Anche oggi sono cresciuta un po’ a livello alpinistico, o meglio, ho raggiunto un altro gradino verso l’alto sulla scala della maturazione. Sì, perché l’esperienza insegna, ma i racconti delle persone che ne hanno molta più di me sono più efficaci: nel far riflettere, ad esempio, e nel formarsi una propria opinione, un proprio ‘credo’. Viviamo in un mondo in cui molti pensano di sapere tutto e si elevano perfino all’insegnamento. E poi ci sono persone, alpinisti in questo caso, che non insegnano, raccontano. Lo fanno portando i fatti, la realtà che hanno vissuto e tutto quello che hanno imparato, dalla montagna e da ciò che le è relativo. Sono persone che lo fanno con gentilezza, senza piedistalli, senza pretendere di insegnare, quando loro, proprio loro, potrebbero benissimo farlo. Ho avuto la fortuna di conoscere parecchi alpinisti così e Maurizio Giordani è uno di loro. Il suo curriculum alpinistico è immenso e lo possiamo trovare ovunque. Qui gli ho chiesto altro. Cominciamo.
Sentiamo spesso parlare di alpinismo esplorativo. Qual è il tuo?
Il mio alpinismo è sempre stato di esplorazione, perché sono interessato alla scoperta, alla ricerca di quello che non conosco. È questo ciò che mi attrae, in fondo io ho legato l’alpinismo non solo al tempo libero, ma anche al lavoro: passione e professione mi si intrecciano da sempre e questo mi gratifica enormemente.
Ho iniziato proprio esplorando, quando mi sono avvicinato alla montagna, e ho sempre cercato quello che non conoscevo. Ho letto la storia, cercando di approfondire ciò che era stato fatto da chi mi aveva preceduto, e poi ho cercato di ripercorrerla, per aumentare la mia esperienza anche nel mondo del passato.
Prima di scalare, andavo a camminare, ma sempre in ambienti naturali che non conoscevo, per osservare quel che ancora c’era da scoprire.
Oggi sono passati tanti anni, ma alla fine il mio alpinismo è ancora un alpinismo che va a cercare, magari su gradi diversi, quello che non conosco, che non ho visitato.
E questo mi ha dato anche la grande opportunità di viaggiare, perché la ricerca ti porta a muoverti in diversi luoghi, vicini e lontani.
È un’esplorazione interessante che porto avanti ancora oggi.

Qual è stata la tua prima via storica?
Ho iniziato a scalare aprendo una via nuova, subito dopo il corso roccia a Rovereto, dove ho conosciuto diversi amici della zona, tra cui Giuliano Stenghel, che mi ha proposto di andare ad Arco ad aprire una linea in alternata: era il 1979 e la via la chiamammo Black Hole.
Quindi la mia prima scalata importante è stata un’esplorazione su questa parete, la Mandrea, dove c’era solo la via del pilastro Gabrielli e forse poco altro.
Il direttore del corso roccia era Sergio Martini, col quale siamo diventati amici e ho scalato molto. Le uscite del corso erano sul Baffelàn, dove abbiamo salito la Carlesso, la Soldà… Con Stenghel una delle prime vie che ho ripetuto è stata la Renata Rossi sul Colodri alla fine degli anni ’70.
Poi con gli amici della Val Scodella abbiamo arricchito il nostro bagaglio di conoscenze ed esperienze, e durante la primavera e l’estate andavamo a ripetere le vie storiche delle Dolomiti, anche sulle grandi pareti nel gruppo del Civetta, in Marmolada…
Uscivamo praticamente tutti i weekend: sabato e domenica erano dedicati ad andare in Brenta, in Tofana, dovunque nelle Dolomiti, per ripetere, ma anche per guardarci intorno, perché mentre salivamo, vedevamo le nuove possibilità, le linee che non erano ancora state salite. E lì, prima con la fantasia e poi pian piano mettendoci le mani, abbiamo cominciato anche ad aprire vie nuove, che è quello che mi ha sempre interessato in alpinismo.
Di percorsi sulla roccia ne abbiamo inventati tanti.

Hai parlato di storia dell’alpinismo: tu da cosa sei partito? Come ti sei avvicinato alla storia dell’alpinismo e poi all’alpinismo stesso?
