Che storia l’alpinismo! Intervista a Clara Mazzi

È successo tutto per caso. Ma davvero!

Siamo entrate in contatto su LinkedIn e da lì è nata per me un’opportunità: intervistarla. Seguo il suo podcast “storia dell’alpinismo”, dove racconta e intervista personaggi molto conosciuti nel mondo dell’arrampicata e dell’alpinismo e poi ho immaginato come potesse essersi svolta la sua ‘carriera’  nel mondo della montagna. Oggi ho la possibilità di chiederglielo di persona, o meglio, faccia a faccia anche se attraverso un computer.

Sto parlando di Clara Mazzi, traduttrice, scrittrice, podcaster e, ovviamente, appassionata di montagna. E a questo vabbè, ci potevamo arrivare tutti navigando nel web, ma c’è qualcosa in più da sapere su di lei, o meglio, sul suo pensiero e soprattutto attraverso la sua fonte inesauribile di informazioni sul mondo dell’alpinismo e della montagna. 

Ma lascio la parola a Clara, mi sembra giusto, è lei l’esperta, no?!


Clara, data la tua enorme esperienza…

No, no, no, ma quale esperienza…


Ecco un’altra modesta…

No, Martina, ora ti spiego. Devi sapere che non ho mai ascoltato podcast in vita mia e dal punto di vista tecnico ne so davvero poco. È vero, ho imparato qualcosa con un po’ di esperienza, ma sai che preferisco ancora utilizzare il cellulare per registrare i miei podcast? Altro che tanti colleghi con fior fiore di attrezzatura!


Va bene, dopo ne parliamo. Intanto concentriamoci sui tuoi contenuti, che sono davvero interessanti, ricchi di informazioni e aneddoti. Ma com’è iniziata questa avventura?

Io insegno italiano come lingua straniera e lavoro con una scuola privata che vende pacchetti di formazione alle aziende. Quando è scoppiato il COVID, le aziende hanno smesso di investire in questo tipo di formazione e io mi sono trovata con giornate vuote. Mi sono detta ‘e ora che faccio?’. Poi improvvisamente qualche mio follower, che non ho mai conosciuto, mi ha scritto sul mio profilo social, dove parlo anche di libri di alpinismo, ‘ma perché non fai un podcast?’.

Subito mi è sembrata un’idea strana, però, dato che non avevo nulla da fare, mi sono detta ‘facciamolo’. Ho scritto un post su Facebook per annunciare che avrei creato un podcast e il riscontro è stato eccezionale: like, messaggi per complimentarsi della mia scelta…

‘Ma come si fa un podcast?’. Era un po’ tardi per chiederselo, mi dirai, ma ormai! E anche imparare a fare i podcast è stato un percorso molto interessante, mi ha entusiasmato.

È tutto un work in progress.

Capisco, ma ammetterai che non è solo fortuna quanto hai realizzato, giusto?

Assolutamente no, è stato ed è un lavoro molto impegnativo, ma che mi dà un grande ritorno a livello umano, per i messaggi di incredibile bellezza che ricevo da parte di persone che non ho mai visto. 

Quando noi esprimiamo noi stessi in quello che facciamo (succede anche nello sport, nell’arrampicata ad esempio), già siamo felici. E questo è il primo step. Il secondo è fare qualcosa di ottima qualità: dietro c’è tanto lavoro, c’è talento, c’è passione e tutto viene ripagato anche solo da qualcuno che entra in contatto con te e ti fa un complimento per quello che stai creando. Nella marea di persone che fanno podcast di montagna, ad esempio, chi si distingue è perché ha un prodotto di qualità, perché la gente lo ascolta e magari lo ferma anche per strada. 

Arrivare a questo non è semplice e non è solo fortuna, ma ne vale la pena.


Una curiosità, Clara. La mia paura più grande è prendere la seconda di queste due strade a disposizione: fare di ciò che amo il mio lavoro ed essere felice per sempre oppure fare della mia passione una “attività remunerativa” e perdere l’emozione, il sentimento che ci metto e magari la qualità di cui parlavi. A te com’è andata?

Se con la tua passione devi viverci, certo che le cose cambiano. Fare un contenuto diventa un obbligo per poter guadagnare. Ma pensaci: sarà meglio dover fare qualcosa in un mondo che ami, piuttosto che in un settore di cui non te ne frega nulla, giusto?

