Walter Galizio: il Monviso e altre montagne da riscoprire

Leggo un nuovo messaggio arrivato al sito: è Antonio, che mi scrive
“lei ha intervistato numerosi protagonisti dell’arrampicata piemontese, tutti appartenenti all’area torinese.
C’è però un altra faccia del Piemonte, che non si è mai messa sotto i riflettori, ma al contrario ne è rimasta volutamente lontana, pur avendo espresso protagonisti di eccezionale caratura sia sul piano delle prestazioni, sia su quello etico. Mi riferisco all’ambito Cuneese e a personaggi di assoluto rilievo come Sergio Savio, Cege Ravaschietto, Giovannino Massari, i fratelli Galizio e tanti altri ancora. Personaggi che hanno aperto vie spesso estreme e mai ripetute, pur non uscendo quasi mai dai confini della provincia “Granda”. Credo che un’intervista a questi rappresentanti di un alpinismo in punta di piedi potrebbe essere di grande interesse per i lettori del suo sito.”
E Antonio continua dandomi il contatto di uno di questi alpinisti, Walter Galizio, premettendo che è ‘a-social e poco tecnologico’. E che problema c’è? Non sono in molti gli alpinisti che prediligono i social network e lo spazio digitale per comunicare.
Accetto il suggerimento di Antonio con piacere e contatto Walter, via mail con la moglie Patrizia (che ringrazio molto per la disponibilità).

Walter, sei della zona di Cuneo, giusto?

Sì, io abito esattamente a Manta, vicino a Saluzzo. Sono a 30 chilometri da Cuneo.

Per l’arrampicata che valore ha la tua zona?

È di notevole valore. Però pensa che tanti alpinisti del torinese non sono ancora andati, ad esempio, sul Corno Stella o sull’Argentera: sono due montagne simbolo delle Alpi Marittime. 

Reinhold Messner, non uno qualunque, dopo che ha arrampicato lì ha detto: “quassù salgono solo i migliori”. 

40 anni fa era una zona poco frequentata; oggi sono in tanti a venire, ma non è una specie di palestra d’alta montagna, perché arrivi poco sopra ai 3000 metri di quota. Ci sono zone dove sono stati chiodati tantissimi itinerari, anche vie lunghe di 10, 12, 15, 20 tiri. 

E poi c’è la zona del Monviso: lì trovi anche vie di 25-30 tiri. 

Tanti dicono che la roccia non sia bella, ma dipende. La zona del Monviso è enorme e io ho sempre trovato più o meno roccia bella.

Quando il tempo è incerto e sul Bianco o sul Rosa è rischioso salire, io mi rifugio nelle Marittime e nel gruppo del Monviso, zone dove ho anche aperto parecchie vie. Lì qualcosa si riesce sempre a fare.

Corno Stella, Argentera, Monviso con tutti i suoi satelliti come Visolotto (3.348 metri), Punta Udine (3.022 metri)… sono tutte salite più o meno attrezzate, a spit e a chiodi. Ce n’è per tutti i gusti: dalle vie sportive a quelle alpinistiche, alle trad, vie di ghiaccio, vie di misto e anche un po’ di alta quota sopra i 3.000 metri.

Senti Walter, mi hai detto che queste zone non sono così famose. Perché secondo te? Qualcuno potrebbe lamentarsi della roccia, ma anche il Cervino non è famoso per la sua solidità… però il Cervino è il Cervino, giusto?

Esatto! (Ride, ndr). Ricordo che c’è stata una discussione tra due alpinisti famosi nella nostra zona: “è meglio il Cervino o il Monviso?”. E la conclusione sai qual è stata? Che è meglio il Monviso. 

Questa montagna si vede da tutto il Piemonte, quasi anche da Milano. Il Cervino invece si vede solamente da sotto, quando sei al Breuil-Cervinia. 

Ti rispondo alla domanda sul motivo per cui non sono famose: probabilmente perché non abbiamo fatto molta pubblicità. Siamo un po’ schivi: noi arrampichiamo per divertimento, perché ci piace scalare, non per farci notare.

Ci sono alpinisti, come Sergio Savio, che hanno fatto cose straordinarie. O come i fratelli Ravaschietto, che sono fortissime guide alpine. Guido Ghigo ha aperto centinaia di vie e ha arrampicato anche con Renato Casarotto.  

Ma i più non lo sanno. Questa è gente che se ne frega di quello che gli altri vogliono sapere.

Ma è per l’età o per la mentalità secondo te?

Per la mentalità, certo. Siamo sempre stati così. 

C’è anche una volontà di nascondere un po’ queste montagne per tenerle tutte per voi?

