Lumignano Classica: questioni in sospeso?

Sulla falesia di Lumignano se ne sono dette parecchie, anche in relazione ai fatti accaduti di recente, e scommetto che non si finirà mai di parlarne, non si arriverà a una conclusione e moltissime saranno ancora le persone che affermeranno “a me non importa nulla!”.

E come dare loro torto. Ma sarà vero? L’ultimo che mi ha risposto in questo modo mi è sembrato un po’ infastidito: è successo ieri e Ferrovia, Paolo Cristofari, dopo avermi detto che non vuole entrare in merito a queste discussioni che trovano il tempo che trovano, ha colto nel segno cosa è davvero importante, “se se ne vuole parlare, quello che conta è essere onesti su ciò che si fa: ancora troppi arrampicatori parlano tanto e non dicono come sono andati davvero i fatti, soprattutto gli alpinisti, perché in montagna nessuno può osservare tutti i tuoi movimenti e nessuno potrà mai provare se è vero o no ciò che dici. Ecco perché io in falesia vedo quello che fai, come arrampichi, e poi posso crederti o meno su ciò che fai in montagna”.

Ma torniamo alla falesia di Lumignano, un luogo arrampicatorio storico che in molti frequentano, ma di cui forse troppi non conoscono la storia e gli avvenimenti. ‘E chi se ne frega’, dirai. Hai ragione, ma io sono curiosa, che ci posso fare. E se lo sei anche tu, penso e spero leggerai volentieri questo articolo pubblicato sulla rivista CAI Piccole Dolomiti in relazione agli eventi accaduti fino al settembre del 2022. Un articolo scritto da Augusto Angriman (INAL-IA-IAEE, Scuola U. Conforto Sezione CAI di Vicenza) e che ripercorre alcuni fatti storici, curiosità e grandi nomi che hanno chiodato e arrampicato in questa felesia.

LUMIGNANO CLASSICA E LA SEZIONE CAI DI VICENZA: RACCONTO DI UN LEGAME STORICO INDISSOLUBILE
Dagli anni ’20 alla fine degli anni ‘80

