Emanuele Andreozzi: preservare le vie storiche per la libertà di scelta

Quando ho letto la lettera di Emanuele Andreozzi sul portale Il Dolomiti, ho subito pensato: “la penso esattamente così, devo fargli qualche domanda”! E così ho fatto: l’ho contattato e gli ho chiesto se volesse tornare sull’argomento. Lui ha acconsentito, perché parlarne è giusto.

Qual è l’argomento? Ora ci arrivo.

Tutto è partito dal testo di Luca Schiera sullo Scarpone del CAI, in cui l’alpinista e accademico esprime il motivo della sua scelta di schiodare “le storiche vie Il gioco dello scivolo sullo Sperone dell’onda (140m IV, aperta da Ivan Guerini e Monica Mazzucchi in mezz’ora nel 1977) e Uomini e topi (300m IV, aperta senza corda da Popi Miotti sempre nel 1977)”.

La val di Mello è rimasta una dei pochi luoghi nelle Alpi in cui c’è una discussione sulle chiodature e sulla sicurezza. Questo perché è uno dei posti in cui è nata l’arrampicata libera in Italia (sottolineo libera, non sportiva) e c’è sempre stata una forte comunità di scalatori che vivono o frequentano regolarmente questa valle ereditata dai primi sassisti, quindi il rispetto per la roccia e di chi è venuto prima è sempre stato al centro del dibattito.
[…]
Le Placche dell’Oasi erano l’unica struttura dell’intera Val Masino che non solo non era attrezzata, ma in più quasi ogni via era stata aperta senza nemmeno l’uso della corda. Addirittura Boscacci era stato criticato perché quando aveva aperto Cristalli di polvere nel ‘79, la prima via di VIII in Masino, la aveva provata prima con la corda dall’alto…
Ho parlato con alcuni dei sassisti e primi salitori ed erano d’accordo sulla rimozione.
[…]
Perché ho deciso di espormi, pur sapendo che mettendoci la faccia questo gesto avrebbe perso di efficacia? Perché è l’unico modo per spiegare chiaramente le motivazioni, poi credo che il dialogo sia un buon modo per farci riflettere e magari di trovare dei punti in comune.
Luca Schiera

Qualcuno può essere contrario, altri condividere l’azione di Schiera, ma è sempre corretto ascoltare l’opinione altrui e rispettare la libertà di parola e di scelta. Quando le motivazioni sono valide e l’azione non limita la libertà o lede la vita altrui, ovviamente.

Ma andiamo oltre. Ho contattato Emanuele perché volevo approfondire il suo pensiero sulla questione. Durante la chiacchierata sono emersi altri concetti su cui riflettere. E voglio condividerli con te, caro lettore. Iniziamo.

Posso fare una premessa? Ci tengo a dire che quando vado a scalare in montagna io ho un mio stile, che però non ha nulla a che vedere con la mia difesa delle vie storiche: sono due argomenti distinti. 

Il fatto che io difenda la memoria storica del nostro passato non c’entra con il mio stile personale, insomma.

Capito.

Dunque iniziamo. Sei alpinista e guida alpina, ma a te piacerebbe essere visto prima come alpinista e poi come guida alpina o viceversa? Com’è nata la tua storia alpinistica?

Io sarò sempre un alpinista e non c’è discussione in merito.

La tua scelta di diventare guida alpina com’è nata?

Dalla necessità di dover lavorare e dalla passione sfrenata per la montagna.

L’unico lavoro dove mi sentivo veramente di dire la mia, di poter dare qualcosa in più anche alle altre persone, era quello della guida alpina.

In qualsiasi altro lavoro non avrei mai potuto trasmettere questo amore viscerale per la montagna: invece come guida alpina posso farlo e allora mi sembrava la cosa migliore.

Fare la guida alpina mi fa andare tutti i giorni al lavoro col sorriso: cos’altro avrei potuto chiedere?

La passione per la montagna e il lavoro di guida combaciano oppure il fatto che la tua passione sia diventata anche un lavoro ha un po’ deteriorato quell’emozione, quell’attaccamento, quel vivere liberamente le varie discipline in montagna?

