Via Elision: ai beati piacciono i diedri

Elisio è un luogo ultraterreno, dove nelle concezioni religiose greche vivono gli uomini eletti. Omero lo identifica come uno spazio ai confini del mondo, dove per uno speciale privilegio sono ospitati gli eroi sottratti alla morte (le Isole dei Beati di cui narra Esiodo). Nell’Eneide di Virgilio Elisio è nell’Ade, in opposizione al Tartaro, e lì abitano coloro che in vita si sono comportati bene.

Elisio (nelle relazioni il nome diventa Elision), il “paese dei beati”, è una via alpinistica nella parete di Padaro, aperta da Heinz Grill e Uli Grooten il 5 settembre 2007 dal basso, in puro stile alpinistico con soli tre chiodi.
La via è stata poi pulita e protetta da Florian Kluckner con 29 spit lungo gli undici tiri e 20 spit nelle soste, che sono ben attrezzate e sicure.

Con dislivello di 250 metri e uno sviluppo di 310 metri, la via Elision presenta gradi di V, V+, VI, VI+. Nel web girano due relazioni: quella che allego io è di Heinz Grill, un’altra aumenta i gradi fino al VII. Ma teniamo per buona quella dell’apritore e tutto il resto lo lasciamo all’interpretazione individuale.

La via è sicura, ma alcune lunghezze hanno protezioni lontane, quindi è consigliato l’uso di friend e dadi.

“L’arrampicata è sempre elegante e non faticosa, perché la parete non offre strapiombi o tiri sostenuti.”

La parete superiore di Padaro ha un’esposizione a sud, è ben illuminata, è indicata nei mesi invernali e la roccia è stupenda.

Il primo itinerario aperto da Grill è stato proprio Elision, “una via di ricognizione in una parete intonsa”, scrive l’alpinista nel libro Arrampicare nella Valle del Sarca:

“portammo con noi solo alcuni friend, cordini e tre chiodi. Uno di questi era il mio preferito, il muratore, un chiodo di ghisa che si doveva legare senza occhiello con un cordino. Attaccai questo chiodo ai posti definiti nella roccia e potei così assicurare i passaggi difficili in modo compiaciuto. Questa prima salita di ricognizione ci portò a delle bellissime sorprese dal punto di vista della variabilità e delle possibilità. Trovammo anche dei diedri e delle fessure più facili, e così affrontammo con grinta e un buon materiale, come alcuni chiodi e fix, le vie successive”. 

Già da sotto la parete si notano i diedri, i camini e le fessure della via: gli occhi mi si illuminano, non vedo l’ora di salirla.

Ci incamminiamo lungo il sentiero per circa 10 minuti su falso piano e arriviamo all’attacco.

Inizia Federico e poi dietro di noi la cordata di Paolo, Sabrina e Gabriele.

Lungo il primo tiro ho trovato qualche difficoltà nel passaggio di sesto, a circa metà lunghezza, ma c’è da dire che siamo tutti partiti con mani e piedi congelati, perché l’attacco è in ombra e le temperature a quest’ora (circa le 10 dell’11 febbraio) sono ancora fredde. Arrivati nel punto dove la parete è ormai interamente illuminata dal sole, il sangue inizia a circolare finalmente anche nelle dita.

Del primo tiro fa parte anche una breve calata di 5 metri, per poi iniziare la parte più bella della via.

Il secondo tiro sale verticale su una fessura per poi svoltare a sinistra. L’uscita è delicata, ma non troppo.

Il terzo tiro è caratterizzato da una lama friabile a cui prestare un po’ d’attenzione, ma nulla di allarmante. Si continua poi su un’enorme lama e un grande camino: mentre faccio sicura ammiro estasiata la via, che si dipana lungo una parete striata di sfumature vivaci che sembrano brillare alla luce del sole.

Al prossimo tiro ci aspetta una facile placca che si conclude con un breve traverso su cengia, l’unica parte della via su cui si può camminare, ma sempre con attenzione: lungo questo tratto non ci sono protezioni, ma ci si può tenere in equilibrio su alcune lame.

Il quinto tiro è una fessura in Dülfer tra il V e IV grado: qui la forza può aiutare, ma saper mettere bene i piedi, come sempre, aiuta ancora di più.