Soprattutto leggendo libri e riviste, le uniche con cui potevamo aggiornarci: le riviste del CAI, ALP… Ma in modo particolare io amo le guide: sono sempre stato un collezionista di guide di arrampicata, ne ho davvero tante qua in biblioteca.
Leggere questi documenti mi portava a salire le vie classiche sulle pareti storiche delle Dolomiti, come le Castiglioni, le Detassis, le Aste, le Soldà, le Vinatzer e le vie di molti altri alpinisti di un tempo, ma prima mi informavo su chi fossero: volevo comprendere che via stavo andando a ripetere e poi lo facevo.

Oggi il modo di approcciarsi alla montagna è un po’ cambiato. Secondo te vive ancora lo spirito di cui mi hai parlato, l’approfondire la storia dell’alpinismo, il conoscere la via che si va a ripetere e lo stile con cui è stata aperta?
L’alpinismo è cambiato in maniera drastica. Io direi che è stato quasi stravolto di recente, lentamente prima e sempre più velocemente poi. Fino a ora ti ho parlato di un alpinismo romantico, che è il mio modo di vedere l’alpinismo.
Oggi quello romantico è quasi dimenticato, è diventato sportivo e ovviamente lo sport ha delle regole e delle motivazioni completamente diverse.
Non si può fare di tutta l’erba un fascio, però oggi prevalentemente lo scalatore cerca la prestazione sportiva, è quello che gli dà soddisfazione. Noi vivevamo in un altro mondo e in parte ci viviamo ancora oggi.
La maggior parte delle persone attualmente nasce sulla plastica e quando esce, cerca la stessa tipologia di scalata. È anche per questo che sulle grandi pareti o sulle vie classiche si trova sempre meno gente. Le persone oggi scalano sulle linee più ‘accessibili’, dove ci puoi inserire anche la prestazione sportiva.
Questo è un cambiamento reale, che si può notare dovunque: basta uscire dalla palestra per vedere come si è trasformato il mondo.
Tu hai aperto diverse vie, in buona parte molto difficili: hai anche tu ‘ceduto’ un po’ alla soddisfazione della performance, ti sei allineato anche a questo nuovo modo di fare alpinismo?
È vero, ma possiamo mettere insieme entrambe le cose: quando ho cominciato a scalare, avevo 20 anni e a quell’età hai anche l’ambizione di raggiungere certi traguardi. Vedi la difficoltà e cerchi di superarla, e per superarla devi allenarti, approfondire quello che hai dentro. Questo mi ha aiutato a essere più performante per quello che volevo fare. Mi ha portato a scalare le vie con una sicurezza maggiore, ma l’obiettivo non era la difficoltà: era la sicurezza, l’essere sicuro di riuscire a fare quello che avevo in mente, soprattutto con la mia visione, utilizzare meno materiale possibile.
Ho sempre avuto un fisico predisposto alla scalata, quindi agilità e leggerezza mi permettevano di arrampicare a un buon livello e di avvicinarmi alle grandi pareti non con i metodi del passato, ma con quelli un po’ più moderni: utilizzando meno materiale possibile, meno chiodi, meno friend.
Questa è stata una delle mie ambizioni e delle mie soddisfazioni più grandi: riuscire sì ad aprire vie difficili, ma farlo con un’etica che ancora oggi si riconosce, che richiede un tipo di scalata più impegnativa, soprattutto dal punto di vista psicologico, perché devi salire aiutato poco dal materiale e tanto da quello che hai nella testa, nelle mani, dentro di te.

Hai scalato pareti sparse in tutto il mondo. Tutte hanno di certo lasciato un segno, ma ce n’è stata una in particolare?
Se rimaniamo in Dolomiti, la Marmolada è sicuramente la parete che ha lasciato dentro di me il segno più grande, perché mi ci sono affezionato, mi ha dato tante grandi soddisfazioni, molte possibilità di esprimere quello che volevo.
In giro per il mondo ci sono state tante pareti che mi hanno affascinato, se non in eguale misura, di sicuro in modo molto vicino alla Marmolada: erano bene o male pareti che assomigliavano a lei per il tipo di scalata, la capacità di mettere i piedi nel posto giusto, l’agilità richiesta, l’utilizzo della testa.
