Chi non conosce le sue opere in legno? Ormai in tutto il mondo c’è un po’ di Marco Martello, in arte Martalar (il suo cognome in cimbro), che con la sua arte ha portato un po’ di Altopiano negli occhi di ogni uomo e donna, bambini e ragazzi, che con stupore hanno osservato e continuano a farlo quelle figure giganti, create con la natura, per la natura.
Sono passata più volte davanti la sua casa e laboratorio, e il pensiero di fargli qualche domanda mi è sempre nato nella mente, per poi svanire in un ‘figurati se…’.
Una sera al teatro di Asiago, però, si è seduto proprio sul posto dietro il mio e allora mi sono proposta di seguire un ‘segno’ e gli ho chiesto se potevo intervistarlo. Marco mi ha guardato un po’ perplesso, ma non ha esitato a dirmi di sì.
Felice, tre giorni dopo ero nel suo laboratorio: una luce straordinaria creava una scena suggestiva, l’ombra delle piante alla finestra coperta da un pannello semi trasparente, la testa di leone mai conclusa, ma perfetta nelle sue tante imperfezioni, insieme al profumo del legno hanno creato l’ambiente che non sapevo di desiderare così tanto per un’intervista.
Le parole di Marco sono state una potente ispirazione per alcune riflessioni che mi porterò dentro per tanto, tanto tempo. Finché non svaniranno, effimere come l’arte, ma colme della vera ricchezza di cui tutti noi abbiamo bisogno.

Tu hai sempre detto che per visitare le tue opere chiedi rispetto: per il luogo, per la natura e per le opere stesse. Ti chiedo una tua definizione di rispetto.
Rispetto della natura, perché per me è la base di tutto: noi qui dipendiamo totalmente dalla natura, quindi se non rispettiamo la nostra ‘madre’, per primi saremo noi a soccombere… Diventa quasi un processo naturale.
Il rispetto è quella cosa che bisogna avere perché credo faccia parte dell’insegnamento, ma si può anche imparare con il tempo ad averlo. E deve essere completo, soprattutto nell’ambiente montano. Il rispetto della natura e della montagna, ma anche delle persone che ci abitano, perché alla fine sono loro che passano la maggior parte del tempo in quel territorio, dove sono nate.
Il rispetto è anche verso gli animali e i ritmi della natura e delle sue creature. Spesso, però, da quello che vedo, la gente non ce l’ha.
Quindi ciò che chiedo quando le persone vanno a visitare le mie opere è proprio questo, il rispetto.
Sono consapevole che non è facile far passare questo messaggio, però ci provo.
Oggi ci sono tantissime persone che hanno riscoperto le contrade, l’ambiente montano, quello alpino, e non solo a livello turistico: si trasferiscono perché sono alla ricerca di evadere dalla città, dalla sua confusione, e cercano la pace. Queste persone, nuove della montagna, secondo te portano il rispetto di cui hai parlato?
In linea di massima loro partono con l’idea di rispetto, ma a volte hanno difficoltà a capire la cultura della popolazione locale, che può essere, io stesso lo posso affermare, a volte un po’ chiusa.
Le persone che arrivano qui devono chiedersi perché la gente del posto è così, perché si comporta in questo modo. Se conosci i motivi, probabilmente riesci a capire anche perché funziona così il mondo montano.
A mio parere è necessario farsi una domanda importante: ‘perché sono qui?’.
È facile dire ‘rispetto la natura’, ‘rispetto il lupo’, ‘rispetto la pianta’, ma l’impegno più difficile è rispettare la cultura del posto, perché è umana, con tutti i suoi problemi, i suoi difetti. La sua comprensione è la base del tuo inserimento.
Tu hai detto che hai conosciuto diverse persone che sono venute a vivere nell’ambiente montano, o comunque fuori dalle città: c’è qualcuno che non resiste?
(Sorride) Il problema è questo: a lungo andare sparisce un po’ la poesia e si iniziano a percepire le problematiche, quelle terra-terra, che talvolta non si riescono a superare. Però secondo me è là che bisogna lavorare, perché alla fine rispettare un capriolo è facile, ma rispettare un montanaro è più difficile.

Da cosa è nato il concetto di rinascita, che risuona molto nel tuo lavoro, nella tua arte?
Io prima scolpivo il legno da tronco per la scultura classica, però sentivo che non era così ‘etico’, perché abbattere una pianta per fare dell’arte a me strideva un po’.
Quando è arrivata Vaia, ho cominciato a scolpire le piante cadute e non era più un sacrificare per un’opera d’arte: la pianta era caduta per un altro motivo, per un motivo naturale o più o meno naturale.
