Brocchi sui Blocchi e la grande beta della vita

Chi non li conosce?!

I Brocchi sui Blocchi hanno creato quella che oggi i giovani chiamano una grande community (i giovani e non solo, dai, non siamo poi così vecchi!).
Questi ragazzi hanno trovato il modo di costruire uno spazio di condivisione, un luogo dove ritrovarsi per comunicare in diversi linguaggi, con differenti esigenze e modi di ragionare, ma con alla base di tutto una parola d’ordine: rispetto.

Rispetto per le opinioni altrui, per l’ambiente, per l’essere umano in tutte le sue fragilità. Sì, perché ognuno di noi ha le proprie fragilità e ammetterle, condividerle, fa bene a noi stessi e alla comunità. Al mondo.

Le degenerazioni, nei comportamenti e nelle idee, ci sono sempre state e ci saranno, ma forse con un po’ di ingegno, con la socialità e con l’ironia è possibile contenerle. In fondo l’obiettivo non è poi così inarrivabile: è semplicemente quello di cercare di vivere meglio, con sé stessi e con gli altri.

Oggi ho parlato con Amedeo Cavalleri, un grande protagonista del gruppo, e gli ho chiesto se posso porgli le domande al plurale, per poter rappresentare anche gli altri Brocchi. Ti avviso, così da non pensare che Amedeo si faccia dare del voi!

Brocchi Sui Blocchi in Val Daone. Foto di Roberto Mor.

Una domanda per sBLOCCarci: blocchi perché siete appassionati di boulder o perché fa rima con brocchi?

Perché fa rima con brocchi: in realtà quando abbiamo aperto Brocchi sui Blocchi arrampicavamo tutti in falesia. Non c’era ancora la moda del bouldering inteso come attività a sé, erano davvero poche le persone che si definivano solo boulderisti. Brocchi sui Blocchi nasce in un evento di arrampicata organizzato su una parete artificiale di bouldering nella nostra zona, il bresciano: avevamo appena iniziato ad arrampicare e un mio amico mi dice “ma cosa andiamo a fare?” e io gli rispondo “vabbè, andiamo a fare i brocchi sui blocchi!”. È nata così.

Oggi alcuni di noi si dedicano soprattutto ai blocchi, altri alla corda e sui social siamo ormai riconosciuti come legati al bouldering, semplicemente perché è più facile fare le foto. 

Facciamo quello che ci piace, senza paletti.

Ma allora avete posto i social sopra all’arrampicata?

No, semplicemente realizziamo i contenuti quando ci viene facile! Nel bouldering hai tanti tentativi, devi fare parecchie pause, quindi ti porti il cellulare, fai due foto e quando riesci, pubblichi.

Io per scherzare dico sempre che ‘l’importante è portare a casa il content’, però è solo per sottolineare il fatto che fondamentale non è stampare il boulder, ma divertirsi.

C‘è chi vuole portarsi a casa il grado e chi il content, giustamente.

Ma nei social abbiamo una politica di pubblicazione assolutamente anarchica.

Ora ve lo potete permettere, diciamolo. Il pubblico richiama il contenuto, oppure si adatta a voi?

In genere si adatta. Attualmente il contenuto che ci viene chiesto è il podcast. I social sono talmente veloci e ci sono così tanti contenuti che sfuggono un po’ all’attenzione.

Le persone ci tengono ad alcuni riti, come i lunedì quando nel box domande chiunque può chiederci quello che vuole: a volte diventa la posta del cuore, altre parliamo di geopolitica, affrontiamo qualsiasi argomento. Questo è un appuntamento che alla gente piace, perché è fisso ed è ideale per fare community.

Le richieste sono sui contenuti un po’ più di spessore, come la newsletter, il podcast… contenuti che poi restano.

Il podcast è amato perché fa community, dunque: notate una ricerca di socialità tra le persone?

Il podcast secondo me è più una ricerca di contenuto, perché la gente ha voglia di informazioni.

L’arrampicatore in genere, se uno è abbastanza in fissa, ha sempre voglia di nutrirsi di informazioni nell’ambito, ma cerca soprattutto la qualità. I social oramai tendono a sfornare contenuti superficiali, simpatici sì, ma non soddisfano la voglia di essere informati con notizie di qualità, come invece fanno un libro o un podcast.

Il podcast riesce a portarti alla scoperta: il motivo per cui noi lo facciamo è proprio scoprire le particolarità di questa attività, le sfaccettature, le novità, con un approccio nuovo, che è quello dei Brocchi sui Blocchi! 