La Marmolada non è una parete facile da scalare, però ti dà tantissime possibilità e credo che se devo fare un paragone, potrei dire che somiglia al Cerro Piergiorgio, in Patagonia (montagna alta 2719 metri al confine tra Argentina e Cile, nel gruppo del Fitz Roy, ndr), una parete molto simile al muro di una diga. Ci ho dedicato cinque stagioni per cercare di aprire delle vie nuove: una ci siamo riusciti, una ce l’abbiamo quasi fatta e poi l’ha terminata Matteo Della Bordella la stagione scorsa, Gringos Locos (“Matteo Della Bordella, Dario Eynard e Mirco Grasso hanno completato ‘Gringos Locos’, la via iniziata nel 1995 da Maurizio Giordani e Luca Maspes che erano riusciti a salire oltre 3/4 della parete”, Planetmountain).
Era un mio progetto ed era quasi finita, mancava solo la ciliegina sulla torta.
Però c’è da dire che questo tipo di scalate in giro per il mondo sono sempre riconducibili al tipo di arrampicata che riusciamo a trovare in Dolomiti.
Anche in Pakistan, dove ho fatto più di 20 spedizioni nel Karakorum, le pareti sono simili: cambia il tipo di roccia, perché non è calcare ma granito, cambia l’ambiente, perché è d’alta quota, severo, però il tipo di scalata è molto vicino. Là le grandi torri di roccia escono dai ghiacciai come le nostre Dolomiti sbocciano dai prati.


C’è stata una parete che ti ha sorpreso perché magari la immaginavi in un modo diverso?
Quello che mi piace è proprio sorprendermi, che in fondo è quello che cerco. Anche l’ultima spedizione ci ha sorpresi, perché siamo andati in Mozambico a cercare una di queste pareti che escono dal nulla e qui, in un ambiente e con un tipo di roccia completamente diversi dai nostri, ci siamo stupiti nel trovare una parete di mille metri che sembrava quasi impossibile da scalare, perché all’apparenza molto liscia. Ma alla fine, toccando la roccia e riuscendo a interpretarla, siamo riusciti a compiere la salita fino in cima.
Anche in Grecia abbiamo trovato una bellissima zona dove abbiamo aperto una via nuova e su una parete che è quasi sconosciuta al mondo dell’alpinismo.
Ho sentito che in Mozambico siete riusciti a far piantare uno spit anche a Manrico dell’Agnola.
(Ride, ndr) Con Manrico riusciamo sempre a costruire qualcosa di buono quando ci muoviamo. L’idea è stata di Samuele Mazzolini, ma tutti noi l’abbiamo fatta nostra.
(“Maurizio Giordani e Manrico Dell’Agnola, insieme a Nancy Paoletto e Antonella Giacomini, hanno completato la via ‘Il mistero del Phandambiri’, tracciata lungo il pilastro sud-est fino ai 1.436 metri della vetta”, Mountainblog)
È stato un mese di esplorazione al massimo livello in una montagna veramente impegnativa.

Hai aperto moltissime vie e vorrei capire il tuo modo di chiodare.
L’etica di base non è mai cambiata. Io non ho mai fatto preferenze sul piantare un chiodo o uno spit, o mettere un friend: ogni materiale è bene o male sempre qualcosa che ti permette di andare avanti.
Ma se volevo essere veramente soddisfatto di una scalata, che fosse mia, ho sempre cercato di limitarmi nell’uso di aiuti.
Se sono veramente preparato, mi sono sempre detto, sia di testa sia di fisico, riesco a scalare in sicurezza anche senza una fila di chiodi che mi aiutano nella progressione.
Oggi magari metto qualche spit in più alle soste, perché essere sicuri in parete è essenziale, però quando scalo utilizzo un chiodo di protezione solo quando veramente ne ho estremo bisogno: mi piace lasciare la via all’avventura, un po’ come l’ho trovata io, se posso. Lascio ovviamente qualche traccia per chi poi ripeterà la via, ma cerco di mettere il meno possibile, quello che la mia preparazione mi permette.
Avrai sentito dell’ultimo caso sulla schiodatura in Val di Mello di due vie a opera di Schiera. Cosa ne pensi della schiodatura?