La Sezione CAI di Vicenza è sempre stata presente a Lumignano attraverso la frequentazione dei propri soci, prima alpinisti e poi arrampicatori. Negli anni ’20 del primo novecento, come si può rilevare anche dalla lettura dei bollettini sezionali di quegli anni, la neonata scuola vicentina di roccia ne iniziò la prima esplorazione con Francesco Meneghello e Severino Casara, che nel 1924 aprirono il “Diedro della Sbrega”. In seguito furono Alberto Rossi, Andrea Colbertaldo, Gastone Gleria, Titta Casetta ed Umberto Conforto a lasciare il loro segno, con l’apertura di alcuni itinerari, fra cui il noto “Fessura-Diedro Rossi” e l’ancor più conosciuto “Spigolo Conforto”. Successivamente, negli anni ’50 e ’60 alpinisti ed Accademici quali Piero Fina, Piergiorgio Franzina, Adriana Valdo e Tarcisio Rigoni hanno frequentato questa palestra, salendo lungo linee naturali quali fessure, diedri, camini, spigoli, fino a giungere ad aprire, con Franzina, Vittoriano Novello e Samuele Scalet, lo strapiombo noto oggi con il nome di “Arco d’Oro”, utilizzando anche tecniche artificiali molto in voga a quel tempo. Nel 1969, il giovane Ugo Simeoni ed Adriana Valdo tracciano lo “Spigolo della Sbrega” e, utilizzando in alcuni tratti tecniche artificiali, la via “Simeoni”. Verso la fine degli anni’60 ed i primissimi anni ‘70, Ugo Simeoni, Eugenio Brunello ed altri giovani della Sezione CAI di Vicenza hanno rappresentato il trait d’union fra gli schemi alpinistici in voga negli anni ‘50 e ’60 e le novità che timidamente si stavano affacciando in campo alpinistico, nel senso che progressivamente la tecnica e l’abilità in ambito arrampicatorio stavano per assumere un’importanza crescente per la realizzazione di una salita. Il mondo delle falesie iniziò così ad acquistare una nuova valenza, una propria dignità, per cui non era visto solo come funzionale all’attività dell’arrampicare quando le condizioni metereologiche non consentivano la frequentazione della montagna, bensì anche come realtà dove allenarsi e prepararsi nel gesto tecnico-arrampicatorio. Fino ad allora, le protezioni erano quelle normalmente usate nell’alpinismo classico, chiodi a pressione compresi, ma, vista la frequentazione, in alcuni itinerari erano stati posizionati e cementati dei grossi chiodi con anello (“Spigolo Conforto”, “Maruska”), segno inequivocabile che già allora era presente il tema della sicurezza in un ambiente che iniziava ad essere frequentato da un maggior numero di persone. A metà degli anni ’70, il vento del rinnovamento creato dal free-climbing iniziò a spirare anche nella falesia di Lumignano e l’interprete fu Renato Casarotto, con l’apertura di due itinerari oggi conosciuti come “Lo Spigolo Casarotto” (1974) e la “Pancia Casarotto” (1976/7 circa). Sullo Spigolo, Renato utilizzò anche (ma non solo) dei grossi e lunghi chiodi a lama, che lui realizzava con la consulenza dell’amico Eugenio de Gobbi, chiodi tuttora presenti lungo la via, mentre sulla Pancia utilizzò un chiodo classico corto dopo il primo boulder impegnativo, un altro chiodo ed uno a pressione ravvicinatissimi alla base dell’impegnativa placchetta finale, un cordino in una clessidra e un altro chiodo, al termine delle difficoltà, prima della sosta. Non sappiamo se sullo “Spigolo” Renato abbia fatto una preventiva ricognizione dall’alto, né se abbia piantato i chiodi prima della salita, mentre è certo, come ricorda anche la moglie Goretta, che sulla “Pancia” Renato ha preventivamente “lavorato” la via con una serie di salite con la corda dall’alto (secondo la tecnica oggi conosciuta come “headpointing” o “moulinette”), per poi affrontarla dopo aver piazzato le (scarsissime) protezioni indicate in precedenza. Entrambe le salite, effettuate secondo il più puro stile dell’arrampicata libera, sono molto significative, con difficoltà di VI+° sullo “Spigolo” e di VII° sulla “Pancia”, le prime di queste difficoltà salite in arrampicata libera nella falesia di Lumignano. Si è trattato sicuramente di due grandi realizzazioni, importantissime sul piano storico, ma, da questo punto di vista, non meno importanti di altri itinerari meno impegnativi, aperti in precedenza, in primis lo “Spigolo Conforto”. In seguito vennero altri itinerari, per quel tempo assai impegnativi, come quelli aperti da Diego Campi (“Placca Campi”, “Via di Diego”, la “Via attraverso l’Ape”, aperta con tratti di artificiale) o da Piero Radin (via “Il Volo”), entrambi compagni di imprese alpinistiche di Renato Casarotto. Sulla scia di queste realizzazioni, nella seconda metà degli anni ’70 sono stati aperti altri impegnativi itinerari, a volte tracciati utilizzando sofisticate tecniche artificiali, altre volte calandosi preventivamente dall’alto e posizionando dove possibile chiodi da roccia, chiodi a pressione e, se presenti, usando anche clessidre come protezioni. Uno dei più assidui ed impegnati apritori di nuovi itinerari a Lumignano Classica è stato Michele Guerrini, che alla fine degli anni ’70 apre vie storiche quali “Margherita” (aperta dal basso e con l’uso di cliff) ed “Odore dei Sogni” e negli anni ’80, a volte da solo, altre volte con dei compagni, fra i quali Michele Piccolo, tracciatore della magnifica “Durlindana”, e Manolo, traccia “Pistacchio Dance”, “Oro Puro,” “Atomic Café”, “Passo Falso”, “El Somaro”, “Orient Express”, “Sharura del Sahara”, “Eclàire d’Argent”, “Papillon”, “Technicolor”, il “Mago della Propoli”. Con gli anni ’80 iniziano a frequentare Lumignano Classica (a quel tempo l’unica falesia frequentata della zona) fortissimi climber ben conosciuti a livello internazionale fra i quali Heinz Mariacher, Luisa Jovane, Bruno Pederiva, Maurizio Zanolla e lo svizzero Martin Sheel (“Boomerang”, “Mare Allucinante”). Anche questi arrampicatori lasciano il proprio segno, salendo, a volte “on sight”, altre volte in modalità “rotpunkt”, gli itinerari più impegnativi, ma anche aprendone di nuovi ed ancor più impegnativi e spostando le difficoltà oltre il X° grado della Scala UIAA, 8a ed 8b della Scala Francese di valutazione delle difficoltà, Scala che oramai aveva sostituito quella UIAA. È proprio con questi arrampicatori che arrivano a Lumignano le prime protezioni ad espansione o “spit” (poi soppiantati dai fix alla fine degli anni ’80 e dai fittoni resinati nei primi anni ’90). Sempre nei primi anni ’80 si presentano sulla scena arrampicatoria di Lumignano altri giovani e valenti arrampicatori vicentini fra cui Piero Dal Prà (enfant prodige della falesia), Carlo Franzina (prematuramente scomparso sullo Spigolo Casarotto, mentre saliva in free solo), Paolo Cristofari, René Andolfato, Marco Savio: anch’essi lasciano il proprio segno, e che segno, superando impegnativi itinerari in arrampicata libera o aprendone di nuovi (fra gli altri, “Pinguino,” “Vietato l’ingresso”, “Più dolore per favore”, “Befana”, “Excalibur”, “Pippo Pamir”, “Fly Dreams”). Altri frequentatori assidui di Lumignano Classica provengono