Il nostro è un approccio generazionale, perché comunichiamo alla nostra generazione, ma è anche molto sociale. 

Parliamo da ultimi agli ultimi, per gli ultimi: siamo noi i primi che vogliamo informarci, per cui ci troviamo nel podcast a farci delle domande su temi che, se interessano a noi, probabilmente interessano anche a chi ci segue.

Interessante. Ora entriamo un po’ nella filosofia dei Brocchi. Spesso si associa l’arrampicata alla libertà: quale tipo di libertà ispira a voi?

Per noi l’arrampicata, ma come lo è per tanti, è proprio una fuga dalla società. Per tutti noi Brocchi è stata la ricerca di un rifugio per fuggire dalle situazioni che ci facevano stare male.

Poi abbiamo capito che dalla realtà non puoi sempre scappare: la devi anche affrontare. Però l’arrampicata rimane quel posto in cui stai bene, perché riesci a riservarti dei momenti per staccare da tutto. 

Io e Dario, ad esempio, siamo diventati amici nella vita perché avevamo entrambi dei problemi con l’università e non sapevamo bene cosa fare della nostra vita: avevamo quell’ansia da cui l’arrampicata ci liberava, perché non pensavamo a niente. E inoltre sono tempi difficili per la nostra generazione: l’ansia climatica, la crisi economica, le guerre… cerchiamo la fuga dai pensieri.
È questa la libertà per noi. 

Inoltre siamo persone politiche, che si impegnano attivamente nella vita quotidiana:

l’arrampicata, essendo un gesto inutile, ci toglie il peso del dover avere un ruolo nella società.

E poi si torna nella realtà.

Come scriviamo nel libro (Abituati a cadere di Amedeo Cavalleri, @brocchisuiblocchi, ndr), l’arrampicata è quel posto dove tu scappi dalla realtà per imparare dei concetti che poi ti servono nella vita di tutti i giorni, come accettare il fallimento, capire che la gioia non si trova solo nel lavoro, comprendere che non conta solo la performance a tutti i costi, accantonare la competizione… 

Ciò che impari in arrampicata puoi portarlo nella vita di tutti i giorni per vivertela meglio, per cercare di migliorare un po’ la società con i valori dell’ambiente, della collettività…

Voi mettete al centro anche la condivisione, la socialità. Però l’arrampicata è spesso associata anche alla ricerca di sé, perché ci mette a confronto con noi stessi: siamo soli con la roccia. Come vedete l’aspetto della solitudine nell’arrampicata?

Una cosa non esclude l’altra. A me capita ogni tanto di andare a scalare da solo, fare boulder da solo, ed è semplicemente un altro tipo di esperienza: non hai l’amico che ti aiuta a studiare il blocco, non hai chi ti para, non hai la compagnia durante il viaggio in macchina, sei solo con i tuoi pensieri. Anche questo approccio ti aiuta a crescere come individuo: è una situazione di cui tu ogni tanto puoi aver bisogno e va bene. 

Noi siamo sui social, canali che servono per socializzare, e parliamo della visione collettiva perché crediamo nel potere della condivisione. Ma senza nulla togliere all’individualità e a quello che una persona può imparare stando da sola.

Ognuno, secondo noi, può cercare un tipo di arrampicata e trovare quello che gli serve. 
Noi abbiamo bisogno di collettività.

E com’è stata l’evoluzione da principiante a, diciamo così, meno principiante? Si è persa un po’ quell’innocenza romantica, quando tutto era poesia, oppure è bello diventare grandi? 

È come quando sei un ragazzino che vuoi diventare adulto e poi scopri che diventare adulto è difficilissimo. Sembra brutto essere novellini, perché non sai niente, non sai come muoverti e ti senti sgraziato, però ti diverti realmente. Invece quando diventi grande, devi imparare a combattere la frustrazione, l’ansia e le altre condizioni che rendono la vita tosta. 
Quindi non so se è meglio prima o è meglio oggi. 

Ce l’ha detto anche Jacopo Larcher: non si smette mai di essere brocchi! Il bello dell’arrampicata è che non ha un arrivo, perché c’è sempre qualcosa di più difficile e quindi c’è sempre qualcosa da imparare, da scoprire.

Quand’è che si diventa davvero adulti nell’arrampicata? Probabilmente mai! 
Questa attività, essendo inutile, è una delle cose che più si avvicina al gioco, quello dei bambini, il giocare solo per farlo, senza un un fine. Quindi per noi arrampicare è sempre essere un po’ bambini.

