Roberto Perucca sul Triangolo del Gran Carro

Roberto Perucca: alpinismo al di là del grado

Succede che di alcune persone se ne parli soltanto dopo una straordinaria performance: accadeva agli inizi, perché le imprese non erano molte, e accade oggi, perché c’è sovrabbondanza di notizie. Un tempo se ne parlava parecchio, oggi molto meno, perché c’è subito altro che oscura il precedente.

E poi c’è chi è ricordato da pochi, ma tanto intensamente che le performance passano in secondo piano. Ricordato per la sua attività, ma anche per il suo modo di essere e di fare.
In questo racconto è ospite Roberto Perucca, un giovane alpinista e guida alpina che ci ha lasciati presto, ma che i suoi amici ricordano per la sua personalità, riservata e coinvolgente, e per le sue vie, diventate famose e molto ripetute. Una fra tutte è la linea di Greenspit, fessura orizzontale di 12 metri sopra Rosone nella Valle dell’Orco, resa famosa dalla libera di Berthod e dalla recente salita flash di Adam Ondra. 

Roby su Incastromania – © Stefano Dalla Gasperina

Ma sua è anche Incastromania:

“[…] Roberto Perucca salì questa fessura nei primi anni ottanta, in un’epoca in cui un monotiro (che non arrivava da nessuna parte) non interessava a nessuno. Ma Roberto era a suo modo un visionario e anticipò i tempi”.
Maurizio Oviglia

È stato nell’articolo di Andrea Giorda pubblicato su Lo Scarpone del CAI che ho letto per la prima volta il nome di Roberto. Subito dopo ho chiamato Andrea, che mi ha raccontato qualcosa di lui, di questo ragazzo che lui e Mario Ogliengo hanno portato con sé nel 1982 per aprire una tra le più famose e ripetute vie della Valle dell’Orco, Nautilus.

Il Nautilus venne aperto da Andrea Giorda, Roberto Perucca e Mario Ogliengo nel 1982 – Qui Roberto in apertura sul primo tiro – © Andrea Giorda

Via numero 6 al Becco della Tribolazione: Diamante pazzo

Stefano Dalla Gasperina e Roberto Perucca in bivacco sotto il Valsoera anni ’80 – © Stefano Dalla Gasperina

Quando ho intervistato Stefano Dalla Gasperina, ho conosciuto Roberto attraverso il racconto di un amico e compagno di cordata. Ecco le risposte di Stefano ad alcune mie domande.

Roberto Perucca – al Caporal – beginning of the 80′ –
© Stefano Dalla Gasperina

“Successivamente, la guida alpina Roberto Perucca ha presentato una suggestiva proiezione di diapositive riguardanti la sua ‘spedizione’ alla mitica Devil’s Tower del Wyoming (USA). Grazie al commento diretto del protagonista, il pubblico ha potuto affacciarsi su un mondo fatto di fessure inaccessibili su pareti verticali che s’innalzano improvvisamente dalla pianura. La proiezione è proseguita con bellissime immagini delle pareti dello Yosemite, delle sequoie giganti e della Monument Valley.”
Mauro Brusa, dalla rivista del CAI Monti e Valli, 1998.

Roberto Perucca al Caporal Caporal – © Stefano Dalla Gasperina
Roberto Perucca – Fissure du panetton prima Edlinger – © Stefano Dalla Gasperina
Roby negli anni ’90 – © Stefano Dalla Gasperina

“La via potrebbe corrispondere ad un 5.14a (8b+) nella Valle di Yosemite. Infatti, i gradi su entrambi i lati dell’atlantico sono molto diversi. […] La mancanza d’esperienza di questo tipo d’arrampicata può essere una spiegazione per questo divario. Con difficoltà di 5.14a/8b+ di tipo tradizionale, Greenspit è sicuramente una delle fessure più dure d’Europa. La rotpunkt è stata fatta con le protezioni già sulla via. Seguendo i gradi di fessura europei, sarebbe forse un 9a… Per riflettere su questo divario ho deciso di gradarlo 5.14, ovvero tra 8b+ e 9a. I ripetitori sapranno dare un grado più preciso…”
Didier Berthod, 2003

Roby su Incastromania – © Stefano Dalla Gasperina
Roberto Perucca sul Caporal – © Stefano Dalla Gasperina
Adam Ondra in Valle Orco. Foto Facebook Adam Ondra

Non potevo fare a meno di intervistare anche il fratello di Roberto, Graziano, e gli amici Rocco e Tiziana. 

