Siamo a pochi passi dal Pasubio, abbracciati dalle Piccole Dolomiti. Ed è anche a loro che dedichiamo questa intervista. Perché sono la scenografia, sono le protagoniste, sono le rocce che non dimentichi. Ovunque tu nasci e cresci, quei posti te li porti dentro, plasmano il tuo modo di vivere, di pensare, di rapportarti al mondo che sta al di fuori. Ovunque tu vai, quei posti te li porti dentro in varie forme, sono il tuo volontario o inconscio termine di paragone. Non puoi farne a meno.
E noi siamo qui. Sono Piccole, ma cosa contano le altezze se sono grandi le storie che hai da raccontare?
Come sempre preparo un elenco di domande che poi cresce, si trasforma in quel disordine che nasce dalla spontaneità di un dialogo. Questa volta un dialogo a tre voci, perché oggi intervisto Andrea Micheletto e Andrea Dalle Nogare, due alpinisti delle nostre zone, de noialtri, del Pasubio, del Carega e del Sengio Alto, dei Soji Rossi che tanto hanno scalato e che li hanno ispirati, in una lunga carriera che, nonostante acciacchi, età e impegni, sembra non finire mai. Nelle loro parole e nei loro sguardi è facile intuire un po’ di nostalgia dei tempi passati, certo, delle salite sulle Piccole e sulle grandi Dolomiti, ma tante idee e numerosi progetti sono ancora da realizzare.
Nel frattempo le domande che avevo preparato sono riuscita a porle, ma non in ordine. Perché tutto è nato dal vecchio telefonino di Andrea Micheletto…
ADN: Hai visto il telefono che ha appena utilizzato Andrea, vero? Ecco, anche quel vecchio telefono rispecchia un po’ il suo carattere, il suo modo di essere.
AM: Cosa vuoi che ti dica? Dovrei altrimenti dipendere totalmente da mio figlio con tutta questa tecnologia!
Io ci tengo al mio vecchio telefono, anche se so che prima o poi dovrò cedere anch’io. Ma il bello è che ancora non mi prende il panico se lo lascio a casa.
ADN: Io quando lo dimentico, non mi sembra vero!
AM: Noi ovviamente siamo nati senza telefonino, quindi andavo in montagna e la mia famiglia sapeva che sarei potuto tornare in giornata come un giorno dopo. E pazienza.
ADN: Andrea, è stato sulla Italo-Svizzera che ci siamo portati una macchinetta fotografica usa e getta comprata al momento per fare qualche foto? Ricordo ancora quelle foto quadrate. Forse c’erano già i telefonini, ma noi non eravamo abituati.

Ok, ma prima di cominciare con i ricordi, iniziamo dal presente: vorrei che vi presentaste a vicenda.
ADN: Ma lo sai che il nostro Andrea Micheletto è diventato Accademico? Ti diamo uno scoop!
AM: Sì, devo ringraziare molto Andrea e Sandro, e anche Diana e Ivo, che mi hanno aiutato a raccogliere materiale e compilare il curriculum… oltre a Sergio Antoniazzi, che ci teneva in particolar modo a presentarmi.

Che dire: complimenti! (Ho notato un po’ di imbarazzo negli occhi di Andrea, ma soprattutto ho visto un barlume di commozione per il riconoscimento ottenuto e per due giovani e bravissimi alpinisti che con orgoglio stanno portando alla luce, ripercorrendo gli itinerari e grazie al loro libro Sojo d’Uderle e Sojo Rosso, dei gioielli alpinistici delle Piccole Dolomiti, Diana e Ivo, ndr)
ADN: Presentare Andrea non è semplice: intanto è una persona molto terra a terra quanto di carattere. È una persona genuina, che se la conosci, non la lasci più. Non mi ricordo la data precisa di quando ci siamo conosciuti, ma sicuramente percorrendo la stessa strada, probabilmente al corso di alpinismo, che ho concluso a metà perché già arrampicavo sui Soji Rossi e pensavo mi bastasse. Forse, con il senno di poi, ho sbagliato, ma ormai è andata così. Tornando a noi, siamo della zona, i nostri padri si conoscevano, durante l’adolescenza ero già immerso nel mondo dell’alpinismo e poi all’epoca sentivi già parlare, da Beppe Pierantoni e altri, di quel ‘bocia’ (Andrea Micheletto, ndr), che per un periodo ha fatto l’aiuto istruttore al CAI ed era già molto bravo ad arrampicare. Io avevo aperto una via sul Campanile Val Fontana d’Oro e altre, avevo chiodato negli anni ’90 la falesia Piccole Dolomiti e prima i Rossati… dunque nell’ambiente ci saremmo incontrati prima o poi!
La prima via che abbiamo salito insieme è stata Sognjo Rosso: l’avevamo adocchiata entrambi.


Io dico sempre che se non avessi avuto i giusti compagni, non avrei mai realizzato certe salite. L’amicizia è la base di tutto, non solo in relazione alla parete. Ci siamo sempre aspettati per salire determinate vie. ADN

Si dice che un legame di amicizia così forte si trova raramente in una cordata, perché pare ci sia tanto opportunismo: ciò che importa è salire una via e non con chi la sali, non il legame che c’è tra le due persone; ci si concentra sulle capacità del proprio compagno affinché riesca a raggiungere l’obiettivo. Voi come la pensate?
ADN: Sono sbalordito quando leggo nei gruppi di Facebook, ad esempio, certi annunci di persone che cercano compagni di cordata. Io se non ho il mio compagno di cordata fidato, vado a farmi un giro in bicicletta. Mi è capitato di salire vie con sconosciuti, ma è un’esperienza che non ho più ripetuto: ricordo ancora quella volta che ho dovuto bivaccare per alcuni errori fatti. Non è solo raggiungere la vetta che conta, è importante anche trascorrere nel migliore dei modi una giornata in compagnia, fare le cose insieme e allo stesso modo.
Io ho arrampicato parecchio anche su vie sportive e Andrea era più restio, perché è più legato al chiodo: in questo caso abbiamo avuto piccole divergenze e io in parte ho percorso la mia strada senza di lui.
Andrea è stato fedele ai suoi principi, ma comunque entrambi lo siamo stati alla nostra amicizia. ADN

Qui alcune relazioni di vie sulle Piccole Dolomiti.