Se poi guardiamo tutto nel profondo, dietro l’arrampicata c’è una struttura di ideali che evolve nel tempo. Ecco che lì si inizia a diventare adulti: tutto ciò che impari, il percorso di maturazione, ti fa crescere e accumulare esperienze nel tuo bagaglio. Ma il gesto dell’arrampicata rimane sempre gioco.

Chi arrampica si muove verso il cielo, però fa progressi solo chi trova il coraggio di cadere”. Questa è una vostra frase. Arrampicare ci porta anche a trovare il senso della vita?

Arrampicare ci aiuta a capire non il senso della vita, perché il senso della vita penso non lo troverà mai nessuno, ma le persone che siamo e il sistema nel quale siamo immersi. 

È eloquente quella storia dei due giovani pesci nel mare: a un certo punto arriva un pesce più vecchio che dice “ah, fresca l’acqua oggi, no?” e uno dei due pesci dice all’altro “ma cos’è l’acqua?”.

L’arrampicata è quella cosa che ci fa uscire dall’acqua e capire che forse eravamo immersi in dinamiche di cui non ci accorgevamo.

La paura di fallire io sono riuscito a elaborarla attraverso l’arrampicata, perché prima ero talmente immerso nella mia quotidianità che neanche mi rendevo conto che il fallimento in realtà è semplicemente parte del progresso per migliorare. Quindi sì, l’arrampicata ci aiuta a capire la società in cui siamo immersi, permettendoci di fuggire, almeno per un po’ di tempo, e di capirne di più sull’esistenza.

Amedeo. Foto di Roberto Mor.

In arrampicata voi dite che a cadere bisogna abituarsi e nella vita si dice che sbagliando si impara… a non cadere più. Esiste o no un parallelismo?

Quando abbiamo un po’ discusso con l’editore sul titolo del nostro libro, lui diceva che avrebbe preferito ‘Imparare a cadere’, invece noi abbiamo voluto che fosse ‘Abituati a cadere’, sia perché noi ci siamo abituati, sia perché non è che impari, ma ti abitui. A un certo punto tu accetti che il fallimento è necessario e quindi non è che impari a farlo meglio: capisci che se tu vuoi avanzare, prima o poi dovrai cadere. È semplicemente comprendere che le cose devono andare così. 

Ovviamente c’è il parallelismo con la vita, perché anche nella vita abbiamo dei momenti no, in cui sbagliamo, in cui cadiamo, momenti in cui le cose non vanno come vogliamo. 

Però arrampicando noi possiamo capire che questi momenti sono solo di passaggio in una visione più grande: la caduta che io faccio oggi fa solo parte di un percorso che mi porterà a compiere quel blocco, come l’errore che faccio oggi nel lavoro fa solo parte del percorso che mi aiuterà a migliorare il mio progetto nel futuro. 

Quel parallelismo c’è, però c’è anche la dissonanza tra imparare e abituarsi.

Essere nei social, gestire il podcast, un sito, la newsletter e altro è un dispendio di energia, è quasi un lavoro, e significa anche essere sotto i riflettori costantemente. Siete i nuovi influencer del settore o la missione è un’altra?

Non siamo influencer, perché non cerchiamo di influenzare. Noi siamo un collettivo che cerca di fare delle attività per noi stessi: il nostro obiettivo è sempre stato creare un ambiente che facesse stare bene noi.
Potrebbe sembrare egoistico, ma quando siamo entrati nel mondo dell’arrampicata, abbiamo visto qualcosa che non ci piaceva, come il machismo, il mettersi costantemente in competizione con gli altri e altri comportamenti tossici, quindi abbiamo deciso di creare un ambiente che andasse bene a noi. Per farlo, abbiamo pensato di condividere questo pensiero con persone che la pensano come noi. I primi 200 follower ci hanno dimostrato che esiste anche questa visione dell’arrampicata, che non eravamo i soli. Abbiamo capito che allora sì, potevamo creare uno spazio per riunire tutta questa gente e stare bene insieme.

Quindi noi non vogliamo essere influencer, ma creare nuovi modelli.

Uno dei problemi di questa società è proprio la mancanza di modelli. Un esempio lampante è quello del ‘maschile’: non abbiamo modelli di mascolinità fragile, capace di raccontarsi fragile.

Ed è esattamente quello che noi abbiamo cercato di fare con il libro. Io lo dico sempre: il complimento più bello che ho ricevuto sul libro è stato “non sembra scritto da un uomo”. Questo è quello che noi cerchiamo di fare in arrampicata: creare dei nuovi modelli così che le persone possano dire “ah, quindi esiste anche quello!”. 