Comincio con Graziano.

Roberto Perucca su L’orecchio del Pachiderma – © Stefano Dalla Gasperina
Roby e l’amico Salvatore Siriani “ricordo quando nelle Calanques arrivarono a Morgiou con una Renault 4 rossa e vestiti come se andassero alla nord delle Jorasses, perché avevano rotto il vetro e si erano fatti più di 1000 km all’aria di novembre!”, le parole di Rocco

Tiziana ha arrampicato con Roberto per un periodo e così me ne ha parlato.

Una delle rare foto di Roby Perucca alla Perego-Mellano al Becco di Valsoera. “Stavo scrivendo Rock Paradise e mi serviva una foto di Roby. Non lo conoscevo bene per cui chiesi a Daniele Caneparo che aveva fatto delle vie con lui: mi diede questa diapositiva […]. A volte penso che sia inutile ostinarsi a condividere ricordi, cercando di tenerli in vita: visi, giorni, epoche ormai passate. Il tempo tutto travolge, ma non è più la sabbia in una clessidra, è ormai un treno in corsa.” ©Maurizio Oviglia 

Roberto Perucca © Ufficio Turistico Locana

Rocco è un amico e uno dei compagni di cordata di Roberto. Così lo ricorda.

A volte ci dimentichiamo che dietro agli alpinisti ci sono persone, esseri umani con il loro talento, ma anche con i loro difetti e, pare impossibile, le loro fragilità. Un tiro sprotetto, trovarsi a metri e metri da una protezione, rischiare voli interminabili e talvolta la vita… I racconti degli alpinisti e su di loro fanno di queste persone degli eroi, che però eroi non sono. Quel che dovremmo impegnarci a fare è però ricordarli, soprattutto attraverso ciò che a loro sta più a cuore: le loro salite.

Roberto Perucca Bouldering – anni 80′ a Locana
Di seguito riporto l’intervista pubblicata su PARETI nel numero dell’estate 1987: l’articolo titolava ‘Nel corso del tempo’, di Rampik e i Canavesani.


Vincenzo: […] Andrea (Giorda) aveva un sacco d'idee ed era un mago della ricerca delle linee, quello che ora sta facendo Manlio in questo periodo. Tutti i ‘pigri’ canavesani vedevano la linea quando salivano il Mellano-Perego: "guarda che bello sarebbe arrivare lì sotto, perché non si potrebbe finire su per di lì?". Giorda ha fatto 4 o 5 anni di attività esplorativa che si è conclusa con Sturm und Drang, una ricerca forse un po' ‘californiana’, con metodi tradizionali e rigidi, senza bucare e con artificiale spinto, in un posto che non aveva spazio per altro, se non per quello che poi Manlio ha fatto dopo.
Era frutto dell'epoca e quei primi anni ’80 rappresentavano proprio un periodo di transizione, in attesa delle nuove correnti che si sono poi sviluppate.

Roberto Perucca: La prima linea un po' particolare su quelle pareti e stata proprio questa via e successivamente Furore, ancora più spinta della Sturm und Drang.

Vincenzo: Comunque in quegli anni è nata anche un'altra via che secondo me ha perso ingiustamente un po’ di smalto, la Diretta alla Torre Staccata, una via del 1980 che ha massimizzato l'arrampicata libera, con i limiti dell'epoca, e con un grande artificialista in cordata quale Meneghin.

E il Becco della Tribolazione, non me ne parlate?

Vincenzo: Sul Becco un salto dell'epoca è stato l'itinerario dei due signorini di fronte a te. Roby ha visto una linea e l'ha salita in modo pulito, una via di 6a del 1984 salita con metodi tradizionali.

Manlio: E perché questo? Semplicemente per il motivo che Roby a quell’epoca andava già a confrontarsi con i nostri vicini francesi.

Diamante pazzo è stata la prima via concepita per la libera?

