In questo mio piccolo spazio nel web ho trattato poco l’arrampicata sportiva, ma ora colgo l’occasione, nata da un incontro.
Ero nella palestra SanbàPolis a Trento e una maglia della palestra dove arrampico ha attirato l’attenzione di un climber impegnato sugli strapiombi.
“Siete del Maneton? Allora dovete salutarmi Dino Lagni, Lisa Benetti e i fratelli Zavagnin!”
Quattro chiacchiere e poi siamo tornati ad arrampicare.
Poche settimane dopo, nella stessa palestra, lo rivedo e allora ho colto l’occasione per intervistare un atleta e inoltrarmi, almeno un po’, nel mondo dell’arrampicata sportiva.
[Ex-atleta, ma, andiamo, chi lo è stato almeno un po’ lo rimane, no?!]
–
Sei pronto Stefano?
Sono nato pronto!
Innanzitutto ti chiedo di presentarti.
Sono nato nel 1970 in provincia di Bergamo e poco dopo i miei si sono trasferiti a Rovereto. Durante gli studi ho scoperto il fantastico mondo dell’arrampicata sportiva.
Cosa te lo ha fatto scoprire?
Il mio professore di ginnastica: il mitico Sergio Martini, famoso alpinista.
Caspita!
Ma l’amore per la montagna l’ho incontrato prima, con i boy scout, quando andavamo a fare delle piccole uscite sulle montagne sopra Rovereto, tra cui la Val Scodella, dove c’è una parete che i roveretani utilizzavano (e lo fanno tuttora perché c’è una bella palestra di roccia) per salire vie, provare passaggi e manovre…
Un giorno, durante un’uscita, abbiamo fatto una sfida tra ragazzini su chi sarebbe riuscito a prendere un pezzo di legno alla fine di una piccola parete.
Nessuno l’ha raggiunto, allora ho provato io e ci sono arrivato. Il mio capo squadra mi chiese se avessi mai scalato: gli risposi di no e lui iniziò a portarmi fuori qualche volta. Da lì è scoccata una scintilla, anzi, un falò!
A scuola dissi al mio professore Sergio che avevo provato a scalare. Non l’avessi mai fatto! Era felicissimo: iniziò con i suoi racconti e a darmi qualche dritta sull’arrampicata.
Hai intrapreso la strada dell’arrampicata sportiva: in palestra o all’aperto?
Ho iniziato a scalare fuori, l’indoor ancora non era così in voga.
Qualche tempo dopo incontrai Renzo Vettori, un gran personaggio che lavorava alla palestra PLASTIC ROCK di Rovereto.
Lì abbiamo iniziato a scalare insieme, perché aveva notato che potevo crescere nell’arrampicata sportiva.
Proprio in quel periodo Renzo stava costruendo la sua prima parete in casa e allora lì cominciai ad allenarmi. Era la fine degli anni ’80.
Avevo 19 anni e avevo già iniziato a sviluppare una buona tecnica di arrampicata, che allora era prevalentemente in placca.
Ricordo che arrampicando con Renzo io rubavo con gli occhi e così ho imparato molto: come muoversi, come scalare utilizzando bene i piedi… Piedi: un elemento che oggi faccio un po’ fatica a vedere con tutti questi boulder spettacolari pieni di volumi…
Su questo ci torniamo dopo! Continua la storia…
Un giorno Renzo mi dice “dai, sei pronto!”. Si riferiva alla prima gara boulder in Italia che si sarebbe tenuta a Trento nel maggio del 1989, me lo ricordo bene.
Gli risposi di sì. Mi sarebbe piaciuto provare a fare una gara. Ma quando mi disse la data precisa… ‘No, non ci credo: partivo per la leva quel giorno’.
Ricordo che il treno si fermò alla stazione di Trento e la parete era montata proprio lì, davanti a me. È stato uno shock.
Mi rassegnai e quell’anno passò. Dopo, tutto è ricominciato.
Come è ricominciato?
In maniera abbastanza traumatica, perché concluso il periodo della leva ero abbastanza in sovrappeso. Sai, all’epoca c’erano dei canoni un po’ diversi da quelli di adesso, andava di moda la leggerezza nell’arrampicata.I boulder di oggi sono più fisici, quindi c’è bisogno di masse muscolari diverse.
Dunque, sono tornato ed è stato un dramma!
Ma io sono un ariete, ho la testa dura: mi sono messo ad allenarmi e nel giro di pochi mesi ero tornato a rifare il mio 8a.