dalle province vicine (Treviso, Padova, Venezia) e fra questi si distinguono Lucio Bonaldo, Marco Dal Zennaro, Silvano Locatello, Giorgio Poletto, Mauro Dell’Antonia (sue “La Stangata” e “Falangioni”), Alessandro “Coco” Sorato e il gruppo dei padovani (fra i quali Sergio Billoro e il figlio Luigi, Lucio De Franceschi, Andrea Ponchia, Marco Simionato, Andrea Minetto, apritore di alcuni nuovi itinerari, Diego Boschello, Toni Bettella, Mauro Lovison e in seguito la fortissima Paola Padovan e altri giovani arrampicatori) che appartengono quasi tutti al CAI di Padova e altri al gruppo di Guide Alpine “Les Pistards Volant” (Francesco Piardi, Claudio Zampieri, Maurizio Gallo). Con le prime gare di arrampicata, svoltesi a Bardonecchia nel 1985, l’arrampicata era entrata oramai nell’ottica sportiva, in cui il rischio per il praticante andava ridotto in modo tangibile e sicuro, ed anche Lumignano stava progressivamente entrando in questa ottica, pur non senza il mugugno di qualche “purista”, strenuo difensore del concetto “chi rischia vale”. Infatti, l’aumento del numero di frequentatori della falesia di Lumignano Classica aveva fatto emergere in breve tempo il problema “sicurezza”, in quanto per i neofiti non era affatto semplice, su quel calcare così complesso, cimentarsi su difficoltà ben superiori al classico VI° grado e con protezioni un po’ lontane, mentre questo aspetto, al contrario, sembrava non creare alcun problema a quanti erano invece abituati a scalare sulle alte difficoltà. D’altra parte, accade spesso che chi ha sviluppato nel tempo certe capacità arrampicatorie sulle alte difficoltà, non sempre riesce a calarsi nei panni di quanti faticano sul 6b o gradi limitrofi e spesso sorride dei loro “brividi”. In definitiva, iniziò ad emergere il problema del “rischio”, problema che richiama di pari passo il concetto di “sicurezza”. Così, su alcuni itinerari, in particolare sulla “Pancia Casarotto”, che Mariacher aveva salito “on sight”, ma posizionando un cordino sul primo chiodo, al fine di proteggere almeno quel primo passaggio in modo più consono, Andrea Minetto posizionò uno “spit” ed in seguito vennero infissi alcuni altri “spit” a protezione delle sezioni più impegnative. Non si sa chi materialmente abbia posizionato quegli “spit”, ma questi erano ben presenti nella seconda metà degli anni ’80. Altrettanto, sullo Spigolo Casarotto, Mauro Tiozzo e compagni individuarono una variante d’attacco diretta e la attrezzarono con due spit. Un po’ alla volta, parallelamente all’affermarsi di un’arrampicata vissuta in un’ottica sportiva e con il crescere della frequentazione della falesia, anche altri itinerari di Lumignano Classica, sia nuovi che precedenti, sono stati in quegli anni resi meno “arditi” mediante il posizionamento di qualche protezione intermedia più affidabile (spit e fix) e, solo in alcuni (rarissimi) casi, anche più ravvicinata. Ad esempio, nel 1989, chi scrive ha infisso a mano 5 spit da 8mm sullo Spigolo Conforto, che a quel tempo non presentava alcuna protezione oltre quella rappresentata dai rari chiodi cementati e da un vecchio chiodo a lama lasciato da un salitore occasionale. Nel 1989 esce anche la prima guida di Lumignano Classica (e Rocca Pendice) a cura di Francesco Piardi e Marco Simionato, consultando la quale, ancora oggi, è possibile verificare “storicamente” i percorsi delle vie e l’esatto posizionamento delle soste, molte delle quali “spostate” o alzate in anni recenti.