E allora ci si pone il dubbio “ma voglio essere come mi hanno sempre insegnato o voglio essere qualcosa di diverso?”. Perché essere qualcosa di diverso si può!

Abbiamo scritto questo libro per affermare che c’è gente che ha paura, che a volte se la vive male, che ha paranoie, che ha voglia di scappare.

Dare dei modelli è una grossa responsabilità, anche perché ne avete parecchie di persone che vi seguono, quindi non solo potete essere giudicati, ma anche essere presi voi stessi come modelli. Vi sentite un po’ questo peso?

No, perché il nostro modello è basato sulla possibilità di sbagliare, o meglio, sulla crescita.
Noi lo diciamo che l’arrampicata è un percorso e che quello che siamo oggi è diverso da quello che eravamo ieri e da quello che saremo domani. 

Nel nostro percorso Brocchi sui Blocchi abbiamo fatto un sacco di cavolate e se ripercorriamo i post che abbiamo scritto, ne potrei trovare diversi per cui direi “eravamo dei cazzoni!”. Però fa parte della crescita.

Il mito della perfezione l’hanno inventato i social: il far vedere solo il meglio di noi perché la gente guarda. Io credo che le persone siano assolutamente in grado di comprendere quello che piace e quello che non piace, quello che è giusto e quello che non è giusto per sé stessi, attraverso il proprio filtro, e prendere solo quello che serve. 

Noi cerchiamo di fare il nostro meglio, ma l’impegno in generale è della cultura: quello di creare il modello di società, scuola, governo responsabili. La responsabilità è collettiva, non solo della singola persona, come un influencer, un cantante o uno sportivo: questi sono solo specchi per le allodole. La società si crea con le leggi, con la scuola. Io posso aiutare, posso ispirare dieci persone, ma se domani un potente dice che è tempo di fare una guerra, accade. Che peso posso avere io? 

Lo sottolineo: nel mio piccolo posso contribuire a migliorare il mondo, ma esistono le scuole e dei sistemi molto più ampi di informazione e formazione che possono cambiare davvero le cose.

Vi siete dati delle regole o un’etica nello svolgere questa attività arrampicatoria?

Noi pensiamo che l’etica sia quella del rispetto. Utilizziamo sempre questa parola per declinare un po’ tutto. 

Dobbiamo imparare ad avere rispetto per le persone, per l’ambiente, per la storia. E per farlo 

basta avere la consapevolezza che queste cose esistono, che le persone sono esseri umani, che le vie hanno una loro origine e sono state chiodate in un certo modo perché hanno una storia.

Dobbiamo ricordarci che l’ambiente è un posto fragile, dove noi siamo ospiti. Se noi capiamo questo, agiamo con rispetto.

Alla fine l’importante è non fare del male. Per il resto il concetto dell’etica è un po’ fine a se stesso. Sono delle regole che noi ci diamo, giusto? Il grado è una regola che ci siamo inventati noi arrampicatori, ma non cambia niente al mondo. Se io lascio un mozzicone di sigaretta su una via, invece, quello sì che cambia il mondo.

Parliamo ora del passaggio dall’arrampicata in palestra alla falesia, quindi all’ambiente esterno: come si impara il rispetto per la montagna da parte di chi è abituato alla plastica? Più di qualcuno afferma che addirittura servirebbe una formazione, non solo per non farsi male, ma anche per rispettare l’ambiente.

Sono d’accordo! È una domanda che mi faccio spesso anch’io. Penso che questa formazione debba arrivare innanzitutto dalle istituzioni, dai brand, che hanno il potere monetario e di visibilità. Anche il CAI, ad esempio, che è un ente con grandi possibilità, ha tra i suoi obiettivi quello di spiegare il giusto approccio alla montagna e lo fa.
Per quanto riguarda i brand credo che sia un loro dovere morale cercare di insegnare un’etica per l’outdoor. 

E infine tutti noi siamo attivisti nel nostro piccolo, perché abbiamo il potere di attivare gli altri, quindi ognuno di noi può fare la sua parte e, come dicevo prima, senza prenderci la responsabilità di dover cambiare il mondo, perché le nostre possibilità sono davvero piccole. Però se ognuno di noi fa la sua parte, un po’ alla volta possiamo essere una massa critica abbastanza forte per cambiare in meglio.

Passiamo alla competizione: possiamo affermare che non è nella vostra anima il competere con gli altri, ma come vedete la competizione con sé stessi. È negativa secondo voi?