La tua specialità è il boulder, giusto?
Non ho una vera e propria specialità. Mi reputo un arrampicatore ‘completo’: mi piace scalare sia con la corda sia nel boulder. Però ho partecipato a più gare boulder per un motivo particolare.
Ho iniziato con le gare lead, ma succedeva che magari dopo 300 chilometri di auto mi ritrovavo a cadere dopo poche prese e finire così la gara, subito.
Lì mi sono detto: o aumento il mio livello in maniera esponenziale oppure devo mettere in atto il piano b.
Aumentare il livello avrebbe richiesto parecchio tempo per allenarmi e non ce l’avrei fatta col mio lavoro. Iniziai allora le gare di boulder, che proprio in quel periodo cominciavano con la Coppa Italia. Nelle gare boulder può succedere di sbagliare al primo tentativo, ma almeno poi ne hai altri e se hai un buon livello, hai la possibilità di andare avanti.
Può succedere anche se sei un po’ agitato: nelle gare lead non te lo puoi permettere, nel boulder qualche speranza di proseguire e qualificarti ce l’hai.

E ti sei innamorato del boulder…
Mi piaceva (e mi piace) tantissimo. Ho avuto delle grandissime soddisfazioni.
Ho vinto una Coppa Italia, sono arrivato tra i primi posti in alcune gare di Coppa del Mondo e ricordo anche un buon risultato a una Coppa del Mondo lead a Milano.
Il buon Giovanni Cantamessa, allora commissario tecnico nazionale, quando potevo mi faceva fare le gare di Coppa del mondo: sono state esperienze meravigliose, perché sei a contatto, e competi, con arrampicatori fortissimi a livello mondiale, ti alleni con loro. E lì è interessante osservarli: come si scaldano, come tengono le prese, come si muovono. Così impari tecniche nuove, ad esempio.
Quando ci siamo incontrati nella palestra SanbàPolis a Trento, mi ha colpito la tua frase ‘i tempi sono cambiati’. Mi è sembrato di percepire un po’ di malinconia. Avevo capito bene?
Sì. Non è una critica pesante quella che voglio fare, però io mi ricordo che alla mia epoca, non essendoci mezzi per una comunicazione immediata come quella di adesso, l’arrampicata (come molto altro, ovviamente) era vissuta in modo diverso.
Ad esempio, se tu salivi una via a vista, lo sapevi tu e i tuoi amici lì presenti. Oggi lo saprebbe pure la gente di Torino, Genova o chissà dove.
“Una volta vivevi un’esperienza più intima. Oggi appena fai un movimento in più, tac, lo devi pubblicare, pubblicizzare, devi farci un video. Si rischia che lo spettacolo, e non l’arrampicata, risulti al centro dell’attenzione; che il fine non sia quello di divertirsi e arrampicare soprattutto per sé stessi, ma per poterlo pubblicizzare, per mostrare agli altri i propri successi.”

E allora come è cambiata secondo te l’arrampicata?
C’è questo bisogno di far sapere a tutti se si è fatto mezzo grado in più, non trovi?
A me viene sempre in mente una frase del Dalai Lama: ‘questa è un’epoca in cui tutto viene messo in vista sulla finestra, per occultare il vuoto della stanza’.
Un po’ mi dispiace, forse perché io ho vissuto il ‘romanticismo’ dell’arrampicata.