Dagli anni ’90 ad oggi

Si arriva quindi agli anni ’90, quando uno dei proprietari dei terreni dove sorge la falesia di Lumignano Classica, Mario Artuso, attraverso il proprio ex datore di lavoro, Giulio Thiene, chiede alla Sezione CAI di Vicenza di impegnarsi per mantenere in sicurezza la falesia, in quanto iper- frequentata e, a suo dire, poco rispettata dagli utilizzatori. Nel contempo chiede anche un “affitto” per poterne permettere la frequentazione. La Sezione CAI di Vicenza stipula un contratto, nel quale si impegna a sostenere, attraverso i propri incaricati, la sicurezza della frequentazione di Lumignano Classica e a versare una quota annuale al proprietario, con la clausola che lo stesso manterrà aperta la falesia e ne curerà la manutenzione del sentiero. La stipula del contratto avviene nell’Ottobre 1992, con i primi lavori di manutenzione che iniziano già il mese successivo, come riportato nella Relazione dei due incaricati sezionali (Andrea Varo, responsabile, ed Augusto Angriman) che appare l’anno successivo sulle “Piccole Dolomiti”, Bollettino Sezionale Annuale della Sezione CAI di Vicenza. La stessa Relazione precisa che la Sezione CAI di Vicenza si è assunta il compito della manutenzione delle aree di arrampicata di Lumignano Classica, che i lavori effettuati hanno riguardato il settore denominato “Placche Simeoni” e si sono rivolti alle soste di calata (che su alcune vie non esistevano, in quanto a volte una singola sosta era utilizzata per più vie) e ai chiodi intermedi. Per l’attrezzatura si sono utilizzati fittoni resinati per i chiodi intermedi e fix, catena e moschettone per le nuove soste. Nella Relazione si legge anche che, per quanto possibile, si è seguita la vecchia chiodatura, integrando la stessa solo nei punti sprotetti ove erano presenti dei “run out”, cercando un compromesso tra la vecchia e la nuova chiodatura. Questo a dimostrazione dell’attenzione postata fin da subito alla questione del rispetto per la componente storica, ma anche la consapevolezza della necessità di garantire la Sezione da ogni contestazione da parte dei fruitori in caso d’incidente. In aggiunta, viene indicato che il lavoro è stato svolto in collaborazione con la Sezione CAI di Padova. Nel 1994, sulle “Piccole Dolomiti”, Angriman, Varo e Tasson scrivono un articolo che ripercorre i vari periodi che sul piano storico-arrampicatorio hanno caratterizzato fino ad allora la Falesia di Lumignano e, nella Relazione annuale, vengono indicati i lavori effettuati in collaborazione con il CAI di Padova, che hanno riguardato il miglioramento delle soste di alcuni settori (le soste del settore Placca Campi, il settore delle Pance, fra cui la “Pancia Casarotto” e “Margherita”, il settore Marylin ed il settore Eclàire d’Argent), il posizionamento di due fix intermedi su “Technicolor” e, in collaborazione con il Soccorso Alpino, la realizzazione di un breve percorso attrezzato sotto le vie del settore Sharura del Sahara, per consentirne un passaggio più agevole e sicuro. La cosa si era resa necessaria dopo un grave incidente occorso ad un climber, susseguente ad una spittatura troppo distanziata presente su una variante della via “Papillon”, incidente che aveva richiesto l’intervento del SUEM ed il complesso superamento di quel tratto pericoloso con una barella da parte del personale medico-infermieristico. Fra l’altro, proprio in quegli anni era iniziata, su iniziativa di Andrea Minetto e soci, l’attrezzatura di nuovi settori di arrampicata sulle falesie di Lumignano, come riportato in due articoli di Angriman e Tasson apparsi sulle “Piccole Dolomiti” del 1995 e del 1996. Tuttavia, il fatto che la Sezione CAI di Vicenza in collaborazione con quella di Padova avesse preso in carico la manutenzione della falesia di Lumignano Classica era (e in parte lo è anche oggi) un concetto che stentava ad essere riconosciuto, accettato e rispettato da parte di quanti vedevano e vivevano Lumignano come una sorta di “Eden arrampicatorio” personale, dove poter arrampicare ed aprire itinerari in piena libertà, senza vincoli o impedimenti di sorta, tant’è che nel 1994 qualcuno, con l’evidente intenzione di proteggere maggiormente alcuni impegnativi tratti sprotetti della via, posizionò una serie di fix sullo Spigolo Casarotto e qualcun altro, con la finalità di “difendere” il significato storico della stessa via, li tolse tutti. A questo punto, onde evitare ulteriori “guerre”, la Sezione chiese ai propri responsabili di falesia (Varo e Angriman) di individuare un compromesso tra le due posizioni, cosa che venne realizzata inserendo della resina epossidica all’interno delle fessurazioni dei chiodi infissi a suo tempo da Renato Casarotto, al fine di migliorarne la tenuta e posizionando inoltre alcune protezioni nei punti maggiormente sprotetti dell’itinerario (3 fix in tutto). Qualche tempo dopo furono piazzate anche due nuove soste, una a 25 ed una a 35 metri e riattrezzato con alcuni fix il secondo tiro, fino alla sommità e, nell’occasione, venne riattrezzata anche la vicina “Libellulalilla”. Nelle successive Relazioni Sezionali del CAI di Vicenza si ha conferma che l’opera di manutenzione della falesia da parte degli incaricati e in collaborazione con il CAI di Padova è proseguita con la sostituzione di piastrine, fix e spit vecchi e usurati, con la sostituzione delle catene o in altri casi del solo moschettone di sosta, in quanto l’elevata frequentazione della falesia comportava e tuttora comporta un’usura notevole dei materiali, anche in tempi abbastanza rapidi. A questi lavori, spesso si aggiungeva anche quello di disboscamento del sentiero di accesso e di altre aree della falesia stessa. Per gli itinerari di alta difficoltà, gli incaricati della Sezione CAI di Vicenza hanno sempre preferito fornire il materiale per l’attrezzatura a coloro che meglio li conoscevano ed erano in grado di svolgere al meglio il lavoro di risistemazione, a dimostrazione del rispetto che si è avuto per il significato storico di certi itinerari di Lumignano Classica, ma anche di una costante attenzione finalizzata a garantire la sicurezza degli utenti. 

