Michele Guerrini: l’arrampicata come gli pare

Lo possiamo definire controverso? Ma sì: criticato, lodato, ammirato, odiato… Suscettibile non mi è sembrato, tranne quando tocchi qualche argomento che gli sta a cuore. Ma mai si scompone. Rende suscettibili gli altri? Oh, sì, mi sa che è così. A volte provocatorio, forte delle sue esperienze, talvolta magari esagerato, ma, ammettiamolo, chi scaglierebbe la prima pietra?

Michele Guerrini o lo ami o lo odi, non credo ci sia una via di mezzo. E da quel che mi è sembrato nemmeno per lui ci sono sfumature, ma forse mi sbaglio, chissà. Le mie interviste sono sempre lette dai protagonisti prima della pubblicazione, ma mai sottopongo a controllo le introduzioni e le conclusioni. 

Quindi, in piena mia libertà, dico che nonostante le tante parole ascoltate (e si sa, la gente ha sempre una voce in capitolo e verba volant), parlare con Michele è stato interessante e divertente.

Al muro da Paolo Leonardi mi è capitato di incontrarlo e come lasciarselo scappare? Finalmente posso capire com’è Michele Guerrini da lui stesso e non dal sentito dire.

Ne avrei di informazioni da chiedergli, ma ho ridotto le domande al minimo indispensabile per me e per ora.

Michele è alpinista e guida alpina, appassionato e professionista, ma sopratutto libero, nell’arrampicata come nel dire esattamente quello che gli passa per la testa, senza dover per forza rispettare i canoni di una comunicazione spesso imposta.

Se lui la vede in un certo modo, è possibile contraddirlo e giudicarlo, ma sicuramente non impedirgli di farlo.

Dunque, passo la parola a lui e lascio alla fine un lungo spazio per eventuali commenti, pensieri e, perché no, sentenze.

Tanto suppongo che a lui poco gliene importi…

Lumignano è un po’ la tua casa. E lo è per tanti grandi arrampicatori che qui hanno chiodato e scalato. Invito a leggere la tua guida del 2007 per conoscere i vostri racconti. Ma come è iniziato tutto?

Quello che ho cercato di fare a Lumignano è stato ripetere le vie in un’ottica sportiva, come facevo nelle falesie di vari paesi, dove si stavano sviluppando l’arrampicata sportiva e l’allenamento: scalare in ambienti come Finale Ligure, il Verdon, Arco, il triestino e altri mi ha allargato le vedute. Ricordo quando ho aperto la prima via in Classica, Margherita: l’ho chiodata dal basso con i chiodi a pressione, ma la fatica è stata notevole e il risultato non ne valeva tanto la pena. È stato Renato Casarotto a mostrarmi che ci si poteva calare dall’alto e chiodare anche meglio, posizionando le protezioni nel modo giusto per poter svolgere una arrampicata libera come si deve. Quello che ho fatto a Lumignano lo devo anche a maestri che mi hanno aperto gli occhi come Manolo, Mariacher, Roberto Bassi e molti altri che sono passati per questa falesia. La venuta di questi grandi arrampicatori è stata un po’ come una frattura mentale in quella che era la mentalità ristretta della maggior parte del vicentino.

L’arrampicata sportiva nasce più o meno tra il 1978 e il 1979, e rappresenta l’idea di ripetere in libera i tiri chiodati in artificiale e poi portare il risultato di questi allenamenti anche in Dolomiti, in montagna.

Cosa ti manca di quel periodo, a te che vivi e arrampichi oggi?

