brevi periodi, però preferisco stare con gli amici. Quando sono in parete non provo solitudine, ma solo gioia.

Sofferenza.
Non mi piace, ma è necessaria, per arrivare all’obiettivo che ti sei prefissato. Io la sofferenza comunque la vedo nella prospettiva della realizzazione di un sogno, non fine a se stessa. Il modo di intendere la montagna nel passato non mi si addice: sofferenza, privazione, morte non mi sono mai piaciute. Per liberare un tiro, devo allenarmi: preferirei bere una birra, ma devo tirare prese per poter raggiungere il mio obiettivo.

Se dovessi rivolgerti ai giovani, quali consigli ti sentiresti di dare prima di entrare nel mondo dell’alpinismo?
Di fare questa attività sempre e solo per passione, senza misurarsi con gli altri e senza dover in qualche modo gareggiare. Fare le cose che uno si sente di fare.

E di conoscere la storia dell’alpinismo: è importante sapere come si è evoluto, da dove arriviamo e come rispettare questa attività, che ha un bel po’ di anni di storia. Senza la storia non puoi capire l’oggi.

Quando sali una via, quali sono le informazioni che dovresti conoscere prima di scalarla?
Tutto: soprattutto chi ha aperto la via, l’anno. Mi piace capire chi è l’apritore, da dove veniva e come l’ha fatto. Questo vale per chiunque, non necessariamente solo per gente famosa.

In fin dei conti bisogna dare un minimo di merito a persone che hanno avuto una visione: ecco perché anche nelle guide i dati e le informazioni sull’apertura sono fondamentali.

Sei accademico e quindi voglio farti una domanda: la situazione al CAI come la vedi?
Secondo me ultimamente il CAI ha fatto grandi passi in avanti. Quello che a parer mio deve accadere è che il club tolga di mezzo tutta la burocrazia e apra le porte a tanti giovani. La linfa sono loro.

Ma i progressi ci sono, si vedono. Anche per quanto riguarda i corsi: offrono un’ottima preparazione con un costo limitato.

A proposito di giovani e CAI: oggi, data la loro passione, i ragazzi sembra che tendono a voler farla diventare un lavoro e per questo moltissimi scelgono di fare le guide alpine. Andrà a finire che il CAAI rimarrà senza giovani?
Non credo proprio: ci sono molti alpinisti che ad esempio praticano la loro attività solo su roccia e misto. E poi ho visto molto interesse da parte di tanti giovani all’iniziativa del CAAI con l’Eagle Team. Nell’accademico entri in contatto con la storia dell’alpinismo, con chi ha aperto vie e ha realizzato certe salite, e devo dire che ho visto un gran bel movimento.
Gli Eagle Meet sono stati molto interessanti e ho visto tanti ragazzi appassionati.

Aprire alle guide alpine sarà possibile?
Lo statuto dice che non ci devono essere professionisti, identificati nelle guide alpine. Ma io mi chiedo: qual è la differenza tra chi fa la guida alpina, un professionista, e chi può scalare sette giorni su sette? 

Secondo me come al solito bisogna dare il valore alle cose. Spesso le guide alpine scalano meno di chi non lo fa per professione.
Quindi a mio parere l’Accademico deve portare avanti l’arrampicata estrema, l’evoluzione dell’alpinismo, ma senza dipendere dal filtro del ‘mestiere’. Io posso scalare durante i fine settimana perché sono insegnante e ingegnere, un altro può permettersi di scalare sette giorni su sette, uno fa la guida e magari deve lavorare la maggior parte del tempo e poi portare avanti i suoi progetti di salite una volta al mese…

Io penso, ad esempio, che Beber e Tondini dovrebbero essere accademici. 

“Sono favorevole all’apertura dell’Accademico alle guide alpine, però voglio che l’istituzione mantenga l’essere un faro della cultura alpina.”

Ciò che importa è che tutte le associazioni comunichino lo stesso messaggio, promuovendo il rispetto della cultura alpina.
Tutti possiamo fare la nostra parte.


Grazie Samuele. Ancora una volta ho imparato qualcosa in più.
Un esempio? Che in arrampicata è come nella vita: essere onesti, con gli altri e con sé stessi, rende tutto migliore.
… e che devo allenarmi bene per le libere!

“Scalando le rocce ho capito che nella vita voglio seguire un sentiero che ha un cuore, che comincia dagli ultimi passi di chi mi ha preceduto.
Questo sentiero non mi aiuta ad arrivare prima di altri, non mi serve per accorciare la strada.
È utile soltanto se ho ‘tempo da perdere’, per percorrerlo tutto, perché ‘come’ cammino è più importante di ‘dove’ arrivo.”
Samuele Mazzolini


Fotografie.

Falesia di Barbarano: in arrampicata (foto: Luca Parma).
Via Donnafugata: sulla parte alta della via Donnafugata, Torre Trieste, durante una delle prime ripetizioni (foto: Francesco Piacenza). La via è stata aperta da Christoph Hainz e Roger Schäli nel 2004. La prima libera è di Mauro Bubu Bole e Gabriele Gorobey nel luglio 2007. 8a, obbl. 7a/A2.
Via Attraverso il pesce: sul primo tiro chiave della via Attraverso il pesce (foto: Francesco Piacenza).
Tiro Revolver: durante la prima salita di Revolver, tiro trad a Maiolo (foto: Simone Enei).
Maiolo: in freesolo a Maiolo (foto: Simone Enei).
Addio al celibato: in arrampicata su una nuova via a Frasassi (foto: Matteo Della Bordella). Nell’Appennino Fabrianese la via Addio al Celibato (8a+ max, 7a/b obbl., 8L) è stata aperta da Mazzolini, Berardi, Piacenza e Lorenzetti.
L’uomo in strach: Durante la prima ripetizione de L’uomo in strach – aperta da Lorenzo Massarotto e Conedera il 20 agosto 1992, 32 anni dopo l’apertura (foto: Fabrizio Grimandi).
Via Spirit: sul tiro chiave di Spirit, bellissima via del “Mox” alla Cima d’Auta – aperta da Massimo Da Pozzo e Danilo Serafini nel settembre 2003 – max 7c+/8a, obbl. 7b (foto: Francesco Piacenza).
Variante delle Poiane: in apertura su una variante diretta (Variante delle Poiane) a Supermatita (foto: Francesco Piacenza). Il 27 agosto 2015 Mazzolini, Piacenza e Cavallar hanno tracciato una variante alla storica via Supermatita di Manolo alla Est del Sass Maor (Zanolla –  Valmassoi, agosto 1980). 
250 metri la sola variante, 1200 m complessivi con la via Supermatita. VII+ (obbl.), R4.

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