No, no, anzi. Queste montagne sono bellissime e sarebbe giusto che tutti le frequentassero almeno una volta. Non le vogliamo nascondere, ma così è proprio la nostra indole: io quando aprivo una via l’annotavo sul mio diario e poi inviavo la relazione al CAI di Cuneo e quindi la notizia ‘restava in provincia’. 

Però oggi arrampico con alpinisti più social, che comunicano tutto on line.

Ti confido una cosa: io stavo tanto bene prima, ero più tranquillo.

Ammetto comunque di essere felice quando gli altri frequentano queste zone e salgono le nostre vie.

Come possono le persone conoscere queste montagne se da parte vostra c’è poca comunicazione?

Leggendo le relazioni, anche nei vecchi libri… è la curiosità di conoscere un posto nuovo a spingere gli appassionati a frequentare zone meno ‘commerciali’, meno famose. 

Sai, bisognerebbe recuperare le vecchie guide, i libri di storia… 

Sul Corno Stella la via normale è un quinto grado, sull’Argentera, la regina delle Marittime, ci sono bellissime vie.

Tu sei guida alpina?

No, no. 

Sono andato a fare il corso e durante un’uscita una cordata di aspiranti guide ha fatto cadere una scarica di pietre: mi sono salvato per un pelo e mi sono rotto solo un braccio per fortuna. 

Da lì ho deciso che andare in montagna per me non poteva essere un lavoro: alla prima uscita mi sarei fatto pagare la metà e alla seconda l’avrei fatto gratis.

Sai, io mi affeziono alle persone con cui arrampico. Lo faccio con gente che mi è simpatica. Non potrei essere una guida, che deve scalare con tutti, magari anche con quelli che hanno la ‘puzza sotto il naso’.

Antonio, uno dei tuoi compagni di cordata, mi ha parlato di personaggi che hanno aperto vie spesso estreme e mai ripetute.

Sì, anch’io ho aperto vie estreme e mai ripetute. Una è qui nella Valle Varaita e l’ho aperta con Guido Ghigo, sulla Rocca dell’Asino. È l’unica via su quella parete. 

Sono andate quattro o cinque cordate a ripeterla e non sono riuscite a passare. L’abbiamo aperta con martello e chiodi, ma c’è un traverso di 40 metri sul V+, senza chiodi e improteggibile, lungo il bordo di un tetto enorme. Una volta che sei lì pensi: “mai più”.

Hai altre vie che porti nel cuore?

Ce ne sono tante… Mi ricordo bene una via sul Monte Maurel. Non è ancora stata ripetuta, perché c’è un tiro di VI+ di 50 metri improteggibile, nemmeno con martello e chiodi, e neanche con i friend. Ho salito quel tiro da primo e quando sono arrivato a una fessura ho piantato due chiodi: per poco svenivo dallo spavento. Un volo di 50 metri lì vuol dire ammazzarsi. Quando arrivi in cima a questo tipo di vie, ringrazio Dio di essere vivo.

Tu parli di vie aperte in artificiale o in libera?

Questa, ad esempio, l’abbiamo salita tutta in libera semplicemente perché non potevamo piantare i chiodi. Diciamo che a volte le libere sono costrette (ride, ndr).

Qual è la tua filosofia in montagna?

Il mio modo di pensare in montagna è arrivare in cima con qualsiasi mezzo, se la via non è spittata. Se invece è sportiva, cerco di fare il possibile per salirla in libera. Naturalmente alla mia età cerco di abbassare un po’ il livello e di divertirmi. E il mio divertimento è l’arrampicata fine a sé stessa… arrivare a finire la via è l’obiettivo, ma se non riesco, pazienza, torno indietro e mi sono comunque divertito.

Quando affronti delle vie con un alto livello di rischio, secondo te ne vale davvero la pena?

Ne vale la pena finché il rischio è calcolato.

Però sappiamo bene che in montagna il rischio non è mai calcolato al 100%. 

Hai ragione, ma il mio calcolo è semplice: se vedo che il passaggio è esposto, la roccia è sporca o brutta, se intuisco che il rischio è troppo elevato, mi fermo. Dove è possibile, ovvio. Tante volte sono tornato indietro, perché non me la sentivo. 

E poi sappiamo bene che nell’arrampicata non conta solo la bravura, ma anche la fortuna e io ne ho avuta parecchia nella mia carriera alpinistica, lo ammetto. Ho fatto certi voli di 20-30 metri e non mi sono mai fatto niente, perché mi è andata bene.

Ma quando ho avuto paura di continuare, l’istinto mi ha fatto tornare indietro.