AM: Andrea come alpinista è ammirevole. Sono stato fortunato ad avere un compagno di cordata come lui.
ADN: Io sono sempre stato quello che lo solleticava: lui aveva le idee, creava progetti, ma come è difficile fargli cambiare quel vecchio telefono, lo è modificare le sue abitudini, anche in parete. Diciamo che io l’ho un po’ modernizzato, ad esempio regalandogli un porta-martello, quando lui avrebbe continuato a utilizzare il moschettone appeso all’imbrago. Oppure i friend: lui mi diceva di lasciarli a casa, ma quando li ha provati, si è reso conto che sono molto utili, soprattutto in certe circostanze.
AM: In parete, soprattutto in apertura, Andrea mi ha anche sopportato molto, ha parecchia pazienza: pensa che a volte per aprire qualche metro dovevo lavorare ore e lui, come altri, se ne stava lì appeso. Chi è che te lo fa fare? La passione per questa attività e la lealtà, la fiducia verso i tuoi amici. E non dimentichiamoci di Sandro Galasso, il terzo della cordata.

ADN: Sandro è arrivato qualche anno dopo di noi, ma ha rivelato doti atletiche davvero notevoli, forse anche grazie al suo passato nel karate. Aveva tanta voglia di fare: ricordo la prima volta che si è aggiunto in cordata con noi, abbiamo ripetuto la Marco Dal Bianco. Andrea mi disse: “domani con noi viene un bocia da Valli!”. Quell’uscita è stata anche una prova. E l’esame è stato superato.
Tornando a Andrea, soprattutto in apertura, il saper stare lì, fermo, attaccato come una mosca alla parete per piantare un chiodo, sono doti innate ed erano evidenti.

Cosa vi ha spinto ad aprire vie in queste zone? Suppongo l’amore per le Piccole Dolomiti, un territorio dove siete nati e cresciuti, anche alpinisticamente…
AM: Dopo aver ripetuto le vie classiche, siamo andati anche in Dolomiti. Poi abbiamo deciso di tornare, soprattutto per amore delle nostre zone, e lo abbiamo fatto con un po’ di esperienza in più: questo ci ha spinto a osservare le pareti e individuare linee che nessuno aveva mai salito, magari non più tanto logiche, ma con un potenziale.
Dunque, tornando all’apertura, quando abbiamo iniziato qui, il bello era anche solo trovare nelle salite una roccia migliore rispetto a quella a cui eravamo abituati in queste pareti. Salivamo spesso sul marcio, diciamolo: chi ha imparato ad arrampicare nelle Piccole Dolomiti è avvantaggiato quando esce da questa zona, magari nelle Dolomiti, dove la roccia è bellissima.
Crescere qui è formativo, significa imparare a conoscere bene la roccia e le sue insidie. AM
ADN: Andrea è tornato in questa zona carico di esperienze e anch’io le ho fatte in Dolomiti con il mio compare Fabio Menegozzo, così le abbiamo unite e abbiamo provato a ripetere tiri duri come il grande strapiombo della Boschetti-Zaltron al Baffelàn.
Abbiamo conosciuto tanti personaggi che adesso non ci sono più come Gigi Grana, ad esempio, che ha aperto sui Soji Rossi il Camino nascosto, e loro ci hanno trasmesso tante informazioni. Ecco perché abbiamo deciso di salire anche molti itinerari dimenticati.
AM: Abbiamo salito queste vie, con oltretutto una certa rilevanza alpinistica, anche per dare importanza ai grandi alpinisti locali delle generazioni prima di noi. Percorrere queste vie, inoltre, è stata un’occasione per guardarci intorno e scoprire linee a cui si poteva accedere.

Quanto è importante conoscere la storia nell’alpinismo, ciò che è stato prima di noi? Spesso quando si nominano certe vie, le domande riguardano il grado, le difficoltà, e non chi le ha aperte, ad esempio, la storicità del luogo, il periodo storico…
ADN: Conoscere la storia è fondamentale!
AM: Guarda anche le guide vecchie di Gianni Pieropan e Francesco Zaltron, ad esempio: per noi erano la bibbia. Ed erano molto diverse da quelle di oggi. Infatti quando andavamo a ripetere una via, anche in Dolomiti, ci portavamo il nostro foglietto di carta con qualche minima informazione, per il resto dovevamo arrangiarci. Poi è tutto cambiato: oggi hai previsioni meteo aggiornate in diretta, sai quasi esattamente dove trovare l’attacco, conosci i gradi…

ADN: Sì, è vero, oggi si guarda molto al grado e all’estetica, si ascolta l’amico che è andato a ripetere una determinata via e lo si segue, tralasciando tantissime linee sconosciute al grande pubblico, magari poco comunicate nei social.
Il fatto che ci sia andato l’amico diventa un motivo sufficiente per ripetere una via e poi magari non si conosce neanche l’apritore, se è ancora in vita, cos’altro ha chiodato, come ha aperto la via… ADN
Oppure prendi come esempio Heinz Grill: è molto famoso perché vedi il suo nome ripetersi nelle guide della Valle del Sarca, ma in realtà è anche un abilissimo alpinista, che ha aperto vie in Dolomiti e non solo, è un accademico…
Secondo me, non conoscere la storia di una via rende insipida anche la salita.
A me ha sempre affascinato la storia: ricordo che prima di affrontare la Zaltron, sono andato a parlare con lui, oppure prima di andare a salire la Piramide mio padre mi ha presentato i fratelli Cavion, che hanno la via. Dialogare con i chiodatori e conoscere la storia, almeno per quanto mi riguarda, mi caricava.