Io parto sempre dal fatto che chi scala deve avere rispetto: ognuno di noi ha l’ambizione di aprire delle vie nuove, di lasciare il proprio segno di passaggio, però questo non deve interferire su quello che è stato fatto prima.
Se una persona modifica e rovina le vie che già c’erano in parete, a mio parere è un’azione che non dovrebbe assolutamente essere compiuta.
Ci si deve prima informare su quello che c’è: se ci sono delle linee libere, puoi fare quello che vuoi, perché l’alpinismo è libero, però lo è su quello che ancora è libero, non su ciò che è stato fatto prima.
Quello che è successo sul Cerro Torre, sulla via Maestri, secondo me è un’assoluta mancanza di rispetto che non accetto. Quello che è stato fatto da altri lo devi rispettare e accettare, tu puoi fare il tuo in piena libertà.
Secondo te come vanno conservate le vie storiche?
Questa è un’altra domanda molto attuale.
Dopo i diversi incidenti che sono successi, è emersa la tendenza a volere tutto sicuro e questo significa iniziare a mettere mano, aggiungere protezioni. E questo va proprio in contraddizione con quello che prima ti ho detto.
Il mio concetto di sicurezza è sempre stato diverso: mi preparo meglio per essere più sicuro quando scalo.
Oggi si attrezza una via con tutte le protezioni fisse, così da renderla plaisir in pratica, una linea dove non ci si deve neanche più portare il martello e i chiodi, dove utilizzi una serie di rinvii e trovi tutto in parete.
Questo è il concetto di sicurezza oggi e contrasta con l’idea di esplorazione, con quello che in fondo mi è sempre piaciuto dell’alpinismo.
Però sono consapevole che il mondo è cambiato e sono convinto che l’alpinismo oggi vada sempre più nella direzione di preparare tutto in parete, perché le masse hanno bisogno di avere un aiuto in più.
Negli anni ’80-’90 noi eravamo abituati a scalare senza spit, perché non esistevano, utilizzando prevalentemente le nostre capacità, le nostre forze. Ci attrezzavamo le soste, le controllavamo, ci portavamo sempre martello e chiodi, bene o male eravamo preparati per affrontare un po’ tutto quello che trovavamo in parete, e questa esperienza ci è servita tantissimo, anche durante le nostre esplorazioni in altre parti del mondo.
Oggi non è più così. Come dicevi tu, le persone partono dalla plastica o dalla falesia, ad esempio, e hanno un concetto di sicurezza completamente diverso. Lì il rischio viene portato quasi a zero, ma quando poi escono, cercano la stessa sicurezza e non la trovano, non sono preparati ad affrontare il rischio nella maniera adeguata.
Oggi si scala prevalentemente su vie sportive, dove ti diverti e dove c’è pochissimo rischio, quasi zero. E questo porta chi scala oggi a essere veramente in difficoltà in contesti alpinistici e a non essere più capace di salire certi tipi di itinerari, perché dove c’è del rischio diventa davvero pericoloso.
Avere una buona base di conoscenza e di esperienza ti può aiutare anche di fronte a imprevisti. Oggi la maggior parte degli scalatori purtroppo non ce l’hanno, perché non sono più abituati ad affrontare questo tipo di scalata.
Questo può diventare un grosso problema, secondo me.
Quindi mi stai dicendo che per salire in sicurezza le vie conta la preparazione dell’alpinista e non lo spit in più.
Io questo concetto non l’ho mai abbandonato. La vera sicurezza ce l’ho io, dentro di me, la devo sentire scorrere in me, e in questo modo sono sicuro. Non mi deriva dal chiodo, dalla corda o da quello che ho intorno.
Gli imprevisti possono capitare anche a me, ovvio, ma li riduco al minimo.
Ci tengo a sottolineare che questa sicurezza ce l’ho nello scalare al mio livello, dove riesco a tenere il rischio sotto controllo in qualsiasi situazione.
Noi scalavamo sempre così.
Anch’io oggi quando scalo vado a divertirmi su vie plaisir, piacevoli, spittate, e non mi porto il martello: mi rendo conto che questo mi ha disabituato a scalare come una volta. Se io oggi vado su qualche itinerario del passato con le protezioni distanti, con la roccia non molto sicura, mi trovo meno a mio agio di come mi trovavo qualche anno fa.
