L’oro del bandito

falesia 4gatti palestra roccia tonezza

Ho più rinvii di quanti ne servano, appesi all’imbrago, ma “va bene così”, mi dico: in falesia del peso in più per un tiro non troppo difficile può essermi utile per allenarmi a potenziare la forza nelle braccia, la tecnica, la resistenza. Sì, avere addosso anche qualche grammo in più nell’arrampicata può fare la differenza.

Infilo le scarpette, annodo la corda all’imbrago attraverso il mio nodo preferito, quello a 8, bagno le mani con il magnesio liquido, aspetto si asciughi all’aria e quando appaiono le sfumature bianche sui palmi e sulle dita, capisco che è ora di partire.

“L’oro del bandito”, questo il nome del tiro alla falesia 4gatti di Tonezza: lo affronterò da prima, ecco perché non nascondo qualche lieve emozione, che fa capolino in un sorriso che intreccia estrema felicità e inevitabile ansia.

Sei legato a una corda, è vero, ma cadere è sempre una sensazione particolare, una prova di coraggio, un’inesorabile inflizione di graffi e sbucciature, un’inevitabile paura del vuoto.
Non conosci mai fino in fondo la montagna, non sai quali segreti ti confesserà, non conosci i suoi umori e io non credo nel destino, quindi l’imprevedibilità è un altro peso che devo caricarmi sulle spalle. Un peso positivo, però, che rende tutto sempre nuovo e affascinante.

Nulla è scontato sulle pareti, nemmeno in falesia.

Può sembrare strano che uno scalatore possa avere timore dell’altezza, ma credo sia possibile, invece. Anzi, oserei dire quasi essenziale, altrimenti non avresti limiti. E non avere limiti è il vantaggio di chi è immortale.

Io immortale non sono: sono orgogliosa della mia paura e del mio coraggio, della follia arginata dal senno, dai limiti che riconosco in me stessa e che contengono la mia incoscienza.

Parto.

L’inizio è lento. Un tratto abbastanza semplice mi permette di fare il possibile per liberare la mia razionalità: pensare a dove e come appoggiare i piedi, cercare le prese, enfatizzare l’esigenza di equilibrare il peso della mia testa, della schiena, di gambe e braccia. E di un imbrago che sembra farsi sempre più pesante.

Guardo sopra la mia testa: vedo quel che mi appare un diedro, dentro cui si apre un’enorme fessura. Devo entrarci almeno in parte, lo so, e poi uscire, sospesa tra interno ed esterno, sul vuoto, trattenuta da una roccia che ha tutte le caratteristiche di una grattugia. Ma le prese ci sono, alcune molto buone. Devo solo trovarle.

A volte, quando mi sembra che qualche passaggio non mi riesca e la fatica mi attanaglia l’anima, penso “ma chi me l’ha fatto fare?”. E subito dopo, con un istintivo sorriso in volto, ne sono convinta: “io amo arrampicare”.

Nessuna cosa, nessuna persona esiste che possa impedirmi di scalare. Solo io potrò scegliere di fermarmi, se mai lo farò.

Be’, io o la montagna.

Ma andiamo avanti, il bello deve ancora arrivare.

Quando raggiungo la fessura, riesco a entrare a metà: la parte destra del mio corpo e la testa rimangono all’esterno. Il piede e la mano sinistra cercano appoggi e appigli all’interno.

Salgo per meno di un metro, quando sono costretta a girarmi, e non è semplice. La roccia ruvida, una superficie che appare come scalfita e mai levigata, brucia sulla pelle. Porto il piede sinistro all’esterno della fessura, aderente alla parete. Il destro rimane a lato, così mi ritrovo in spaccata con le mani all’interno della fessura. Proseguo, cercando di non incastrarmi: riesco a trovare una piccola maniglia per la sinistra, così da poter rinviare con la destra. Lo spit si trova sopra la mia testa, che ora è rivolta verso il basso. Voltarmi e alzarla, per vedere dove esattamente si trova lo spit per agganciare il rinvio, mi è impossibile. L’unica soluzione è cercare lo spit con la mano destra, attraverso movimenti lenti e controllati, perché la sinistra dentro la fessura dovrebbe tenere, ma i piedi sono in bilico, uno ancora in aderenza e l’altro appoggiato su una tacca profonda meno di due centimetri.

Se dovessi cadere, sarebbe un problema: l’ultimo rinvio in cui ho passato la corda è sotto di me e se dovessi scivolare, mi ritroverei a stretto contatto con quella parete. Lascio all’immaginazione i possibili effetti.

Torniamo al tiro. Porto alla bocca il rinvio, lo trattengo con i denti. Alzo la mano destra alla ricerca dello spit: devo affidarmi solo al tatto, perché non riesco a muovere la testa. Trovato.

Ora torno ad abbassare il braccio, prendo il rinvio e lentamente risalgo. Sono in bilico.

Aggancio il rinvio. Bene. Ma non è finita. “Dammi corda”, grido al mio compagno. La raccolgo con movimenti brevi, ma decisi. Sfioro la roccia con la mano, per portare la corda al rinvio: la superficie diventa liscia all’improvviso, forse è solo una percezione, ma la mia pelle le scorre sopra volentieri. Sento il freddo e il rumore dell’acciaio che si muove strofinandosi sulla roccia, è lui, l’ho raggiunto. Se la corda dovesse cadermi, avrei più possibilità di destabilizzarmi. Dev’essere buona la prima. Ci provo. È entrata nel moschettone. Salva.

Torno quasi a rannicchiarmi nella fessura e con meno tensione cerco gli appigli giusti. Li trovo. Esco dalla fessura, supero il diedro.

Il breve traverso verso sinistra mi avvisa che è lì, in realtà, il punto dolente del tiro. Riesco a riposarmi appoggiando gomiti e avambracci su una spaziosa cengia. Respiro per una ventina di secondi e l’ultimo è un sospiro, che comunica la mia partenza.

Mano destra su una piccola tacca, sinistra su fessura e spallata, intanto salgono i piedi.

Mano destra su uno svaso accettabile, sinistra sull’ultima cengia, la destra la segue, i piedi sono sicuri sulla cengia di prima. Manca forse un metro alla catena, ma la parete ha diminuito la sua durezza, ha sciolto la sua rigidità. E mi ha confidato di saper riconoscere la paura, di accettare la sfida. Di essere stata lei a permettermi di affrontarla e arrivare al top.

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