Nel 1996 (ma la data esatta non è certissima) vengono infissi dei fittoni resinati in sostituzione dei precedenti “spit”, sulle vie della zona Pance (“Pancia Casarotto”, “Margherita”, “Odore dei Sogni”, “Sogni d’oro”). Chi ha materialmente posizionato i fittoni resinati sulla “Pancia Casarotto” (e molto probabilmente anche su “Margherita”) è stato la Guida Alpina Maurizio Gallo, come lo stesso ha confermato telefonicamente al sottoscritto. Nelle successive Relazioni annuali dei responsabili incaricati dei lavori nella falesia, si rileva come siano proseguiti i lavori di manutenzione, anche con il contributo economico dell’avvocato padovano Oddo Ferro, e si sia finalmente giunti, non senza difficoltà, alla stesura di un protocollo d’intesa fra il TAM Regionale, le Sezioni CAI di Vicenza e Padova, le Associazioni Naturalistiche, il Gruppo Guide Alpine di Padova “Pistards Volants” ed il Comune di Longare, per una frequentazione idonea e rispettosa di tutte le aree attrezzate di Lumignano. La stesura del “Codice di Autoregolamentazione” per gli arrampicatori rappresenta a tutt’oggi la base della Regolamentazione, ancora vigente, delle zone di arrampicata di Lumignano. Nel 2002 si concretizza definitivamente il Regolamento vero e proprio con la “Regolamentazione per le attività connesse alla frequentazione dell’area collinare e per la salvaguardia ambientale e faunistica delle pareti di Lumignano”, in cui, fra le altre, stabilisce di istituire una Commissione Tecnica presieduta dall’allora Assessore all’ambiente del Comune di Longare, dr.ssa Laura Guidolin, e di cui faranno parte anche i soci sezionali Augusto Angriman e Dalla Vecchia Lorenzo. La storia degli anni successivi ha visto la Sezione CAI di Vicenza proseguire nell’impegno di onorare il contratto stipulato a suo tempo con il proprietario del terreno, mantenere i rapporti con il Comune di Longare per una gestione attenta e rispettosa dell’area di Lumignano ed in particolare di Lumignano Classica, continuare nella manutenzione delle vie, aprendone in alcuni casi alcune di nuove con difficoltà adatte a principianti e comunque rivolte ad arrampicatori di livello medio (ne sono un esempio “Pinguino Reale”, “Il Grande Puffo”) e la risistemazione di “Hot Dog” ed “Emmental”). A sua volta, nel 2005, l’Amministrazione Comunale ha fatto posizionare delle “bacheche” nelle varie zone di arrampicata di Lumignano, con l’intento di dare indicazioni tecniche ai frequentatori, nonché richiamarli al rispetto delle norme previste nel Regolamento per le attività connesse alla frequentazione dell’area collinare e delle pareti di Lumignano. Nel 2011, responsabile di Lumignano Classica per la Sezione CAI di Vicenza viene nominato il socio Fabio Maron, INAL, e per un certo periodo hanno collaborato alla manutenzione anche i soci sezionali Tranquillo Balasso (CAAI) e Guido Casarotto (CAAI, CNSAS). In seguito, la Sezione CAI di Vicenza, al fine di salvaguardare le attività di arrampicata in tutta la zona di Lumignano, fra il 2014 e il 2016, ha operato in stretto contatto con la Provincia di Vicenza per la trasformazione di un’area dei Berici, fra cui Lumignano, in “area SIC” (Sito di Interesse Comunitario), decisione che ha visto la lunga “querelle” fra Provincia, ambientalisti, Comune di Longare, Sezione CAI Vicenza, arrampicatori, ecc…, poi conclusasi con un complessivo riconoscimento (pur con alcune modifiche territoriali) della Regolamentazione già introdotta a suo tempo dal Comune di Longare. 

Infine, nel 2021, la Sezione CAI di Vicenza, fin dal 1992 delegata ufficialmente alla custodia e salvaguardia della falesia di Lumignano Classica ed a garantirne una frequentazione in sicurezza, delega riconosciuta dall’Amministrazione Comunale di Longare a seguito di alcuni spiacevoli fatti nell’opera di manutenzione che hanno comportato un serio problema gestionale, ha affidato i lavori di manutenzione alle Guide Alpine Dario Segato e Andrea Basso, coadiuvati da Istruttori titolati di Arrampicata Libera della Scuola U. Conforto e volontari sezionali. I lavori per un’ulteriore messa in sicurezza di vari itinerari sono iniziati nel mese di Dicembre dello stesso anno e proseguiranno anche in seguito.