Ammetto che il podcast lo faccio per divertimento e molto rilassata: non mi paga nessuno e questo mi dà una grande libertà. È l’evoluzione di questa attività che mi ha offerto grandi opportunità.

Quando ho registrato la prima stagione di podcast che duravano dieci minuti l’uno, all’ultima puntata io ero convinta di chiudere. Ma ho visto il successo che ha avuto il mio lavoro e allora mi sono lanciata nella seconda stagione. Ammetto però di essere una persona che si annoia facilmente, quindi per le nuove puntate ho deciso di fare interviste. Gli ascolti continuavano ad aumentare e ho pensato ‘è ora di fare un passo in più?’. Mi sono presentata alle case editrici come traduttrice di libri e biografie sull’alpinismo, e al Trento Film Festival per organizzare e moderare eventi. È andata bene!

E Martina, se inizi una frase con ‘ho paura di’, piuttosto prenditi una pausa di riflessione e torna più motivata. Altrimenti cambia vocabolario e continua a fare bene quello che fai!


Clara, qual è il tuo obiettivo?

Non ho più vent’anni, nel male e nel bene. Il podcast rientra nel mio modo di vivere la vita: fare le cose che mi piacciono. Quando noi amiamo quello che facciamo, siamo più felici e viviamo meglio. Quindi posso dire che un obiettivo l’ho già raggiunto.

Con questa mia attività vorrei anche dare agli altri un po’ di questo mio buon umore e sono convinta che così facendo posso nel mio piccolo contribuire a costruire un mondo più allegro.

Nella vita ho imparato che è importante anche saper cogliere le occasioni. Mi era arrivata una proposta che era completamente al di fuori delle mie conoscenze, ma mi è sembrata buona e mi sono buttata. Mi è andata bene. Buttarsi nella vita va bene a prescindere: è quando usciamo dalla nostra comfort zone che iniziamo a vivere. Anche se poi il nostro progetto non dovesse funzionare, non importa: abbiamo vissuto!

Nel podcast, in questa idea così lontana da me, ho però visto un potenziale generatore di progetti attinenti alla montagna. Ho iniziato perché avevo le giornate vuote e l’ho fatto spontaneamente, ho trovato il modo di raccontare i libri che mi sono piaciuti. Con la seconda stagione ho pensato a un nuovo progetto con le interviste. E queste mi hanno introdotto nel mondo degli alpinisti, un universo dove sì, gli uomini sono la maggioranza e in cui le donne sono spesso introdotte da una figura maschile, ma anche dove la qualità del contenuto non ha genere. Quindi è un mondo dove io, senza una carriera da atleta o da super alpinista, avrei fatto parecchia fatica a entrare. Il mio impegno, sprovvista di una presentazione e di una carriera alpinistica “all’altezza”, è stato lavorare, saper attendere il momento giusto, e con il tempo dimostrare la mia serietà in quello che faccio, la mia perseveranza, il mio rispetto per le regole: dopo un bel po’ di tempo il mio podcast viveva, più forte con nuovi ascoltatori, e quindi mi sono conquistata la possibilità di accedere, a modo mio e con i miei contenuti, nel mondo dell’alpinismo.

Con le interviste ho percepito che le mie domande piacevano e la mia attività di podcaster di montagna veniva presa sul serio. Ho iniziato allora a fare domanda alle case editrici per fare traduzioni e ai festival per organizzare e moderare eventi (a Trento è la terza volta che ci vado e ho anche presentato Thomas Huber).


Com’è stata la tua ricerca di sponsor?

All’inizio non è andata bene e mi resi conto che non ponevo la domanda giusta: ‘cosa voglio davvero da uno sponsor?’.

Ci ho messo un anno per capire che il mio desiderio è organizzare e partecipare a eventi. Ora ho la domanda giusta da porre a uno sponsor: ‘se hai bisogno di organizzare un evento con un tuo alpinista e chiami me, penso che con il mio nome tu possa attirare più persone’.

È sempre tutto un work in progress, vedi!

Il mio obiettivo quindi è di continuare a generare progetti di divulgazione della cultura di montagna, sempre nuovi, compreso uno che ho in cantiere, ma che per superstizione non ti rivelo!

Vorrei crescere, ma sempre nella divulgazione della cultura di montagna, che per me è interessante e affascinante non solo per la storia, ma perché il percorso alpinistico si accompagna a quello di crescita personale. Ed è questo che voglio raccontare nel mio podcast.

