Di alpinisti polacchi che vale la pena ricordare ce ne sono molti, ma voglio iniziare con uno di loro, le cui informazioni mi sono capitate per le mani, per caso.
Sto parlando di Wojciech Kurtyka, una figure che nell’alpinismo, come si suol dire, ha lasciato il segno. O meglio, le sue impronte.
La traversata delle vette del Broad Peak, le scalate non-stop del Cho Oyu e dello Shisha Pangma, la scalata in stile alpino della parete ovest del Gasherbrum IV insieme a Robert Schauer… sono solo alcune delle sue avventure alpinistiche.

Nato il 25 luglio 1947 a Skrzynka, Kurtyka è un alpisinista schivo, riservato, uno che non ama la notorietà, le interviste, le apparizioni in pubblico e nemmeno i premi. Ma forse è anche per questo che il suo nome è nel grande libro – ancora da completare – della storia dell’alpinismo.
Appare dunque strano che l’alpinista polacco abbia permesso alla famosa autrice Bernadette McDonald di scrivergli la biografia Kurtyka. L’arte della libertà (libro premiato con Banff e Boardman-Tasker).

“Wojciech Kurtyka è uno dei più illustri alpinisti al mondo, nonché uno dei pionieri dello stile alpino sull’Himalaya. Le sue imprese (la traversata di tre cime sul Broad Peak, la parete ovest del Gasherbrum IV) lo hanno elevato alla pari di alpinisti di livello mondiale come Reinhold Messner o Jerzy Kukuczka (con i quali ha anche scalato per un periodo).”
Fonte: pl.aleteia.org
Dai Monti Tatra (catena montuosa al confine tra Polonia e Slovacchia, la parte più alta dei Carpazi) alle vette Himalayane, Kurtyka ha stabilito la scala di difficoltà delle vie di roccia più popolare in Polonia, la scala Kurtyka, appunto, o scala di Cracovia. Una delle vie più difficili dei Monti Tatra (la via nord-est sulla parete del Mały Młynarz, la prima via di grado VI+ nei Tatra) è stata infatti chiamata Kurtykówka.

Ciò che ha contraddistinto questo alpinista è stato anche il suo stile, il suo modo di intendere e attuare la scalata.
“È un individualista estremo. E forse questa caratteristica, non proprio facile da gestire per chi lo circondava, gli ha salvato la vita, perché mentre tutti gli altri si spingevano verso le vette in una corsa sfrenata, conquistando una montagna dopo l’altra, lui è stato capace di rinunciare. Si è persino concesso qualcosa di difficile da immaginare per un alpinista: tornare indietro a pochi metri dalla vetta.
Kurtyka semplicemente non vedeva alcun senso nel conquistare una vetta dopo l’altra, in uno stile qualsiasi.
Gli interessavano solo nuove vie, preferibilmente le più difficili possibili, dove potersi mettere alla prova. E solo lo stile alpino (niente accampamenti d’assedio e trasporto, di solito sulle spalle degli sherpa, di centinaia di chili di equipaggiamento): perché considerava ‘puro’ solo lo stile alpino.”
Fonte: pl.aleteia.org
Lontano dall’‘attacco’ alla montagna, dalla sua conquista a tutti i costi e con ogni mezzo, Kurtyka non condivise la gara tra Kukuczka e Messner per la conquista di tutte le quattordici vette di ottomila metri.

Per lui questo non è alpinismo, proprio perché non è competizione, non è uno sport.
Nella sua biografia si legge che, secondo Kurtyka, Kukuczka si è diretto ciecamente verso una morte certa, ha ceduto all’ambizione e al proprio ego, che porta inevitabilmente a una conclusione non sempre felice.
“Spuntare le vette, anche quelle di ottomila metri, è semplicemente un altro tipo di consumo folle. L’alpinismo governato dal desiderio irrefrenabile di possedere una collezione smette inevitabilmente di scoprire la straordinarietà delle montagne e si riduce a un’azione e a sensazioni di routine.”
Wojciech Kurtyka
È considerato il più illustre esponente dello stile alpino nell’alpinismo himalayano.

“Lui ha tantissime virtù: è un grande scalatore, è intelligente… ma i suoi figli mi hanno parlato di una sua debolezza, la tecnologia, e mi hanno raccontato storie divertenti. Ho pensato che fosse buon materiale perché dimostrava che Voytek Kurtyka non era un dio, ma una persona».
Bernadette McDonald
Nel 1970 salì Kurtykówka e realizzò anche la prima ascensione del Pilastro della Kazalnica in tre giorni, con una variante diretta.
Nel 1971 con Janusz Kurczab portò a termine la prima ascensione polacca della via Vitali-Ratti sulla parete occidentale dell’Aiguille Noire de Peuterey.
A dicembre dello stesso anno in squadra con altri grandi alpinisti portò a termine la prima scalata invernale dello Ścieku sul Kotle Kazalnicy.
Nell’estate del 1973 sulle Alpi incontrò per la prima volta Jerzy Kukuczka. Insieme a lui e a Marek Łukaszewski aprì due nuove vie sulle pareti nord del Dru e delle Grandes Jorasses.
Nel 1974 la sua impresa invernale più importante: la prima traversata invernale di 13 giorni della parete nord del Trollveggen in Norvegia (1974).
La sua attività in alta montagna iniziò nel 1972 quando salì in stile alpino la parete nord-est dell’Akher Chagh (7017 metri) nell’Hindukush afgano.