Questa è una domanda che mi fanno in molti.

No, io rimango sempre un alpinista anche da guida, difenderò sempre le montagne e anche la loro pulizia dalle troppe infrastrutture. Perché secondo me si può lavorare benissimo in montagna senza il ‘consumo’.

Una parte della mia attività la farò per i fatti miei e difficilmente andrò a replicarla con i clienti, però

sarò sempre contento di portare le persone su una via classica, storica, e anzi ne approfitterò proprio per spiegare loro l’importanza delle vie storiche, cosa hanno rappresentato quelle vie.

Cercherò di dire loro che è importante lasciare la montagna più pulita possibile, preservare la memoria storica e non andare a opprimerla con metodi e materiali moderni, che non hanno nulla a che fare con il periodo storico in cui è stata salita una determinata via storica.

©Emanuele Andreozzi – Diedro Vinatzer – Cima dei Mugoni

Quanto hai detto è molto importante, perché in un certo senso siete voi i primi formatori delle persone che vanno in montagna, condividi?

Esatto. Io sono diventato guida alpina da poco tempo, quindi figurati se mi metto a spiegare come fare il lavoro ai miei colleghi più esperti, però io durante un corso di vie in Dolomiti ho l’opportunità di formare i futuri alpinisti, spiegando loro come fare bene le soste, come attrezzarle o rinforzarle, come usare le protezioni veloci o i chiodi nel modo corretto, perché è importante studiare la storia dell’alpinismo, perché è indispensabile rispettare la memoria storica del passato… Se io non lo facessi per pigrizia o perché non ne ho voglia, non sarei a posto con la mia coscienza e non rispetterei la mia concezione di alpinismo.

Se la gente lavora solo per soldi e non ci mette la passione, non formerà in maniera corretta le generazioni future. Se chi si approccia all’alpinismo non lo fa con testa, con rispetto, con sicurezza, dal mio punto di vista il problema siamo noi, non loro. 

Ad esempio, se noi portiamo le persone su una via già perfettamente attrezzata e non insegniamo loro come proteggersi, come comportarsi in caso di imprevisti e altro, queste persone non saranno capaci di muoversi da sole, ma dipenderanno sempre dalle guide. Se non si crea cultura, rischiamo di rovinare il futuro dell’alpinismo, riducendolo a un banale sport in quota o a una gita turistica.

Per un futuro migliore e più consapevole, secondo me dobbiamo essere noi i primi a muoverci. 

Imparare a fare una sosta con le protezioni veloci e i chiodi può richiedere un tempo lungo, è più complicato, il risultato non è immediato, però sono convinto che spingendo in questa direzione saremo in grado di gestire meglio la sicurezza in parete, che è rappresentata da educazione, formazione ed esperienza, non dallo spit.

Condivido ed è un pensiero davvero interessante. Arriviamo ora alla questione della schiodatura: sei d’accordo?

Dipende dalla situazione: se è stata richiodata una via storica a spit, è giusto toglierli, per conservare l’opera originaria.

Se tutte le volte non si schioda una via storica richiodata, pian piano in silenzio verranno richiodate tutte.

La schiodatura magari riesce a dissuadere chi le richioda, questa è una mia speranza. E secondo me chi è andato a richiodare con gli spit, ha commesso un vero e proprio atto vandalico, senza nemmeno informarsi su dove lo stava facendo, su cosa avrebbe comportato, sulla storia di quelle vie. 

Il brutto è che fare un buco nella roccia lascia sempre tracce permanenti, però si fa quel che di meglio si può fare per riportare la via alla bellezza originale. L’atto vandalico è manomettere un vero e proprio monumento storico, un’opera d’arte. 

©Emanuele Andreozzi – Via Philipp-Flamm – Civetta

Quindi condividi il motivo della schiodatura di Luca Schiera?

Al 100%, anche se questo non lo si può applicare ovunque. Nel caso di Luca è stata un’azione corretta, e ci sono molti altri casi dove andrebbe fatto, a mio parere.