Vorrei che fosse chiaro questo: il mio non è un aiuto o un insegnamento, vorrei offrire a chi mi ascolta una possibilità di interpretazione.


Perché secondo te è importante per gli alpinisti, di qualunque età e livello, ma soprattutto per gli aspiranti, conoscere la storia dell’alpinismo?

La conoscenza della storia dell’alpinismo per me si manifesta su due livelli: uno è nozionistico, sono i dati storici, i grandi nomi e le prime volte. Si basa anche sui fatti che hanno segnato correnti di pensiero e modalità: ad esempio l’evoluzione del materiale e come ha inciso sulle prestazioni, sulla rapidità che ha influito sulla visione di una via. Se all’inizio si andava in montagna con attrezzature che pesavano tantissimo, ora tutto è leggero e si è più veloci: questo porta a fare imprese ancora più estreme, ma quando le prime volte si esauriscono, cosa si fa? 

Ecco che prendiamo coscienza del viaggio interiore e del secondo livello di cui ti parlavo. Bonatti ha affermato ‘il viaggio è dentro di sé’ e non si esaurisce mai.

Questo mi piace della storia dell’alpinismo: la ricerca. All’inizio era nelle Alpi, poi in Himalaya, per i rocciatori in Patagonia, per gli americani nello Yosemite… 


Come la vedi la ricerca della prestazione in montagna?

Anche questa è leggibile da due punti di vista: uno meramente sportivo (‘voglio scalare più velocemente’ o ‘ voglio aprire una via più difficile della tua’) e uno basato sulla ricerca. Per gli americani, ad esempio, lo Yosemite era la ricerca di un’alternativa di vita, non volevano fare i borghesi che avevano tutto programmato. Ma non cercavano di vivere in un modo alternativo e basta: nel momento in cui i climber americani hanno tolto il lavoro come perno centrale della loro vita e l’hanno sostituito con qualcosa che a loro piaceva è stata una rivoluzione di pensiero gigantesca. Ma questa passione ha dovuto fare i conti con la realtà: quando hai vent’anni è divertente vivere un’estate con 10 dollari in tasca, ma quando ne hai quaranta e inizi a non “tirare” più come prima, che senso dai alla tua vita? E ti chiedi ‘come posso continuare a tenere l’arrampicata (quindi la mia passione) al centro della mia vita anche se non posso più portare i risultati di prima?’ È così che sono nate le nuove “professioni” dell’arrampicata: istruttore, tracciatore, giudice di gara, produttore di materiale. Hanno tutte avuto origine dalla volontà di mantenere la passione al centro, capendo che anch’essa deve adattarsi alla fase di vita. 

Sono domande bellissime, perché poi si trovano risposte che spesso cambiano la tua visione e la tua strada. Ecco il percorso dell’uomo di cui ti parlavo: questa è la storia dell’alpinismo che racconto io. La storia dell’alpinista, il viaggio della ricerca personale, questo è affascinante.


E alcuni alpinisti, per seguire la loro passione, diventano guide alpine: è una scelta di vita anche questa, giusto?

È un punto interessante. Fino a poco dopo la seconda guerra mondiale sicuramente la persona che voleva vivere di montagna era una guida alpina e spesso in inverno maestro di sci.

Il passaggio era comunque avvenuto: prima questi alpinisti scalavano per la gioia di farlo e poi lo hanno fatto diventare un lavoro, perché dovevano pur mantenersi.  

Cambia completamente lo scenario quando negli anni ’60 René Desmaison venne espulso dalla Compagnie des Guides de Chamonix, il primo gruppo organizzato al mondo di guide alpine (Desmaison è stato espulso perché prima di andare a salvare i due alpinisti tedeschi bloccati sulla Ovest del Petit Dru, aveva già venduto l’esclusiva fotografica a Paris Match, una rivista molto in voga all’epoca. La polemica con i soccorsi è stata messa molto in rilievo da Desmaison per scagionarsi, per cercare di mettere in secondo piano quello che aveva fatto, ma il vero motivo era la vendita dei diritti delle foto e soprattutto foto di persone che avrebbero potuto morire). 