“Le grandi spedizioni sul Lhotse nel 1974 e sul K2 nel 1976 gli causarono delusioni e determinarono la sua rottura definitiva con l’alpinismo himalayano classico “di assedio”. Da allora si dedicò esclusivamente all’attività sportiva in piccoli gruppi, risolvendo i problemi himalayani in stile alpino leggero e veloce.
[…]
Più che la conquista di alte vette, per lui contano le scalate su cime difficili. Non è l’altezza a ispirarlo, ma la bellezza della montagna. È ambizioso, ma anche prudente. Non ha mai avuto alcun incidente, né ne ha mai avuto uno il suo compagno. Si fida del suo intuito: probabilmente nessuno, quanto lui, ha rinunciato così tante volte ad affrontare nuove sfide già alla partenza.”
Janusz Kurczab
Jerzy Kukuczka e Wojciech Kurtyka salirono il 1° luglio 1983 il Gasherbrum II (8035 metri) lungo la cresta orientale e il 23 luglio 1983 il Gasherbrum I (8080 metri) lungo la parete sud-occidentale (primi polacchi in vetta). Entrambe le vette sono state scalate su nuove vie e in stile alpino.
Nel curriculum di Wojciech Kurtyka troviamo:
1977 – parete nord-est del Kohe Bandak (6843 metri)
1978 – parete sud del Changabang (6864 metri)
1980 – parete est del Dhaulagiri (8167 metri)
1983 – prima ascensione del vergine Gasherbrum II East (7772 metri) e traversata verso il Gasherbrum II (8034 metri)
1983 – nuova via sul Gasherbrum I (8080 metri)1984* – Traversata delle tre cime del massiccio del Broad Peak (8051 metri)
1985 – parete ovest del Gasherbrum IV (7925 metri)**
1988 – parete est della Trango Nameless Tower (6238 metri)
1990 – parete sud-ovest del Cho Oyu (8201 metri)
1990 – parete sud-occidentale dello Shisha Pangma (8027 metri)

*“Il 23 luglio 1983 Jerzy Kukuczka e Wojciech Kurtyka furono i primi polacchi a raggiungere la vetta del Gasherbrum I nella catena del Karakorum, al confine tra India, Pakistan e Cina, tracciando una nuova via lungo la parete sud-occidentale.
I due hanno affrontato una grande sfida, scalando due ottomila durante una sola spedizione, e per di più lungo vie nuove e difficili. Prima di conquistare il Gasherbrum I, infatti, il 1° luglio avevano scalato il Gasherbrum II. Lo fecero in stile alpino, senza campi base né corde fisse, né ossigeno.
Il Gasherbrum I è il più alto dei sette Gasherbrum e la seconda vetta più alta del Karakorum, dopo il K2. I primi a conquistare questa montagna furono gli americani Andrew Kauffman e Pete Schoening, il 5 luglio 1958.”
Fonte: polonia.tvp.pl
**Il 20 luglio 1985 la squadra composta da Wojciech Kurtyka e Robert Schauer raggiunse la cresta sommitale, ma le condizioni avverse e la stanchezza impedirono agli alpinisti di proseguire la scalata verso la vetta principale. Tuttavia, la scalata in stile alpino della parete occidentale di 2500 metri, soprannominata ‘lucente’, è considerata ancora oggi una delle scalate più importanti nella storia dell’alpinismo himalayano.
“L’assalto alla parete occidentale vergine del Gasherbrum IV, alta 2500 metri, era già nei piani della squadra Kukuczka-Kurtyka nel 1984 e avrebbe dovuto avvenire dopo la traversata del Broad Peak. Ma nella squadra sorse un litigio e il tentativo non avvenne. Kurtyka tornò al progetto di conquistare la “Parete lucente” un anno dopo, questa volta in compagnia del giovane alpinista austriaco Robert Schauer. In precedenza la parete era stata tentata da diverse squadre d’élite britanniche, giapponesi e americane, tra cui gli inglesi Martin Boysen e Mo Antoine, che nel 1978 raggiunsero la quota più alta, circa 7000 metri.” Janusz Kurczab

Nel 2016, dopo aver a lungo esitato, ha ricevuto il Piolet d’Or, l’Oscar dell’alpinismo, per i meriti di una vita.
Individualista, riservato, solo, ma non unico: molti altri alpinisti, tanti ancora più schivi di Kurtyka, sono vissuti e vivono tra le montagne. Forse non vorranno essere chiamati leggende, ma a pieni titoli, volenti o nolenti, sono entrati nella storia.



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