Cosa ti spinge a mettere in gioco tutto?

L’avventura, il conoscere, l’alzare un po’ l’asticella del proprio limite, l’istinto di andare avanti.

Quanto vale l’esperienza in alpinismo?

Moltissimo. L’esperienza e la conoscenza certe volte ti tolgono dai casini: saper attrezzare una sosta d’emergenza, ad esempio, può salvarti anche la vita.

Pensa che c’è gente, in caso di emergenza estrema, incapace a scendere con un mezzo barcaiolo. L’esperienza vale più della capacità di arrampicare. 

Io ho fatto il corso nel 1976 che ero ancora minorenne: mi hanno accettato come allievo e quello mi ha portato al dovere morale di insegnare agli altri. 

Ho sempre fatto l’istruttore per il CAI di Saluzzo e per la Scuola Motti, anche se solo come istruttore sezionale e non con altre qualifiche, perché sono contro le patacche: la patacca a molti serve solo per farsi notare e invece tu dimostri quello che sei capace di fare lì, sul campo.

Ci si deve vergognare di aver paura?

Assolutamente no. Aver paura significa spesso salvarsi la pelle. Se uno ha paura, si ferma, ragiona e al massimo torna indietro. 

Un mio amico ripeteva spesso la frase di Cassin “l’alpinista più forte è quello che torna a casa”. Paura significa salvarsi la vita. E io, seguendo il mio istinto, per adesso sono seduto sul divano di casa (ride, ndr).

E la tua etica di apertura delle vie qual è?

Io generalmente quando apro una via, lo faccio a chiodi. Poi, se mi piace, vado a spittarla, perché quando uno apre, ha un’elevata dose di adrenalina in corpo che gli permette di fare passaggi improponibili. Se pianto uno spit, la prossima volta riesco a ripeterla in sicurezza. Con i soli chiodi, non so se alcune vie riuscirei a liberarle di nuovo. Anche quando apro subito a spit, seguo rigorosamente l’etica dell’apertura dal basso.

Aprire a chiodi una via e ritornare a spittarla. Qualcuno potrebbe dirti di lasciarla alpinistica…

Sì, ma io l’ho già liberata con i chiodi. Se devo ripeterla, perché devo rischiare? Metto uno spit e sono più sicuro. 

Non hai mai pensato a chi avrebbe preferito ripeterla a chiodi, come è stata aperta?

Mhm, no, a questo non ci ho mai pensato, sinceramente. Ho ragionato sulla sicurezza mia e degli altri.

Quando apri una via, lo fai per te stesso o per gli altri?

Lo faccio per me, ma anche per gli altri: quando ho lasciato vie solo a chiodi, ho visto che dopo 20 anni non avevano ripetizioni. Invece quando ho piantato degli spit, la frequentazione è raddoppiata. Pensa che mi hanno anche criticato perché ne ho messi pochi. 

Ad esempio ho aperto la Via Mattia, dedicata a mio figlio, sul Monviso: 14 tiri a chiodi. In 10 anni ha avuto una o due ripetizioni. Poi ci ho messo qualche spit e le ripetizioni sono pian piano aumentate.

Cosa ne pensi di questa rincorsa alla sicurezza?

Penso che la sicurezza sia fondamentale. La ‘lotta con l’alpe’ oggi è assurda, perché non c’è più niente da dimostrare. Se uno vuole fare trad, può farlo e di itinerari così nelle nostre montagne ce ne sono tantissimi, ma li frequentano davvero in pochi. 

È sbagliato criticare chi mette una sosta a spit: la sosta ti salva la vita. Pensa ai tre finanzieri morti al Precipizio degli Asteroidi perché la sosta non ha tenuto. Se ci fosse stato uno spit, sarebbero ancora qui.

E poi ci sono anche quelli che criticano gli spit, ma sulle vie trad non ci hanno mai messo mano…

In Val di Mello difendono lo stile trad.

Sì, ma dobbiamo anche guardarci intorno. Ai miei tempi sapevamo mettere bene i chiodi. Adesso trovami un alpinista capace di metterne uno. 

Come diceva Messner “per saper mettere un chiodo, devi metterne almeno 1000”. 

Il futuro dell’alpinismo andrà verso gli spit. C’è un libro che si intitola La morte del chiodo. A mio parere finirà così, se non è già accaduto. 

Io e mio fratello siamo andati a ripetere la via Oceano Irrazionale al Precipizio degli Asteroidi, con i nut, senza friend perché non c’erano, con martello e chiodi, ma noi li sapevamo piantare bene i chiodi e sapevamo di poterci destreggiare in una situazione di rischio.

Quanta gente vedi col martello all’imbrago?