René Desmaison immagine da montagna.tv]

René Desmaison a quel punto non aveva più le spalle coperte dal gruppo per trovare lavoro e diventò atleta: capì che per avere clienti e sponsor avrebbe dovuto fare degli incredibili exploit nella sua carriera di alpinista. Da lui nacque la figura dell’atleta moderno, che poi, nel caso dell’alpinismo francese, portò a una deriva: parliamo della Chamonix degli anni ’80-90’ in cui si perse completamente la bussola e dove per forza era necessario andare più veloce, più in alto e più forte. Si tolse l’asticella dell’impossibile, ormai l’incontro con la morte era ovvio: chi si buttava col parapendio dal punto più in alto, chi scendeva con gli sci dalla parete più ripida… il cimitero di Chamonix negli anni ’80 e 90’ era pieno di ragazzi. Nessuno riusciva a fermare questa follia perché da una parte tutti volevano lo sponsor e dall’altra c’era l’orgoglio di essere scampati alla morte, se ci riuscivi.

In questo modo, però, hanno svuotato il percorso personale: non c’era più una crescita, ma era solo una roulette russa con la vita.

Tutto cambia con Éric Escoffier e il suo incidente d’auto la notte dell’11 settembre 1987 lungo le Gole di Arly nell’Alta Savoia (“Il dramma di Escoffier è più nel risvegliarsi in una condizione che non aveva mai preso in considerazione che non nell’essere diventato emiplegico: in altre parole, Escoffier aveva ben presente che le sue imprese in montagna avrebbero potuto portarlo alla morte e questo non lo spaventava, mentre la possibilità di continuare a vivere ma non più prestante questa era un’eventualità che non aveva preso in considerazione. Escoffier inizia così un nuovo percorso di vita che affronterà con la stessa energia e determinazione che l’aveva contraddistinto prima dell’incidente anche se tanti fattori cambiano radicalmente: in primis, il ritiro dei suoi sponsor.” Clara Mazzi). Per uno che sfida la morte, trovarsi vivo ma in quello stato ha cambiato il modo di vedere le cose e da lì l’alpinismo francese torna sui binari.

Il legame tra guida alpina e atleta è ancora molto forte, ma oggi non è più necessario essere una guida alpina per essere un atleta molto forte, invece fino agli anni ’60-’70 era impensabile che un alpinista lo fosse senza aver passato la selezione.


Dunque conoscere la storia dell’alpinismo significa anche non ripetere gli stessi errori?

Anche, oltre che per comprendere il progresso, ad esempio.


Ma conoscere quanto è successo potrebbe rovinare la sorpresa?

No, perché le domande che ci si pone sono più o meno le stesse, ma ciò che è interessante è ascoltare e vedere come ognuno risponde.

Una domanda classica dell’alpinismo è: ‘perché io quando sono in cima a una montagna mi sento felice e quando scendo a valle no? come faccio a portare quella felicità della cima a valle?’. Le risposte sono molteplici. Ad esempio l’alpinista croato Nejc Zaplotnik ha detto ‘l’importante è la via’, il percorso, appunto.

Un altro alpinista ha detto ‘io cerco di stare sulla cima quanto più tempo possibile e poi quando sono giù sembro un disadattato, non ho ancora trovato la risposta alla domanda’. Jean-Christophe Lafaille ha affermato ‘io a valle ci voglio tornare perché ci sono tutti i miei affetti: è vero che in alto vivo una vita di felicità, ma non è la vita vera, è piuttosto una vacanza, e quindi devo fare della mia vita a valle la mia felicità’.

Quindi, tornando alla tua domanda, conoscere la storia dell’alpinismo non rovina la sorpresa, perché siamo tutti diversi e non c’è un’unica risposta alla domanda.


Abbiamo anche parecchi esempi nella storia di alpinisti che hanno fatto discutere. Ti va di riportarmene qualcuno?

Certo! Quando ho tradotto la vita di Preuss e ho letto come è arrivato ad aprire la sua via sulla Piccolissima di Lavaredo, in free solo perché non voleva utilizzare chiodi, non ho pensato ‘ah, questo pazzo’,  ma ho cercato di comprendere il suo pensiero. La gente ha mosso diverse accuse contro Preuss: ad esempio che era un folle a dire in giro di scalare senza chiodi. Be’, quelle persone avrebbero dovuto abbandonare i pregiudizi e concentrarsi piuttosto sulle sue risposte: lui diceva ‘io ti dico che devi fare quello su cui tu ti senti sicuro: se pensi di non riuscirci, non farlo; oppure allenati fino a raggiungere la sicurezza’. Preuss era l’opposto di uno sconsiderato, era un rocciatore che esortava ad avere un grande senso di responsabilità, una forte passione. E ricordiamoci che l’impresa di Alex Honnold, Preuss l’aveva già pensata e realizzata nel 1911: questo ci fa capire anche che noi non stiamo inventando più di tante cose…

Paul Preus [foto da cima-asso.it]

Preuss e Dülfer erano contemporanei, ma di chi si parla di più? Di Dülfer, perché purtroppo Preuss è morto scivolando per una stupidaggine e questo ha inficiato gran parte del suo pensiero, che in realtà è molto valido.