Sei tra gli alpinisti che è entrato nell’Accademico (1985) e poi è diventato guida alpina (1989), è corretto?
Sì.

Cosa ne pensi dello statuto del CAAI che ancora non permette alle guide alpine di entrarci?
Ci sono ancora discussioni in atto su questo tema. Penso sia una problematica di statuto. A mio parere che una guida alpina entri nell’Accademico non andrebbe in contraddizione con lo spirito del CAAI.
Mi è dispiaciuto molto quando sono stato messo un po’ in disparte dopo che ottenni la licenza di guida alpina. Una licenza che oltretutto non ho quasi mai utilizzato: essere guida non è mai stato il mio lavoro prevalente, anzi, io sono sempre stato un agente di commercio, ho avuto un lavoro parallelo alla scalata, alla mia passione, non sono mai stato un professionista della montagna.
Come dicevo, questo tema è sempre stato discusso e moltissimi nel CAAI avrebbero voluto modificare lo statuto.
Le guide alpine, quando non svolgono un’attività professionale ma personale in alpinismo, dovrebbero avere il diritto di accesso all’Accademico. Secondo me manca pochissimo tempo a questo cambiamento, perché è nell’aria da anni e qualche generazione dovrà pur cambiarlo.
Sarebbe giusto: tante guide alpine meriterebbero un grande sostegno all’interno dell’Accademico e di essere parte del CAAI.
L’attività a pagamento della guida alpina e l’attività volontaria del CAI secondo te possono convivere, collaborare, o saranno sempre due realtà parallele che non si incontreranno?
Sono due attività, volontariato e professione, che possono convivere.
Ti faccio un esempio: anch’io ho frequentato il corso della SAT per iniziare e non avrei avuto la possibilità di pagare una guida alpina a quei tempi, avevo 18 anni. Quindi secondo me è giusto che qualcuno ti dia la possibilità di iniziare, dopodiché l’alpinismo professionistico della guida alpina è un passo successivo. Chi vuole approfondire, chi vuole andare oltre e non ha le capacità o le possibilità, a quel punto si fa aiutare.
A mio parere le due realtà possono convivere.
Secondo te anche le guide alpine sono responsabili del turismo di massa? Mi vengono in mente le code sulle principali montagne himalayane, ad esempio. Oppure basterebbe correggere il messaggio che si dà alle persone che frequentano la montagna: non affollare l’ambiente alpino, non andarci se non si ha l’esperienza necessaria, portare rispetto…
Come fai a limitare l’accesso a una cosa bella a una massa di gente che ha voglia di visitare, di conoscere? È difficile.
All’inizio, i primi anni che scalavo, mi dicevo “bisogna andare a fare certe esperienze solo se hai effettivamente la capacità di farle”. Questo però limita la possibilità di molti, quindi farsi aiutare per realizzare la propria voglia di fare qualcosa penso sia giusto: se una persona ha un’aspirazione, perché vietare l’accesso a questa?
Le limitazioni secondo me creano diversità, disparità di opportunità. Io sono sempre stato per la libertà di accesso in generale e questo può creare dei problemi, in tutti i luoghi, non solo sull’Everest, però questi ‘luoghi luna park’, come li chiamo io, ci vogliono, perché sempre più persone hanno la possibilità di muoversi e tutti abbiamo il diritto di andare a esplorare.
Però questi luoghi divertimento non credere siano così tanti. Se ti sposti a 10 chilometri dall’Everest, non c’è più nessuno. Alle Tre Cime di Lavaredo sarà pieno di gente, ma se ti sposti in una valle laterale, non c’è quasi più nessuno. Oggi spazi dove vivere avventure ed esplorazioni li trovi dovunque: devi solo fare un po’ più fatica e avere un po’ più di fantasia nel cercarli. Ci sono e questo mi consola.
Sinceramente sono contento di sapere che ci sono le folle in alcuni luoghi, perché so che ce ne sono molti altri deserti e spesso più belli. A volte mi stupisco che ci siano così tanti posti affascinanti non ancora esplorati.