Forse l’espressione ‘competere con sé stessi’ non è totalmente corretta, perché una competizione è tra due persone, quindi appare come un paradosso, non esiste. È piuttosto un cercare di migliorare sé stessi e allora è assolutamente legittima.

Ma è legittimo anche il fatto che io non debba migliorare tutto quello che faccio nella vita, per cui posso benissimo arrampicare senza voler costantemente migliorare.

Ho avuto dei periodi nella mia vita in cui ho regresso nell’arrampicata, perché mi stavo formando nel lavoro, e il mio aver rinunciato a progredire nell’arrampicata in quei momenti mi ha portato tanti risultati dal punto di vista della mia felicità personale.

Siamo delle persone in divenire, ma non dobbiamo per forza migliorare sempre e su tutto.

Temi che trattate sono anche la discriminazione, il sessismo, il machismo… La vostra attenzione a queste tematiche è forte. Mi incuriosisce il motivo: è perché le avete vissute personalmente, perché ne avete sentito parlare o perché le vedete nell’ambiente? 

Un po’ tutte queste: noi siamo persone molto politicizzate, da sempre. Io ho una laurea in scienze politiche, lavoro nella sostenibilità ambientale, Davide è una persona che da sempre ha frequentato i collettivi… Quando il movimento Brocchi sui Blocchi ha iniziato a crescere, ci siamo chiesti cosa volessimo farne di questa visibilità e ci siamo detti che non vogliamo fare gli influencer o quelli che recensiscono i prodotti, ma creare l’ambiente che noi desideriamo per noi, far emergere delle cause sociali, perché il mondo si migliora anche combattendo la discriminazione.

E poi, come ti dicevo prima, creare l’ambiente che vogliamo è una cosa che facciamo per noi e quindi cerchiamo noi stessi in primis di cambiare gli aspetti che non ci fanno stare bene.

Noi non scaliamo con persone iper-competitive, machiste, e cerchiamo di combattere queste degenerazioni del comportamento, perché ci fanno stare male. È anche un nostro interesse personale.

Crediamo che molto del malessere della società derivi da questa cultura e crediamo che in parte sia stata trasposta anche nell’arrampicata. Per noi invece scalare è proprio una fuga da questa società, per creare un ambiente che invece ci faccia stare bene. Insomma, la nostra è una critica alla società.” Tutto torna: questo mi sembra molto vicino al pensiero, definiamolo rivoluzionario, degli anni 60’/’70… Avete avuto delle ispirazioni da eventi del passato o tutto nasce da una reazione?

Tutto nasce da una reazione. Ci siamo informati tanto sulla storia, anche del Nuovo Mattino, ma secondo me è stato più un accorgerci della situazione: tutto è ciclico, ogni generazione scappa da qualcosa e c’è chi oggi cerca nell’arrampicata quel che magari cercavano un tempo. Ogni generazione ha questa voglia di fuga, è raccontato anche in Zanzara e Labbradoro di Roberto Bassi, o nel libro Eravamo immortali di Manolo… Anche negli anni ’70 c’era una generazione allo sbando tra cui alcuni andavano a scalare.  

Per noi è la stessa cosa: crisi climatica, crisi sociali… e noi andiamo a scalare.

È una stessa risposta a problemi diversi. Non credo che ci ispiriamo, perché cambiano i tempi e le risposte sono altre. Anche Motti, critico sulle palestre e sull’arrampicata sportiva, era figlio dei suoi tempi, come noi siamo figli dei nostri. Impariamo dal passato, ma cerchiamo la nostra strada.

La vostra attività è una forma di ribellione, di rivoluzione oppure nessuna delle due?

Nessuna delle due, perché rivoluzione è una parola troppo forte, non potremmo mai usarla nel nostro piccolo. E non è neanche una ribellione, perché non denigriamo il passato e non vogliamo cambiare tutto. Cerchiamo di fare cultura, cambiare la parte negativa dell’attuale.

Forse la nostra possiamo definirla una contro-cultura o sotto-cultura: siamo quello che leggiamo, la nostra storia, le nostre esperienze. Cercare di cambiare almeno un po’ la cultura attuale significa cambiare l’ambiente in cui siamo immersi. 

Quindi chiamiamola contro-cultura, dai!

Brocchi Sui Blocchi a Magic Wood. Foto di Roberto Mor.

Voi avete anche scritto “vogliamo togliere il protagonismo della prestazione per mettere al centro del racconto le persone e le esperienze”. Secondo voi il mettere al centro la prestazione ha cambiato il modo di vedere questa attività?