Comici, che sale la Nord di Lavaredo dopo la prima guerra mondiale, pianta circa ottanta chiodi: il bello è vedere come anche il pensiero dell’alpinista cambia ad esempio prima e dopo la guerra. Piantare i chiodi, nel primo dopoguerra, non diventa più un problema. (Poi ritorna a esserlo. Ndr)

Conoscere la storia dell’alpinismo è comprendere il ragionamento che sta dietro azioni e progetti.


Perché la prima guerra mondiale diventa un punto di riferimento per questo cambio di pensiero?

La prima guerra mondiale, che buona parte si è combattuta anche sulle Dolomiti, ha visto tanto uso di metallo sulle pareti: vie ferrate, corde fisse… Era quindi diventato una normalità, per essere veloci. Quindi tanti chiodi non sembravano più un sacrilegio, da Comici fino a Cesare Maestri con la famosa via del Compressore (“La via del compressore, da molti considerata ‘la più grande provocazione nella storia dell’alpinismo’, è una via di arrampicata tracciata sul Cerro Torre. Fu aperta nel 1970 da una spedizione guidata dal trentino Cesare Maestri, il celebre “ragno delle Dolomiti”. La via prende il nome dal compressore che Maestri utilizzò per bucare la parete del Cerro Torre e attrezzarla con 360 chiodi a espansione. A distanza di oltre quarant’anni quel compressore, un FE dell’Atlas Copco, è ancora lì, appeso alla parete del Cerro Torre a meno di 100 metri dalla vetta. […] Maestri portò con sé il compressore del peso di 1 quintale che trascinò insieme alla sua spedizione sulla cresta Est, una via diversa da quella percorsa con Egger nel 1959. Usò il compressore per azionare un trapano e bucare il duro granito del Cerro Torre, attrezzando la via con oltre 360 chiodi a espansione.” Clicca qui per leggere tutta la storia). Per questa via Maestri fu attaccato da alpinisti e non solo, ma il bello sta nel capire il motivo delle sue azioni, anche e soprattutto questo è storia dell’alpinismo.

Oppure guarda Eugen Guido Lammer, un altro esempio: additato come sostenitore del nazismo, se leggi il suo libro, scopri quanto il suo pensiero si avvicina a quello degli americani del Yosemite negli anni ’60, e loro non puoi tacciarli di nazismo!


Le correnti di pensiero ci sono sempre state. Quindi troverai comunque, in qualsiasi tempo, chi pianta chiodi e chi no, discussioni e rivendicazioni, oppure chi osserva la parete e urla ‘guardalo là, mi ha rubato la salita!’.

Certo, l’arrampicata è anche scoperta. Non c’è solo la performance, il grado, una volta ci si sedeva sotto la parete e la si esplorava per cercare una linea, esaminarla e aprire una via. Anche oggi succede, ma spesso lo si fa per pubblicizzare un’impresa. 

Per quanto mi riguarda l’esplorazione è il bello dell’arrampicata. E penso sia un valore recuperabile, perché ormai superato il 9b e il 9c…

Al di là del viaggio personale, è interessante approfondire la storia per capire meglio le azioni degli alpinisti, anche di quelli più controversi, per apprezzarle o criticarle con le corrette e complete informazioni in mano, e alimentare le nostre risposte, il nostro punto di vista.


Dobbiamo andare oltre gli stereotipi e i limiti del sentito dire e delle apparenze.

Sì, oltre i pregiudizi e i gossip. Ne abbiamo viste e sentite tante degli alpinisti e delle loro imprese.

E poi c’è il superamento dell’artificiale per l’arrampicata libera: possiamo definirlo, generalizzando, un passaggio tra la vecchia generazione e la nuova. Però, ammettiamolo, anche oggi ci sono correnti di pensiero che si dividono sul tema. Tu che ne pensi?