AM: E non era sempre così semplice, perché i vecchi che avevano aperto o ripetuto delle salite, spesso ci dicevano di fare attenzione, perché avevano una sorta di timore nel farci andare a ripetere delle salite che loro reputavano difficili per noi giovani.
“Ve farve male, ste tenti!”, ci dicevano. AM
ADN: Ve l’hanno detto anche quando siete andati a ripetere la Miotto-Saviane* al Burel, ma quando vi hanno visti dal basso arrampicare, hanno ammesso che avreste potuto salire ovunque.
Sai, il Burel assomiglia un po’ alle nostre montagne.
AM: Ci avevano avvisato che sarebbe stata dura, ma noi eravamo carichi. Ci abbiamo provato e ci siamo riusciti. Abbiamo trovato 9 chiodi lasciati in parete dai primi salitori, su uno sviluppo di oltre 1400 metri.
Siamo anche andati a trovarlo a casa, Miotto: andava a caccia di camosci e stava fuori settimane intere. Ha iniziato ad arrampicare tardi, a quarant’anni circa. È stato quello che ha scovato i Viaz**, gli attraversamenti delle cenge che lui percorreva slegato per cercare i camosci.
ADN: Col senno di poi, ripensandoci, abbiamo rischiato spesso…

Quando avete rischiato veramente tanto, quando avete avuto davvero paura?
ADN: Forse a quel limite non siamo mai arrivati. Sapevamo che in certe situazioni il volo era compreso nel prezzo e da allora abbiamo iniziato a piantare qualche spit a mano alle soste, quando veramente serviva. Quando siamo arrivati a determinati limiti nelle nostre vie, allora dovevamo avere qualche sicurezza in più. Altrimenti noi non usavamo spit.
Posso dirti di una volta che ho preso un brutto temporale tornando dalla via della Falce in Dolomiti: oltre alla pioggia, dalla parete scendevano un sacco di detriti. Ci siamo inevitabilmente fermati e mi ricordo che continuavo ad alzare i piedi perché sotto cresceva pian piano il suolo con grandine e sassi. Avevamo un solo zainetto, che ci serviva per ripararci un minimo dalle scariche, e non potevamo scendere perché le corde seguivano la linea della cascata d’acqua. Lì ho avuto paura, perché il temporale fortissimo e la grandine mi facevano sentire impotente: in quei momenti non ti resta che attendere il fluire degli eventi. Ci vuole anche fortuna in montagna.
Da ragazzi, per l’incoscienza giovanile, abbiamo rischiato parecchio: ad esempio arrampicare sui Soji ad agosto, magari per sette ore in parete, significa tornare assetati e con scottature sulla pelle.
Insieme, però, siamo stati una bella squadra: ci rassicuravamo in sosta, ci ricaricavamo a vicenda, abbiamo sopportato parecchia tensione insieme. ADN
AM: Concordo con Andrea, anche io ho rischiato in montagna, ma è normale. Ricordo quella volta in Marmolada: sulla via dell’Ideale eravamo in due cordate di amici e purtroppo ci ha fregato il tempo. Su quelle placche è molto difficile arrampicare col maltempo, ma fortunatamente eravamo a un punto in cui abbiamo trovato una piccola nicchia, dove avevano bivaccato anche i primi salitori, e lì siamo stati circa 15 ore ad attendere che il temporale finisse.
Tu pensa che io avevo anche perso lo zaino! Eravamo tutti in alternata e quando ha iniziato la tempesta, ho cercato di prendere dal mio zaino l’impermeabile e appoggiandolo sul ginocchio mi è caduto. Passai la notte con nulla, a metà dentro il sacco da bivacco del mio amico. Il giorno prima due tedeschi non hanno avuto la nostra stessa fortuna.
In quei momenti, per quanta esperienza tu abbia, non è facile affrontare la situazione in pareti del genere: sei in balia degli eventi. AM

Come sono state le prime esperienze di chiodatura? O meglio, come sono nate: avete chiesto a qualcuno come fare, come avete recuperato il materiale?
AM: È stata dura recuperare il materiale, perché quello che avevamo era poco: chiedevamo a chi aveva più esperienza e in buona parte ce lo siamo comprato. I chiodi, oggi come allora, costavano parecchio, però pian piano siamo riusciti ad acquistarne e aggiungerli a quelli che avevo di mio padre, ad esempio. Le cose stavano così: già allora spesso succedeva che chi era forte andava con chi poteva permettersi il materiale.