Da qui nasce il concetto della rinascita: far rivivere un essere che aveva concluso il suo percorso in modo naturale. Così il mio lavoro ha tutto un altro senso.
Da dove nascono o da cosa nascono le tue idee?
Io ho un mio bagaglio, un passato artistico di opere che mi immagino e vorrei realizzare. Pensa che io un drago non avrei mai immaginato di realizzarlo: poi però mi sono appassionato al fantasy, perché va a toccare certi tasti che sono rimasti nella tua memoria da quando eri bambino. E quelle immagini che vedi da bambino le metti da parte per qualcosa di più culturale, artistico… Ho scoperto che anche se il drago è una figura fantasiosa, riesce a smuovere certe sensazioni nella maggior parte delle persone: è incredibile come un concetto possa svilupparsi così ampiamente attraverso la mentalità generale.
Per me rivisitare in maniera scultorea leggende, figure mitologiche, è un grande stimolo.

Qual è il tuo rapporto con la natura in generale e con la montagna?
Parto dal rapporto che ho con la montagna. L’ho sempre vissuta il più possibile, non solo con l’arte: per raccogliere legna, per fare alpinismo o escursioni, e per molto altro. In varie fasi della vita l’ho vissuta in maniera diversa. Per esempio, quando ero bambino, la montagna era semplicemente fatica: voleva dire portare fieno, andare a far legna nel bosco…
Poi con il tempo ho conosciuto e vissuto altre sue realtà. Quando è arrivata la scultura, mi sono avvicinato a quella lignea perché è legata al mio mondo. Io amo per almeno un 30-40% del mio lavoro andare nel bosco, o quello che una volta era un bosco, a raccogliere legname.
È così che vivo la montagna, il più possibile e in modo isolatissimo, perché frequento luoghi dove non va mai nessuno.
Uno spazio colpito da Vaia non è visitato perché è brutto, è scomodo, non c’è posto per camminare, ci sono i rovi, le ortiche, è veramente un ambiente molto aspro. Però è quella la montagna che piace a me.
E mi fa sognare mentre raccolgo tutti i pezzi di legno…
Ieri sono andato con mia figlia e mi sono detto “dovrei portarmi un binocolo, perché almeno guardo da distante e vedo se riesco a vedere tutti i pezzi che mi servono”: sai, spesso faccio un sacco di fatica per arrivare su un punto dove magari non c’è nulla di utilizzabile e torno indietro, senza aver combinato niente.
Vedi? La montagna la vivo così, in tutti questi aspetti e soprattutto ogni giorno dell’anno. Non accumulo mai materiale, perché vado alla ricerca solo di quello che mi serve in quel momento.
Si può dire che il tuo lavoro, la tua arte, è anche esplorazione, quindi?
Sì. È proprio ‘esplorazione’ la parola giusta.
Il tuo processo creativo inizia con il confronto con il territorio. In quale modo lo fai?
Dove realizzo le mie opere, anche in trasferta, è quasi sempre un territorio montano. E ho riscontrato che più o meno la gente di montagna è uguale dappertutto (sorride): vivono la montagna nel loro ambiente.
È buffo: quando vado in giro, che sia Friuli, Adamello o Dolomiti, trovo sempre quello che mi dice come ha vissuto Vaia. Ma questo fa capire una cosa importante: all’inizio i montanari sono un po’ chiusi, poi, soprattutto quando percepiscono che sono montanaro anche io, in un attimo si sciolgono e mi permettono di entrare nella comunità. Io ormai conosco i rifugi, i bar, il boscaiolo, il forestale… e questo crea una piccola realtà che mi fa vivere in maniera abbastanza intima il luogo dove mi trovo.
Ovunque vai tu sei a casa…
Ovunque vado mi trovo uno spazio come essere a casa. Noto che ci impiego anche poco tempo a diventare parte delle comunità.
Torniamo a Vaia: dalla distruzione alla rinascita… cosa può imparare l’uomo dall’elemento naturale?
Vaia mi ha fatto scoprire uno spaccato della mia realtà…
Il periodo subito successivo all’evento, dopo che sono caduti gli alberi, sono tornato sul posto e mi sono trovato in un luogo dove praticamente non riuscivo più a trovare il sentiero. Mi perdevo, perché da un bosco verticale era diventato orizzontale. Ricordo che sono andato anche in crisi: è stata un’emozione forte, perché era un bosco che non riconoscevo più. Mentre scavalcavo i tronchi e facevo questa fatica enorme (perché l’uomo in natura è abbastanza impacciato), il mio cane non aveva nessun problema: lui si muoveva benissimo in mezzo ai rami, passava sotto e sopra i tronchi, annusava… per lui non era cambiato niente. Lì mi sono reso conto che la nostra percezione della natura è vissuta interamente sul nostro modo di vederla, non sulla natura reale.
