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Come una crema il magnesio liquido si sparge sulle mie mani, si addensa poi sulla pelle colorandola di bianco.

Non mi basta: prima che il liquido si asciughi completamente, immergo le mani nella polvere bianca, le avvicino, sfrego i palmi, intreccio le dita, sale l’adrenalina, i miei occhi sono fissi nel vuoto, penso a quello che sto per fare, mi chiedo se riuscirò a finire la via come l’altra volta.

Controllo se il percorso è libero, sorrido agli amici che stanno chiacchierando in pausa.
Mi volto verso la parete dell’inizio: controllo le prime prese, avvicino le mani bianche e le ancoro a loro, prima di sollevare i piedi e partire.

Semplice: sposto la mano, muovo il piede, afferro la presa, mi appoggio, mi bilancio, accoppio, cambio piede… appare semplice. E mi sorprendo come l’apparenza riesca ancora a ingannarmi.

Ma lo so, conosco la via. Non è difficile: ci vuole solo più resistenza del solito. Il primo giro della palestra è semplice: due brevi tratti di strapiombo lasciano spazio ad ampie pareti verticali. Le prese sono buone, due ottimi riposi permettono al respiro di farsi più intenso e più lento, alla mente di riprendere fiato.

Poi si sale, il percorso non è finito: la via continua sopra il tratto già sudato e ad accogliermi verso l’alto è un volume rosso e bianco, dalle curve scostanti.

È su di lui che devo aggrapparmi per salire in spaccata con i piedi e agganciare con la mano sinistra la piccola presa che conduce alla via alta. Spallata, incrocio: con la mano destra prendo una grossa tacca e lascio che lo strapiombo abbia su di me il suo effetto: lascio cadere il mio corpo nel vuoto. I piedi appoggiati sulle prese, che prima afferravo con le mani, riescono a tenermi in equilibrio e a bilanciarmi.

Le prossime prese non sono buone come sembrano: ancora una sorpresa, ancora qualche goccia di sudore e suspense.

Non ho più tempo e le braccia sono stanche, devo scegliere se lasciarmi cadere o tentare.
Scelgo la seconda opzione: faccio quello che l’arrampicata molte volte, troppe volte, mi chiede: fidarmi. Della roccia, delle prese, delle mani, dei piedi, degli addominali, delle fibre muscolari, di ogni nervo del mio corpo.

Afferro con la mano sinistra uno svaso, che concede alle dita un ristretto riparo, mentre i piedi restano indietro. Non mi fermo: subito incrocio e con la destra afferro una buona tacca. Solo ora posso spostare i piedi e procedere con leggerezza, nonostante la stanchezza si faccia sentire.

Arrivo a un diedro, le prese sono piccole ma buone: posso riposare. Appoggio la fronte sulla parete e lascio cadere le braccia lungo i fianchi, le scuoto, le faccio vibrare all’aria per alleggerire la tensione e asciugare il sudore dei palmi e delle dita. Non ho magnesio con me: i miei compagni dicono che non vale, che devo farcela senza, perché è una via semplice per me. Li ascolto, li sfido.

Mi volto verso sinistra, punto all’altro diedro a pochi metri da me. Un altro volume, blu mare serale, mi attende.

Riparto: percorro il tratto che mi separa dalla parte finale della via con tranquillità, preoccupandomi di azzeccare i movimenti successivi.

Sono al volume: mi aspetta un ballo, un vortice di passione che mi chiede tutta la forza che mi rimane.

Trattengo con la mano destra la piccola tacca sulla parete e prendo con la sinistra la presa con identica forma che sporge in basso dal volume sulla parete perpendicolare. Altra spallata, fermo i piedi, trattengo il peso del mio corpo mettendo in tensione gli addominali, la mano destra lascia la presa e afferra il volume, i piedi si staccano, roteo il bacino… sono appesa con le braccia: pochi secondi e i miei piedi tornano ad appoggiarsi: il destro sulla presa sotto il volume e il sinistro avanti, già dietro lo spigolo, su una presa a mezzo fiore sbocciata sulla parete finale.
È arrivato il punto più difficile: il respiro si fa più intenso, non ho tempo di ragionare o ricordarmi il movimento perfetto, so solo che devo abbassarmi con la mano destra sul volume, per poter rilanciare con la sinistra a uno svaso che posso tenere solo se il mio corpo resta sotto la presa.

Rilancio, abbandono nel vuoto il piede sinistro, prendo lo spigolo con la mano destra, trattengo la sinistra sullo svaso, appoggio il piede destro sulla presa a mezzo fiore e incrocio, portando la mano destra sulla piccola tacca a sinistra dello svaso.

Afferrata, ce l’ho fatta. Proseguo come fossi assicurata a una corda e potessi permettermi di librarmi nell’aria, trattenendomi alla realtà con le mani.

Top.

Guardo in basso, mi lascio andare. Materasso.

Alzo le mani al soffitto. Il bianco dei palmi e delle dita ha lasciato spazio al colore della pelle, le braccia sono rigide, un sorriso sorge. Ce l’ho fatta anche stavolta.

A volte capita. E trascini la vita alla fase successiva, quella che raccoglie imprevisti, ti ferisce e ti nutre con le emozioni, ti asciuga il sudore della fatica con l’esperienza.

Quando cedi, invece, quel che conta è non abbattersi. Perché esiste sempre una prossima volta per dire top.

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