ADN: Ma noi siamo stati una bella cordata anche in quel senso: condividevamo tutto. Per quanto riguarda le prime esperienze, andavamo in esplorazione e man mano che salivamo capivamo quale chiodo poteva andar bene, quale tipo di attrezzatura poteva servire e altro.
AM: Ci vuole occhio.
ADN: Non esiste una scuola che ti insegna come chiodare. Al corso di alpinismo ti possono insegnare come fare una sosta, ma poi quando ti trovi in parete, in determinate situazioni sempre diverse, è necessario inventarsi, come quando togli l’erba per trovare un buco dove piantare il chiodo. Le manovre di base le abbiamo imparate al corso di alpinismo, ma poi ci si siamo arrangiati.
Voi aprivate sempre dal basso, giusto?
ADN: Sempre.
AM: Rigorosamente dal basso. Trucchi non ce ne sono mai stati.
ADN: La prima via che abbiamo aperto, Sognjo Rosso, è stato davvero un sogno per me: innanzitutto chiodare una via con lui, ma anche perché abbiamo individuato noi la linea.
AM: Spesso guardavamo la parete col cannocchiale, dal basso, e quando vedevamo una possibile linea, partivamo per chiodarla: fortuna o bravura vuole che siamo sempre riusciti ad aprire le linee che avevamo individuato.
ADN: In queste zone hai anche la fortuna di poter osservare i tratti della parete da diversi punti di vista: dal basso, di lato quando ripeti le vie… Abbiamo visto linee con le luci dell’alba, con quelle del tramonto: uno che sa leggere la parete, le vede.
E niente spit, salvo rare eccezioni…
AM: A me non piace il rumore del trapano. Fin dove si poteva abbiamo sempre salito le pareti con chiodi e martello. Quando però ci siamo trovati in situazioni un po’ troppo rischiose, allora abbiamo piantato qualche spit. Comunque nelle ultime vie che ho aperto ho piantato a mano anche quelli, pochi.
ADN: Io ho sempre pensato, ed è anche la mia convinzione attuale, che aprire una via dove l’itinerario ti permette di arrampicare in libera e di proteggerti dove la roccia te lo consente, ti porta a realizzare una linea anche più piacevole da ripetere, oltre che a darti soddisfazione. Se devo piantare una serie di spit perché voglio salire un bel muro liscio, allora diventa tutto forzato e a noi non piace.
AM: Bisogna però ricordare che non è facile nemmeno utilizzare il trapano aprendo dal basso. Io ho provato e ti confido che è molto più semplice piantare un chiodo.
ADN: Ti racconto come una volta noi abbiamo utilizzato il trapano: eravamo su Salbega, tutta la via è protetta normalmente, ma in un punto avremmo dovuto rinunciare a seguire la linea che avevamo visto da sotto. Eravamo su muro dove non riuscivamo a piantare chiodi. Andrea è riuscito con il trapano a mettere uno spit e siamo passati. Quando siamo tornati a ripetere la via, Andrea non riusciva ad arrivare a rinviare dove la scorsa volta ha utilizzato il trapano per inserire lo spit, non trovava più la posizione. Ecco, in quell’occasione o rinunciavamo alla linea oppure dovevamo piantare uno spit, altrimenti rischiavamo di farci davvero male. Ma anche forare per mettercelo non è stato per niente semplice: quel tratto ce lo siamo conquistato a fatica comunque.

AM: Forse quello che ti spinge ad arrivare al massimo di te è l’adrenalina, la motivazione dell’apertura. Come quando ti trovi su uno strapiombo e la voglia di uscire è così tanta che arrivi a fare quello che non avresti mai pensato.
Aprire una via è solo una questione di soddisfazione personale?
ADN: La soddisfazione c’è quando raggiungi il risultato, l’obiettivo che ti sei prefissato, quando scopri una bella roccia dove non avresti immaginato… ci sono parecchi motivi per cui essere soddisfatti dopo aver aperto una via. Non nascondo però che nei primi anni, quando ad esempio ho chiodato anche le falesie, ero contento della visibilità, mi faceva piacere. E lo stesso vale per le vie che abbiamo aperto: non eravamo noi che chiamavamo il giornalista di turno, ma erano parenti e amici…
Noi lo facevamo per noi stessi. Certo è che ad esempio il riconoscimento che ha ottenuto Andrea entrando nell’Accademico è motivo di orgoglio.
Abbiamo passato più di un decennio sui Soji Rossi, i nostri fine settimana erano lì e sento ancora l’odore di quelle rocce… hanno un odore particolare. Anche questo ti fa stare bene. ADN
AM: C’era la voglia di salire sulle nostre montagne, soprattutto dove in passato nessuno l’ha fatto o facendo prime ripetizioni non da poco. E spesso fare prime ripetizioni significa salire con veramente poco materiale, perché i primi salitori lasciavano solo alcuni chiodi in parete: costavano parecchio e non potevano permettersi di abbandonarli.
Capitava anche che salendo sistemavamo queste vie, perché sono un bene prezioso da conservare.
Cosa ne pensate di chi modifica vie di altri?
ADN: È alquanto irrispettoso, soprattutto se non viene chiesto il permesso all’apritore.
E purtroppo l’elenco di vie intersecate, sovrapposte o addirittura smantellate solo per poter dire di averne realizzata una di nuova è veramente lungo, soprattutto nelle nostre Piccole Dolomiti, come la zona del Sengio Alto.
Ci sono anche parecchie vie storiche famose a cui magari hanno aggiunto degli spit e protetto le soste per permettere alla massa di salirle. Voi cosa ne pensate?
ADN: Secondo me c’è anche lì un limite che non va superato: la Comici alla Lavaredo non penso abbia bisogno di ulteriori protezioni. Può starmi bene la sosta rinforzata, perché la troppa frequentazione può portare all’usura del materiale, ma altro no.
Hanno sistemato anche le Soldà con resinati, ad esempio: la Sisilla ormai è diventata una palestra, ma la Soldà alla Torre dell’Emmele? La roccia resta comunque marcia, anche se proteggi bene le vie: in questi casi rischi di attirare alpinisti poco esperti che magari si fanno male, oltre a far male ad altri.
Secondo me aggiungere spit o modificare vie è un sfalsare la natura delle linee. Diventano pacchetti preconfezionati dove tu arrivi in cima sempre, in un modo o nell’altro, e dove l’arrampicata diventa solo un gesto atletico. ADN
AM: Anche io non sono d’accordo. Addomesticare la montagna per renderla fruibile a tutti è come cancellare la storia. I primi salitori arrampicavano con la corda di canapa legata in pancia, con gli scarponi! Ci sono vie che sono gioielli e non si possono toccare. Un esempio: lungo la via Soldà-Carlesso alla Punta Sibele sono andato con le scarpette e loro hanno salito quelle placche con gli scarponi! A volte dovremmo soffermarci a riflettere anche su questo.