E qual era?
Innanzitutto quando c’era ancora poca gente che scalava. Prima che diventasse una moda. Pensa che quando andavo io a fare boulder, spesso non avevo crash pad e usavo un mucchio di foglie secche nella stagione invernale. (Ride)

Era proprio bello, perché in quelle situazioni dovevi sentirlo il movimento, dovevi sentire che avevi il blocco dentro di te. Adesso, con tutti i materassi che ci sono sotto, con tutti i ventilatori, con tutte le telecamere… capita anche che il blocco lo fai forzatamente.
Oggi a volte succede che le prese non le tieni perché hai il livello adeguato, ma magari per una questione di fortuna. E una pesa dopo l’altra arrivi in cima… Spero di essermi spiegato.
Quando ho iniziato a fare le gare, mi serviva un posto per allenarmi: c’era un mega settore, i Lavini di Marco*, dove ho tracciato e pulito tantissimi blocchi, e lì non potevi permetterti di cadere, perché erano un sacco di metri e magari per terra c’erano i sassi a punta. Più di una volta ci ho lasciato le caviglie… (ride)
Anzi, ne approfitto per ringraziare Heinz Mariacher e Scarpa per avermi sponsorizzato con le scarpette!
* “Boulder Park Dantesco (Rovereto): siamo nella zona dei Lavini di Marco, a due passi dalla cosiddetta “ruina dantesca”, la grande frana che Dante citò nella Divina Commedia (XII canto Inferno, vv. 4-9). In quest’area di oltre 35 ettari si ammassano rocce che, staccatesi dal Monte Zugna e precipitate a valle, già in epoca preistorica deviarono il corso del fiume Adige. Un selvaggio angolo di Trentino, in cui è possibile ammirare anche le orme dei dinosauri.” [Fonte: visitrovereto.it]

Vorrei un tuo parere, una tua riflessione, sul cambiamento…
Proprio su Instagram poco tempo fa ho visto un reel ambientato in una palestra in Francia, dove c’erano dei ragazzi molto forti che dovevano provare due tipologie di blocchi: le prese di partenza e i top erano uguali, ma uno era old school, con prese piccole, movimenti un po’ al limite, molto tecnici, e l’altro era la new school, con prese e volumi disposti per lanci e azioni quasi acrobatiche.
È stato simpatico e curioso vedere che l’old school l’hanno abbandonata tutti dopo aver provato due prese, passando subito alla nuova scuola.
E perché secondo te?
Perché i boulder di adesso sono belli da vedere, spettacolari. A prova di video.
Io sono il primo a dirti che se venivi a vedere una nostra gara, era una noia infernale. Mi annoiavo pure io, figurati.
Per quale motivo dunque c’è stato questo cambiamento?
Soprattutto per la televisione, o meglio, per i social! E perché boulder così sono anche più appetibili per le Olimpiadi.