Poca…

Esatto. E spesso quando qualcuno ce l’ha è solo per ribattere i chiodi già presenti. Piantare un chiodo è complesso e soprattutto lo è farlo bene, sentire che sia buono, che tenga. Io quando lo pianto sono sicuro, tanto che, in emergenza, potrei anche calarmici in doppia.

Quindi l’alpinismo in futuro si dovrà adattare agli alpinisti che non sanno mettere i chiodi?

Mi sa di sì. Io vedo ben pochi corsi dove insegnano bene a piantare i chiodi. 

Oggi spesso si preferiscono le vie sportive. 

Ben venga, piuttosto che rischiare con l’inesperienza su una via alpinistica o trad. 

Però a mio parere chi sceglie solo vie sportive sbaglia, perché bisogna ingaggiarsi a salire le vie alpinistiche: è esperienza. Ma per farlo è necessario iniziare dalle vie facili, imparare a proteggersi con i chiodi e man mano andare avanti. 

Oggi però la gente non ha più la pazienza di imparare. Ci sono scalatori che fanno il 7a o 7b in falesia, ma su un V sprotetto non si muovono. Qui c’è qualcosa che non va, qualcosa che manca nella formazione.

Grazie Walter, anche oggi un alpinista è riuscito a sorprendermi con i suoi racconti!

Walter con Ernesto Galizio

Alcune nuove ascensioni e prime invernali raccolte dalle riviste del CAI:

1985

VALLE MAIRA

Pelvo d’Elva, torrione Est. Via delle Pietre Rotolanti. Primi salitori: E. Galizio – W. Galizio-G. Rossetti, il 9/9/’84. Altezza della parete 360 m; 5 ore di arrampicata.

Qualità della roccia: quarzite generalmente buona.

1986

Rocca dell’Asino 2644 m; parete nord-est; è la rossa e strapiombante parete alta 180 m. posta all’estrema sx. nel circo di paretine che vanno dal Pelvo d’Elva alla Rocca dell’Asino appunto.

La roccia, quarzite, non è eccezionale ed il lichene in alcuni tratti è fastidioso, ma è una salita di grosso carattere che si infila dentro un labirinto di strapiombi dove la chiave consiste in un traverso di Sviluppo 250 m; ED inf. Utili 6-7 ch. e una serie completa di tasselli, friend n° 1,5.

8 ch. in posto; passaggio più difficile

VI +, A1. 1ª Salita effettuata il 21/9/’85, in 6 h da Guido Ghigo e Walter Galizio (CAl Monviso).

Valvaraita

Rocca Rossa; prima ascensione dello spigolo sud-ovest, posto tra le vie “Fumi di Krishna” e “Bisson-Duvillier”. Dovrebbe trattarsi anche della 1ª invernale della parete. Effettuata da Ernesto e Walter Galizio, Giorgio Rossetti, Fulvio Scotto il 9/3/’86.

Monte Maurel 2604 m. Due vie nuove:

Canale Nord. 1ª salita Ernesto e Walter Galizio, Fulvio Scotto e Daniele Stefanelli il 25/1/’86.

Goulotte iniziale (70° e 80°) chiusa da un blocco incastrato con uscita di V + e A1. Quindi canale nevoso interrotto a metà da una lunghezza su misto (VIV +).

Dislivello tot. 500 m.

Punta delle Traversette; Parete Est, Via Rio-Mondon, 1ª invernale da parte di E. e W. Galizio e S. Genero il 22/12/1985.

Punta Innominata (Alpi Marittime – Gruppo dell’Argentera)

|| 21/6/1986 Guido Ghigo – asp. guida, Sergio Calvi – CAl Savona con Ernesto Galizio, Walter Galizio e Luciano Giorda del CAl Carmagnola, in 3 ore hanno salito la via «Manuela». L’itinerario che si svolge per 250 m su roccia buona, presenta difficoltà valutate D+.

1987

Anticima nord della cima di Valcuca 254 m (Alpi Marittime – Gruppo di Prefouns)

Walter Galizio e Michele Rossetti il 27/7/86 hanno aperto una nuova via sulla parete est che ha uno sviluppo di 250 m con difficoltà valutate TD— e tratti di V + .

Guglia delle Forciolline 2878 m (Alpi Cozie – Gruppo del Monviso)

La via «Mattia» sul Pilastro Centrale della parete ovest è stata aperta il 28/6/86 in ore 5,30 da Ernesto e Walter Galizio. L’itinerario che si svolge per 360 m su roccia ottima, presenta difficoltà valutate TD con passaggi di VI-.