ADN: La via Soldà-Carlesso alla Punta Sibele è una perla: abbiamo nelle nostre zone l’unica via che questi grandi alpinisti hanno aperto insieme. Ecco, un altro punto che ci fa capire quanto è importante conoscere la storia: questa è una via che hanno aperto due fuoriclasse dell’alpinismo, insieme. Noi siamo andati a ripeterla anche perché ha questo valore.
AM: Arrampicando su quella via davvero ti chiedi come abbiano fatto loro a salirla con gli scarponi. Ripeterla è stata una soddisfazione enorme e non voglio neanche immaginare che qualcuno possa piantare lì degli spit.
ADN: Sarebbe uno schiaffo alla memoria di Soldà e Carlesso.
Cosa ne pensate dell’incremento spropositato delle vie plaisir? Chiodare ovunque non fa male anche alla montagna?
AM: Forzare la parete secondo me è sbagliato. Se poi attraversi anche vecchie vie senza nominarle, non va bene. Anche a noi è capitato di uscire sulla via di Gigi Grana con la via Salbega, ma abbiamo dato a quella linea l’importanza che meritava: abbiamo seguito la sua logica negli ultimi due tiri e l’abbiamo sottolineato nella relazione. Era inutile cercare altre uscite in quella situazione.
Nelle nostre zone c’è gente che dice “chi va a fare delle vie in quel posto?”: e invece noi le abbiamo salite e ci sarebbero tanti itinerari potenziali ancora da chiodare, oppure da ripetere, come le vie sul versante del Carega. E tu pensa che hanno piantato spit pure là! “Perché?” mi chiedo.

Come dicevi prima tu, se non diamo valore all’apertura in un certo modo, facciamo come il carpentiere che può salire ovunque con un trapano in mano. AM
ADN: Chiodare ovunque significa trasformare una zona di arrampicata in una zona più turistica, come lo sono diventate Arco e la Val d’Adige. Ad esempio la Regione Trentino ha offerto attrezzatura, resine e altro materiale per chiodare e rendere tutto più sicuro. Ma dobbiamo distinguere tra il gioco-arrampicata e l’alpinismo. Anche a me piace salire la sicura via a spit (parliamo delle vie plaisir, ndr) e godermi il gesto dell’arrampicare senza il fattore psicologico che mi tiene sempre all’erta. Ma l’eliminazione del rischio crea una differenza sostanziale tra questo tipo di vie e il fare alpinismo, che mi dà altre sensazioni.
Se voglio andare ad arrampicare come piace a me, vado con Andrea sui Soji, per sentire quell’odore della roccia e il rumore del martello. ADN
È vero, si tratta sempre di arrampicata, ma sono approcci diversi. Io la penso così.
Oggi, anche con l’avvento delle palestre indoor e dell’arrampicata sportiva in falesia, i giochi sono cambiati.
AM: Su quello che abbiamo fatto probabilmente abbiamo avuto critiche anche noi, ma ho la coscienza a posto. Anche nel passato, su pareti dolomitiche, qualcuno ha piantato chiodi a espansione, magari per superare un solo passaggio, ed è stato tanto criticato.

ADN: Anche sulla via dell’Ideale in Marmolada hanno criticato i chiodi a pressione, ma rinunciavi a una linea del genere per non forare?
AM: Sulla via Angoscia***, che abbiamo aperto io, Andrea Dalle Nogare e Alessandro Galasso nel 2002, e che hanno ripetuto dopo tanti anni Ivo, Diana e Marco, abbiamo deciso alla partenza “o saliamo con i chiodi normali o torniamo indietro”. E così è stato: un giorno abbiamo salito solo 15 metri, siamo tornati cinque volte sulla via per finire di aprirla e abbiamo deciso di velocizzare l’apertura aiutandoci con corde fisse lasciate lungo la linea, perché ci sono punti dove non puoi tornare indietro.




Consigliereste di salirla?
ADN: Tutto quello che abbiamo utilizzato l’abbiamo lasciato in parete, quindi è abbastanza sicura, ma l’obbligatorio resta alto ed è una via protetta a chiodi. Sicuramente sarebbe un’esperienza molto formativa.
Sfidiamo i grandi arrampicatori che fanno i 9a a salire Angoscia?
ADN: Dipende sempre da che tipo di attività piace fare a un arrampicatore. Certo che chi fa il 9a non dovrebbe avere tanto timore a salire Angoscia. Ma il bello dell’alpinismo è che puoi trovarti delle sorprese, come la roccia che ti si sfalda in mano. E allora la domanda la faccio io: “giovani capaci, siete pronti ad accettare anche questo?”.
Ivo è un po’ una mosca bianca: ha grandi capacità anche su terreni molto difficili.