Prima di noi ‘sassisti’, c’erano gli alpinisti storici, che fino agli Anni Ottanta sono andati avanti a scalare con gli scarponi rigidi (noi li chiamavamo i ‘rigidones’), perché erano convinti che reggessero meglio sulle tacche. Poi, ad un certo punto, siamo arrivati noi con le pedule: per l’epoca era un tabù pazzesco. Andavamo in montagna nella maniera più allegra, sprezzante, mangiando e bevendo, ma soprattutto rinunciando quasi del tutto all’uso dei chiodi. 

Dopo di noi, la generazione successiva è stata quella degli sportivi: allenatissimi e fortissimi, attenti all’alimentazione. Per loro il progetto non era più la salita, ma la difficoltà. E quindi, perché non assicurarsi con gli spit? Da lì c’è stata l’esplosione e il culto del grado.

Oggi, però, qualcosa è cambiato, e le nuove generazioni stanno tornando alla ricerca di un approccio più disimpegnato, più leggero e meno “artificiale”: più esplorativo.

Le generazioni contemporanee, i miei colleghi più giovani e bravissimi, sono gente che arrampica scalza, che ripetono vie durissime attaccando appena qualche friend, magari legati in vita così, senza imbrago.
Jacopo Merizzi su ildolomiti.it

Merizzi la pensa come te sotto questo punto di vista, perché anche lui ha detto che le vie in quella valle, soprattutto in quella parete, sono state realizzate in un preciso stile e aggiungerci spit o catene è assurdo.

La storia va sempre rispettata:

sono gli arrampicatori che devono adattarsi al periodo storico, non viceversa.

Lo Scarpone, portale del CAI, introduce il testo di Luca Schiera con queste parole, tra le altre: “Lo Scarpone non prende posizione sull’azione in sé, non per timore di sposare una linea, ma perché riteniamo che il ruolo del giornale non sia quello di esprimersi necessariamente”. Secondo te è corretto che il portale del CAI non prenda posizione in merito?

Secondo me sì, perché è giusto che un giornale rimanga neutrale. 

Ma a mio parere il CAI farebbe bene a prendere posizione e forse lo ha già fatto in passato. 

Non è un bel gesto quello di schiodare, però a volte è necessario. Io non l’ho mai fatto, e anzi, in tempi relativamente recenti ho subito delle schiodature: è un gesto estremo e assai sgradevole, ma ci sono dei casi in cui non c’è alternativa. Inoltre, a Luca Schiera – che stimo e seguo da tempo, e del quale riconosco la competenza – fa onore il fatto di essersi esposto pubblicamente.

Oggi si vuole appiattire tutto in nome della sicurezza, ma ci sono delle regole. È come dire: ‘faccio fatica a giocare a tennis e allora tolgo la rete’. Fallo pure se ci tieni, ma quello che stai facendo non è più tennis.

Rolando Larcher su ildolomiti.it

Vie sempre più ‘addomesticate’. Secondo te abbiamo più paura, siamo meno coraggiosi degli alpinisti di una volta, o c’è altro?

Siamo più pigri: non abbiamo né più paura, né siamo meno coraggiosi.

L’ho scritto anche nella mia lettera: oggi le generazioni attuali, ma anche quelle precedenti, sono ormai educate all’arrampicata sportiva, che è uno sport ‘molto più pigro’ rispetto all’alpinismo, non trovi? Da qui secondo me nasce la confusione: le persone sono abituate a scalare in falesia in maglietta a maniche corte, con un solo set di rinvii, salgono e scendono dai tiri… e quando vanno in montagna cercano esattamente lo stesso tipo di ‘gioco’ che offre l’arrampicata sportiva.

Devono capire tutti che sono due attività distinte, anche se è sempre arrampicare: se riuscissimo a comprendere e tenere separate queste due realtà, risolveremmo diversi problemi. Purtroppo spesso non ci riusciamo, quindi chi viene dall’arrampicata sportiva cerca la leggerezza, la comodità anche in montagna e fanno fatica ad adattarsi alle fatiche dell’alpinismo. Non tutti, ma buona parte.