La prestazione è sempre stata al centro: l’arrampicata nasce per scoprire i limiti della difficoltà umana, cosa gli uomini potevano fare. Ad esempio la storia di Wolfgang Güllich è basata sulla prestazione, come la storia di Ben Moon e di moltissimi altri arrampicatori italiani. La storia dell’arrampicata stessa è basata sulla prestazione.

La narrazione principale è fatta dall’1% di persone che possono permettersi di arrivare a una certa prestazione, con la conseguente visibilità, e da un 99% di persone che subiscono questa narrazione e i suoi effetti, positivi e negativi. Come nella società l’1% sono ricchi e gli altri 99% no, un sistema dove tutti hanno privilegi differenti in base alle classi sociali di appartenenza.

Dunque, dato che secondo noi la prestazione è sempre stata messa al centro, abbiamo deciso di provare a creare nuovi modelli, diversi da quello della prestazione. Questo aiuta a vedere le cose in modo diverso. 

Mi è piaciuta molto la scelta di Jacopo Larcher di non gradare Tribe, la via trad più ‘difficile’ al mondo, dicendo “ora la grande domanda è il grado: tutti me lo chiedono e sembra che sia la cosa più importante della salita, ma per me non lo è”. Questo è un nuovo modello, che va controcorrente, che cambia la cultura e che dimostra anche a noi, che non siamo in quell’1%, che si possono vivere le situazioni in modo diverso. Quindi si può togliere la prestazione e si può dare a una via, a un viaggio, a una scalata un senso diverso da quello del solo grado.

E secondo voi anche nel passato c’è sempre stata questa ricerca di prestazione? O l’obiettivo era la conquista della vetta?

Secondo me una cosa non esclude l’altra.
Guarda ad esempio molte delle spedizioni himalayane: le organizzano per raggiungere la vetta e per farlo lasciano un sacco di rifiuti in montagna. Questo dimostra che c’è ancora la ricerca della vetta a ogni costo. 

La prestazione e la conquista della vetta sono ancora il presente e ne paghiamo tutti le conseguenze a livello sia monetario sia ambientale.

Passiamo al concetto del fallimento: “chiudere una via non impedisce a un altro di fare lo stesso, e il fallimento bhe… l’arrampicata è 99% sconfitta.” Come consigliereste di approcciarsi al fallimento? O alla situazione del ‘non riuscire’. 

Semplicemente comprendendo che siamo delle persone in divenire: la vita in generale funziona così e l’arrampicata è un percorso che ci porterà a migliorare, a fare quello che vogliamo.

Ognuno poi ha il suo obiettivo: c’è chi vuole salire una via lunga, c’è chi vuole scalare una determinata linea, c’è chi vuole raggiungere un grado… Tutti abbiamo degli obiettivi e abbiamo intrapreso dei percorsi per cercare di raggiungerli.

Il modo per abituarsi al fallimento è capire che il percorso prevede per forza dei fallimenti. A meno che tu abbia un ascensore sociale, economico o un qualcosa che ti permetta di avere una linearità senza fallire, ma allora i risultati non sono frutto della fatica e, a parer mio, non c’è soddisfazione.

Dobbiamo capire che i fallimenti, i momenti no, fanno parte del nostro percorso, e che se ne esce migliori se riusciamo a imparare da questi fallimenti. Perché alla fine è dai fallimenti che impariamo, non dai successi.

Quando l’arrampicata diventa un’ossessione?

L’arrampicata diventa un’ossessione quando hai troppo bisogno di arrampicare e di fuggire dalla tua vita. E questo è successo a me e a tutti i miei amici. Perché l’arrampicata era l’unico momento in cui stavamo bene.  

E questo è pericoloso, perché puntare tutto su un aspetto della propria vita significa che se quella cosa a un certo punto va male, tu hai perso tutto.

In realtà un giusto equilibrio è anche cercare di far rimanere l’arrampicata una passione, non un’ossessione.

Voi frequentate molte falesie e aree boulder. Cosa non sopportate? Quali comportamenti, quali ragionamenti…

Ti potrei dire lo sporcare i luoghi, ma è banale: questo lo poniamo alla base del vivere in modo civile. 

Quindi ti risponderò: il non rispetto degli spazi altrui, la colonizzazione dell’ambiente, quel “noi siamo più forti, siamo in maggioranza, e quindi ci comportiamo come se quel posto fosse nostro”, senza pensare che loro sono ospiti tanto quanto noi.

Il pensare di avere diritto su dei luoghi, su delle cose, generalmente basato sulla forza, non lo condividiamo.