Parliamo del passaggio dall’alpinismo puro all’arrampicata sportiva: si è aperto un altro universo, dove ci si spinge al limite dell’impossibile in falesia e in montagna grazie all’uso dello spit (salvo rare eccezioni, come alpinisti di gran rilievo che riescono a spingersi al limite anche su protezioni precarie, chiodi e friend). Cosa ne pensate voi di questa evoluzione e dell’importanza che spesso viene data solo al grado?
AM: Per noi già fare un 7b era un’impresa. Oggi siamo abituati ai 9a e oltre!
ADN: Ricordo le prime gare su roccia, ho visto nascere l’arrampicata sportiva: rubavo l’imbrago a mio padre, senza la parte superiore perché era brutta da vedere e quindi mi scivolava un po’ giù, ma l’importante era andare. Non nascondo che ero un po’ diffidente verso quella nuova arrampicata che si faceva strada, ma ne ero anche affascinato. Manolo, Mariacher, Iovane, Destivelle… andavo a vedere le gare perché erano eventi nuovi e pian piano questa novità mi ha portato a chiodare le palestre di roccia, perché qui non avevamo nulla per allenarci.
Ho iniziato a piantare spit a mano ai Rossati: mi portava il mio amico Franco Picco, il papà di Davide, perché io non avevo ancora la macchina, poi lui andava al lavoro e mi veniva a riprendere la sera. Per chiodare un tiro mi ci voleva una giornata! E tutto per poterci allenare. Negli anni ’90 ho poi chiodato la palestra di roccia al Cornetto, le Piccole Dolomiti: un giorno sono andato a fare delle vie lì vicino, ho visto quel bel posto sotto la pineta e l’ho scelto per chiodare. Altrimenti c’era solo la Sisilla…
AM: In Sisilla arrampicavamo senza corda a pochi metri da terra.
Trovavamo il modo di allenarci girando le nostre zone, come anche sui sassi di fronte alla Malga Bovental… avevamo vent’anni.
Non capivamo neanche che grado facevamo e poi abbiamo iniziato con i primi tiri in falesia, ispirati, appunto, dalle gare su roccia sul Colodri ad Arco.
Abbiamo chiodato anche Riolo****.
Interessante: la vostra carriera arrampicatoria nasce in pratica con l’avvento dell’arrampicata sportiva, ma avete scelto di fare alpinismo vecchio stampo. Perché?
AM: Sì, noi abbiamo imparato ad arrampicare con i nostri vecchi, con i chiodi, e anche piantati distanti l’uno dall’altro. La nostra testa si è formata così. Di quelli che invece hanno iniziato ad arrampicare con gli spit, pochi hanno testa per fare alpinismo. Noi fin da giovani ci siamo abituati alla falesia pensata per allenarci e alzare il grado in montagna.
ADN: Nelle prime palestre che frequentavo ricordo che su tiri di 25 metri, ad esempio, c’erano 4 o 5 spit: i run out, magari su placche lisce, erano notevoli e lì dovevi stringere il c… per salire. Io non ho mai arrampicato in falesia su gradi più alti rispetto a quelli che facevo in montagna e di questo ne vado fiero. Forse non ho salito chissà che gradi a vista in palestra, ma in montagna anche su gradi per me alti io sentivo di avere la sicurezza di poterli superare, chiodi o senza.
Avremmo potuto cadere in tentazione e adagiarci su cose preconfezionate, e invece no: altrimenti non saremmo riusciti a superare certe situazioni che si generano in montagna. ADN

Oggi usereste gli spit per aprire? Magari per provare qualcosa di più difficile con una sicurezza in più…
AM: No. Non mi piace.
La vostra possiamo dire che è un’etica ferrea. Vi chiedo una curiosità: si dice che l’alpinismo sia piena libertà, ma secondo voi ha delle regole?
ADN: Regole scritte magari no, ma uno deve darsi delle regole. L’alpinismo è avventura, è piacere del gesto, verso l’ambiente, per l’esplorazione… Non avere regole significherebbe soprassedere a tutto questo e allora perché vai in montagna? Solo per il tuo tornaconto, per avere visibilità, per fare grado fine a sé stesso? Oppure pensiamo alla chiodatura: chiodi dove è bella la roccia, cerchi di non aprire una via forando ogni mezzo metro… ecco, queste secondo me sono regole.
Poi ognuno ha la propria visione. L’arrampicata è un’arte, può piacerti o meno come la fa uno o l’altro, ma ciò che importa è il rispetto. Non vado a fare i baffi alla Gioconda perché a me sembra migliore così. E questo è accaduto e succede ancora sulle vie, ad esempio, come abbiamo detto prima.
AM: Noi sfruttavamo al massimo l’arrampicata per divertirci, per vivere avventure: usciti dal lavoro la sera, solo in estate perché la luce te lo permetteva, oppure nei fine settimana, partivamo e andavamo in falesia o in montagna a fare quanto più possibile. Oggi le nostre zone come i Soji sono rimaste abbastanza incontaminate, non c’è mai tanto affollamento. Ma guarda il Baffelàn, ad esempio: è frequentatissimo.
Tutto questo per dirti che non devono esserci regole per divertirsi, ma come diceva Andrea è importante il rispetto, per le zone, per le vie di altri, per chi ci sta attorno, per l’alpinismo in sé. AM
ADN: Rispetto dei luoghi soprattutto. Ad esempio se vivessi ad Arco, una via a spit lì potrei anche aprirla, ma qui sui Soji spero non accada mai che qualcuno apra con spit, perché quelle pareti hanno una loro identità, una storia. È questo il rispetto dell’ambiente che intendo io. Anzi, sono abbastanza sature così di itinerari, forse ci sta ancora qualcosa, ma spero che se qualcuno aprirà ancora delle vie, queste vengano realizzate con l’etica del posto, come hanno fatto Ivo, Diana e Marco con la via Non smettere di sognare.
“In montagna più che in altri ambienti arrampicatori, Madre Natura è la regista, lei impone il livello di sfida in termini di roccia, qualità, protezione… una meraviglia. Con calma, coraggio, pazienza e determinazione abbiamo creato una nostra linea in un luogo stupendo e ricco di storia, toccato da grandi nomi come Carlesso, Soldà, Casarotto e un’infinità di altri alpinisti nostri amici. Grazie Pasubio.”
Ivo Maistrello, ©Planetmountain
“Abbiamo conosciuto intimamente la parete, quanto difficile sia, quanti giorni ci ha richiesto per poterla salire e di quanto felici e onorati siamo per aver toccato qualche millimetro della sua roccia lungo una nuova linea nei rinomati gialli, così impegnativa e così bella. É una soddisfazione indescrivibile essere diventata amica proprio di questa parete e di quegli alpinisti che ne hanno fatto casa loro, ne sono felicissima.”
Diana Sbabo, ©Planetmountain
“Andrea Micheletto, Andrea Dalle Nogare, Alessandro Galasso, Giuseppe Pierantoni a cavallo del nuovo millennio sono stati, a mio parere, una delle più forti cordate presenti in Dolomiti. A mio avviso troppo poco conosciuti. E noi volevamo rendere loro omaggio, prima di tutto con la ripetizione di Angoscia, il loro capolavoro, e poi inseguendo il loro stile, il loro pensiero e i loro sogni con l’apertura della nostra nuova via, per ricordare a tutti, senza presunzione, che sognare fa bene!”
Marco Toldo, ©Planetmountain