©Emanuele Andreozzi – Via Jori – Agner

Qual è il valore storico di una via a tuo parere?

Una via storica ha la stessa valenza di un’opera d’arte. Anche l’arte ha i suoi periodi storici, giusto? Le vie seguono lo stesso tipo di percorso: una via aperta negli anni ’30 ha un valore storico relativo a quel periodo, che è enorme. In questo museo a cielo aperto trovi ancora i chiodi usati dal primo salitore o dai primi ripetitori di quel periodo storico.

Una linea salita negli anni ’30, che al giorno d’oggi magari è considerata una salita facilissima, in quel periodo era il massimo grado possibile con l’attrezzatura dell’epoca. 

Quello che dobbiamo comprendere è che in quel particolare periodo storico le vie si aprivano e si salivano in un certo modo, con quel tipo di attrezzatura, con scarponi e corde di canapa. Dovremmo immaginarci cosa rappresentava quella via in quel momento, magari il massimo delle capacità che aveva l’alpinista, l’essere umano di allora. Questo museo a cielo aperto va rispettato ed è possibile grazie alla formazione, alla cultura alpinistica, all’umiltà con cui si affronta la montagna.

Sotto le vie storiche non c’è una didascalia, non ci sono istruzioni, sei tu a doverti formare per viverle nel loro contesto storico, consapevole del vantaggio che abbiamo oggi grazie alla nuova attrezzatura.

Pablo Picasso non si sarebbe mai sognato di modificare la Gioconda di Leonardo da Vinci, anzi la rispettava e l’amava per come era, pur vivendo in un’altra epoca ed essendo il fautore di una corrente artistica innovativa che si opponeva alla ‘vecchia classica’.
dalla lettera di Emanuele a ildolomiti.it

Il modo per preservare le vie storiche, dunque, è investire sulla formazione, sull’educazione.

Sì, innanzitutto l’educazione. A molti interessa solo salire una via per il puro piacere di arrampicarla, non per cosa ha rappresentato storicamente. Questo mi dispiace, però ne prendo atto. Ma spero sempre che al valore storico venga data la giusta importanza e con l’educazione questo è possibile. 

Fino agli anni ’80-’90 l’alpinismo si è evoluto attraverso una serie di capolavori assoluti. Poi lo spazio per le vie alpinistiche da noi si è esaurito e l’alpinismo classico, quello romantico, è andato affievolendosi: le vie che vengono aperte oggi non sempre sono paragonabili ai capolavori del passato. Sono spesso vie ludiche, ricreative, fatte per divertire i ripetitori. Dobbiamo tener presente che una volta chi apriva queste vie lo faceva mettendosi in gioco per sé stesso, non c’era l’idea delle vie plaisir per i ripetitori.

©Emanuele Andreozzi – Diedro Mayerl – Sass de la Crusc

Tu sei giovane eppure la pensi un po’ alla vecchia maniera. Il tuo modo di pensare sta tornando alla luce, secondo te?

Che io sia giovane è relativo, però vedo che non c’è tanto interesse da parte delle nuove generazioni a preservare il passato.

Ma secondo me è mancato qualcosa in chi ha formato questi giovani. 

Torniamo al discorso di prima: guide alpine e istruttori CAI dovrebbero, prima di insegnare a scalare, formare sulla storia alpinistica. Però viviamo in un’epoca in cui si vuole tutto e subito, e la storia sembra cadere un po’ in secondo piano, quando in realtà è a mio parere di vitale importanza, anche solo per capire dove sta andando oggi l’arrampicata e come sarà il futuro.

Già, perché i tempi cambiano, ma ciò non toglie che si possano rispettare determinati valori come può essere la storia e quindi le vie storiche.

Assolutamente. Se chi si approccia all’alpinismo si studiasse la storia, il patrimonio storico delle vie verrebbe preservato e questo non andrebbe in contrasto con la ricerca delle performance o con l’arrampicata sportiva: le due realtà conviverebbero nel rispetto l’una dell’altra. 