Lo spirito era completamente diverso, salvo eccezioni: era innovativo, adesso è imitativo. Qualsiasi cosa facevi era nuovo, avevi questa spinta di essere uno di quelli che poteva dare qualcosa. Oggi la maggior parte imita, un po’ come nella società. Mi manca lo spirito di avventura che ci univa nello sviluppare le novità. A mio parere adesso non c’è più questo, ma c’è piuttosto una voglia di arrivare senza grandi novità. La considero un po’ come un’involuzione: l’utilizzo del bastone, dichiarare delle vie quando magari sono state salite attraverso un itinerario non corretto, con delle deviazioni che hanno permesso di arrivare sì in cima, ma non nel modo in cui erano state pensate. Una volta c’era un solo sistema per fare le vie: quello era e quello valeva la pena utilizzare, era la novità. Poi si sono trovate delle soluzioni alternative che hanno comunque facilitato il tutto: una di queste è l’aumento della sicurezza e da questo punto di vista c’è stata un’evoluzione per fortuna, ma è da notare che una volta gli incidenti erano molto meno numerosi, perché c’era una sicurezza personale che ti faceva scegliere le vie da scalare con cognizione di causa, con la certezza di potercela fare. Oggi tutti provano tutto, indipendentemente dalle difficoltà, tanto è la moda, tanto si arriva comunque alla sosta o alla catena in qualche modo…

Una volta in falesia si partiva a scalare un tiro soltanto con i rinvii all’imbrago: forse questa era una scelta esasperata, ma era l’etica che ci avevano insegnato, quello era il modo per salire e noi lo utilizzavamo.

Quello che manca, secondo me, è l’entusiasmo e quell’etica rigorosa che tutti avevano, indipendentemente dal fatto che fossero trentini, liguri, francesi, tedeschi, perché tutto aveva origine da un unico ideale, che era quello di mettere in discussione la persona, non le difficoltà. Adesso quello che si mette in discussione sono il grado e il risultato, non il come. Ti sto parlando della maggior parte degli scalatori che io oggi vedo, non di tutti.

Una volta i pochi arrampicatori che c’erano avevano quell’etica, oggi sono aumentati, ce ne sono tanti: pochi hanno ancora quell’etica, tanti guardano solo al risultato. Vedo molti che provano vie non alla loro portata e magari dopo mille tentativi riescono ad arrivare in catena: non è la modalità che piace a me.

Se il tiro è troppo difficile per te, scegline un altro, allenati bene e poi tornerai a fare quel tiro.

Puntare al grado…

È come quando in falesia mi chiedono: “ma tu come hai fatto quel passaggio?”.
Ma se te lo devo spiegare, perché scali lì?

Il piacere di arrampicare non è solo arrivare in catena, ma soprattutto trovare il tuo metodo per arrivarci, pensare al come e non puntare al grado.

A parte che ognuno ha il suo modo di scalare anche sulla base della fisicità, della tecnica, della forza. La bellezza, secondo me, sta nel salire vie a vista oppure riuscire a trovare da sé i movimenti, il metodo, interpretare… che soddisfazione c’è altrimenti arrivare in catena con le istruzioni di qualcun altro?

Ti parlavo prima di eleganza: ecco, riuscire a trovare il tuo metodo e arrampicare con eleganza sono gli aspetti più affascinanti dell’arrampicata. Quindi è inutile chiedere a qualcun altro come ha fatto il passaggio: tiri fuori le palle e lo capisci da solo.

E delle vie in montagna che mi dici? In relazione a quanto mi hai appena detto.

Per le vie non cambia niente. Una volta non esistevano le vie sportive, ma solo quelle chiodate, alpinistiche. C’erano i chiodi e tu ti portavi dietro il tuo martello: se volevi provarti una via con passi di 7c o 8a, andavi su una via in A3, che magari Manolo aveva liberato (vedi la Biasin al Sass Maor, dove nel penultimo tiro l’apritore aveva piantato credo setto o otto chiodi a pressione e Manolo l’ha liberato dandogli il 7c). Bene, adesso vorrei vedere in quanti andrebbero a provarsi più volte in una via un tiro di quel grado su chiodi a pressione, magari a 700 metri di altezza.

Volevi farti un 6c o 7a? Andavi a salire la Cassin alla Torre Trieste. Volevi salire un 6b+? Andavi in Marmolada a salire la via dell’Ideale. Quella era la realtà: non c’erano vie spittate. Poi si è iniziato a chiodare con i fix anche in montagna, dove così è stata portata l’alta difficoltà in quell’ambiente. Ma l’alta difficoltà c’è sempre stata. La Hasse Brandler sulla Cima Grande di Lavaredo, che Alexander Huber ha salito senza corda, è stata chiodata in artificiale con chiodi normali ed era una delle vie più difficili alle Tre Cime. Adesso sono state chiodate vie sportive molto più dure.