Libertà! L’importante è non vendersi per chi non si è, ma se uno vuole salire una via azzerando a ogni passo ed è felice, può benissimo farlo, chi glielo impedisce?

L’alpinismo è libertà di espressione, è questo il bello.


Spesso quando si parla di montagna si pensa alla solitudine, al ritrovar sé stessi nel silenzio, in una situazione molto particolare, ma poi i legami che si instaurano in montagna possono davvero sorprendere. Che mi dici?

Anche questo è cambiato molto, probabilmente dagli anni ’60 e da quando René Desmaison ha iniziato a creare la figura dell’atleta moderno. Se ci pensi, di cordate famose, costituite da persone che hanno costruito un rapporto anche al di là della montagna, di amicizia, sono tutte del periodo che precede la prima guerra mondiale, dove c’erano molto meno individualismo e competizione. Nel momento in cui nasce la figura dell’atleta moderno, che deve mettersi in mostra (per cercare sponsor e mantenersi), che ha il suo progetto, l’alpinista moderno fa più fatica a scendere a compromessi con un partner, perché se il compromesso inficia il suo progetto, questo non gli va bene. Infatti nascono le solitarie, che raggiungono l’apice con il free solo: in parte perché c’era bisogno di prime volte e un po’ perché c’è la necessità di confrontarsi con sé stessi.

Sono sincera, davvero non mi vengono in mente famose cordate di amici dagli anni ’60 in poi. Tra gli ultimi sono stati Patrick Edlinger e Patrick Berhault, ma poi il secondo ha scelto di andare per i fatti suoi.

Alpinisti che si sono messi in cordata per realizzare imprese ce ne sono stati, ma che siano stati caratterizzati da una grande amicizia no. Gli stessi fratelli Huber, Thomas e Alexander, hanno scalato parecchio insieme, ma pare che non sia stato un percorso sempre di rose e fiori. Oppure ci sono coppie di fidanzati o coniugi che formano anche cordate.

Sui legami che si instaurano, quindi, onestamente posso dirti che li ho cercati molto, ci speravo, ma non li ho trovati. Ho invece percepito tanto individualismo, soprattutto quando si sale di grado. 

Io ho incontrato un ragazzo guida alpina, a cui devo molto perché mi ha portato a compiere un bellissimo percorso in montagna e per questo devo molto alle guide alpine. Altrimenti avrei davvero fatto fatica a trovare compagni di cordata. C’è un legame di amicizia, sì, ma non ai livelli a cui ti riferisci tu.


È un colpo al cuore! Se mi metto a pensare, sì, forse hai ragione tu. Io vivo ancora in quel mondo dei sogni, probabilmente avrei dovuto nascere prima degli anni ’60! Sono convinta che si crei per forza un legame fortissimo con la persona con cui condividi una scalata, un’esperienza dove tu hai la vita del tuo compagno nelle tue mani e viceversa, un piccolo pezzo della tua vita in cui provi emozioni straordinarie. Ma è vero, forse non sarà il mio compagno di cordata per sempre e non è una vera e propria amicizia. Tutto quello che penso e sogno è semplicemente, ma profondamente, ‘cordata’ dunque. Ti faccio un’altra domanda allora: gli incontri che fai in montagna sono diversi da quelli che fai in pianura?

Sono sincera: per me no. Forse perché non ho mai avuto il tempo di approfondire, ad esempio fermandomi a cena in rifugio. Questo però mi è capitato durante i miei viaggi in solitaria: in Cina, in India, in Messico ho incontrato persone che ancora ricordo come fosse allora. Sono stati incontri brevi ma estremamente formativi. In montagna no, e lo avrei voluto tanto.


Però nel tuo podcast, e non solo, di incontri interessanti ne hai fatti. Vorrei sapere qual è stato il personaggio che più ti ha colpito durante le tue interviste, quale puntata hai impiegato più tempo a preparare e in quale intervista ti sei sentita più coinvolta.

Di certo un’intervista che mi è piaciuta moltissimo, perché eravamo in perfetta sintonia, (senza nulla togliere agli altri ovviamente) è stata quella con Jolly Lamberti. Ma anche quella con Enrico Camanni mi è piaciuta molto.

Con Enrico Camanni

Mi ha messo più in difficoltà sicuramente quella con Messner: ero terrorizzata, perché si sa che lui è un lunatico, è gentilissimo ma se gli prendono i cinque minuti… Invece è andato tutto liscio. Ero davvero molto emozionata.