E oggi purtroppo succede anche sulle grandi pareti: una volta, negli anni ’80, se andavi al rifugio Falier in Marmolada di domenica in agosto non riuscivi a trovare posto per dormire, oggi non è così. Le code le trovi al Falzarego, sulle pareti corte del Brenta, ma se vai in Marmolada praticamente non trovi nessuno.
E questo mi piace in fondo, perché abbiamo lasciato degli spazi fantastici di avventura quasi deserti.
Quindi è vero che il sovraffollamento può dare dei problemi, ma solo in poche zone, perché il mondo è talmente grande che c’è spazio per l’avventura e l’esplorazione.
Quindi sacrifichiamo dei luoghi per tenerne altri da scoprire…
È la realtà, secondo me. Non puoi impedire alle persone di frequentare un luogo o dire loro dove devono andare, ma se tutti si assembrano in pochi luoghi, ne restano tanti altri liberi da assaporare…
Ora vorrei portare la nostra chiacchierata sull’educazione di chi si approccia alla montagna. Secondo te è possibile educare le persone alla montagna e all’alpinismo? Chi dovrebbe formare o educare queste persone e come andrebbe fatto?
Sono messaggi che in primis vanno dati dal CAI, quando si frequenta il corso roccia e ci si avvicina all’alpinismo tecnico. Il messaggio che dovrebbe essere dato è di rispettare la montagna e l’ambiente, di imparare a conoscere il mondo alpino. Salvaguardare l’ambiente in generale, inoltre, è importante, perché nemmeno il mare deve essere inquinato. È una questione di educazione di base.
E questo concetto di rispetto dovrebbe essere trasmesso da chi insegna: dall’istruttore del CAI e dalla guida alpina.
Il mio modo di insegnare e di trasmettere la mia etica è quello di raccontare quello che faccio, per portare esempi concreti: ad esempio, se apro una via nuova, invece di mettere 40 chiodi ne metto cinque, se ne sono capace. Questo è un esempio di ecosostenibilità.
Proprio qui volevo arrivare. Sei un alpinista attento all’ambiente alpino: con il tuo lavoro e la tua attività come riesci a salvaguardare l’ambiente montano?
Come dicevo, con l’esempio. Facciamo spesso delle conferenze, ho scritto sette libri… quello che ti ho detto è quello che comunico e scrivo da sempre. Cerco di lasciare meno tracce di passaggio, se posso. Faccio in modo di non cambiare ciò che trovo in natura, ma se lo faccio (ad esempio piantando un chiodo, ndr), cerco di non stravolgere o rovinare l’ambiente, con la massima attenzione.
Noi vi immaginiamo sempre degli invincibili: tu hai mai avuto paura? E se sì, che cos’è la paura e come l’hai gestita.
Per fortuna ho sempre avuto un po’ di paura e questo mi salvaguarda dal trovarmi in difficoltà che non riuscirei a superare. Un po’ di attenzione ce la metti sempre. Se hai una buona esperienza di base, questa ti aiuta tantissimo nel saper affrontare l’imprevisto, perché di solito la paura deriva da quello che non conosci.
Il mio desiderio di esplorazione ha origine un po’ anche da questo. Io mi sento molto più sicuro se conosco, sono molto più motivato a conoscere anche per questo: sono attratto dall’incognito. Però la mia capacità di saperlo affrontare mi mette anche al sicuro dagli imprevisti e mi permette di vincere la paura.
Ma devo essere sincero: non ho mai valicato quella linea invisibile che ti porta all’azzardo. Sono sempre riuscito a rimanere entro i miei confini, la mia zona di sicurezza. Le volte in cui mi sono trovato in vera difficoltà sono sempre riuscito a venirne fuori abbastanza bene.

Hai scelto anche di arrampicare da solo e se non sbaglio anche in free solo. Cosa ti ha spinto a farlo?
Anche questo deriva dall’ambizione di cui ti parlavo prima.
Se sei una persona un po’ ambiziosa, hai voglia di metterti alla prova, di vedere quali sono i tuoi limiti. Io mi sono messo a confronto con i limiti dell’alpinismo in generale e questo mi ha sempre affascinato, quindi quando ero giovane mi impegnavo per poter capire a che livello alpinistico potessi essere.