ADN: Tanti giovani non vengono ad arrampicare qui perché hanno molte altre opportunità.
Cosa vuoi che ti dica… i tempi sono cambiati. Lo si nota anche dagli aggiornamenti che ci sono attualmente: guardi i bollettini, le foto sui social, le guide con le relazioni dettagliate, è ovvio che dai giovani si pretende di più! Ci sono attrezzature più performanti, palestre dove allenarsi… Andrea penso non abbia mai toccato una presa artificiale! (Ride)
AM: Io utilizzavo le poche attrezzature di mio padre e le prestavo agli amici. Andavamo all’avventura. Oggi si è più preparati, l’attrezzatura è migliore, eppure ancora succedono tragedie che si potrebbero evitare. Con il poco che avevamo, noi sapevamo a cosa andavamo incontro e forse davamo più valore a quello che facevamo.
Con l’esperienza che avete oggi, cosa consigliereste ai giovani che si approcciano al mondo dell’alpinismo e dell’arrampicata?
ADN: È fondamentale innanzitutto conoscere la storia dei luoghi e delle persone che li hanno frequentati.
Consiglierei di approcciarsi con umiltà alla montagna, perché può essere spesso severa. E, come dicevo prima, direi loro di provare anche esperienze diverse da quello che adesso viene offerto e pubblicizzato: oggi si tendono a trascurare certe salite che in realtà sono molto formative e percorrerle significa arricchire un bagaglio culturale. ADN
Pensiamo anche a quello che ci resta, alle esperienze di sostanza: c’è chi ha salito tante belle vie ma non ha magari mai visto la Nord-Ovest del Civetta o la Sud della Marmolada… però fanno il 9a. Io ho salito un numero di vie limitato, ma ho cercato di esplorare tante zone.
Un tempo vi allenavate salendo le varie vie dei Soji come lo Spigolo d’Uderle, il Camin Carlesso e le altre, giusto?
AM: Le combinavamo. Ricordo che col Beppe Carramba abbiamo salito Sognjo Rosso e Il giardino con lo stagno in giornata, circa 600 metri di difficoltà piuttosto elevate. Poi Beppe mi disse “ora siamo pronti per andare a salire la Casarotto-Radin al Lagunaz!”. E ci siamo andati.



Raccontatemi della via della Gran Voragine!
ADN: Se mi avessero portato prima quella bottiglietta, forse ce l’avremmo ancora intatta!
AM: Eravamo io e Sandro Galasso: ci siamo messi con il taglia-vetri a tentare di aprire la bottiglietta per estrarre il pezzo di carta, ma dopo un po’ di bevute e parecchi tentativi, Sandro ha dato l’ultimo colpo di grazia e la bottiglia si è rotta in mille pezzi.
ADN: Andrea e Sandro hanno ripetuto la Gran Voragine, una via che aveva già ripetuto il padre di Andrea con Mario Boschetti…
AM: Ma loro avevano salito la variante: non avevano percorso tutto il camino tagliando a sinistra come i primi salitori, ma sono saliti dritti con 100 metri di variante. Io e Sandro abbiamo fatto lo stesso e abbiamo trovato un segno che non ricordavo mio padre mi avesse raccontato, una specie di libro di via: una bottiglia all’interno di un buco in una clessidra di roccia. Era una piccola bottiglia di Prosecco, quella di una volta, rovesciata per non farci entrare acqua, con dentro un cartoncino arrotolato firmato da mio padre. Ricordo che questo tiro lo salì Sandro e da sopra mi urlò “non puoi immaginare cosa ho trovato!”. Quando ho visto la bottiglia, è stata davvero una gran sorpresa.
ADN: E tornando alla bottiglietta… quando l’hanno trovata, mi hanno chiamato tutti agitati e poi ho capito di cosa si trattava, allora ho detto “non fate niente, portatela a me!”. Ma niente, si sono arrangiati, rompendola. Il biglietto era una carta di cioccolata, occasionale, perché il padre di Andrea e il compagno di cordata si sono ritrovati a voler lasciare un segno alla fine della variante. La bottiglietta senza tappo ha salvato il biglietto perché era capovolta, ma con l’aria la carta all’interno si era seccata ed era difficile estrarla.
Quando me l’anno portata, per fortuna non era rovinata: l’ho fatta rinvenire mettendo il pezzo di carta in una camera umida per farlo ammorbidire, poi l’ho messo tra due carte assorbenti, l’ho stirato, l’ho ripulito dalla muffa nera e l’ho incorniciato. Ora Andrea ha la scritta di suo padre.


Ma perché la via si chiama Gran Voragine?
AM: Se vai a Malga Cornetto, la linea è proprio di fronte, la vedi subito, tra il Sojo D’Uderle e il Sojo Rosso, appena a destra del Sojo del Frate: è una fessura enorme, lungo un diedro camino, che incredibilmente invece di stringersi si allarga. La montagna è aperta, è spettacolare.
Non so se avrei voglia di tornarci! (Ride)
ADN: Davanti appare come una parete compatta, ma il Sojo è tutto spaccato, ci sono crepe, fessure verticali, e in questa voragine dicevano che ci volavano dentro anche gli uccelli.
AM: La voragine è enorme e ci si arrampica sul bordo, di qua e di là. Quando eravamo in sosta, ci guardavamo dentro e ci chiedevamo quanto fosse profonda. Dovrebbero esplorarla.
Cosa ha fatto storia nelle Piccole Dolomiti?
ADN: Sono le prime montagne che chiudono la pianura. E sono state frequentate da una schiera di alpinisti famosi come Casarotto, Soldà, Carlesso, Biasin, Grana…
Qui è passata la storia dei rocciatori! ADN
Se queste montagna sono state apprezzate anche da loro, vorrà dire qualcosa.
I nostri vecchi erano gente che non poteva permettersi molto, erano operai, ma chissà cosa avrebbero potuto fare se avessero avuto le possibilità di oggi… Loro si sono limitati qui: bravi alpinisti ma conosciuti solo a livello locale. Forse se avessero abitato sotto il Sasso Lungo, avrebbero salito pareti con un’altra risonanza mediatica.
Ma tutto è proporzionato ai tempi.
E poi oggi abbiamo Andrea come accademico… sono quasi più euforico io! (Ride)
Adesso che sei accademico, basta Andrea Dalle Nogare, si cambia…
AM: No, assolutamente, lui rimane uno dei miei compagni di cordata più importanti.
Ci abbiamo messo parecchio a costruire il curriculum alpinistico: per fortuna Andrea, Sandro, Sergio, Ivo, Diana e altri mi hanno aiutato a ricordare ed elencare le salite, raccogliere le foto, perché non mi appuntavo tutto quello che facevo…
ADN: Un altro segno che noi saliamo le pareti dimenticandoci del resto, per il piacere di farlo!