L’intervista in cui mi sono sentita più coinvolta è stata con Manolo: ero completamente alla mercé di quegli occhi blu, non so nemmeno come ho fatto a parlare!

Di puntate più difficili ce ne sono state due. Ricordo quella dedicata a Edward Whymper, una delle prime: in quel periodo ero determinata a fare podcast molto brevi e io ero ancora un po’ inesperta, non sapevo che potevo premere il tasto pausa per respirare e poi proseguire, ad esempio, quindi capirai che registrare tutto d’un fiato, senza mai sbagliare, per stare dentro i miei minuti, è stato difficile. Infine la puntata durava venti minuti: non riuscivo a tagliare nulla e avevo una paura folle che i miei ascoltatori si sarebbero stancati e non avrebbero ascoltato tutto. Invece andò tutto bene.

Il podcast più difficile è stato quello su René Desmaison, che sarà presente nella prossima stagione, perché è lungo cinquanta minuti e sono molto preoccupata. Ho cercato di accorciarlo in tutti i modi possibili, ma per un personaggio tale che spacca la storia dell’alpinismo ne vale la pena.


E un aneddoto ce l’hai? 

È successo mentre registravo un podcast e ora ti dico perché quanto mi è successo me lo ricordo bene. Quando ho partecipato al Trento Film Festival e ho conosciuto vari podcaster, ho scoperto che tutti erano almeno in due. Io sono da sola a organizzarmi! Nessuno ha famiglia e io sì. E proprio per questo non mi dimenticherò mai quel giorno in cui ero nella mia stanza a registrare un podcast ed entrò mia figlia con due sacchetti di insalata, inconsapevole che stessi registrando, chiedendomi quale fosse la sua. Disastro!

Questo mi ha fatto notare la differenza tra i colleghi, con strumenti super e stanza insonorizzata, e me. Per me è fondamentale registrare podcast con un obiettivo ben preciso: devo dire tutto, il motivo per cui quello che racconto è importante, e alla fine devo essere sicura di averlo fatto. Questo per me è un buon podcast: l’importante è il contenuto e la sua qualità, non con cosa e dove lo registro. Ricordo anche il cane della vicina che abbaia o il vicino che tira lo sciacquone, la mia paura che potesse sentirsi nella puntata, e invece no, il cellulare registra bene e la mia stanza è sufficientemente insonorizzata. 

Dunque, tornando alla domanda: il mio aneddoto è la quotidianità, sono una mamma che lavora e che cerca di fare il suo meglio per registrare un podcast, ma può anche avere una figlia che entra in camera a parlarle.


Tu hai vissuto la montagna fisicamente e spiritualmente, oltre che attraverso le persone che hai intervistato o di cui hai parlato nel podcast: voglio chiederti quale futuro non vorresti per questo luogo.

Sono felice che tu mi faccia questa domanda perché è un tema che mi sta a cuore. A me piacerebbe che lo sci di pista venisse non eliminato, perché molte persone vivono di questo, ma almeno limitato: vorrei non si investisse più, perché stiamo vedendo che non fa bene alla montagna. Abbiamo lavori in corso per le piste da bob a Cortina, piste che vengono innevate pescando acqua dalla pianura che spesso soffre di siccità e altro. Dobbiamo avere la maturità di dire ‘se non c’è neve, fermiamoci’. Dobbiamo pensare a un’evoluzione sostenibile dello sci.


Dovremmo imparare ad ascoltare un po’ di più la natura, insomma.

E pensare a delle alternative. Vedi? Dal passato, dalla storia, possiamo imparare molto.

Grazie Clara!

Su qualunque aspetto della montagna e dell’alpinismo potremmo discutere giornate intere: punti di vista, modi di pensare, stili di vita… tutto influisce sulla percezione della realtà. Ma una cosa è certa: non sapremo mai cosa passa per la testa degli alpinisti nel momento della salita, quando sono soli e gli unici ad osservarli sono la roccia o il ghiaccio.

Ma, come dice Clara, possiamo informarci attraverso i fatti, la loro storia e le loro parole, per poi trarre le nostre conclusioni in piena libertà. Ciò che importa è non giudicare, ma rispettare chiunque, qualunque sia la sua espressione. Se non fossimo d’accordo, siamo liberi di non accettare, non seguire e non fare.

Perché non siamo noi a decidere: lo fa la montagna. Ce lo insegna la storia, giusto?


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