Ritorno alle Dolomiti tra il pensare e il riflettere

Quasi un anno è trascorso dall’ultima volta che ho messo mani e piedi su questo patrimonio, del mondo e dell’anima. 

Ma ogni volta è diverso. E a me piace pensare a com’era prima, molto prima di me: senza strade trafficate, senza ripetitori che come torri di Babele controllate da multinazionali crescono come funghi, appaiono come fulmini in un cielo che è ancora sereno. Ma non più come prima.

Eppure l’inquinamento acustico, visivo e ambientale muove le sue antenne per accontentarci, soddisfare i nostri bisogni che aumentano sempre di più e si accaniscono su uno dei panorami più spettacolari al mondo.

È la mia prima volta sulle pareti del Piccolo Lagazuoi, ma al Passo Falzarego ci sono già stata: incantata da un panorama che spazia dal magnifico Antelato alle Cinque Torri, dall’Averau al Civetta, dall’Agner alle Pale di San Martino… 

Mentre salgo BIO Rock, la nuova via aperta da Simon Kehrer e Marta Willeit tra il 22 aprile e il 4 maggio 2026, divertendomi su una roccia spettacolare e una linea che mi sembra strano non abbia individuato per primo il chiodatore della zona, mitico Dibona, mi guardo attorno. Quando arrivo alle soste, sento il ronzio lontano delle moto, il vociferare portato dal vento dei tanti turisti che si fermano a scattare foto. Osservo tutto quel che di artificiale c’è oggi in un mondo naturale dove dovrebbe regnare la tranquillità, la pace, un’atmosfera priva di ansia, perché è quassù che fuggi quando vuoi staccarti dalla quotidianità.

E allora penso ‘l’ho scelto io questo luogo tanto frequentato, poco selvaggio, meraviglioso nei suoi dettagli, ma oramai colonizzato da noi umani con in tasca il cellulare e una mente troppo presa a pensare e non a riflettere. Sì perché ‘staccare’ non significa pensare a nulla, ma implica una riflessione su noi stessi, sul tempo che stiamo vivendo, sull’ideale che talvolta è bene ricordare, anche se appare così irraggiungibile. Se ‘stacchiamo la spina’ non siamo più attaccati alla nostra corrente vitale, ma se invece lasciassimo che alcuni fili si inceppino? Allora sì che sentiremmo la nostra libertà, quella che ci siamo chiusi a chiave a da soli.

Gli errori, gli sbagli, l’inciampare sui nostri stessi piedi, sulle nostre convinzioni… questo ci porta a ritrovarci, a sentire che ci siamo, che siamo davvero noi in questo mondo, dove l’umanità sta diventando disumana, dove l’intelligenza la cerchiamo nei labirinti di codici, dove al naturale preferiamo il digitale. 

E poi ci ritroviamo qui, ancora una volta a guardare l’universo terrestre dall’alto, ad assaporare ciò che ancora rimane. Il ritorno alle Dolomiti è stato un viaggio che mi ha fatto respirare, che mi ha ricordato quanto le vertigini siano solo uno stato mentale, perché guardare giù equivale a stare su.

La via BIO Rock è una linea a fix parallela a molte altre, che talvolta si intersecano mettendoci alla prova sul nostro orientamento: trovare la strada, ecco che la paura di perdersi e la concentrazione si uniscono e danno una mano al coraggio. È un itinerario divertente, piacevole, troppo corto, purtroppo, data la soddisfazione nel salirlo. Troppo protetto per i puristi e gli ambientalisti, l’ennesima pennellata sulla tela dipinta del Piccolo Lagazuoi, un’altra via tra le migliaia, una nuova opportunità per chi vuole salire senza percorrere il sentiero.

Sulla stessa parete ho salito la via Orizzonti di Gloria, aperta da Galvagni, Filippi e Mittempergher nel 2005. È un’altra linea mai noiosa da salire, protetta a fix, ma un po’ meno rispetto all’S2 di BIO Rock. Con roccia eccellente e tratti che sembrano pensati appositamente per divertire i folli che si arrampicano sulle montagne, questa via è una tra le più ripetute per le basse difficoltà e la buona proteggibilità.

Non voglio entrare in merito ai fix, al loro numero, alla scelta di forare le pareti. Io per prima non posso né giudicare né criticare, in quanto di vie sportive ne ho salite e mi sono molto divertita. Non si può discutere nemmeno di abuso, perché è raro ormai trovare pareti vergini qui e in altre ambite zone. Posso solo dire che nulla è più come prima. Ed è giusto così, perché la società non può tornare indietro, sarebbe un regresso e contro-natura.

Il silenzio vado a cercarmelo nei luoghi ancora poco civilizzati, dove basta un po’ di fatica a raggiungerli per ridurre al minimo i visitatori. Però quanto mi sarebbe piaciuto frequentare le Dolomiti ai tempi di Comici, Vinatzer, Cassin o ancora prima, quando Preuss saliva slegato sulle rocce del Brenta. Di loro oggi rimane qualche chiodo e decine e decine di linee, a volte visionarie e altre volte semplicemente dettate dalla nudità della montagna, oggi forse fin troppo agghindata.

È tempo di tornare. Saliamo in macchina e partiamo: la temperatura aumenta man mano che ci avviciniamo alla pianura. Entriamo nel traffico quotidiano, tra macchine e pensieri. Decido che voglio ritrovare lo spazio per riflettere, consapevole che dietro alle banalità c’è sempre il sole.


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