Considerazioni finali

Il crescente successo che ha accompagnato l’arrampicata sportiva negli ultimi anni, sia in ambito indoor che in ambiente, si è recentemente concretizzato con la partecipazione ai giochi olimpici con tre specialità (Boulder, LEAD e Speed). Questo ha ulteriormente confermato che la disciplina arrampicata è intimamente legata ad una componente sportiva, ben definita da regole, che privilegia la prestazione all’interno di una pratica in sicurezza della stessa, tanto quanto qualunque altra disciplina sportiva. Nel corso degli anni, la pratica dell’arrampicata in falesia si è molto avvicinata a quella indoor, sia dal punto di vista della preparazione tecnica e fisica richiesta, sia nelle regole della disciplina. Ne sono un esempio l’accettazione della “libera” di un itinerario con i moschettoni preventivamente già posizionati, mentre un tempo la libera di una via era accettata solo se i moschettoni venivano posizionati durante la salita stessa, oppure la regola di posizionare la corda dentro il moschettone di sosta, senza aggrapparsi alla sosta stessa, per poter confermare un’eventuale “libera” dell’itinerario. Anche l’uso di lunghi bastoni per rinviare preventivamente da terra le prime protezioni di un itinerario sono pratiche che un tempo non erano prese in considerazione, mentre oggi sono spesso utilizzate. Questo fa parte dell’evoluzione di una disciplina che si sta rendendo sempre più autonoma rispetto ad una pratica iniziale sovente legata ad una componente “alpinistica” e di “rischio” che, nonostante gli “spit”, in sottofondo, era sempre presente nell’approccio di gran parte dei primi praticanti. Tuttavia, affermare che quel tipo di pratica era “etico”, mentre l’attuale non lo sarebbe, sarebbe fuorviante e somiglierebbe tanto ad una imposizione dall’alto. L’arrampicata è una disciplina con molte sfaccettature ed ha in sé una componente pedagogica e formativa, sia sul piano fisico che psicologico, molto importante, che ognuno deve essere libero di cogliere nella misura e nei modi che ritiene opportuni per sé stesso, anche sul piano del “rischio”. Nessuno può sentirsi depositario di una verità etica assoluta, nessuno può pretendere che un altro salga un itinerario secondo modalità che solo lui ha stabilito e pretende siano obbligate per tutti. Le persone salgono su un itinerario come riescono e come si sentono di poterlo salire e non per questo qualcuno è più bravo di qualcun altro. Usare l’arrampicata, il “rischio”, per affermare una propria presunta superiorità sull’altro sarebbe la negazione dell’arrampicata, che alla fine è e rimane un’esperienza personale. In arrampicata sportiva contano i risultati sportivi, le difficoltà superate in arrampicata, secondo regole di salita e di accettazione della “libera” codificate e precise, che nulla hanno a che fare con una forzata introduzione del “grado psicologico”. Null’altro! Pretendere di inserire componenti aggiuntive quali il “rischio”, il tratto di “runout” obbligato, il primo rinvio alto ed il secondo ancora di più (solo per fare alcuni esempi), rappresentano distorsioni mutuate da pratiche arrampicatorie “elitarie”, forse in voga anni addietro e spesso funzionali a qualcuno per crearsi il “mito” (e il marketing), ma che hanno poco a che vedere con la realtà attuale, sempre più attenta, anche sul piano legislativo, alla pratica in sicurezza dell’attività. Purtroppo, in difesa di un passato che vuole “perpetuarsi nel tempo”, troppo spesso ci si appella al concetto di “etica”, che naturalmente viene interpretato a seconda della convenienza, al punto che viene “stiracchiato” e usato a proprio piacere, spesso confondendo alpinismo ed arrampicata sportiva, due attività nello spazio verticale che hanno il solo punto in comune nel movimento arrampicatorio e in alcuni materiali utilizzati, ma non nelle finalità e tantomeno nell’ambiente di pratica della disciplina. Così accade che si sbandieri ai quattro venti l’importanza dell’“etica”, ma poi succede che gli stessi “tappino” un buco” con la resina epossidica per impedire ad altri di salire un itinerario utilizzandolo, oppure scavino un appiglio o un micro-appiglio con la punta di uno scalpellino, e c’è anche chi “lima” o “riduce” appigli per rendere ancor più difficili propri itinerari storici, immaginando così di trasformarsi in un “immortale”. Altrettanto, si rimane basiti davanti ad altri strenui difensori dell’etica “dura e pura” che attrezzano a distanze siderali, ma che poi, improvvisamente, non appena qualche famigliare inizia timoroso la propria avventura verticale, aggiungono protezioni ritenendo le precedenti infisse troppo lontane, oppure a quanti attrezzano “lontano”, ma poi aggiungono cordoni per liberare la via, per poi toglierli “nottetempo”, dopo aver visto altri iniziare a “lavorarla”, oppure quelli che “guai a toccargli una via”, ma non si preoccupano affatto di alzare la catena di sosta di una via, piazzandola proprio nel bel mezzo del passo chiave dell’itinerario (non aperto da loro) che funge da secondo tiro, rovinandolo! A volte, per risolvere tanti problemi basterebbe solo un po’ di buon senso! Ad esempio, se si giudica una protezione “di troppo”, non sarebbe sufficiente non moschettonarla, lasciando agli altri la libertà di fare il contrario? Ah, l’etica, questa sconosciuta! 