Dobbiamo ammettere, però, che i ragazzi di oggi sono talmente allenati che c’è bisogno di rendere i boulder anche più duri, magari. E forse c’è una necessità di diversificare…
No, non è per quello. Secondo me è proprio per un discorso di spettacolo. È tutto lì.
Pensa che quando facevamo noi una gara di boulder e stavi a 20 metri dalla parete (distanza del pubblico), non riuscivi nemmeno a vederle le prese, tanto erano piccole. La gente si chiedeva come gli atleti riuscissero a tenerle. Adesso quel che vedo sono sempre gli stessi movimenti: rincorse, due schiaffi, salti…
Non voglio dire che oggi sia tutto facile, anche perché conosco ragazzi che si fanno il mazzo per poter allenarsi, fare gare e lavorare, ma mi è capitato di sentire quanto fosse spesso dura la vita degli atleti: partenze la sera dopo lavoro, viaggi la notte, concludere una gara e tornare la sera per essere pronti la mattina dopo a iniziare la settimana lavorativa… Se tu dovessi raccontare a un climber di oggi com’era in passato, cioè come si dovevano gestire i tempi, gli allenamenti e le gare, cosa gli diresti?
Un elemento fondamentale che ti porta a fare questo tipo di sforzo, di sacrifici, è la motivazione, la passione che hai per questo sport. Non è tanto la voglia di vincere. Perché lo sai anche tu: se partecipi a una gara di Coppa del Mondo e ti trovi davanti Daniel Dulac*, Jerome Meyer, Chris Sharma e quella gente lì, non hai molte speranze di vittoria.
Mamma mia, Dulac era micidiale, lui arrampicava col cappello. E poi c’era Christian Core**: tra i nostri italiani, quando arrivava lui, apriti cielo!
Quindi a un giovane arrampicatore oggi direi di dare il meglio di sé, di non guardare i like e i follower. Io non andavo alle gare con lo spirito di ‘vado là e spacco tutto’, ma con quello di ‘vado là e do il meglio di me’. Punto. Volevo scalare bene, questo era importante. Poi se arrivavo settimo o se arrivavo trentesimo, pazienza.
Devi essere fortemente motivato. Mi ricordo che finivo di lavorare alle 17:30, arrivavo a casa, mettevo a posto due cose, alle 19 partivo e andavo, ad esempio, a Grindelwald a fare una gara di Coppa del Mondo fissata la mattina seguente.
Arrivavo alle 3 di notte, alla mattina mi svegliavo che dovevo entrare in isolamento per le 7 e cercavo di convincermi: ‘no, no, non sei stanco, tu non sei stanco’.
Però era anche quello il bello: queste cose se non le fai quando sei giovane, quand’è che le fai?

“Ovvio che è più comodo stare sul divano e guardare la televisione.
Ma la storia anche noi dobbiamo scriverla, no?”
*Daniel Dulac: arrampicatore e guida alpina francese, è stato anche un grande atleta, vincitore tra gli altri del Campionato Europeo Boulder e dell’Ice Master World Cup.
**Christian Core: l’unico italiano ad aver vinto la Coppa del Mondo Boulder di arrampicata due volte nel 1999 e nel 2002, oltre a un Campionato del Mondo Boulder nel 2003.
Ti viene in mente uno dei tanti aneddoti che hai sulle gare?
M ricordo un’occhiata che mi ha lanciato una volta Ben Moon*. Ero ragazzino ed ero andato a fare una gara di Coppa del Mondo in Germania: ero seduto a leggere qualcosa e passa ‘sto ragazzo con la coda rasta, che si ferma e mi lancia un’occhiata come per dire ‘chi è questo? Da dove esce?’. Mi ha congelato. La mia gara è finita lì! (Ride)
*Ben Moon è un famosissimo arrampicatore inglese che, tra i tanti risultati ottenuti,salì per primo una via di difficoltà 8c+, con Hubble a Raven Tor, nel 1990.
E nel boulder è mai successo qualcosa che ti abbia spaventato, o divertito?
Ero a Fontainebleau e stavo arrampicando con Gabriele Moroni su un blocco. Lui è partito su questa placca leggermente strapiombante e, arrivato in cima, sono partito io. Alla fine ho messo le mani a spalmo vicino ai suoi piedi: ero praticamente fuori, ma ho sbagliato il gioco di piedi sotto e non riuscivo più a vederli. Mi sono detto ‘bon, qua vengo giù’. Alle mie spalle c’era un sasso e mi faceva un po’ paura, quindi ho guardato Gabri e gli ho detto “prendimi le mani e tirami su”. Allora m’ha preso per un polso e ha iniziato a tirare. Salvo.
C’era un po’ di gente divertita sotto, che di sicuro si ricorda ancora la scena.
E ora come lo vedi il futuro dell’arrampicata sportiva?
Ti dirò che c’è una cosa che non mi convince, o meglio, che mi dispiace: questa tendenza a portare la chiodatura dell’indoor nell’outdoor.
Vedo tanti tracciatori che ad esempio in falesia tengono gli spit distanziati tanto quanto le pareti indoor: questo non mi piace. Quando io andavo in falesia era veramente difficile trovare gli spit tanto vicini.

