“Martina, stiamo lavorando a un progetto e potrebbe servirci un tuo contributo a parole e tastiera. Ti andrebbe di sapere di cosa si tratta?”
“Certo!”
“Allora vieni con me, così vedi con i tuoi occhi i lavori.”
Al telefono la sua voce aveva un tono entusiasta, con quella sfumatura di spensieratezza che ritrovo volentieri a ogni incontro.
Raggiungo Mario Schiro a Arsiero e partiamo con il suo furgone verso il Bostel. Mi ha accennato qualcosa, ma non tutto. Conosco il progetto, ma non completamente. So però che quando i 4 Gatti si mettono in testa qualcosa, prima o poi l’obiettivo lo raggiungono.
Sulle soleggiate pareti del Sojo Bostel oggi la giornata è uggiosa e grigia, e la roccia spicca con i suoi colori sottolineata dai forti contrasti. È inverno e gli alberi ormai spogli indossano ancora qualche foglia dalle tinte calde che inteneriscono il panorama selvaggio della valle.

Arrivati al 10° tornante del “Piovan”, Mario parcheggia, scendiamo e ci addentriamo nel boschetto lungo un sentiero traballante su un tappeto di foglie, rese scivolose dall’umidità.

Arriviamo in un anfiteatro che subito riconosco: all’epoca, alla ricerca di una via, io e PG avevamo notato una corda a penzoloni, dove le meravigliose canne chiare e scure solcano un’alta parete che pare scolpita. ‘Chissà che via stanno aprendo qui’, ricordai di aver pensato, ‘di certo sarà dura’.

Nella mia ingenua ignoranza, in parte ci avevo azzeccato.
Ok, arrivo al punto. Ma dammi ancora un minuto per farti sapere chi ho trovato alla base della parete, su un comodo e ampio spazio.
“Eilà, guarda chi c’è!”
Marco Toldo era intento a sistemare l’attrezzatura e insieme a Mario e Ivo Maistrello mi presenta gli ospiti d’onore della valle: Hubert Eisendle, Simon Kehrer (che con Walter Nones ha aperto sullo Scoglio di mezzogiorno la via Karl Unterkircher) e Christoph Hainz.

Non nascondo che il cuore ha improvvisamente accelerato e devo tirare il freno a mano per presentarmi e dare la mano a tre grandi alpinisti di cui prima avevo solo letto.

Con l’attrezzatura legata all’imbrago, Marco e gli altri stanno lavorando all’apertura della nuova falesia ‘Kugela nel sole’, una palestra di roccia con vie ancora da gradare, ma di cui alcune superano l’8a.

Lavori in corso ci sono anche nella parete verticale a destra dell’anfiteatro, con vie di riscaldo (6b+ e 6c+) e dove Mario mi fa sicura per provarne una con la corda che scende dall’alto, pronta da utilizzare per concludere la chiodatura.

Cerco poi di dare una mano con l’accetta per togliere una radice ai piedi della parete, ma dopo circa 20 minuti di bicipiti in tensione, Christoph si avvicina e con qualche colpo la sradica con il sorriso. Già, non si è mai finito di imparare!

Mi ha sempre stupito la tranquillità e la serenità di arrampicatori di un certo calibro, come quelli che stanno lavorando a questa falesia: sarà che nella loro vita hanno vissuto esperienze al limite e oltre, e quindi queste situazioni sono solo una serena parentesi nella loro quotidianità.

Certo che ammirare nella nebbia Ivo e Christoph provare una linea ancora da ripulire perfettamente e sentirli disquisire sul gradarla 8a o 8a+, ha un certo fascino. Almeno per me, certo.

Chissà com’è provare la quiete dentro di sé dopo la tempesta che si è abbattuta sul nostro cuore e la nostra mente. Cosa si sente quando si è a un passo dal fallimento che potrebbe costare la vita e poi ci si ritrova nella propria zona di confort?

Ognuno di noi, nelle infinite prospettive in cui ci si può trovare, ha provato questo contrasto di stati d’animo: paura e dolore, sorpresa e allucinazioni, gioia e agitazione… E poi c’è quella sensazione di vuoto, che arriva dopo, a ricaricarti con quell’irrefrenabile bisogno di colmarlo. La storia dunque si ripete e questo susseguirsi di emozioni ed esperienze non si ferma, non si placa l’esigenza di adrenalina: fremono le mani e i piedi per ritrovarsi ancora sull’orlo del precipizio. E non è una metafora.

Sto pensando a questo mentre osservo le punte d’acciaio irrompere nella roccia a dieci o quindici metri d’altezza. Siamo tutti, in un modo o in un altro, appesi a un filo: ma c’è chi si ferma e chi si fa sentire, comunque.
Grazie, Mario, per avermi chiamata quel giorno.
Grazie ai chiodatori, perché ancora una volta lavorano per renderci più felici, nel sole!
[Gli avvenimenti narrati risalgono ai primi giorni di dicembre del 2022.]
E non è finita qui, ovviamente…


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