Quindi anche in arrampicata esistono i bulli?

Sì, ma magari spesso sono inconsapevoli. A volte è anche un segno di ignoranza educativa, quindi non colpevolizzo le persone, però queste creano un ambiente che per gli altri non è più ideale: così non si entra in armonia con l’altro, ma si cerca solo di imporre i propri modi. 

Nella maggior parte dei casi si tratta semplicemente di avere un po’ di sensibilità, buon senso.

Noi, come Brocchi, abbiamo fatto un ‘casino’ (ride, ndr) e nel mondo dell’arrampicata metà ci amano e metà ci insultano: nell’ultima puntata del podcast abbiamo detto che gli uomini in palestra non dovrebbero scalare senza maglietta. Apriti cielo! Ma non è il fatto di scalare con o senza maglietta: l’aspetto da sottolineare è l’avere dei privilegi in determinati luoghi facendo sentire altre persone in difetto. I capezzoli degli uomini non sono sessualizzati, quelli della donna sì, per cui tu, uomo, stai imponendo un tuo privilegio. Magari non ne sei consapevole, lo ignori, perché sei abituato così da sempre, è un comportamento sociale, però noi abbiamo provato a far ragionare le persone su questo aspetto: quello che vogliamo è che le persone si rendano conto quando effettivamente stanno imponendo la loro visione, il loro privilegio su un luogo, non facendo sentire bene altri.

L’aspetto fondamentale sta nel capire come vivere i luoghi, quindi quello che a me disturba è quando la gente non capisce che vivere gli ambienti in un certo modo può far male ad altre persone e creare delle disparità.

Con il vostro movimento, consapevolmente o no, avete creato dei modelli e per questo avete anche una grossa responsabilità: insomma, c’è gente pronta a puntare il dito se commettete il minimo errore… il Grande Fratello vi osserva!

Ok, adesso si scherza, ma lo sappiamo che quello che facciamo ha un impatto, altrimenti non lo faremmo. Però non siamo certo dei guru, non vogliamo insegnare la vita alle persone. 

Anche perché non abbiamo ancora imparato a vivere la nostra! (Ride, ndr)

Però avete un impegno: avete voluto la bicicletta e ora dovete pedalare!

Pedaliamo, pedaliamo!

Ok, siamo alle battute finali quindi buttiamoci sulla parte divertente.
Voglio sapere la scusa più incredibile o divertente che avete sentito in falesia da parte di un arrampicatore.

Eh, ce ne sono parecchie e in genere sono sempre le stesse.

Posso dirti la mia preferita e quella che secondo me è la più giusta, perché la uso sempre anche io (ride, ndr): è quella sulla condizione. Io sudo parecchio le mani, quindi se non c’è freddo, io rosico. Può sembrare che esagero a volte, ma rosico sul serio. Appena sudo le mani e mi parte la pelle, impazzisco. 

C’è sempre questa crisi climatica di mezzo, va bene.
Ora saltiamo dalla questione del grip alla fanta-arrampicata: l’intelligenza artificiale come influenzerà l’arrampicata?

Vabbè, lo pensavo proprio l’altro giorno: secondo me un giorno andremo in palestra, faremo la foto al blocco e l’AI ci dirà la beta. È la cosa più ovvia che mi viene in mente: una volta che l’intelligenza artificiale conoscerà tutti i movimenti che può fare un essere umano in arrampicata, le passi la foto di un blocco e te lo dovrebbe risolvere, sia indoor sia outdoor. Quindi l’app per la beta, secondo me, senza dubbio.

Amedeo ad Albarracin. Foto di Roberto Mor.

E per le scarpette?

Non so se le hai viste, le nuove scarpette stanno diventando sempre più morbide e con meno suola, per cui boh, saranno scarpette con pochissima punta e una gomma sottilissima.

Usa e getta praticamente.

Speriamo di no, anzi, super-risuolabili, perché hanno poca gomma e la puoi cambiare tante volte.

E troveremo anche nuovi chioschi automatizzati per la distribuzione di birre e panini in falesia?

Sì, purtroppo. Una volta che i comuni capiranno che l’arrampicata è un vettore turistico…
E probabilmente metteranno anche i tornelli, oltre ai distributori. 

Gli spit accorceranno sempre di più le loro distanze o torneranno ad aumentarle per stressare la mente e aumentare l’adrenalina?

No, le accorceranno. È un’evoluzione storica, quella che ha portato oggi al bouldering.