Tu sei per la sostituzione dei vecchi chiodi con i fix, per la sostituzione di vecchi chiodi con nuovi chiodi oppure entrambe e dipende dove, quando e come?

Potremmo discutere ore sull’argomento. In linea di principio la sostituzione dei chiodi con i fix è assolutamente sbagliato a mio parere, perché si va a deturpare un pezzo di storia, l’anima stessa della via. 

Ci possono essere delle eccezioni, come i chiodi a pressione, per i quali venivano praticati a mano dei fori nella roccia, gli antenati dello spit anche se usati in maniera diversa: se una via aperta con largo uso di chiodi a pressione venisse rivalutata e rispittata, io non sarei contrario. 

Dobbiamo poi pensare che gran parte dei chiodi che hanno usato i primi salitori negli anni ’30, ’40 e ‘50, ad esempio, al giorno d’oggi non possiamo usarli, quindi secondo me aggiungere dei chiodi nuovi ci può stare, senza alterare la chiodatura originaria.

Ma

ai nostri tempi abbiamo delle protezioni veloci che sono incredibilmente adattabili, performanti: con queste possiamo andare a ripetere in sicurezza vie classiche che spesso non arrivano neanche al sesto grado.Con friend, nut, tricam e altre protezioni si può salire una via senza lasciare nessuna traccia permanente, senza andare ad alterare le tracce del passato.

In questo museo a cielo aperto dovremmo entrare in punta di piedi, dove guardi e non tocchi.

Altra cosa non meno importante è la formazione nell’utilizzo di chiodi e martello, con i quali è possibile sostituire se e dove necessario dei vecchi chiodi, oppure potenziare una sosta o attrezzarla. Ma deve essere l’alpinista, il ripetitore stesso, a farlo in automatico: non dovrebbe essere fonte di un dibattito pubblico.

A proposito di sicurezza…

La montagna è un ambiente dove dobbiamo insegnare alla gente a badare alla propria sicurezza e che la sicurezza non dipende da una sosta a spit. 

©Emanuele Andreozzi – Diedro Mayerl – Sass de la Crusc

Quanto l’imposizione della sicurezza sta influenzando l’alpinismo, secondo te?

Quando una persona va in montagna ed esce dall’ambiente casalingo, deve imparare a badare alla propria sicurezza, senza delegare questo agli altri. Spesso siamo abituati a cercare sempre un colpevole, però la montagna è un mondo che non può essere paragonato alla vita quotidiana. 

La montagna è nata per sfuggire alle regole, alle imposizioni, e tale dovrebbe rimanere…

Infatti è utopico anche pensare che basti solo una sosta a spit a evitare incidenti in montagna.

In montagna ognuno di noi diventa responsabile della propria vita e di quella del proprio compagno di cordata. Il responsabile non è il materiale che c’è in parete, ma è il nostro modo di muoverci: se noi lo deleghiamo al materiale che c’è in parete, è sbagliato.

I numeri di quelli che fanno alpinismo e vie lunghe devono essere pochi: l’arrampicata deve essere per forza elitaria, non c’è alternativa.

Jacopo Merizzi su ildolomiti.it

Ti cito Jacopo Merizzi: “su alcune vie lunghe della valle, a volte, ci sono contemporaneamente sei, otto, dieci persone: così la via è già affollata e diventa un pericolo. Il rischio non è la protezione, la sosta o il chiodo. Il rischio è rimanere fino alla notte perché la cordata che hai davanti è lenta, e non sapere come scendere; o rimanere appeso in parete durante un temporale pomeridiano. La sosta, al contrario, se la sai fare la costruisci bene ed è sicura. Non possiamo dunque pensare di rendere accessibile a tutti l’arrampicata, perché questo non può che portare a pericoli maggiori? I numeri di quelli che fanno alpinismo e vie lunghe devono essere pochi: l’arrampicata deve essere per forza elitaria, non c’è alternativa”. Cosa ne pensi?

