Progetto Futuribile, i diedri e il traverso

“Hei, come procede?”

Silenzio.

In sosta iniziamo a vedere le nostre ombre scomparire: le nuvole passeggere si rincorrono fino a oscurare il sole. Sale il vento, raggiunge le braccia nude e asciuga il sudore.
Il rumore dei rinvii e dei moschettoni sulla roccia si fa più frequente ma più flebile, perché le correnti d’aria si scontrano alle nostre orecchie e tutto sembra tacere per far spazio all’ascolto.

Attendiamo una voce, ma nulla.

Sopra di noi l’ennesimo diedro sulla via: lo sguardo lo percorre fino a un breve traverso, dove poi vediamo le corde scomparire. Sopra non sappiamo cosa c’è, né quel che fa il nostro compagno, primo di cordata. Sappiamo però quel che ci aspetta: un altro diedro e l’uscita.

Intanto nella terza sosta dove ci troviamo, su una cengia erbosa, abbiamo tutto il tempo per scrivere il nostro messaggio sul libro di via.

Abbiamo ancora 40 metri di tiro sopra di noi, ma con il contenitore in acciaio qui al nostro fianco ci sembra già di aver concluso la via.
Inizio a scrivere, sorridendo al destino, se mai dovesse esistere: raccontiamo in due parole che è la nostra prima via della stagione, che ironicamente l’abbiamo affrontata con coraggio e con il cordino del mitico Andrea. È strano pensare che un oggetto tanto piccolo e semplice possa portarti fuori da situazioni tanto intricate, eppure è proprio così… ma questa è un’altra storia, che probabilmente resterà tra Andrea e il diedro.

Capiamo che Pier è arrivato in sosta quando la corda inizia a scorrere incessantemente nel secchiello: attendiamo qualche metro e poi lasciamo tutto. Ci prepariamo per salire.
Attendo la partenza e i primi metri di Andrea.

Parto anch’io.

Salgo il primo diedro con passaggi di V+ e arrivo a pochi centimetri dal secondo di cordara.

Mi rannicchio in una piccola cengia affinché lui possa superare con comodo il traverso, che capisco mi potrebbe riservare la discesa di qualche sassolino. Quindi, a testa bassa per proteggermi con il caschetto, attendo il mio turno.

Tocca a me: questo è il passaggio di VI+, anche se a guardarlo dal basso non sembra. Esco dal mio momentaneo rifugio e affronto la parte finale del diedro. Arrivata al traverso mi accorgo… anzi, l’unica soluzione mi pare quella di passare nel mezzo metro tra la cengia e il tetto, per circa un metro e mezzo di lunghezza.

Ma prima devo uscire dal diedro. E lo faccio in bilico, afferrando svasi e piccoli detriti che mi rendono la salita più difficile di quanto pensassi.
Dunque mi infilo nel traverso e cerco di avanzare in ginocchio, ma lo zaino si incastra più volte sotto il tetto.

Ah, ho dimenticato di sottolineare la profondità della cengia: qualche centimetro in più della larghezza della mia schiena.

Bene, la situazione è questa: sono in ginocchio, ho gli avambracci appoggiati a terra, lo zaino incastrato sotto il tetto, alla mia sinistra il muro di roccia e alla mia destra una valle meravigliosa su cui si affaccia il Monte Cengio. Peccato che il suolo è a oltre un centinaio di metri sotto di me.

Certo, ci sono le corde e un robusto albero agganciato a cui il mio amico mi sta facendo sicura, ma comunque non ho voglia di cadere.

Inspiro, espiro e avanzo. Inspiro, espiro e lo zaino mi rallenta. Inspiro, espiro e il muscolo tibiale di entrambe le gambe chiede pietà, ma non posso dargli retta. Inspiro, espiro e sono fuori, finalmente.

Mi rimetto in sesto, supero l’ultimo diedro, afferro i cespugli d’erba all’uscita e sono alla sosta.

Inevitabile stretta di mano con i miei compagni d’avventura e anche questa via è andata.
Progetto Futuribile compiuto!

[Più informazioni sulla via: clicca qui]

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