Roby: La storia è questa: in quel periodo ero in servizio militare e in un giorno di licenza ho salito la via Malvassora. Guardando sulla sinistra, prima della Grassi-Re ho visto che c'era la possibilità di concatenare una serie di fessure e ho subito fatto sapere a Rinaldo Sartore il mio progetto. Due settimane dopo un'altra licenza e in tre orette abbiamo tracciato la via, con due rinvii per tiro. Per me è stato un momento molto forte riuscire ad aprire una via sul Becco della Tribolazione, perché ce l'avevo proprio davanti a casa.

Rinaldo: Anche la mia storia è simile. Lui aveva salito la Malvassora e io pochi giorni dopo ho scalato in solitaria la Grassi-Re, guardando sulla destra la possibilità della nuova via. Ci siamo così ritrovati in due, in mezzo alle nostre precedenti salite, e il commento di Roby alla fine è stato questo: 'finalmente abbiamo tracciato una via senza passi in artificiale, così nessuno potrà venire dopo a dire di averla liberata...'. Peccato che adesso dicano che è troppo poco chiodata.

Voi due, Rinaldo e Roby, vi siete poi spartiti anche le solitarie.

Rinaldo: Fin dove si poteva salivo slegato, anche su brevi tratti in artificiale dove tiravo i chiodi. L'autoassicurazione era troppo noiosa per me. Su Diamante pazzo, quando l'ho ripetuta da solo, mi sono legato in due tiri e il resto sono salito senza usare la corda. Ricordo anche il sorpasso di una cordata sulla Mellano-Perego, con i due che guardavano chi c'era legato all'altro capo della corda che trascinavo nel vuoto dietro di me e poi mi hanno chiesto “e il tuo compagno dov’è?".

Giungiamo così agli spit e alla nascita delle prime due vie moderne d.o.c., quella dei fratelli Remy e quella di Motto e compagnia.

Vincenzo: Quando Manlio cominciava ad andare in Bianco ad aprire vie, gli ho suggerito di dare un'occhiata anche a questa parete del Valsoera, vicina a casa nostra e senza vie che si potevano considerare moderne e invitanti per i ripetitori. Contemporaneamente i nostri amici torinesi Manera e Ribetti erano in contatto con i fratelli Remy e hanno mostrato loro una foto della parete invitandoli a venire a dare un occhio. Manlio ha colto il mio invito e ci è arrivato prima, i Remy successivamente e hanno trovato già la sua opera su quel tratto di parete della Torre Staccata, nella zona dove effettivamente stava il problema.

Claudio: I Remy hanno dovuto quindi spostarsi più a sinistra e tracciare la loro via, secondo me un po' forzata e con uno stile di chiodatura che può lasciare non tutti concordi.

Mi dicono che tu, Roby, hai ancora tanti progetti in Piantonetto, quando li finisci?

Roby: Ho un’idea alla Torre del Gran San Pietro e sono già due anni che ci provo. Per ora ho salito due lunghezze di corda difficili mentre sul Gran Carro, a un’ora e mezza dalla diga, sulla sinistra, ho salito una prima via accanto ad altre linee che vorrei completare in futuro.

E tu, Manlio, quante vie ci regalerai nel prossimi 5 anni?

Manlio: Le mie future pareti si chiamano Nuova California, una parete di difficili fessure, fino a oggi fortunatamente e incredibilmente inesplorata, che sto esplorando con Gisa utilizzando al minimo o per niente lo spit. Per il resto alcuni progetti li ho già portati a termine, per gli altri è solo questione di tempo. L'affascinante è che c'è la possibilità di 'inventare' la via facile su ottima roccia, tipo quella che ho aperto alla Tribolazione con Vincenzo, Pin Up, poi c'è la possibilità di aprire la via moderna dura e infine c'è la possibilità di aprire la via artificiale molto complessa, senza usare gli spit sui tiri. Naturalmente bisogna cercare la linea giusta con un occhio particolare, molta fantasia e una buona dose di fortuna. Chi dice che non c'è più niente da fare vive del passato, senza accorgersi che un poco più in là del proprio naso la vita continua e offre ancora molto, anzi moltissimo. 
Ora non sto a svelare quali sono i miei progetti, anche perché toglierei a molti parte del desiderio e delle sorprese, ma vi posso assicurare che di pareti da scoprire ce ne sono ancora molte e alcune di queste particolarmente belle e interessanti. Abbiate fede e pazienza!
Lo Scarpone 1984

Grazie a Andrea Giorda, Graziano, Rocco, Tiziana e all’Ufficio Turistico di Locana.


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