Quindi oggi, con tutto il rispetto per grandi alpinisti che fanno imprese pazzesche, è tutto un po’ più comodo…

La nostra ottica della falesia era quella che avevamo già in montagna, dove la differenza era solo quella di salire più tiri uno sopra l’altro e dove se ti appendevi a un chiodo, non avevi salito la via in libera. Poi siamo comunque andati in montagna più allenati, ma l’ottica rimaneva sempre quella: cercare di fare meno artificiale possibile, meno azzerate possibili e di salire in libera.

Se scali la Carlesso alla Torre Trieste e ti appendi a cinque chiodi è diverso dal salirla in libera, l’importante è dichiararlo con onestà. Ma sai una cosa? È un fatto personale, perché a nessuno interessa quello che fai: l’arrampicata non deve dimostrare niente a nessuno se non a te stesso, quindi barare sui gradi o altro, alla fine non ti porta niente.

Parlami della ‘tua’ Lumignano.

Quando io sono arrivato in Lumignano Classica c’erano una trentina di vie già chiodate ed erano numerate da uno a 20: la Rossi, la Conforto, la Casarotto, la Simeoni e così via.

La prima chiodatura l’ho fatta dal basso con Michele Piccolo. Abbiamo piantato un chiodo a testa, perché per mettere questo tipo di chiodi ci volevano almeno dieci minuti a battere. Un po’ di chiodi a pressione, qualche chiodo normale, ancorette (i cliff, ndr) ed è nata la via Margherita.

Questo tiro l’ha liberato Heinz Mariacher ed è uno dei più famosi della falesia: oggi è gradato 7a.

La seconda via è stata Marilyn: questa l’ho chiodata dall’alto, ma sempre con i chiodi a pressione, perché non avevo ancora gli spit.

Lo spigolo Casarotto è a chiodi normali e la pancia Casarotto, che non aveva buchi, è stata realizzata con due chiodi a pressione e un chiodo normale accoppiato con uno a pressione. Simeoni aveva già utilizzato i chiodi a pressione sulla sua placca, il Tetto rosso, che è diventato l’Arco d’oro. Diego Campi aveva cominciato a chiodare alcune vie, come la Campi a sinistra della Conforto, utilizzando chiodi a pressione costruiti da lui invece di comprare i Cassin commerciali.

Io sono andato avanti a chiodare dopo aver visto gli spit utilizzati in Francia, protezioni che inserivi con chiodi a espansione e che dovevi sempre posizionare a mano.

La scoperta del chiodo a espansione, che entrava circa 15-20 millimetri, ci ha dato una sicurezza nettamente diversa dal chiodo a pressione: queste protezioni le ho viste in Verdon.

Come sono arrivati Manolo, Heinz Mariacher e gli altri lì a Lumignano?

Quando ho cominciato a chiodare lì, le voci hanno girato: si sapeva chi c’erano vie nuove da provare. Io frequentavo molto la Valle del Sarca, perché mi piacevano le vie del Colodri. Ci trovavamo spesso a scalare lì, con anche Roberto Bassi: erano i tempi in cui si provavano le libere di vie artificiali. Condividevamo le informazioni sugli allenamenti e sulle palestre d’arrampicata esterne. Appena hanno visto Lumignano se ne sono innamorati, perché effettivamente era una roccia completamente diversa da quella della Valle del Sarca o di Erto.

Generalmente le prime vie chiodate nella valle del Sarca a San Paolo sono placche lisce di dita. Come le vie chiodate sul lago, la famosa Spiaggia delle lucertole, e nella falesia Buon pane, oggi chiusa.

Quando sono venuti a Lumignano, hanno visto pareti ricche di buchi e che richiedevano una forza muscolare non da poco, perfette per allenarsi. 