L’aumento, oramai esponenziale, della massa di arrampicatori che dalle sale indoor si sposta nel fine settimana in falesia sta comunque ponendo una serie di problemi che vanno da quello di una frequentazione ecosostenibile a quello della responsabilità e sicurezza. Le recenti sentenze giuridiche che, dopo incidenti gravissimi in falesia, hanno visto non solo chiudere le falesie stesse (accaduto nelle Marche), ma anche condannare per omessa vigilanza i proprietari, dovrebbero far riflettere gli appassionati di arrampicata. Lumignano, in tutto questo, ha la fortuna di avere un’Amministrazione Comunale che si impegna affinché ci sia una frequentazione sostenibile ed in sicurezza, una serie di Associazioni, fra le quali la Sezione CAI di Vicenza, che si adoperano per la messa in sicurezza delle varie falesie, la possibilità di avere a disposizione un Regolamento per la frequentazione e la pratica arrampicatoria che confermano la volontà di rispetto dell’ambiente e di una pratica dell’arrampicata sana e, complessivamente, rispettosa. Ora, se veramente amiamo Lumignano, sta a tutti noi cogliere queste opportunità, rispettandole, rafforzandole con un conseguente comportamento personale, e proponendo a quanti frequentano le falesie di Lumignano di rispettarne il regolamento e le indicazioni che saranno emanate dagli Enti responsabili.

Augusto Angriman

Per la parte storica, l’autore si è avvalso delle Relazioni Annuali della Sezione CAI di Vicenza redatti dagli incaricati per la gestione della falesia di Lumignano Classica (reperibili su “Le Piccole Dolomiti”), dei vari articoli sulla storia di Lumignano apparsi su “Le Piccole Dolomiti”, di articoli tratti da “Momenti di Alpinismo”, Rivista della Montagna e “ALP”, delle conversazioni con tanti protagonisti dell’arrampicata a Lumignano Classica, nominati anche nell’articolo, ivi compresi alcuni “pionieri”, e delle proprie “osservazioni” nell’ambiente di Lumignano Classica, a partire dal 1985. Al fine di non dare spazio a ulteriori diatribe o fornire alibi per l’inizio di nuove “guerre”, nell’articolo si sono omessi i nominativi di persone legate a “eventi” e “fatti” che hanno dato luogo a contestazioni varie. 


E io penso che non sia finita qui…


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