Eh, questo è interessante, soprattutto detto da un atleta. Quindi tu stai un po’ criticando questa necessità dell’estrema sicurezza, perché di questo si tratta, no? Con la conseguente eliminazione del fattore psicologico.
La componente mentale è fondamentale in arrampicata.
Certo, tu non puoi andare a scalare per divertirti e tornare a casa distrutto, questo sono il primo a dirtelo.
Ma io sono anche chiodatore, quindi posso dirti che a parer mio (ed è quello che faccio) gli spit vanno piantati dove devono andare. Senza esagerare.
Riempire di spit ha come unico risultato quello di vedere un sacco di ferraglia in parete.
E per quanto riguarda le persone che si approcciano all’arrampicata?
Vedo che tendono a cercare le falesie nuove e ad abbandonare l’old style.
Oltre alle tante altre, frequentavo la Val San Nicolò di Heinz Mariacher e Luisa Iovane, la Val di Fassa, il Totoga di Manolo, Arco… sono falesie che ti fanno crescere.
Quando mi chiedono “qual è il tuo più bel ricordo?”, io rispondo ‘un 7a in Totoga a vista, perché me lo sono guadagnato’.
Oggi è un continuo moschettonare.
Ti chiedo una curiosità: nella falesia Classica di Lumignano c’è un tiro, la Pancia Casarotto, al centro di discussioni e polemiche tra chi la vorrebbe lasciare con la chiodatura dell’epoca, con chiodi parecchio distanti, e chi la vuole richiodata con aggiunta di spit, per renderla più sicura e accessibile a tanti. Tu che ne pensi?
Scusa un attimo, la Pancia Casarotto è a sinistra di Atomic Cafè, giusto?
La ricordo.
No, io non toccherei niente di niente.
Se io non mi sento in grado di salire una via che un altro ha chiodato, vuol dire che non ho quel livello o quello stato mentale. Punto. Allora, o mi alleno per farla, o scelgo altri tiri.
Se qualcuno avesse richiodato la via di un altro in una palestra nella mia zona, io l’avrei schiodata.
Perché se creo un tiro, qual è il tuo diritto di venire a modificarlo?
Hai qualche ultimo ricordo da citare?
C’è stata una stagione che ho scalato con François Legrand*, un grande!
Quando frequentavo Arco, nel periodo prima del Rockmaster arrivavano i grandi nomi dell’arrampicata mondiale. Ricordo che un giorno François Legrand mi ha chiamato e mi ha chiesto “sei libero?”, gli ho risposto “Certo, vengo anche solo a tenerti la corda!”. Spesso anche solo facendo sicura impari tantissimo.
Cosa che adesso alcuni ragazzi non riescono a capire, suppongo perché manca il rispetto verso ciò che è stato prima. Molti non guardano indietro a cosa è successo nel passato e i ‘vecchi’ li guardano o li trattano come se fossero solo un ricordo da mettere da parte.
Io non mi sarei mai permesso di farlo.
I giovani di oggi devono capire cosa sta dietro quello che fanno, quello che indossano, quello che usano.
*François Legrand è “una vera leggenda dell’arrampicata sportiva, uno dei più forti climbers francesi che ha vinto tutto quello che era da vincere”. (Fonte: Planetmountain)
Grazie Stefano!
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Anche nell’arrampicata sportiva, con riferimento alle palestre di roccia naturali, la parola d’ordine è il rispetto. Ce lo ha detto Stefano e lo hanno fatto molti altri: rispetto per la roccia, per l’ambiente, per la storia e poi per gli stessi chiodatori, che tanto regalano a loro stessi quanto regalano a noi, che ripetiamo i loro tiri e le loro vie.
E il rispetto nasce dalla conoscenza, dal buon senso, da una formazione di cui parte integrante è anche la storia: dell’arrampicata sportiva (la cui nascita si colloca all’incirca tra 1985 e il 1992), dei tanti arrampicatori che hanno regalato alle falesie risultati straordinari, dell’evoluzione dell’arrampicata e del modo di concepirla, e delle pareti, che tanto raccontano se chi le scala provasse davvero a leggerle.


Di’ la tua!