Si è creata così questa interessante condivisione: io e gli altri vicentini provavamo le loro vie nella Valle del Sarca, sulle placche con appigli piccolissimi, e spesso ce ne andavamo a testa bassa, e loro venivano a provare le vie di Lumignano. Ricordo il 6b alla Spiaggia delle lucertole, Luisa violenta: per liberare quella linea ci ho messo dieci tentativi e quando tornavo a Lumignano abbassavo il grado dei miei tiri da 6b a 6a, perché facevo il paragone. Poi arrivavano gli altri in Classica e dicevano che era impossibile fosse un 6a, che era troppo difficile con tutti quei buchi. Era un periodo a ribasso e questo ha portato ai gradi stretti sia a Lumignano sia nella Valle del Sarca.

Divertente! Possiamo definirla l’origine dei gradi del Nord Est?

I gradi delle vecchie falesie: perché ognuno prendeva bastonate di là e quindi abbassava di qua e viceversa.

Era anche il periodo dei lamentoni (‘non sono abbastanza allenato’ e altre affermazioni che siamo abituati a sentire anche oggi, ndr): i più forti si lamentavano che non erano forti e poi andavano come schegge.

Il bello di quelle placche e di non avere abbastanza forza nelle dita (tanta quanta magari ne abbiamo ora) era l’obbligatorietà di utilizzare bene i piedi e provare movimenti particolari.

Comunque abbiamo tutti imparato da Manolo e Mariacher: avevano una classe superiore a tutti quelli che conosco io. E ne ho conosciuti tanti. Ho incontrato anche Wolfgang Güllich a Finale Ligure e non scalava bene come loro due: era bravissimo e aveva tantissima forza, ma non aveva la loro eleganza. Anche Patrick Edlinger e Patrick Berhault danzavano quando arrampicavano (qui un bell’articolo sui due Patrick), ma la tecnica che ad esempio ammiravo in Manolo e Heinz è straordinaria. 

Ricordo che quando vidi Manolo volare, mi chiesi il motivo, perché sembrava che sul tiro stesse passeggiando, con una fluidità e una semplicità di movimenti che nascondevano lo sforzo. Anche questo è importante secondo me: mi hanno insegnato che una via è vero che la fai quando arrivi in catena, ma c’è anche un modo di salirla. Se arrivo che sono tutto tirato e tremolante, sì l’ho liberata, ma ho fatto schifo rispetto a uno che sembra la passeggi e magari è al limite, ma non lo dimostra perché ha un’eleganza che considero fondamentale nell’arrampicata. 

È anche vero che ognuno ha una propria eleganza, ma a mio parere piuttosto di salire una via male, preferisco farne un’altra che mi dia più soddisfazione.

Sostituire i chiodi vecchi ok, ma lasciare la chiodatura storica: qual è la tua etica nel chiodare?

Io a Lumignano ho aperto delle vie e le ho chiodate per me, a modo mio, come era il mio concetto di arrampicata, con spit alla distanza a cui ero abituato. Una volta c’erano pochi soldi e quindi meno spit utilizzavi meglio era, perché potevi aprire più vie. E poi ero abituato a scalare in montagna, dove i chiodi erano distanti. L’ottica era quella: proteggere dove era necessario. 

È ovvio che se io dovessi chiodare in ottica moderna una falesia, se fossi chiamato come guida alpina a chiodare, tutto sarebbe diverso: ci verrebbero a scalare tutti e quindi i 6a li chioderei più ravvicinati, ma lascerei le vie dure con protezioni distanziate, perché sono convinto che chi ha più esperienza può farsi un 7c anche così.

All’epoca si andava a scalare e ci si adattava alla chiodatura che si trovava.

“La distanza che separa chi dedica tempo, energie, risorse e fatica per chiodare e pulire una via, mantenere praticabile il sentiero e chi pretende di arrivare e fare il grado che ha come proprio obiettivo, senza faticare, senza rischiare, senza sporcarsi e avendo anche a disposizione le giuste vie di riscaldamento è una distanza incolmabile”.

Dall’articolo di Michele, Chiodare… un sogno.