Che ha ragione. Uno dei rischi che non ho menzionato, e che esiste se iniziamo a piantare spit ovunque, è che poi le vie si affollano. Se ci sono cinque cordate e si attaccano tutti su una sosta, questa è meglio che sia attrezzata con spit e non a chiodi, non c’è dubbio. Ma il problema deve essere risolto alla base: non ci devono finire cinque cordate su una sosta!

Se io mi trovo all’attacco di una via e ho la fila davanti, di solito la evito e cambio itinerario, altrimenti la salgo, ma sono consapevole che ho le capacità e le conoscenze per attrezzarmi una sosta sicura con protezioni veloci, poco distante dalla sosta originale. Perché dovrei per forza ammucchiarmi con altri, mettendo a rischio la mia vita e quella del mio compagno di cordata?

Imparare a fare una sosta, le manovre e altro, è un processo lungo, ma essenziale. Quindi pensare di andare in montagna senza saper fare una sosta è completamente fuori luogo. 

“Vogliamo continuare in questa direzione, pur sapendo che a quarant’anni dalla comparsa dei primi spit la gran parte delle pareti hanno già quasi esaurito le possibilità? Cosa lasceremo alle prossime generazioni?” Dal testo di Schiera. E io pongo a te la domanda: cosa lasceremo alle future generazioni?

Lasceremo delle decisioni che prenderemo adesso o nel prossimo futuro.

Partiamo dal fatto che dobbiamo distinguere la realtà alpinistica da quella sportiva: queste devono poter convivere senza entrare in conflitto o senza sostituirsi o sovrapporsi l’una con l’altra. Sono attività che anche se si praticano con la stessa o simile attrezzatura, sono assolutamente diverse. Quindi se noi alle nuove generazioni riusciamo a far capire questo e lasciamo quindi le vie classiche alpinistiche intatte, come sono nate, siamo sulla strada giusta. Le vie sportive e le vie moderne devono essere collocate nel loro ambito, nel loro tempo storico, e non devono andare a cozzare con quello che è stato fatto in passato.

Noi che frequentiamo le pareti nel futuro dobbiamo avere rispetto del passato, senza modificare gli itinerari storici, senza sovrapporre vie nuove a quelle precedenti… Questo è fondamentale. E parte sempre dal rispetto della storia.

Chi apre una nuova via, come dovrebbe comportarsi?

Deve studiare la parete dal punto di vista storico, capire con che etica si può andare ad aprire una via su quella parete e se c’è spazio oppure se è meglio non farlo. Sono d’accordo con Luca Schiera:

dobbiamo mantenere intatto il nostro passato, affinché le generazioni future possano scegliere come vogliono arrampicare: se vogliono salire una via sportiva, una via trad o una via classica.

Dunque chiudiamo il cerchio e torniamo a quello che dicevi all’inizio: la formazione da parte degli istruttori CAI, delle guide alpine, delle scuole, è indispensabile per sensibilizzare ed educare chi si approccia all’arrampicata in ambiente e all’alpinismo. 

I risultati magari li vedremo tra anni, ma se tutti andiamo nella stessa direzione, li avremo.

Ringrazio Emanuele per la sua disponibilità e per aver espresso il suo parere senza peli sulla lingua. Educazione, formazione, storia… sono concetti molto importanti su cui dovrebbe riflettere chi si approccia alla montagna e chi la vive in tutte le attività alpinistiche.

La parola chiave? Rispetto. È la schiodatura l’azione che scandalizza o è l’imposizione di una propria visione sull’opera di qualcun altro?

Luca Schiera non ha imposto la sua visione, ha difeso la storia.

Ma chi non la pensa così è libero di scrivere qui sotto, nei commenti: io non censuro nulla.

Il futuro è libera creatività, ma è dal passato che prende origine. Un passato che se anche qualcuno lo considera obsoleto, va comunque rispettato.

In copertina: ©Emanuele Andreozzi – Via Sudtirolesi (Messner-Renzler) Marmolada


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