1988

Alpi Cozie Meridionali – Gruppo del Monviso

Torre Rossa delle Forciolline 3000 m circa

Spigolo Sud/Ovest

19/7/1987

Ernesto e Walter Galizio con Fulvio Scotto.

Valutazione d’insieme: TD+-.

Sviluppo: 260 m

Roccia complessivamente buona con brevi tratti friabili.

Si tratta della struttura indicata come «Torre 3000» nella guida Monviso di Bessone e Burdino del 1971. Essa vi è erroneamente localizzata circa 100 m a nord del laghetto posto a 15 minuti del bivacco Berardo. In realtà l’evidentissimo torrione-pilastro è addossato ad una retrostante struttura rocciosa almeno 500 m più a oriente, e cioè circa 150 m a monte del secondo lago, esattamente a nord del punto quotato 2.867 (IGM), e fa parte della bastionata discendente verso Sud/Ovest dal Picco Aiaccio e terminante appunto sopra i laghi.

Torre Rossa delle Forciolline 3000 m c. (Alpi Cozie Meriodinali-Gruppo del Monviso)

Lo spigolo sud-ovest è stato salito il 19/7/87 da Ernesto e Walter Galizio con Fulvio Scotto. L’itinerario attacca 20 m a sinistra della via Gay-Vignetta e si sviluppa per 260 m su roccia discreta e difficoltà valutate TD+

1989

Cima di Valcuca 2605 m (Alpi Marittime – Gruppo di Prefouns)

Sulla parete ovest di Quota 2453 il 7/7/’88 Walter Galizio e Fulvio Scotto hanno aperto la via «delle cicogne». L’itinerario sale a sinistra di «Bim-Bum-Bam» e si sviluppa per 400 metri su difficoltà valutate TD (D- la parte finale).

Pelvo di Ciabrera 3152 m (Alpi Cozie Meridionali – Sottogruppo del Mongiòia)

Lo Sperone nord-est è stato salito il 22/8/’88 da Ernesto e Walter Galizio con Fulvio Scotto. La via si sviluppa per 380 m sullo sperone di sinistra del versante settentrionale e presenta difficoltà valutate TD- con passaggi fino al VI.

1990

Monte Matto – m 3097 (Alpi Marittime – Valle Gesso)

Una via nuova sulla parete sud della Punta Guderzo è stata tracciata il 6/7/’89 da C. Core, E. e W. Galizio e F. Scotto; svil. 330 m., diff. TD+ .

Gli stessi Galizio e Scotto il 30/7/’89 hanno effettuato la prima salita dello Sperone W della Terza Torre; svil. 450 m, diff. D+ .

Rocce di Viso – 3176 m (Alpi Cozie Meridionali – Gruppo Monviso)

Una via nuova denominata «Naufraghi delle rocce» è stata realizzata il 27/12/’89 sulla parete sud-ovest da E. e W. Galizio e F. Scotto. La via attacca a destra della «Casimiro», la incrocia sotto gli strapiombi della parete superiore ed esce tra questa ed il gran diedro «Berardo».

Diff. TD- , sviluppo 250 m.

1991

Monte Maurel – 2604 m (Alpi Cozie – Gruppo della Marchisa)

Sulla parete E, l’imponente pilastro a forma di pera è stato salito il 17/8/1990 da

L. Gaido, W. Galizio, F. Scotto e G. Tesio. La via, denominata «sulla pera», ha uno sviluppo di 300 m ed è stata valutata complessivamente TD. Precisa F. Scotto che la roccia su cui si sviluppa questo itinerario è quarzite di difficile

chiodatura e grande compattezza; aggiunge inoltre che, oltre il «picciolo», i primi salitori hanno proseguito sino alla cresta sommitale del monte dopo altri 250

m erbosi e friabili.

Cima di Saint Robert – 2917 m (Nodo del Gelas – Alpi Marittime)

Sulla parete N G. Tesio e W. Galizio hanno tracciato la via «Eryca» al Gendarme Meneghin. Lo sviluppo della via è di 550 m e le difficoltà raggiungono il VI + . L’attacco è situato pochi metri a dx della «direttissima», nell’angolo dx della rientranza che caratterizza questo tratto di parete.

Viso Mozzo – 3019 m (Gruppo del Monviso – Alpi Cozie)

Il 28/7/’90 G. Tesio con E. e W. Galizio ha realizzato la via dedicata a «Carlo Rossano» sullo sperone N. La via attacca in un evidente diedro a sx della «Michele Carignano», è molto sostenuta nelle difficoltà e si svolge su roccia buona ad eccezione del penultimo tiro. 

Svil. 230 m, difficoltà fino al VI + e VII.


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