Eccoci al sesto tiro, dove ci aspetta il passo chiave della via che “si supera con una spaccata delicata e non può essere arrampicato in artificiale”. Il passaggio che mi sono trovata davanti non è stato così difficile, ma di certo quel tratto di parete è davvero scenografico. Ah, c’è una cosa che consiglio: attenzione a infilarsi nel camino, potrebbe incastrarsi lo zaino!

Un altro diedro con camino lo troviamo nel settimo tiro, che mi è piaciuto più del precedente. Poi arriviamo alla sosta su un comodo terrazzino.

Nell’ottavo tiro, composto da due diedri, c’è il passo che un’altra relazione indica di settimo grado: prese svase e un rovescio alto da tenere. Io concordo, ma solo perché l’ho sbagliato spostandomi un po’ troppo di lato. 

Il nono tiro prosegue lungo un bel muro compatto di sesto grado e un traverso su liste rocciose.

Il decimo tiro prosegue verso destra in obliquo attraverso un altro piccolo diedro. Il tiro è protetto da fix che seguiamo fino a un piccolo muro, che finisce su una spaziosa cengia erbosa, dove è attrezzata la penultima sosta.

L’undicesimo tiro ci riserva un’altra sorpresa. Entriamo in un grande diedro-camino, dove la situazione diventa abbastanza comica: se ti incastri, è dura uscirne senza azzerare e se ne esci in libera, devi affidarti al tuo equilibrio, in bilico su appoggi non proprio evidenti e una conformazione rocciosa che sembra gonfiarsi nella parte compresa tra la tua testa e i tuoi piedi. Io ovviamente mi incastro, ne approfitto per riposarmi poggiando la schiena in una parete del camino e poi per uscirne azzero, così da evitare di pendolare proprio a due prese dall’uscita.

Giunti all’ultima sosta, nell’attesa dell’altra cordata, io Federico ci facciamo una bella chiacchiereta sulle Dolomiti, le vie che ha scalato e quelle che vorrebbe salire. Ma soprattutto una frase è rimasta impressa nella mia mente ed è stata la risposta che mi ha dato quando gli ho detto se fosse matto a volermi portare su una via dove il grado obbligatorio è un 7a. 

“Provi il passo. Nell’alpinismo la cosa più importante non è il grado, ma il ragionamento che fai, la ricerca del modo per passare il tratto difficile e raggiungere la protezione. È così che ti fai la testa”.

Federico, io, Paolo,Gabriele, Sabrina

Intanto arrivano anche gli altri e guardando il magnifico quadro che mi si dipinge davanti, il paese di Arco e le montagne che si immergono pacificamente sul lago, penso a quanto ci focalizziamo sugli obiettivi tralasciando il percorso per arrivarci. 

Quando saliamo un tiro e arriviamo in catena o alla sosta, siamo soddisfatti della prestazione, ma ci ricordiamo di ammirare il panorama alle nostre spalle?
Quando diventiamo grandi e abbiamo ottenuto ciò che volevamo, ci fermiamo mai a pensare a quali aspetti, situazioni, persone e cose ci hanno condotto fin lì oltre a noi e alle nostre azioni?
Quando arriviamo a destinazione, ci rendiamo conto dei prati e delle città che si sono presentati al nostro finestrino?
Perché ci lamentiamo tanto di una vita poco generosa, quando ogni giorno ci offre regali che non vediamo o non sappiamo apprezzare?

Sai una cosa? Ti urlo che ti amo… vita! 

Chi è Heinz Grill?
Alpinista e scrittore tedesco che, oltre a tante altre, tra il 2006 e il 2016 ha aperto circa 80 vie nella Valle del Sarca in Trentino: vie definite ritmiche per il loro stile che è un mix tra lo sportivo e l’alpinistico. Grill afferma che le sue vie sono state aperte in stile alpinistico dal basso, ma successivamente “create e scolpite” da un grande lavoro di pulizia.
Alcuni critici di Grill (puristi contrari alla pulizia delle vie, che secondo loro dovrebbero essere lasciate allo stato originario) dicono che le sue vie sono aperte in modo alpinistico solo all’apparenza, con tante protezioni e chissà quali accorgimenti. La Via della Polemica è la risposta di Grill alle varie critiche: un itinerario lasciato esattamente allo stato originale, con pochissime protezioni e a cui prestare molta attenzione ancora oggi, nonostante qualche protezione sia stata aggiunta dopo anni in cui le ripetizioni sono state più uniche che rare.

P.S. Sabrina, continua ad amare la vita, ma soprattutto non smettere mai con l’arrampicata e di credere in te!

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