La natura reagisce e basta. Al cane non interessa se il luogo è cambiato. Ricordo che le piante morivano lentamente, perché avevano una parte delle radici ancora dentro ai tronchi, e sono rimaste verdi per un anno.
Le piante tentavano di reagire al colpo che avevano subito.
Noi non riusciamo a capire come la natura si adatti sempre al cambiamento, perché la viviamo in maniera umana: non riusciamo a capire qual è il modo giusto per stare in questo pianeta.

Praticamente mi stai dicendo che pensiamo di essere più evoluti di tutti per la nostra facoltà di ragionare, però se fossimo più vicini agli animali e alle piante, riusciremmo a sopravvivere meglio?
Sì, esatto. Il nostro problema come specie è che dobbiamo diventare consapevoli che siamo parte integrante, al 100%, di questo sistema. Noi cerchiamo sempre di modificarlo per noi.
Quando c’è stata Vaia, gli uomini si sono concentrati sul valore economico perso, sul turista che non può camminare sul sentiero…
Per la natura, invece, Vaia è stata una manna perché ha portato alla rigenerazione. Adesso c’è una rinascita molto più potente di prima, perché la monocultura degli alberi fatta da noi era il problema. Sotto a un bosco di abeti la natura era morta, adesso è viva più che mai: mirtilli, lamponi, e poi uccelli, rapaci e molti altri animali la abitano. Vaia ha ridato forza alla natura.
Noi invece non riusciamo ad accettare il cambiamento. Io sono più per l’adattamento climatico che per il cambiamento climatico.
Mentre la natura reagisce a quanto accade, noi restiamo lì a puntare il dito dicendo “è colpa tua”, ma non facciamo nulla per adattarci. Mettiamo tre piante in città e proseguiamo per la stessa strada.
Quanto hai detto lo troviamo un po’ anche nelle tue opere?
Sì, utilizzando il legname di Vaia ho fatto esattamente quello che faceva il mio cane, che giocava tra le piante. Mi ci è voluto quasi un anno, ma poi ho capito che dovevo offrire uno spunto per cambiare modo di vedere l’arte.
Qual è stato l’insegnamento più utile che ti ha dato il legno?
La fatica. Se passi con un elicottero sopra un bosco, hai solo delle belle immagini. Se invece fatichi per attraversarlo, vivi tutta un’altra esperienza, perché
è attraverso la fatica di raggiungere un obiettivo che ne comprendi il valore.
È la fatica che faccio per raccogliere il materiale e poi portarmelo a casa che dà importanza a ogni pezzo di legno: lo rispetti anche se è secco o storto.
È una delle definizioni dell’alpinismo...
Sì, l’alpinismo è anche questo: la differenza tra arrivare su una cima in funivia o andarci scalando ti cambia completamente il punto di vista.
Assemblare, unire, incastrare… trovi in queste tue azioni un paragone con la vita di tutti i giorni?
È una ricerca continua di mettere a posto le cose. Io sono la persona più disordinata che conosco, ma nel mio fare arte mi impegno in un esercizio mentale: lì cerco di mettere ordine, perché quello che mi interessa è vedere la figura che ho in mente diventare reale.
La scultura per te è ordine o disordine?
Il caos di Vaia, tutti quei pezzi di legno danno un senso di disordine. Ma quando li metto insieme, cerco di dare un ordine, che è un equilibrio strano. Se guardi le mie opere da vicino sembrano figure strane e confuse, dei pezzi di legno buttati là, ma è il complesso che crea l’ordine, quando le guardi da lontano prendono forma.
Il mio grande problema è il disordine, io non sono capace di vivere nell’ordine, ma nella mia arte cerco di mettere a posto le cose (sorride).
Un altro aspetto delle tue opere è che, come la vita umana, svaniranno. Cosa resta della vita nell’eternità?
Nulla. L’eternità è troppo grande. Pensa alla casa qui vicino: ci abitava mia nonna e poi mio papà… ricordi di una vita. L’aveva comprata mio nonno finita la guerra. Adesso l’ha acquistata uno che non sa niente di quelle storie. Tutto svanisce, non rimane niente. Anche un’opera che dura 1000 anni, rispetto al futuro, è effimera. Fissare un tempo con l’arte è perseguire una cosa che non ha senso.
Quale comportamento ti aspetti dalle persone in visita alle tue opere?