Mi confrontavo con tutto ciò che era il difficile di allora: le vie più moderne, più dure, aperte dai personaggi di massimo livello di quel tempo.
Insomma la mia ambizione più grande è stata anche questa.
Negli anni ’80 avevo scelto le vie più difficili del tempo come in Marmolada o sul Sass Maor le vie Attraverso il pesce di Igor Koller e Jindrich Šustr, Tempi Moderni di Heinz Mariacher e Luisa Iovane, Supermatita di Manolo… vie in Dolomiti che consideravo per me tra le più difficili e le ho ripetute in free solo, in solitaria, in invernale: cercavo di mettermi a confronto con i massimi livelli di allora, però nel modo più pulito. È qui che entra in gioco il free solo, il massimo gradino della scala. Non c’è nulla più difficile del free solo.
La via nuova in il free solo è poi l’obiettivo massimo che il mio alpinismo mi ha permesso di raggiungere, ovviamente nella mia difficoltà di comfort, senza eccedere, senza andare su gradi che non sarei riuscito a fare.
Il grado di comfort dipende dalla nostra preparazione.
Il mio massimo obiettivo era quello di riuscire a raggiungere questa difficoltà dove non era passato nessuno, nell’incognita pura e affrontata senza nessun tipo di aiuto. Questo, a mio giudizio, è sempre stato e lo è ancora oggi il massimo gradino che in alpinismo puro si possa raggiungere e la massima soddisfazione personale.
“Sempre sul Sass Maor, e precisamente nei giorni 23 e 24 dicembre 1988 Renzo Corona e Donato Zagone hanno effettuato la prima invernale della temibile via di «Manolo»: la Supermatita (1200 m di sviluppo con il tiro-chiave di VII friabile).
Ancor più rimarchevole, poi, è l’exploit compiuto da Maurizio Giordani: la cima e la via di salita sono le medesime (cioè Supermatita al Maor), cambia però la composizione della cordata costituita, in questo caso, dal solo Giordani!”
Rivista mensile del CAI, 1989
Ti sto ascoltando e mi sono appena tornate le vertigini… Detto questo, scherzi a parte, con il free solo basta che ti scivoli un piede e sei morto: è una sfida con la morte.
No, è una sfida con la vita (sorride, ndr).
Se non azzardi, sei veramente preparato in quello che fai e non superi quella linea, come dicevo prima, le tue azioni sono in piena sicurezza, non lo fai rischiando la vita. Altrimenti non sarei qui a parlarti.
È una questione di preparazione mentale ed è quella che devi valutare per capire se puoi affrontare o meno certe situazioni. La preparazione fisica è facilissima da raggiungere, basta che vai in qualsiasi palestra indoor, ma la tua difficoltà mentale è più difficile da trovare, specialmente oggi che siamo abituati a muoverci su un alpinismo completamente diverso rispetto a prima.
Negli anni ’80 noi scalavamo quasi sempre utilizzando poco materiale: praticamente in free solo, perché se hai 10, 20, 30 metri di corda libera, non puoi permetterti di cadere, anche se sei in cordata.
Sai, io non ho mai pensato alla caduta come qualcosa che può succedere: anche in falesia o in palestra io non cado, mi fermo sul rinvio, torno giù e riprovo la via, non mi lascio andare.
Ecco, qui c’è la paura, la paura di cadere, e l’ho sempre considerata un vantaggio averla dentro di te, perché in questo modo ti muovi solo quando ti senti veramente sicuro di quello che fai.
È ovvio, un imprevisto devi sempre metterlo in conto, ma lo faccio anche quando entro in autostrada. L’imprevisto fa parte della vita, però non me lo vado a cercare.
Alcune volte sono tornato indietro, ad esempio su Supermatita, d’inverno: sono salito un centinaio di metri, non mi sentivo a mio agio e sono sceso, tornando a salirla dopo qualche mese, slegato a parte nel tiro con roccia più friabile, dove mi sono autoassicurato.
Ma come fai a scendere slegato?
Quando sali slegato, sai che quello che fai in salita, devi sempre essere in grado di farlo in discesa. Se non comprendi questo concetto, è meglio lasciar perdere il free solo.