Stiamo cercando pian piano di togliere la parte mentale all’arrampicata e quindi di massimizzare la parte atletica, il gesto, per cui gli spit saranno sempre più vicini e tra un po’ scaleremo, boh, forse quasi solo da secondi. Speriamo di no.

Guarda oggi l’arrampicata in falesia, quello che chiamiamo redpoint*: ufficialmente quello è pinkpoint, perché storicamente il redpoint implicava il montare i rinvii, mentre ora si salgono tiri con i rinvii montati. Anche  questo è un semplificare la parte mentale e anche la difficoltà.

Quindi a parer mio gli spit meno costeranno, più ne metteranno, purtroppo.

Come sarà il 10a? Un tetto o una via infinita?

Probabilmente sarà una via di 96 metri da fare con una corda da 180, con due incastri di ginocchio e fatta su misura per un climber giapponese allenato da 12 anni per salire quella via. O una cosa del genere. Questo perché sono vie sempre più lunghe, di resistenza.

Avrei detto corta, un tetto ad esempio. Il 9b+ di Stefano Ghisolfi è lungo solo 12 metri.

Sì, quello è letteralmente un blocco.
Ma guarda Silence, salito da Ondra, o DNA… sono tutte vie lunghissime. E anche tra i blocchi stanno aumentando le lunghezze, per inserire più movimenti e renderli più duri, come Return of the Sleepwalker, (boulder di 9A a Red Rocks, salito dallo scozzese William Bosi, ndr).

Ci terremo anche con i denti?

No, spero di no.

Non si sa mai.

Però hanno già inventato gli incastri di ginocchia, quelli di punta… l’evoluzione è molto interessante.

Mi è capitato di risolvere un blocco con un aggancio di punta e qualcuno mi ha detto “così è più facile, bisogna sgradarlo!”. Eh no, non è che devo farlo come vuoi te il blocco, ho imparato un metodo e ne usufruisco. 

Ad esempio Burden of Dreams (blocco di 9a a Lappnor, ndr) Elias Iagnemma lo ha ripetuto con un doppio lancio, che è un gesto da palestra: è arrampicata moderna. 
L’arrampicata è una disciplina che si evolve e nella quale applichiamo quello che impariamo indoor, facendo cose sempre più pazzesche anche fuori.

Ultima domanda. Per cosa rinuncereste a ghisarvi?

Eh, in questo momento storico probabilmente per la Palestina libera, perché penso sia l’unica cosa che mi faccia stare abbastanza male e per cui posso dirti che rinuncerei a ghisarmi.

Te l’ho detto, siamo persone politiche: i temi sociali ci stanno a cuore. Poi se ci saranno polemiche…

Ah, fatti vostri. Io non faccio censure per evitare polemiche. Anzi.

Noi abbiamo voluto scrivere un libro, anche un po’ polemico, politico, ma non ce ne frega niente, perché è stato il nostro modo di cristallizzare i nostri pensieri.

Questo non puoi farlo in un post o in un audio. Poi se hai voglia di leggere, perché hai voglia di farti una cultura o sapere come la pensano gli altri, te lo leggi. Se preferisci TikTok, è una scelta di vita. 

Posso anche non essere d’accordo su tutto quello che dite, ma vi faccio i complimenti, soprattutto per la vostra costanza.

Quella è proprio l’unica cosa di cui davvero sono molto fiero.
Esistono un sacco di progetti validi e ne continuano a nascere, ma alla fine ciò che premia è la costanza.
Noi non abbiamo niente più di altri, ma abbiamo continuato a credere in quello che facciamo, e prima o poi i frutti si raccolgono. 

Ma è un percorso dove puoi fallire e se al primo fallimento ti deprimi… non lo chiuderai mai il blocco. 

Avete già pensato di candidarvi, di formare il vostro partito? Oppure non si può dire?

No, non si può dire. (Ride, ndr)

Lo ammetto, non pensavo di fare questa intervista: ero forse diventata allergica alla socialità?
Ma alcuni concetti espressi da Brocchi sui Blocchi sono molto vicini a quello che penso, per cui mi sono detta “perché no?”. E poi il bello è proprio conoscere e riflettere sulle opinioni e i punti di vista altrui. Solo così puoi ampliare i tuoi orizzonti.
E devo dire che parlare con Amedeo, con i Brocchi sui Blocchi, mi ha divertito. E mi ha fatto pensare.
Quindi grazie, ragazzi!

Impossibile non conoscerli, ma se volessi approfondire, sono qui: brocchisuiblocchi.com!

Foto di Roberto Mor.

Da sinistra: Davide, Amedeo, Dario, Rob.


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