All’inizio volevo dare un messaggio di rispetto, ma in realtà l’opera contemporanea è uno specchio di quello che siamo noi. Anche un bambino che si arrampica, ad esempio: se oggi fossi lì, non direi niente, lascerei che faccia, fa parte dell’opera. Anche un incendio, come è successo… mi ha fatto male, ma lo accetto, perché l’essere umano è anche questo.
Possiamo dire che l’incendio è stato parte della tua opera?
Sì. È parte di essa.
Quando finisco un’opera, mi piace osservarla conclusa e poi passo ad altro, perché ho già in mente la prossima. L’opera diventa del mondo, della natura. Avviso sempre i committenti che le mie opere hanno un percorso già scritto, deperiranno naturalmente.
Se volessero altro, non avrebbero compreso l’opera commissionata…
Esatto.
In futuro ci avvicineremo o ci allontaneremo dalla natura?
Ci stiamo distanziando da lei sempre più, ma sarà la natura che si avvicinerà a noi, perché ci toccherà soccombere: è una strada già segnata. Ad esempio, nel momento in cui tagli tutte le piante, non hai più ossigeno e muori, ma ci sarà sempre una piantina piccola che rinascerà e andrà avanti.
Insomma, siamo abituati a sentirci dire che stiamo facendo del male alla natura, che la stiamo distruggendo, quando in realtà non è così?
La natura ha passato milioni di anni a trasformarsi; figurati se noi siamo un problema. Siamo noi i primi a soccombere.
Ti ho fatto l’esempio di Vaia: le piante non sono lì a piangere, ma rinascono, la natura prende un’altra forma e va avanti.
Com’è il tuo rapporto con la civiltà? Selezioni le persone come i pezzi di legno?
Il problema è quando ce n’è troppa. Se viene la massa, io scappo. Non vado quasi mai dove c’è una mia opera di giorno, negli orari dove c’è ressa e le persone litigano per un selfie. Quella ‘civiltà’ non la concepisco.
Come vivi la notorietà?
Sfuggendo il più possibile. Ho la fortuna che sono riconosciute le mie opere, non la mia faccia.
Ti senti di aver più dato o più ricevuto?
Più ricevuto, senza dubbio. Sono stato fortunato anche solo perché ho capito che valeva la pena lottare per i miei sogni, per quello in cui credo. La maggior parte della gente passa il tempo a chiedersi cosa deve fare nella vita, o se lo capisce non ha il coraggio di farlo, oppure spesso semplicemente si lasciano i sogni nel cassetto.
Abbandonare un sogno è sempre una grande perdita.
Cosa ne pensi dell’intelligenza artificiale?
Non la temo perché non abbiamo ancora capito cos’è l’intelligenza naturale…
Quello che mi spaventa è che ci mettiamo nelle mani di questa cosa per comodità: è un ulteriore passo per distanziarci dalla natura. Prima la tecnologia ci ha tolto la fatica fisica, adesso stiamo delegando quella mentale. Diventiamo pigri e la pigrizia mi fa paura.
A livello artistico trovo l’intelligenza artificiale noiosissima: mi accorgo subito se una cosa è fatta con l’IA, anche perché un’opera così non la puoi vivere, rimane virtuale.
Diventeremo pezzi di legno inerti?
E assemblati da altri. Mi spaventa il delegare a una macchina quello che le nostre mani o la nostra mente potrebbero fare.

Come vorresti il futuro della montagna?
Dobbiamo lavorare sull’equilibrio. Adesso soffriamo di sovraffollamento turistico. Il tempo libero dello svago o della cultura, del piacere, dovrebbe essere distribuito tutto l’anno, altrimenti tutti sono ammassati negli stessi momenti. Questo manda in crisi anche la gente del posto.
Se non gestiamo questa criticità, la montagna avrà sempre più problemi. E questo non si risolve con i tornelli, ma con una cultura diversa, con la comprensione e il rispetto del tempo e del ritmo della natura.
Quindi alla fine sta sempre a noi. Sei ottimista verso il futuro?
Bah, vivo il presente. Anch’io lavoravo in fabbrica, ma se vuoi veramente qualcosa, puoi cambiare i tuoi ritmi.
Un messaggio finale per chi leggerà?
Non bisogna mai mettere i sogni nel cassetto e chiuderlo. È necessario lottare per realizzarli, o perlomeno percorrere la strada che serve per avverarli, perché altrimenti poi rimane un senso nostalgico e triste sul passato. Se hai la possibilità, devi provare a farlo.
Grazie Marco, rifletterò molto sulle tue parole.


Rispondi