Qualcuno ha messo le mani su una chiodatura pensata da un apritore ed è stata cambiata: tu te la sei presa per quello, giusto?

Esatto. Me la prenderei per qualsiasi autore, non solo per Casarotto (stiamo parlando della famosa e oggetto di dibattiti Pancia Casarotto in Lumignano Classica, ndr). Se io sono venuto prima di te e ho avuto una visione di questo tipo di chiodatura, perché tu devi cambiarla? Per la sicurezza? Ma dove sta la sicurezza? Perché si fanno voli lunghi? Ma i voli lunghi a volte sono anche meglio di quelli corti, se non hai un bravo assicuratore. 

Sulla Casarotto, però, il primo chiodo è a circa sette metri da terra, giusto?

Io mi sono intestardito perché innanzitutto sono due tiri di Casarotto e lui nella sua vita alpinistica ha aperto solo due vie sportive, tutto il resto sono imprese alpinistiche che tu leggi nei libri di storia. Stiamo parlando di un Leonardo da Vinci dell’alpinismo. In Classica lo spigolo l’ha chiodato con Simeoni dal basso, la pancia è stata chiodata dall’alto e ha fatto la storia della falesia, perché rappresenta il filo che separa la vecchia generazione dalla nuova: dall’ottica alpinistica di chiodare dal basso e utilizzare le falesie come palestre, alla chiodatura dall’alto, dando in mano ai posteri una nuova visione dell’arrampicata, quella sportiva. [Casarotto ha introdotto lì la chiodatura dall’alto dopo la sua esperienza d’arrampicata in Inghilterra]

La distanza tra i chiodi è una visione di Casarotto, in quel tiro c’è lui, che ha voluto utilizzare i chiodi a pressione per aumentare le difficoltà e fare cose che fino allora non erano ancora state pensate. Questo era Casarotto: un esempio della sua personalità, esperienza e creatività è il trittico del Monte Bianco, una visione che andava oltre il modo di vedere dell’epoca.

Secondo me la chiodatura della Pancia e di altri tiri è da tenere tale perché rappresenta una visione storica. Aggiungere nove fix significa ridurla a una via qualsiasi. Qualcuno può dirmi che i movimenti sono quelli, ma la testa con cui tu affronti questo tiro con nove protezioni non è la stessa di quando lo affronti con tre o quattro. In arrampicata per fortuna c’è anche la mente che gioca un ruolo importante, perché se tu scali senza corda, non credo che tu riesca a salire gli stessi gradi che fai con la corda. Per me la psicologia è importante anche in falesia, perché fa parte dell’arrampicata, non solo dell’alpinismo. 

La chiodatura, e quindi la mente, possono influenzare il grado che fai, non quello che è; fanno la differenza per chi scala e questa differenza è fondamentale perché mette a dura prova non solo il fisico, ma anche la testa e il cuore. Questo Renato Casarotto lo sapeva bene e quindi ha comunque mantenuto nell’arrampicata sportiva quell’aspetto mentale che era fondamentale in lui e che lo ha sempre contraddistinto in tutte le sue imprese. Una testa che gli ha permesso di andare sul K2 da solo: quella volta con Messner, Casarotto ha scelto di andarsene, rifiutando la decisione del grande alpinista di salire per la via normale. Renato è tornato poi da solo per salire lungo la Magic line, la via concordata inizialmente e attraverso la quale lui voleva arrivare in vetta. Quella era la testa di Casarotto. Insomma, secondo me aggiungere nove fix alla Pancia è come fare i baffi alla Gioconda.

Se tu hai una visione diversa, fatti la tua Gioconda come credi, non modificare quella degli altri. È una questione di rispetto.

“[…] Intanto imperversa la ‘moda’ della resina e quella brutta abitudine da parte di qualcuno di aggiungere delle ‘leccatine’ della stessa qua e là per creare appoggi inesistenti in precedenza o di scavicchiare un po’ di più qualche tacca, lista o buco che prima si presentava solo come intermedio.

L’etica anche in falesia sta cambiando a favore del grado che cresce fino al 9a. […] Vorrei che ci fosse coerenza, onestà storica e chiarezza su tutta l’opera che verrà eseguita (parlo di etica e non di sicurezza).”

