Io scelgo la via

via balasso brothers campanile di val fontana d'oro

Tra le tante strade che ogni giorno posso prendere, io scelgo la via.

È domenica e con il mio compagno di avventure alpine ci incamminiamo in salita per raggiungere l’attacco della Balasso Brothers, inerpicata sulle rocce del Monte Pasubio.

Arriviamo a fatica ai piedi della parete, lo ammetto: il sentiero è spesso interrotto da sterpaglie, mughi cresciuti in libertà (e perché non dovrebbero?), scie di ghiaione e sguardi alla cima.

Un cordino ci avverte che ci siamo, ci indica l’inizio del percorso, ci attende mentre indossiamo l’imbrago e prepariamo l’attrezzatura.

PASUBIO – CAMPANILE DI VAL FONTANA D'ORO
piano inclinato est e parete sud
via “ Balasso Brothers”
PASUBIO – CAMPANILE DI VAL FONTANA D’ORO
piano inclinato est e parete sud
via “ Balasso Brothers”

Da tempo non affrontavo una via alpinistica e finalmente il momento è arrivato. La realtà è sempre diversa dall’immaginazione e, in questo caso, è molto più piacevole: puoi respirarne l’aria, farti toccare dal vento, sentire dentro e fuori di te il freddo di una giornata nuvolosa, che non intende far spazio al sole.

Partiamo.

I chiodi sono vecchi, la roccia si sgretola sotto i nostri piedi e le nostre mani. Ma non ha importanza. La cima va raggiunta e questi motivi non valgono la pena di rinunciare.

Almeno per il momento.

Non possiamo sapere cosa ci aspetta durante la scalata, ma l’adrenalina, che cresce quando salendo tocchiamo sassi che si muovono e che probabilmente non ci sosterrebbero, è ora la nostra migliore alleata.

I tiri non sono lunghi, ma già dal primo noto che il tempo di percorrenza è più lungo del solito. Con “solito” mi riferisco allo standard del mio compagno. Dall’alto sento urlare “roccia da buona a ottima”, il che significa il contrario. Ma non va mai persa la speranza, anche questo è allenamento. E non parlo tanto della difficoltà, quanto del saper ascoltare. Ascoltare la roccia, bussare e comprenderne il suono, per capire se è un appoggio stabile o instabile. Oggi la melodia non è così promettente, ma sarà sufficiente trovare le note giuste per proseguire. Come sempre, sarà la parete a dirci se possiamo affidarci a lei o se oggi non è dell’umore giusto.

Sto facendo sicura al mio amico, sento la corda tirare di tanto in tanto, sono i momenti in cui la lascio scorrere nel mio secchiello. Mi viene in mente una metafora della vita, quando compaiono davanti a te avvenimenti, disillusioni, azioni incomprese, persone, e decidi di lasciar andare, allentare la presa, osservare inerme mentre si allontanano. Non si è mai preparati: semplicemente in quel momento ti accorgi che è la cosa giusta da fare.

In una via la corda deve anche essere recuperata. Ed ecco che la metafora della vita si realizza in un dato di fatto: il dopo ti mette di fronte alla realtà che non hai compreso, che hai rifiutato o che hai lasciato andare.

Ed è lì che inizia una nuova salita. Ma questa è un’altra storia.

La via prosegue dritta fino alla sosta dell’albero, da dove ci si incammina per pochi metri su piano fino all’inizio dell’altra parte di parete. A questa sosta sono arrivata da prima: assicuro me e il mio compagno alla fettuccia legata a un chiodo e all’albero, recupero la corda e urlo “quando vuoi”. Be’, ho imparato da lui anche questo. Arrivato al mio fianco, dopo un attento esame del risultato, il mio amico approva la sosta e superato il mio esame, sono pronta per fargli sicura alla prossima sfida.
Questa è una via non difficile, ma mai scontata, a causa della roccia instabile, di alcuni passaggi tortuosi e di chiodi a cui ci si affida più con la forza di volontà che con sicurezza.

All’ennesima sosta troviamo i nostri amici, che sulla parete opposta stanno salendo un’altra via, che qui si incontra con la nostra. Ora ho compagnia e l’attesa della salita del mio amico si fa più divertente. Ma la quiete si interrompe con un avvertimento. Dall’alto sento urlare “bene, ora ascoltami: cerca di arrampicare anche con la testa, non solo con la forza. Sono a una sosta appeso a tre chiodi vecchi e non molto stabili”. E al “vai quando vuoi” non mi sento più tanto tranquilla.

Ma che dovrei fare, arrendermi a tre chiodi? No, la fiducia in chi è là appeso e che mi sta aspettando è più forte della paura.

Parto.

Ammetto di essermi appesa al cordino per affrontare il primo tetto: non potevo rischiare di cadere e pesare subito sulla sosta in un passaggio per me consapevolmente difficile. Il resto del tiro lo faccio ragionando a ogni presa, con una calma che mi aiuta a concentrarmi e non pensare alla sosta.

Alcuni passaggi mi preoccupano ma allo stesso tempo mi affascinano: qui l’equilibrio è necessario e per me è sempre una sfida. Sulle pareti dei piccoli diedri che si avvicendano piedi e mani si trovano spesso in aderenza, contorcendosi per trovare la stabilità sufficiente a spingere il mio corpo verso l’alto, verso prese che spero di trovare più buone.

Arrivata alla fatidica sosta, ci scambiamo qualche parola di conforto con l’ironia che contraddistingue uno stato d’animo teso, ma ottimista.

Un altro tiro è andato, la sosta ha tenuto, riparto e mi ritrovo alla sosta successiva, comoda e solida.

Parte il mio amico. È al terzo chiodo quando mette il rinvio e qualcosa va storto.

Partiamo dal principio. Io sono tranquilla, con il mio secchiello e la corda tra le mani.

Guardo il mio compagno che procede, non senza fatica, certo, ma non mi preoccupa. Mi chiede corda, perché ha appeso il terzo rinvio al chiodo e deve rinviare. Vedo la mano destra afferrare uno svaso che mi sembra buono. Con la sinistra porta la corda tra i denti, se ne prende il necessario e quando è a buon punto la porta al rinvio, poco sopra la sua testa. Ma la corda non entra, perché la mano destra scivola e lui finisce appeso, accanto a me. È stato un attimo, penso di non essermene resa conto: so solo che ho stretto corda e secchiello, e ho piegato le gambe, come per trattenere il contraccolpo.

Durante la caduta mi ha urlato “tieni” e dopo diverse imprecazioni, qualche secondo di riposo per riprendersi e uno sguardo al corpo per vedere se è tutto intero, il mio compagno riparte. Afferra la prima presa e vedo che le braccia tremano. Gli do una pacca sulla spalla, gli dico di stare calmo, che va tutto bene. Come se niente fosse successo, sale, arriva all’ultima sosta e mi avvisa quando posso ripartire.

È l’ultimo tiro. Ancora una volta mi inerpico su una roccia spesso liscia e umida, in alcuni punti arrogantemente sporgente, tanto da farmi sospendere sul vuoto. Arrivo alla sosta e dopo la stretta di mano con l’amico di via, mi affaccio e guardo la parete: tutto ne è valso la pena.

Arriviamo alla campana sulla cima del Campanile di Val Fontana d’Oro: il mio compagno zoppicando (la botta al tallone si è fatta sentire appoggiato il piede a terra e scemata l’adrenalina), io soddisfatta e incuriosita.

Ci guardiamo attorno, suoniamo la campana, firmiamo il libro di via.

E anche oggi siamo riusciti a guardare il mondo dall’alto.

2 pensieri riguardo “Io scelgo la via

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