Da casa mia riesco a vedere un po’ di Pasubio, una parte del Carega e il Sengio Alto… non ci abito proprio sotto, ma diciamo che sono della zona. Il mio non è un sognjo rosso, è solo immaginazione se confronto la mia esperienza con la loro, ma ogni volta che scorro lo sguardo su quelle montagne, le volte che ho toccato la loro roccia, è un po’ come sentirsi a casa.
Non sento l’odore delle rocce, come dice Andrea, ma solo perché sono ancora seduta ai banchi di scuola.
Ascoltare le parole di questi due alpinisti non è sufficiente: ho avuto la fortuna di poter osservare anche i loro occhi, percepire il tono di voce nei momenti in cui si è parlato di ricordi.
Mi piace pensare che non ci sia nostalgia in questi racconti, ma solo il piacere di riviverli. Perché nelle Piccole, ci puoi tornare sempre e per sempre.
L’entusiasmo c’è, l’ho sentito. E c’è anche la veemenza nel sottolineare le proprie convinzioni, la loro etica, talvolta ferrea, il credere fermamente nel loro modo di fare alpinismo: quello genuino, senza fronzoli, senza egoismo, con umiltà. Magari anche con un po’ di orgoglio, ma mi sembra giusto, non trovi?
Non c’è la volontà di insegnare, ma solo la speranza di trasmettere l’amore verso pareti che hanno una storia, per montagne che hanno ancora tanto da raccontare, per Dolomiti che seppur Piccole hanno grandi voragini dentro. Non da colmare, ma da scoprire.
Quale tra i tanti insegnamenti ho appreso oggi? Quello che non devi scalare l’Everest o salire un 9c per avere un tuo valore: devi semplicemente costruirti una tua strada, metterci l’anima e compiere azioni che non vorrai rinnegare mai.
NOTE:
* Via Miotto-Saviane. “Miotto con Benito Saviane supera il pilastro sud-sud-ovest (tra il Gran Diedro di Destra e la via Bee), la cosiddetta Direttissima (V, VI, A2 e A3, 1450 m). Il 24 agosto 1980 vincono la parte inferiore e il 13-14 settembre la parte superiore.” [Fonte: Gognablog]
**Viaz. “All’inizio furono i cacciatori. Poi arrivò Franco Miotto. Era la fame a spingere i cacciatori di camosci in quei luoghi apparentemente inaccessibili, era la fame di conoscenza del territorio a portare Miotto su quelle sottili strisce d’erba sospese nel vuoto. Stiamo parlando dei viàz, gli antichi percorsi scovati osservando gli animali e ripercorsi per andarli a prendere, spesso esili cornici così frequenti nel Bellunese e nelle Dolomiti venete, dove la stratificazione di calcari e dolomie ha allestito, nei milioni di anni, un terreno d’azione perfetto.
Poi venne la Prima Guerra Mondiale e i motivi per percorrere queste scomode vie che raramente portano in cima furono ben atri. Per salvarsi la vita o per portare materiale nel cuore delle montagne anzi bisognava dar adito a nuove esplorazioni, andando oltre a quanto già si sapeva.
Miotto negli anni Settanta e Ottanta percorse dei viàz sulle montagne a cavallo fra il Bellunese e l’Agordino e grazie a questi si distinse nel mondo alpinistico, aldilà delle vie di roccia di notevole difficoltà da lui stesso tracciate.”
[da Gli esploratori dei Viàz: dall’eredità di Franco Miotto alla ricerca di Loris e Federica, di Denis Perilli per Lo Scaropone, CAI]
***Via Angoscia. “Dal basso in cinque riprese e con l’uso esclusivo di protezioni tradizionali, è stata aperta la via più impegnativa sia tecnicamente che psicologicamente dell’intero gruppo delle Piccole Dolomiti-Pasubio. ‘Angoscia’ sale diretta sulla parte più repulsiva ed impressionante del Sojo Rosso, attraversando tratti di roccia poco consistente nella prima parte, tetti, strapiombi e tratti di roccia compatta e priva di appoggi fino a raggiungere la colata nera che porta all’imbocco del diedro finale, dove la roccia diviene compatta e ben lavorata. Per una ripetizione portare con sè dadi e friends delle misure più piccole e una serie di chiodi ben assortiti. Le soste sono a spit da 8mm. piantati a mano e dalla quarta a salire sono tutte nel vuoto. Da tenere ben presente che una volta oltrepassato il tiro del traverso, la discesa in corda doppia non è più possibile. La via è stata percorsa in 8,30 ore in arrampicata libera dagli apritori fino al grado di 7c. Per i tratti con difficoltà superiori i gradi sono indicativi e da confermare.” [Fonte: Planetmountain]
****”La piccola falesia di Riolo, situata in una valletta tranquilla nei pressi di Torrebelvicino, è stata scoperta e attrezzata negli anni ’86 – ‘87 principalmente a opera di Beppe Pierantoni, Lorenzo Mantese, Roberto Ferrari e Andrea Micheletto.
Di recente sono state sistemate chiodatura e soste delle vie più frequentate, a opera di Andrea Dalle Nogare, Andrea Micheletto e Alessandro Galasso.” [Dalla guida Alto Vicentino di Paolo Leonardi, Marco Savio e Marco Simionato]


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