Dall’articolo di Michele Guerrini Chiodare… un sogno.

Michele, cosa rispondi al commento di Emiliano al tuo articolo Chiodare… un sogno: “[…] la persona che ha scritto questo articolo è la stessa che in una falesia di Lavarone (i Piccoli) ho trovato a scavare prese e mettere chili di resina passaggio dopo passaggio sulla mia via. […] Non contento una settimana dopo ha chiodato una nuova via in mezzo a due linee fantastiche un metro da una e un metro dall’altra […] (da metà via alla catena tutti i passaggi sono stati scavati o resinati) […]”

Ai Piccoli mi ha portato Marco Savio e ricordo che le prime vie erano quasi tutte scavate o resinate, quindi non è vero che la falesia era tutta naturale. Ecco come è iniziata la storia dei Piccoli: il primo ad andare in quel posto è stato Roberto Bassi e poi hanno installato delle reti di contenimento per proteggere la strada che passa sotto la falesia e chiusero la sua via, aperta senza modificare la natura della roccia. Successivamente iniziarono a chiodare vie alcuni ragazzi, tra cui suppongo l’autore di questo commento: alcune naturali, ma la maggior parte scavate, perché non c’era probabilmente il livello. Scavate alla Minetto intendo. Quando arrivai, dunque, esistevano già queste linee e dopo averne ripetute parecchie fino all’8b, ho iniziato a vedere delle possibilità: ho chiodato sette o otto tiri e dato che la roccia non è il massimo, è vero che ho utilizzato un po’ di resina, ma non ho mai usato resina dall’inizio alla fine. A mio parere non vale la pena chiodare una linea se sono costretto a inserire dell’artificiale lungo tutta la via. Se invece sono presenti il 90 o il 95% di prese e manca quel poco per salire una bella linea, allora mi permetto di aggiungere della resina. Le vie che cita lui probabilmente sono una a destra con scavati pazzeschi e una a sinistra con scavati e non ancora liberata, anzi suppongo neanche mai finita. Quindi a mio parere è stata solo una polemica giusta dal suo punto di vista, ma in una falesia dove comunque la resina esisteva già. Voglio sottolineare che non mi permetterei mai di mettere resina o scavare su linee già esistenti e che non sono mie. Quindi ha ragione che ho utilizzato resina, ma per il resto abbasserei un po’ i toni.
Riguardo al modificare le vie di altri, un esempio è a Lumignano in una via che si chiama Mare allucinante, il primo 8b+ della falesia e uno dei primi in Italia: arrivati al passo chiave è necessario saltare a due tacche e a un certo punto è uscito un intermedio. Da lì in poi la via è stata ripetuta da diverse persone quando prima lo è stata pochissimo. Ricordo quando Ferrovia (Paolo Cristofari), che l’ha liberata, ha dato a quella lista ‘aggiunta’ una martellata. Le vie esistenti non vanno modificate per riuscire a liberarle, senza la tecnica o la forza di chi è riuscito a liberarle prima. In tanti miei tiri ho trovato scavati o altro, modifiche postume. Sono nate anche delle polemiche sul fatto che io ho chiuso dei buchi, ma è perché prima, quando ho aperto le linee, non c’erano. Se vuoi salire le mie vie, le sali come l’ho fatto io.

Michele Guerrini su Astrofisica, Soglio d’Uderle (Monte Pasubio). Foto: Stefano Maruzzo – fonte: gognablog.sherpa-gate.com

Cambiamo argomento: CAAI. Cosa ne pensi del fatto che le guide alpine non possono accedervi?

Ma che senso ha per una guida alpina entrare nell’accademico del CAI?

Suppongo anche per orgoglio, è un riconoscimento prestigioso a quanto pare. Per soddisfazione personale…

Ma sei già guida alpina, sei già a un livello superiore (ride).