Come diceva Preuss…
Certo. Altrimenti azzardi. Se fai un passaggio in su e dopo non sei capace di tornare indietro, cosa fai? Chiami aiuto.
Quando azzardi, è la fortuna che ti aiuta. Non sei più tu che controlli la situazione, ma deleghi il controllo. E a me non piace delegare.
Una delle più belle scalate che mi ricordo nella mia vita è Tempi moderni in free solo, settimo grado superiore e 7a in un tiro, se non ricordo male: io scalavo sulla mia difficoltà del tempo e lo facevo tranquillamente, e anche se è una via impegnativa su oltre 1000 metri di parete, la roccia è bellissima ed è stata una delle scalate più sicure e più belle che ho fatto, il massimo dell’aspirazione, della soddisfazione e del piacere.
Quando scali sulla tua difficoltà senza peso addosso, né psicologico né fisico, è un movimento naturale verso l’alto.
Però il free solo rimane una pratica molto pericolosa.
Credimi, non è la scalata in free solo il pericolo. Il pericolo è l’azzardo, quello che ti può capitare se non sei preparato.
Il pericolo aumenta se tu sbagli a fare i calcoli, se tu fai qualcosa che va oltre le tue possibilità, e quindi devi essere capace di valutare le tue capacità.

In un tuo articolo hai citato una scala dei valori in alpinismo che per te è inalterata da moltissimi anni. Nei primi tre posti di questa scala cosa c’è?
La scala dei valori è semplicemente una scala di compromessi. Il gradino più alto è dove non ci sono: quello che fai lo fai perché sei al massimo della purezza e senza aiuti. Sulla tua propria difficoltà massima.
E questa scala può essere più o meno lunga a seconda di come la pensi, ma è sempre una questione di compromessi. Mi aggiungo la corda, mi aggiungo il compagno, mi aggiungo una via chiodata… mi faccio aiutare sempre di più fino a quando arrivo dove non sono assolutamente preparato e mi faccio portare in spalla (ride, ndr).
Il compromesso è legittimo, anzi è obbligato quando non hai le capacità e vuoi fare qualcosa, ed è giusto che tu lo possa fare, perché sei libero di poter fare qualsiasi cosa nel rispetto di quello che fanno gli altri.
Se sei veramente bravo e capace, cerchi di avvicinarti alla scala verso l’alto, non verso il basso, e sarà una grande soddisfazione che ti porti a casa: un risultato raggiunto per te stesso, con le tue mani, il tuo intuito, la tua fantasia e la tua forza.
Ultima domanda: hai mai cambiato idea nella tua carriera alpinistica e se sì, cosa te l’ha fatto fare?
Direi piuttosto che mi sono adeguato. Il mio concetto etico di base rimane saldo, per i motivi che ti ho già detto.
Fino a ora l’avventura, l’esplorazione, l’incognita, il muoversi dove non si conosce, il cercare di conoscere per migliorarsi e il preservare, il non rovinare, sono concetti alla base della mia etica, da 50 anni.
Quello che ho modificato è il concetto di accesso a un certo tipo di alpinismo che oggi si è trasformato. Qualche anno fa non mi sarebbe mai venuto in mente di portarmi il trapano per aprire una via nuova: adesso me lo porto, perché se posso mettere un anello alla sosta invece che due chiodi malsicuri, lo faccio. Non mi cambia niente.
Io non sono contrario a forare la roccia, ma cerco di farlo il meno possibile: quando metti un pezzo di metallo in parete, è un danno che fai all’ambiente ma anche alla tua ambizione di essere capace di farne a meno, quindi ciò che importa è, se lo consideri necessario, farlo almeno il meno possibile.
Oggi mi sono adeguato ad aumentare la sicurezza, ma sempre con rispetto, cercando quanto possibile di lasciare meno tracce del mio passaggio.
Ascoltare Maurizio Giordani non è stato solo interessante: ho aggiunto un altro pezzo a questo puzzle, che è l’alpinismo, e che non riesco mai a concludere. Talvolta sbaglio combinazione e la correggo, altre volte intuisco come colmare la parte vuota. Ma ogni volta comprendo che i pezzi da assemblare sono ancora moltissimi e che alcune combinazioni sono sbagliate.
Andiamo avanti, la storia dell’alpinismo continua.


Rispondi