Per diventare guida alpina devi avere un curriculum che qualche accademico se lo sogna, almeno ai miei tempi. Credo che uno che diventa guida abbia un livello maggiore di certi accademici (e questo vale anche al contrario, certo). Sì, anche l’ambiente delle guide alpine è cambiato oggi, ma non vedo il senso di avere una patacca, da entrambe le parti. Io non sono diventato guida per avere la patacca. Ho passato sei anni senza scalare e quando sono ritornato, mi è rinata la voglia, che è sempre stata latente in me. Ho provato così a iscrivermi al corso per essere guida alpina e lo sono diventato. Ho frequentato volentieri le lezioni, perché ho conosciuto tantissime persone in gamba, ma non ho seguito il corso per avere la patacca: non c’ho mai creduto alla patacca. L’ho fatto perché poteva diventare una professione e in quegli anni non avevo le idee chiare sul mio futuro.

E a mio parere al CAI ci tengono tanto alla patacca, a diventare istruttore. Quando diventi accademico cos’hai in più? Conosco tante persone a cui non gliene frega nulla di essere accademici e ho scoperto dopo anni che ne facevano parte. È certo un riconoscimento, poi che hai? La rivista gratis?

E poi le guide alpine, ricordiamolo, non è che ogni giorno con i clienti fanno solo vie eccezionali in chissà che pareti: la maggior parte del tempo la utilizzano per ‘tirar su gente’ sulle ferrate, far fare ai principianti il quarto grado se ti va bene, salire via normali e altre esperienze di questo tipo. Prova tu a ricavare il tempo per provarti il tuo 8a!

A volte una guida alpina ha meno tempo di uno che lavora e riesce ad andare in palestra o in falesia, o nei weekend a salirsi le vie. Io che faccio l’insegnante ho più tempo di quello che avrei se facessi la guida alpina a tempo pieno.

Come la vedi la collaborazione CAI – guide alpine?

Certo, ci potrebbe essere, sarebbe vantaggioso unire competenze tecniche ed esperienze per creare progetti.

Quale scalata ti rimarrà sempre nel cuore? 

Ce ne sono tante, ma la prima che mi viene in mente è sicuramente il Cervino a 16 anni con Luciano Sartor. È stato il via alla mia ‘carriera’, perché mi ha aperto il mondo, perché mi ha dato la possibilità di vedere che io certe cose le potevo fare, ma con la testa di Luciano. Arrivati in cima fisicamente stavo benissimo, infatti, ma se non ci fosse stato Luciano a sostenermi psicologicamente e incitarmi, io a 16 anni sul Cervino magari sarei tornato indietro a metà strada.

Questo mi ha dimostrato ancora una volta che la testa vale più del 50% e quell’esperienza mi rimarrà sempre nel cuore.

Qual è stata la via alpinistica che ti ha messo più a dura prova anche a livello mentale?

Fonte: gognablog.sherpa-gate.com

Una via dove ho osato e che mi è rimasta impressa come esperienza con quel rischio non calcolato forse è la via Mephisto sul Sass dla Crusc, anche perché in quegli anni era quasi il mio limite in falesia, la via era protetta malissimo ed ero io il capo cordata, la responsabilità era mia. 

Pensa che Hansjörg Auer l’ha salita senza corda, ma era come andare in falesia per lui, dopo aver scalato in free solo la Via Attraverso il Pesce sulla parete sud della Marmolada. È stata un’impresa che secondo me ancora qualcuno non ha valutato a sufficienza. Hanno girato un documentario di Honnold sul Capitan, ma Auer lo meritava di più. 

E dimmi: ci sono ancora gli alpinisti di una volta? 

Sì… se sono ancora vivi, sì.

Paolo Leonardi, Gianni Dal Bianco e Michele Guerrini


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2 responses to “Michele Guerrini: l’arrampicata come gli pare”

  1. […] Classica mi ritrovai con quello che ho chiamato per anni con rispetto Maestro Lucio Bonaldo, Michele ‘Miguel’ Guerrini che mi ispirò veramente e ancora lo fa… René, Paolo, Pietro, Giorgio, il Propoli (Marco) e […]

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  2. Avatar Riccardo Todisco
    Riccardo Todisco

    Grande Micky, saluti da Riccardo….

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